Le avventure del bravo soldato Svejk nella Grande Guerra
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Le avventure del bravo soldato Svejk nella Grande Guerra

  1. 896 pagine
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Le avventure del bravo soldato Svejk nella Grande Guerra

Informazioni su questo libro

Quando nel 1921 inizia a lavorare a quello che sarà il suo capolavoro, Jaroslav Hašek ha alle spalle cinque anni di vita militare e un ventennio di attività giornalistico-letteraria: una solida base grazie a cui può dare corpo a un romanzo esilarante che è l'affresco storico di un'epoca percepita come insensata anche da chi la viveva. Pazzia e idiozia infatti sono temi cruciali che percorrono l'intera vicenda di Švejk, un tipo umano nuovo nella letteratura mondiale, così come completamente nuovo era per l'epoca lo stile espressionista e plurilinguistico di Hašek, dagli effetti dirompenti – qui resi con efficacia dalla traduzione di Annalisa Cosentino, dall'approccio disinibito e attualizzante. Soldato semplice dell'esercito asburgico poi riformato per malattia mentale, Švejk racconta "dal basso" la Grande Guerra; il suo nemico non è perciò l'esercito avversario ma la casta degli ufficiali. «Nella quantità di opere sulla Grande Guerra» ha scritto Luigi Reitani «al capolavoro di Hašek spetta ancor oggi un'importanza centrale. Vittima innocente di quella follia a lui superiore che viene chiamata Storia – ma al tempo stesso inesauribile narratore in prima persona di storie che mostrano l'infinita follia del mondo – Švejk è davvero il grande Gian Burrasca del Novecento, a cui va la nostra eterna simpatia.»

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804653486
eBook ISBN
9788852070839
Parte seconda

