Ci trasferimmo in Florida durante le vacanze di Natale. Una settimana dopo il nostro arrivo, sentii per la prima volta i terrificanti ululati nella palude.
Notte dopo notte, gli ululati mi facevano balzare a sedere sul letto. Trattenevo il respiro e mi abbracciavo da solo per impedirmi di tremare.
Guardavo dalla finestra della mia camera la luna piena color gesso, e stavo in silenzio ad ascoltare.
“Che specie di creatura può fare versi del genere? E quanto sarà vicina?” mi domandavo, dato che sembrava fosse proprio sotto la mia finestra.
Gli urli erano modulati, come sirene della polizia. Non erano tristi o lugubri. Erano minacciosi, rabbiosi.
Mi suonavano come un avvertimento. “Stai lontano dalla palude. Questo non è il tuo posto!”
Una volta che io e la mia famiglia ci fummo insediati nella nostra nuova casa, non stavo nella pelle dalla voglia di esplorare i dintorni, ma ancora non avevo osato avventurarmi in quella zona sconosciuta: per il momento preferivo osservarla a distanza.
Un pomeriggio uscii nel cortile sul retro con il binocolo che mio padre mi aveva regalato per il mio dodicesimo compleanno, e guardai verso la palude.
Alberi dai tronchi bianchi e sottili si incurvavano uno verso l’altro. Le loro foglie ampie e piatte formavano una sorta di tettoia, coprendo il terreno acquitrinoso di un’ombra azzurrognola.
Dietro di me, i cervi si agitavano nel loro recinto. Potevo sentirli calpestare la terra morbida e sabbiosa e strofinare le corna contro la rete metallica.
Abbassai il binocolo e mi girai a guardarli. Erano loro la ragione per cui ci eravamo trasferiti in Florida.
Vedete, mio padre, Michael F. Tucker, è uno scienziato. Lavora per l’Università del Vermont, a Burlington, che, credetemi, è un bel po’ lontana dalle paludi della Florida!
Papà aveva preso quei sei giovani cervi da non so quale Paese dell’America Meridionale. Si chiamano cervi delle paludi.
Non sono come cervi normali. Voglio dire, non somigliano a Bambi. Per prima cosa, il loro pelo è rosso, non marrone. E i loro zoccoli sono molto larghi e come palmati. Per camminare meglio sui terreni acquitrinosi, immagino.
Papà vuole vedere se questi cervi sudamericani possono vivere anche in Florida. Ha intenzione di mettere addosso a ciascuno di essi una piccola trasmittente, e poi lasciarli liberi. Allora potrà vedere come se la cavano.
Quando ci annunciò che ci saremmo trasferiti da Burlington in Florida a causa dei cervi, noi tutti ne fummo sconvolti. Non volevamo andarcene.
Mia sorella, Emily, pianse per giorni. Lei ha sedici anni, e non voleva lasciare il liceo proprio adesso che era una “anziana”. E nemmeno io volevo lasciare i miei amici.
Ma papà ci mise poco a tirare mamma dalla sua parte. È una scienziata anche lei, e loro due lavorano insieme su molti progetti. Così, naturalmente, finì per appoggiare la sua decisione.
Tra tutti e due, cercarono di convincere Emily e me che quella era un’occasione unica nella vita, e che sarebbe stato davvero eccitante: un’avventura che non avremmo mai dimenticato.
Insomma, siamo finiti ad abitare qui, in una piccola casa bianca vicina ad altre quattro o cinque piccole case bianche, con sei strani cervi rossi chiusi in un recinto nel cortile sul retro, sotto il sole caldo della Florida, e un’immensa palude che si estende oltre il nostro prato.
Lasciai perdere i cervi e puntai di nuovo il binocolo. Un momento dopo feci un salto: due occhietti scuri sembravano fissarmi con intenzione...
«È una gru» disse Emily.
Non mi ero accorto che mi si era messa a fianco. Indossava una maglietta a maniche corte bianca e un paio di calzoncini rossi. Mia sorella è alta, magra e biondissima. Sembra un po’ una gru anche lei.
L’uccello si voltò e si allontanò verso la palude, vacillando sulle sue lunghe zampe.
«Seguiamolo» dissi.
Emily fece la faccia un po’ imbronciata, un’espressione che le vedevamo spesso, ultimamente.
«Non se ne parla nemmeno. Fa troppo caldo.»
«Dai, vieni» insistetti, tirandola per un braccio ossuto. «Andiamo a esplorare la palude.»
Lei scosse la testa, facendo dondolare la sua coda di cavallo biondo platino.
«Ti ho detto che non mi va, Grady» replicò, sistemandosi gli occhiali da sole sul naso. «E poi sto aspettando la posta.»
