Se la luna è rotonda e gialla come una fettina di limone, è perché tutta la vita è un cocktail. Le onde dell’Atlantico si infrangevano sulla sabbia, instancabili, con un respiro continuo, un ruggito liquido che copriva il rumore dei passi di Jerry e Oona sul legno del pontile, in direzione del Martell’s Tiki Bar. In riva al mare i silenzi sono meno imbarazzanti.
Lasciatemi tradurre un estratto di un racconto, inedito qui da noi, pubblicato dalla rivista “Esquire” nel settembre 1941, intitolato The Heart of Broken Story (“Il cuore di una storia infranta”). Secondo me, J.D. Salinger vi scrive ciò che ha pensato di Oona O’Neill la prima volta che l’ha vista. È il primo testo dove trova il tono che dieci anni dopo sarà quello del Giovane Holden.
Shirley leggeva una pubblicità di cosmetici sul retro di un autobus e quando Shirley leggeva, Shirley distendeva leggermente la mascella. E nel breve attimo in cui la sua bocca era socchiusa, con le labbra separate, Shirley era probabilmente la donna più fatale di tutta Manhattan. Horgenschlag vedeva in lei un rimedio contro la mostruosa solitudine che dall’arrivo a New York gli aveva attanagliato il cuore. Oh, la sofferenza! La sofferenza di essere in piedi accanto a Shirley senza potersi chinare per baciare le sue labbra dischiuse! Che sofferenza impossibile a esprimersi!
La ripetizione della parola “sofferenza” è forse un omaggio puerile a quella della parola “orrore” alla fine di Cuore di tenebra di Joseph Conrad.
Il cuore di una storia infranta immagina le differenti versioni di un incontro che non ha avuto luogo: le frasi che l’innamorato non sa pronunciare. “Per scrivere una bella storia in cui un-ragazzo-incontra-una-ragazza, è preferibile che il ragazzo incontri la ragazza.” Nel racconto, infine, Justin Horgenschlag ruba la borsetta di Shirley nella speranza di rivederla, è arrestato e messo in prigione, e dalla cella le scrive lettere infiammate, ma viene ucciso con un colpo d’arma da fuoco da un guardiano durante un ammutinamento. A ventun anni, quando di notte sogna Oona, Jerry ha questa visione dell’amore: l’amore è più bello quando è impossibile, l’amore più assoluto non è mai reciproco. Ma il colpo di fulmine esiste, ha luogo ogni giorno, a ogni fermata d’autobus, tra persone che non osano parlarsi. Gli esseri che si amano di più sono quelli che non si ameranno mai.
Ciò che importa è amarla, Miss Lester. Ci sono persone persuase che l’amore sia il sesso e il matrimonio e il bacio delle sei e i bambini, e forse è davvero così, Miss Lester. Ma sa cosa penso? Penso che l’amore sia un contatto e però non sia un contatto.
L’ultima frase è difficile da tradurre. Salinger scrive: “Love is a touch and yet not a touch”, non so come rendere l’espressione. “L’amore è prendere e non prendere”? “Toccare e non toccare”? “Conoscere e non conoscere”? “L’amore è raggiungere senza raggiungere”? Una cosa è certa: è una delle definizioni più perfette dell’amore che nasce, e suona meglio in inglese. Ricorda il titolo di un romanzo di Hemingway: To Have and Have Not.
È nel Cuore di una storia infranta che Salinger inventa lo stile di tenera autoderisione, il personaggio del giovane disadattato, romantico e patetico, che negli anni Cinquanta sedurrà i lettori del mondo intero. Prima della guerra, Salinger possiede già l’idea dell’individuo lasciato solo nella grande città, dell’eterno adolescente sconsolato e smarrito, egocentrico e lucido, povero e libero, innamorato timido e totalmente frustrato, che è il cliché assoluto della condizione umana occidentale nel ventunesimo secolo. (Salinger fu estremamente fiero di vedere il suo racconto pubblicato da Arnold Gingrich, in “Esquire”: lo stesso editore, cinque anni prima, aveva pubblicato tre frammenti autobiografici di Scott Fitzgerald, ormai conosciuti col titolo di L’età del jazz.) Attualmente viviamo nell’era salingeriana dell’indeterminazione orgogliosa, del lusso squattrinato, del presente nostalgico, del conformismo della rivolta indebitata. Abbiamo una sete infinita di piacere, di felicità, di amore, di riconoscenza, di tenerezza. E questa sete non sarà mai placata dal semplice consumo, né consolata dalla religione. Justin Horgenschlag fa una bella dichiarazione d’amore a Shirley Lester, ma prima le ha rubato la borsetta! Le manda una lettera dalla prigione. Lei non risponde. (Nel racconto, lei risponde gentilmente ma alla fine si viene a sapere che la sua lettera è immaginaria.)