AL FRONTE

1. Le disavventure di Švejk in treno

Nello scompartimento di seconda classe del diretto Praga-České Budějovice viaggiavano in tre: il tenente Lukáš, un signore anziano completamente calvo che sedeva di fronte a lui e Švejk, umilmente in piedi accanto alla porta che dava sul corridoio, il quale si preparava ad ascoltare una nuova ondata di improperi del tenente Lukáš. Costui, incurante della presenza del borghese calvo, aveva cercato di toccare Švejk nell’animo tuonandogli addosso che era una bestia incomparabile e altre simili cose lungo tutto il tratto di ferrovia che avevano percorso.
Il punto in questione era davvero un’inezia, e cioè il numero di valigie di cui Švejk aveva l’incarico di occuparsi.
«Ci hanno rubato una valigia» il tenente rimproverava Švejk, «e lei lo dice come se niente fosse, furfante!»
«Comandi, Herr Oberleutnant» ribatté Švejk pacato, «ce l’hanno rubata davvero. Alla stazione gironzola sempre una gran quantità di lestofanti e io immagino che a uno di loro è indubbiamente piaciuta la valigia dell’Herr Oberleutnant, e questo tizio ha indubbiamente approfittato del momento in cui mi sono allontanato dai bagagli per annunciarle che erano a posto. Ha potuto rubare la nostra valigia soltanto in un momento favorevole come quello. Loro stanno in campana per sfruttare proprio questi momenti. Due anni fa, alla stazione di Nord-Ovest, hanno rubato a una signora la carrozzina con tutta la bambina dentro il piumino, e sono stati gentili al punto da riconsegnare la bambina al commissariato della nostra via, dicendo che l’avevano trovata abbandonata in un androne. E poi i giornali hanno fatto di quella povera signora una madre degenere.»
E Švejk dichiarò con enfasi:
«Alla stazione si è sempre rubato e si ruberà sempre. Non c’è niente da fare.»
«Io sono convinto, Švejk» ribatté il tenente, «che un giorno lei finirà malissimo. Continuo a non capire se fa finta di essere un coglione o se coglione ci è nato. Che cosa c’era nella valigia?»
«Tutto sommato non c’era un gran che, Herr Oberleutnant» rispose Švejk senza distogliere gli occhi dal cranio pelato del borghese seduto di fronte al tenente, il quale apparentemente non manifestava alcun interesse per tutta la faccenda e leggeva la «Neue Freie Presse».1 «In quella valigia non c’erano che lo specchio della camera da letto e l’attaccapanni di ferro dell’anticamera, e quindi in effetti non abbiamo subito alcuna perdita giacché sia lo specchio che l’attaccapanni appartenevano al padrone di casa.»
Vedendo il gesto minaccioso del tenente, Švejk continuò con voce gentile:
«Comandi, Herr Oberleutnant, che la valigia sarebbe stata fregata io non potevo saperlo, e per quanto riguarda lo specchio e l’attaccapanni, l’avevo comunicato al padrone di casa, che glieli restituivamo al ritorno dalla guerra. Nei Paesi nemici si trovano specchi e attaccapanni in abbondanza, e così neppure in questo senso dovremo subire perdite con il padrone di casa. Non appena conquistiamo una città qualunque...»
«Chiuda quella bocca, Švejk» lo interruppe il tenente con voce terrificante, «una di queste volte la deferisco alla corte marziale. La prego di considerare la possibilità di essere l’uomo più cretino del mondo. Un altro, anche se vivesse mille anni, non sarebbe in grado di produrre tante stupidaggini quante lei ne ha fatte in poche settimane. Spero che se ne sia accorto anche lei.»
«Comandi, Herr Oberleutnant, me ne sono accorto anch’io. Io possiedo, come si suol dire, uno spiccato spirito d’osservazione quando è ormai tardi e la frittata è fatta. Ho proprio la stessa sfiga di un certo Nechleba della Nekázanka, che frequentava l’osteria V čubčím háji, ovvero Il boschetto delle troie. Quello lì voleva sempre fare del bene e si proponeva di condurre una nuova vita a partire dal sabato successivo, e il giorno dopo diceva sempre: “Eh, ragazzi, all’alba mi sono accorto che avevo dormito in galera”. Le cose gli capitavano sempre nel preciso momento in cui aveva deciso di andarsene a casa da bravo, e invece veniva fuori che aveva demolito una staccionata oppure aveva staccato il cavallo a un vetturino oppure aveva tentato di nettarsi la pipa con una piuma tolta al pennacchio di gallo di una pattuglia della polizia. Lui si disperava e la cosa che gli dispiaceva di più era che quella sfiga durava da generazioni. Suo nonno una volta se n’era andato in giro per il mondo...»
«Ci dia un taglio, Švejk, ai suoi racconti.»
«Comandi, Herr Oberleutnant, tutto quello che sto dicendo è la sacrosanta verità. Suo nonno se n’era andato in giro per il mondo...»
«Švejk» si infuriò il tenente, «le ordino ancora una volta di non raccontarmi niente, non voglio sentire niente. Quando saremo a České Budějovice, io e lei faremo i conti. Lo sa, Švejk, che intendo farla arrestare?»
«Comandi, Herr Oberleutnant, non lo so» disse Švejk con dolcezza. «Non ne aveva ancora fatto parola.»
Il tenente involontariamente batté i denti, sospirò, tirò fuori il «Bohemia»2 dal mantello e si mise a leggere notizie di grandi vittorie, delle azioni del sommergibile tedesco E3 nel Mediterraneo; quando arrivò alla notizia di una nuova invenzione tedesca per far saltare in aria le città grazie a particolari bombe sganciate dagli aerei, che esplodevano tre volte di seguito, fu interrotto dalla voce di Švejk che si rivolgeva al signore calvo:
«Chiedo scusa, eccellenza, ma lei non è il signor Purkrábek, il procuratore della banca Slávie?»4
