«Okay» dice Luke, calmo. «Niente panico.»
Niente panico? Luke mi sta dicendo “Niente panico”? No. Nooo. È tutto sbagliato. Mio marito non dice mai “Niente panico”. Se dice “Niente panico” può significare solo: “Ci sono ottimi motivi per farsi prendere dal panico”.
Quindi adesso sono nel panico per davvero.
I lampeggianti sono accesi e la sirena della polizia ulula ancora a tutto volume. Riesco a mettere insieme soltanto pensieri a casaccio tipo “Le manette fanno male?” e “A chi telefonerò dalla prigione?” e “Ci sono solo tute arancioni?”.
Un poliziotto sta venendo verso il camper dieci metri Classe C che abbiamo affittato. (Tendine a quadretti azzurri, tappezzeria a fiori, sei letti, anche se “letti” è un’esagerazione, meglio “sei materassi sottilissimi inchiodati a tavole di legno”.) È uno di quei poliziotti americani fighi, abbronzati e con gli occhiali a specchio, e fa molta paura. Il cuore inizia a battermi forte e automaticamente cerco un posto in cui nascondermi.
Okay, forse esagero. Ma i poliziotti mi rendono nervosa, fin da quando a cinque anni ho rubato sei paia di scarpine delle bambole da Hamleys e un agente mi si è avvicinato tuonando: “Allora, che cosa abbiamo lì di bello?” e mi è saltato il cuore in gola. Poi è venuto fuori che voleva solo farmi i complimenti per il mio palloncino.
(Quando mamma e papà hanno trovato le scarpine, le hanno rispedite insieme a una lettera di scuse scritta da me. E poi Hamleys mi ha risposto molto carinamente dicendo: “Non c’è problema”. Credo che sia stata la prima volta in cui ho capito che una lettera può essere un ottimo sistema per tirarsi fuori da una situazione complicata.)
«Luke!» sussurro frenetica. «Presto. Dobbiamo corromperli? Quanti contanti hai?»
«Becky» ribatte Luke, paziente «ti ho detto niente panico. Ci sarà qualche buon motivo se ci hanno fermati.»
«Dobbiamo scendere tutti?» chiede Suze.
«Noi restiamo dentro» dice Janice, piuttosto tesa. «Comportiamoci normalmente, come se non avessimo nulla da nascondere.»
«E infatti non abbiamo niente da nascondere» precisa Alicia, esasperata. «Diamoci una calmata, tutti quanti.»
«Sono armati!» dice la mamma agitatissima, sbirciando dal finestrino. «Sono armati, Janice!»
«Jane, per favore, calmati!» dice Luke. «Vado io a parlare con loro.»
Scende dal camper e noi ci guardiamo, in preda all’ansia. Sono in viaggio con la mia migliore amica Suze, la mia migliorissima nemica Alicia, mia figlia Minnie, mia madre e la sua migliore amica Janice. Stiamo andando da Los Angeles a Las Vegas e abbiamo già litigato a proposito di aria condizionata, disposizione dei posti, e per stabilire se Janice possa o no ascoltare musica celtica per calmarsi i nervi. (Risposta: no. Cinque voti a uno.) Questo viaggio on the road per il momento si sta rivelando un po’ una fregatura, e siamo partiti soltanto da due ore. Adesso ci mancava questa.
Guardo l’agente avvicinarsi a Luke e parlare con lui.
«Bau!» dice Minnie, indicando dal finestrino. «Bau gande gande.»
Un secondo agente ha raggiunto Luke, accompagnato da un cane poliziotto piuttosto minaccioso. È un pastore tedesco e sta annusando i piedi di Luke. All’improvviso guarda il nostro camper e comincia ad abbaiare.
«Oddio!» Janice lancia un grido pieno di angoscia. «Lo sapevo! È la Squadra Narcotici! Mi scopriranno!»
«Cosa?» Mi giro a guardarla. Janice è una signora di mezza età che ama comporre mazzi di fiori e truccare le amiche in ripugnanti sfumature pesca. In che senso “la scopriranno”?
«Mi dispiace dover confessare a tutti voi...» deglutisce in modo drammatico «che ho delle sostanze illecite sulla mia persona.»
Per un attimo, nessuno si muove. Il mio cervello si rifiuta di associare questi due concetti. Sostanze illecite? Janice?
«Droga?» esclama mia madre. «Janice, di che cosa stai parlando?»