Ormai il mondo è abitato da esseri orribilmente indipendenti, complessati, insoddisfatti; innamorati incapaci di amare, pecore che si rifiutano di essere pecore, ma che brucano ugualmente, fantasticando di essere fuori dal gregge; insomma, ottimi clienti per Freud, Buddha, Fashion TV e Facebook.
Jerry Salinger non può prevedere tutto questo guazzabuglio futuro, ma sente confusamente che qualcosa sta per capitare nel momento in cui, nell’estate del 1941, va a trovare un’amica della mamma di Oona O’Neill: Elizabeth Murray, della quale ha conosciuto il fratello al liceo. Vuole rivedere Oona, il suo viso d’angelo, gli zigomi alti, le fossette gioiose, gli occhi di timida cerbiatta. Lei lo innervosisce un po’, col suo lato people: Oona è stata finalmente eletta Glamour Girl dello Stork Club, la fotografia di lei, circondata da vecchi in tiro, è apparsa a pagina sei del “New York Post”. Che cosa c’è di più volgare? È come se, oggi, avesse accettato di partecipare a un reality show. In seguito la Debutante of the Year ha posato per delle pubblicità in cui sfruttava la fama del padre: “La magia della crema di bellezza Woodbury permette a Oona O’Neill di mantenere intatte la sua luminosità e la sua freschezza”. La conferenza stampa allo Stork fu uno dei peggiori errori della vita di Oona. In piena guerra, posava con un immenso mazzo di rose rosse in mano. Sherman Billingsley, il proprietario dello Stork, le aveva rifilato un bicchiere di latte per non aver problemi con i poliziotti. Un giornalista poco colto domandò a Oona che mestiere facesse suo padre... Senza scomporsi lei rispose: «Scrive».
Un altro giornalista: «Ma come reagisce alla sua elezione a Debuttante dell’anno?».
Oona O’Neill: «Non lo so e non ho voglia di chiederglielo».
Un altro giornalista: «Che cosa pensa di quel che sta succedendo nel mondo?».
Oona O’Neill: «Mentre è in corso una guerra mondiale, sarebbe inopportuno da parte mia esprimere la mia opinione in un night club».
Quando scoprì la foto della figlia sul “Post”, il padre fece una sola dichiarazione pubblica: «Dio mi liberi dai miei figli!». Quindi scrisse una lettera al suo avvocato (quello che si occupava degli alimenti versati a Agnes O’Neill): “Oona non è un genio ma una sporca ragazza viziata, pigra e frivola, che per ora non ha dato prova di nulla se non di poter essere più stupida e maleducata della maggior parte delle ragazze della sua età”, poi una lettera a Oona di una crudeltà estrema: “Tutta la pubblicità che hai avuto è di cattiva qualità, a meno che la tua ambizione sia quella di essere un’attrice cinematografica di secondo piano, il genere che ha la foto sui giornali per due anni e poi rientra nell’oscurità della sua sciocca vita senza talento”.
Il ritratto poco lusinghiero non impedisce a Jerry di avere ancora problemi respiratori quando rivede Oona sulla spiaggia di Point Pleasant. Sa che lei ha letto Fitzgerald, e come resistere al pericolo di una ragazza bruna di sedici anni, dai polsi e dalle caviglie sottili, che ha letto Fitzgerald? È ancora vestita di nero, ma questa volta in pantaloni e maglietta leggera con le spalline, che provano come non stia troppo a pensare al suo abito da sera. La ragazza gli fa venire l’asma. Si siedono in un bar in riva al mare con Elizabeth e Agnes, la madre di Oona. La sua grazia infantile, la figuretta slanciata, la carnagione color latte gli fanno stringere i denti. Ha notato che, quando è intenerito da qualcuno, si tratti di un essere umano o di un gattino, stringe forte forte i denti, come un sadico. All’inizio, è un disastro. Immaginatevi di essere la it-girl di New York e che vostra madre vi presenti uno spilungone secco che respira male e stringe i denti. «Ci siamo già visti, non si ricorda di me?» No, lei non si ricorda del loro primo incontro allo Stork Club. La domanda da non rivolgere mai a quelli che frequentano spesso i locali: “Ti ricordi di me?”. Certo che non si ricordano, brutto imbecille, visto che ogni sera incrociano trecento persone! Jerry è mortificato. Mentre le due signore ordinano del tè, attacca con i suoi corsi alla Columbia University, nella classe di scrittura creativa di Whit Burnett, il direttore della rivista “Story”.