Dal momento che il signore calvo non rispondeva, Švejk disse al tenente:
«Comandi, Herr Oberleutnant, una volta ho letto sul giornale che una persona normale deve avere in testa in media da 60.000 a 70.000 capelli e che i capelli neri di solito sono più radi, come si può vedere in molti casi.»
E continuò implacabile:
«E poi una volta uno studente di medicina al caffè U Špírků5 ha detto che la caduta dei capelli è provocata da un turbamento psichico avvenuto nel primo mese di vita.»
E a questo punto accadde una cosa tremenda. Il signore calvo saltò addosso a Švejk e gli urlò:
«Marsch heraus, Sie Schweinkerl.»b1
Lo cacciò a calci nel corridoio e, rientrato nello scompartimento, fece una sorpresina al tenente presentandosi.
C’era stato appena un piccolo sbaglio. L’individuo calvo non era Purkrábek, il procuratore della banca Slávie, bensì solamente il generale di brigata von Schwarzburg. Il generale stava appunto compiendo, in borghese, un’ispezione dei presidi e si recava a sorprendere České Budějovice.
Era il generale ispettore più tremendo che fosse mai venuto al mondo; se trovava qualcosa fuori posto, si limitava al seguente scambio di battute con il comandante del presidio:
«Lei possiede un revolver?»
«Sì.»
«Bene! Al suo posto, saprei senza dubbio che uso farne, poiché ciò che vedo qui non è un presidio, bensì un branco di maiali.»
E in effetti dopo le sue ispezioni qualcuno qua e là si sparava sempre, il che veniva constatato dal generale von Schwarzburg con soddisfazione:
«È esattamente così che si fa! Quello sì che è un soldato!»
Sembrava che non gli facesse piacere se dopo la sua ispezione qualcuno rimaneva in vita. Aveva la mania di trasferire sempre gli ufficiali nei luoghi più sgradevoli. Bastava una cosa da niente, e l’ufficiale poteva dire addio al suo presidio e partire per il confine montenegrino oppure per una disperata guarnigione di ubriaconi in uno sporco angolo della Galizia.
«Herr Oberleutnant» disse il generale, «dove ha frequentato la scuola per aspiranti ufficiali?»
«A Praga.»
«Lei dunque ha frequentato la scuola per aspiranti ufficiali e non è al corrente neppure del fatto che un ufficiale risponde dei suoi subalterni? Proprio una bella cosa. In secondo luogo chiacchiera con il suo servitore come se si trattasse di un amico intimo. Gli permette di parlare senza essere stato interrogato. Questa è ancora più bella. In terzo luogo gli permette di offendere i suoi superiori. È la cosa più bella di tutte, e da questo quadro trarrò le mie conseguenze. Qual è il suo nome, Herr Oberleutnant?»
«Lukáš.»
«In quale reggimento serve?»
«Ero...»
«La ringrazio, ma non stiamo parlando di dove lei era, io voglio sapere dove è adesso.»
«Al 91° Reggimento Fanteria, Herr Generalmajor. Mi hanno trasferito...»
«Ah, l’hanno trasferita? Hanno fatto molto bene. Non le sarà di detrimento andare al più presto a dare un’occhiata al campo di battaglia con il 91° Reggimento Fanteria.»
«La cosa è già decisa, Herr Generalmajor.»
Il generale tenne quindi una conferenza a proposito del fatto che in anni recenti aveva osservato che gli ufficiali parlavano con i subalterni in tono confidenziale, e in ciò egli vedeva il pericolo del diffondersi di principi democratici. Il soldato deve essere mantenuto nel terrore, deve tremare davanti al superiore, deve temerlo. Gli ufficiali devono tenere la truppa a dieci passi di distanza e non permettere ai soldati di pensare autonomamente, e comunque di pensare in assoluto, era questo il tragico errore degli anni recenti. In passato la truppa temeva gli ufficiali come il fuoco, mentre ora...
Il generale agitò una mano con gesto sconsolato:
«Oggigiorno la maggior parte degli ufficiali fa comunella con i soldati. Questo è quanto volevo dire.»
Il generale riprese in mano il giornale e si immerse nella lettura. Pallido, il tenente Lukáš uscì nel corridoio per fare i conti con Švejk.
Lo trovò in piedi accanto al finestrino con l’espressione beata e soddisfatta di un poppante di un mese che ha appena finito di succhiare il latte e ora sazio si mette a fare la nanna.
Il tenente si fermò, fece cenno a Švejk e gli indicò uno scompartimento vuoto. Entrò dopo di lui e chiuse la porta.
«Švejk» disse con aria solenne, «è finalmente giunto il momento in cui lei si prenderà un paio di sberle memorabili. Perché diavolo ha aggredito quel signore pelato? Lo sa che è il Generalmajor von Schwarzburg?»
«Comandi, Herr Oberleutnant» disse Švejk con la faccia da martire, «in vita mia non ho mai avuto la benché minima intenzione di offendere nessuno e non ho la più pallida idea di chi sia l’Herr Generalmajor. Quello è davvero il signor Purkrábek sputato, il procuratore della banca Slávie. Questo signore frequentava la nostra osteria, e una volta si è addormentato seduto al tavolo e un qualche buontempone gli ha scritto sulla pelata con la matita copiativa: “Con l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. Bibliografia
  5. LE AVVENTURE DEL BRAVO SOLDATO ŠVEJK NELLA GRANDE GUERRA
  6. Introduzione
  7. Parte prima. Lontano dal fronte
  8. Parte seconda. Al fronte
  9. Parte terza. Un sacco di botte
  10. Parte quarta. Sempre un sacco di botte
  11. Postfazione alla Parte prima Lontano dal fronte
  12. Note
  13. Elenco dei gradi militari ricorrenti
  14. Copyright

Domande frequenti

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