Poiché siamo lontani dall’ufficio postale, riceviamo la nostra corrispondenza soltanto due volte alla settimana. Emily passa buona parte del suo tempo ad aspettarla.
«Aspetti una lettera d’amore di Martin?» le domandai, con un sorrisetto maligno. Lei detesta che la punzecchi su Martin, il suo ragazzo di Burlington, e io non perdo occasione per farlo.
«Può darsi» rispose, e poi mi arruffò i capelli con tutt’e due la mani, sapendo che è una cosa che non sopporto.
«Per favore!» la pregai. «Vieni con me, Emily? Facciamo soltanto un giretto!»
«Emily, va’ a fare una passeggiata con Grady» intervenne nostro padre. Girandoci, lo vedemmo nel recinto dei cervi. Teneva una tavoletta con un blocco in una mano, e andava da un cervo all’altro, prendendo appunti. «Su, vai» spronò di nuovo mia sorella. «Tanto, non stai facendo niente.»
«Ma, papà...» cominciò a piagnucolare Emily. A volte funziona, ma quel giorno le andò male. Papà non si fece commuovere. «Vai, Emily! Sarà interessante, vedrai. Sicuramente più che startene qui a discutere con tuo fratello.»
Emily spinse di nuovo su gli occhiali da sole: continuavano a scivolarle sulla punta del naso.
«E va bene» si arrese.
«Evviva!» gridai, eccitato: non ero mai stato in una vera palude. «Andiamo!»
Presi mia sorella per mano e me la tirai dietro. Lei si lasciò trascinare con riluttanza. «Ho un cattivo presentimento» borbottò, con un’espressione fosca sulla faccia.
Io affrettai il passo verso gli alberi bassi e inclinati. Le nostre ombre erano lunghe e oblique dietro di noi.
«Che vuoi che possa succedere, Emily?» le domandai allegramente.
Sotto gli alberi l’aria era calda e afosa; sembrava che mi si appiccicasse sulla faccia. Le grandi foglie delle palme erano così basse che allungando un braccio quasi arrivavo a sfiorarle. I raggi di sole che riuscivano a filtrare qua e là creavano pozze di luce gialla sul terreno, come faretti puntati verso il basso.
Erbacce ruvide e foglie di felci mi grattavano le gambe nude, facendomi rimpiangere di non essermi messo un paio di jeans invece dei calzoncini corti.
Mi tenni vicino a mia sorella mentre avanzavamo lungo un sentiero stretto e serpeggiante. Il binocolo appeso al collo cominciava a pesarmi sul petto; avrei fatto meglio a lasciarlo a casa.
«È così rumoroso, qui» si lamentò Emily, scavalcando un ciocco in decomposizione.
Aveva ragione. Era sorprendente quanti suoni si sentissero nella palude. Un uccello trillò da qualche parte sopra di noi. Un altro gli rispose con un fischio stridulo. Insetti frinivano e ronzavano tutt’intorno a noi. Avvertii un picchiettare costante, come qualcuno che battesse un martello sul legno. Forse un picchio? Le foglie delle palme crepitavano ondeggiando. Sottili tronchi d’albero scricchiolavano. I miei sandali ciabattavano sul terreno molle.
«Ehi, guarda» disse Emily, indicando avanti, e si tolse gli occhiali scuri per vedere meglio.
Eravamo giunti a un piccolo stagno ovale. L’acqua era di un verde scuro, confusa nell’ombra. Sulla superficie galleggiavano ninfee bianche, posate con grazia sulle loro grandi foglie a cuore.
«Carino» disse Emily, scacciando una cimice da una spalla. «Voglio tornare qui con la mia macchina fotografica. Guarda che bel gioco di luce.»
Seguii il suo sguardo. La parte dello stagno verso di noi era oscurata da lunghe ombre, ma all’estremità opposta il sole penetrava fra il fogliame, formando come una tenda luminosa che scendeva sull’acqua immobile.
«Non male» ammisi. Non ero un grande estimatore di stagni: ero più interessato alla fauna.
Lasciai che Emily ammirasse lo stagno con le ninfee ancora per un po’, poi mi rimisi in cammino, aggirando lo stagno e addentrandomi di più nella palude.
I miei sandali si impantanavano nel terreno umido. Più avanti, uno sciame di minuscole zanzare – dovevano essere migliaia – danzava silenziosamente in un fascio di sole.
«Puah!» borbottò Emily, grattandosi le braccia. «Odio le zanzare. Mi sento pizzicare dappertutto soltanto a guardarle.»
Cambiammo direzione, e girandoci vedemmo entrambi qualcosa muoversi in fretta dietro un tronco caduto ricoperto di muschio.
«Ehi... cos’era quello?...