«Allora, com’è con gli studenti questo famoso Whit?» gli domanda Oona.
«Arriva a lezione in ritardo, legge ad alta voce un racconto di Faulkner, poi va via in anticipo» dice Jerry.
Qui segna un punto, perché Whit Burnett è un amico del padre di Oona. La ragazza ce l’ha con il padre che non si è mai occupato di lei, ma non può trattenere una curiosità morbosa a proposito di tutto ciò che lo riguarda. Jerry lo riconosce malvolentieri: sì, è attirato da Oona ANCHE perché è la figlia di uno dei più grandi scrittori americani viventi; non è bello da parte sua ma perché non ammetterlo? È agitato, esaltato, ha paura dei silenzi timorosi dell’ultima volta, cerca di impressionarla descrivendo Burnett, che ha pubblicato il suo primo racconto, I giovani, sulla propria rivista.
«Prima, me ne ha rifiutati parecchi. Ed ecco, di colpo, mi dà venticinque dollari. È la prima volta che scrivere mi procura quattrini!»
«Se qualcuno la paga per farla scrivere, o è un pazzo, o lei è uno scrittore» dice Oona con la condiscendenza di una maestra che si complimenta con un bravo scolaro. Specialmente se quel qualcuno si chiama Whit Burnett.
Durante i mesi trascorsi fra lo Stork Club e la spiaggia di Point Pleasant, Jerry ha avuto il tempo di rimettersi al passo: ha letto tutto Eugene O’Neill. Fa una gaffe complimentandosi con Oona per le sue “gambe divaricate” mentre intendeva dire “denti divaricati”, e in conclusione Oona rovescia il suo bicchiere di birra sul tavolo del Tiki Bar. Lui scoppia a ridere, asciuga la piccola pozzanghera con la manica della camicia. Per la prima volta lei scende dalla luna. Sono due extraterrestri imbronciati: lei scontrosa, lui intenso. La madre e la sua amica hanno finito il tè freddo e si alzano per tornare a casa, sicché loro finalmente avranno un momento di calma per bere a quattr’occhi qualcosa di alcolico, col sottofondo di Benny Goodman che gracchia alla radio. Lei osserva le sue mani dalle lunghe dita sottili. Ha voglia di toccare una delle grandi mani che sono posate sul tavolo: il palmo ha l’aria dolce e Oona si dice che le piacerebbe verificarlo. A sedici anni non è impegnativo posare la propria mano su quella di un ragazzo. A quarant’anni è un’altra faccenda. Si prepara dunque a farlo, ma ecco che lui assume un’aria di rimprovero.
«Scusami se torno sull’argomento ma... che cos’è la storia della Debutante of the Year? Hai dato il tuo permesso perché lo Stork si facesse tutta questa pubblicità alle tue spalle?»
«Eh... No, insomma sì, sono degli amici che lo organizzano... Lo so, è ridicolo... Per colpa di questa pagliacciata, adesso mio padre pensa che mi servo del suo nome per divertirmi ed essere invitata dappertutto... nient’altro che la pura verità! Lui non è mai qui, e almeno il suo nome mi serve a qualcosa, no? In ogni modo, non mi ha mai rivolto la parola, perciò, se non mi vuole parlare più, non cambia niente. Ecco, guarda la lettera che mi ha spedito.»
Tira fuori dalla borsetta una busta coperta da una grafia severa, il genere di scrittura che vuole dimostrare la sua importanza semplicemente attraverso la forma delle consonanti e delle vocali. Il tipo di busta che si ha paura di aprire perché ci si dice che dev’essere un controllo dell’ufficio delle imposte o una citazione a comparire in tribunale. Lei ne legge ad alta voce il contenuto: «Non sopporto di vedere il genere di ragazza che sei diventata da un anno. Le sole...