«Per il jet lag» geme Janice. «Il mio dottore non collaborava, e così ho guardato su Internet. Annabel del Circolo del bridge mi ha indicato il sito, ma c’era l’avvertenza: “la sostanza può essere vietata in alcuni paesi”. E adesso il cane l’annuserà e ci fermeranno per interrogarci...»
Si interrompe sentendo abbaiare furiosamente. Devo ammettere che il cane poliziotto sembra parecchio determinato a fiondarsi sul nostro camper. Tira il guinzaglio e guaisce e l’agente continua a guardarlo, molto seccato.
«Hai portato dei medicinali proibiti?» esplode Suze. «E perché mai, si può sapere?»
«Janice, stai mettendo a rischio la nostra spedizione!» La mamma sembra sull’orlo di un collasso. «Come ti è venuto in mente di portare in America delle droghe di classe A?»
«Sono certa che non sono di classe A» dico, ma la mamma e Janice sono troppo isteriche per ascoltarmi.
«Liberatene!» strilla la mamma. «Subito!»
«Eccole.» Janice prende due confezioni bianche dalla borsa con le mani tremanti. «Non le avrei mai comprate se avessi saputo...»
«Cosa ne facciamo?» chiede mia madre.
«Mandiamone giù un blister a testa» dice Janice, tirandoli fuori dalle scatolette tutta agitata. «È l’unica cosa che possiamo fare.»
«Sei matta?» ribatte Suze, furibonda. «Non ho intenzione di prendere delle medicine illegali comprate su Internet!»
«Janice, devi liberartene» dice la mamma. «Scendi e spargile sul bordo della strada. Io distrarrò la polizia. Anzi, distrarremo tutte la polizia. Scendete dal camper. Immediatamente.»
«Gli agenti se ne accorgeranno!» geme Janice.
«No, non se ne accorgeranno» ribatte con fermezza la mamma. «Hai capito, Janice? Gli agenti non se ne accorgeranno. Se ti sbrighi.»
Apre la portiera e noi scendiamo, ammucchiandoci nella calura già soffocante. Il camper è parcheggiato in una piazzuola circondata su ogni lato da un deserto cespuglioso e sabbioso che si stende a perdita d’occhio.
«Dài!» sibila la mamma a Janice.
Mentre Janice si avvia sul terreno arido, la mamma va verso i poliziotti, seguita da Suze e Alicia.
«Jane!» dice Luke, sorpreso di trovarsela accanto. «Non era necessario che voi scendeste.» Mi lancia un’occhiata che significa: “Che diavolo state facendo?” e io gli rispondo alzando le spalle in un gesto di impotenza.
«Buongiorno, agente» dice la mamma, rivolgendosi al primo poliziotto. «Sono certa che mio genero le abbia spiegato la situazione. Mio marito è scomparso nel corso di una missione segreta per una questione di vita o di morte.»
«Non è detto che sia di vita o di morte» sento il bisogno di chiarire.
Ogni volta che la mamma usa la frase “questione di vita o di morte”, sono sicura che le sale la pressione. Io cerco sempre di placarla, ma non sono certa che voglia essere placata.
«Si trova in compagnia di Lord Cleath-Stuart» continua mia madre «e questa signora è Lady Cleath-Stuart. Vivono a Letherby Hall, una delle residenze storiche più belle d’Inghilterra» aggiunge, con orgoglio.
«Ma cosa c’entra!» protesta Suze.
Uno dei poliziotti si toglie gli occhiali da sole per esaminare Suze.
«Come “Downton Abbey”? Mia moglie non se ne perde una puntata.»
«Oh, Letherby è molto meglio di Downton» dice la mamma. «Dovrebbe venire a visitarla.»
Con la coda dell’occhio vedo Janice, ferma in mezzo al deserto con il suo completino verde acqua a fiori, che scaglia pillole dietro un cactus gigante. È difficile essere meno discreta, ma per fortuna gli agenti sono distratti dalla mamma, che adesso sta parlando del biglietto di papà.
«L’ha lasciato sul cuscino!» dice, indignata. «“Una gitarella”, la definisce. Che razza di uomo sposato se ne parte così per una “gitarella”?»
«Agenti.» Luke sta tentando di inserirsi nel discorso. «Grazie per avermi informato della luce posteriore. Possiamo rimetterci in viaggio, adesso?»
Segue un breve silenzio mentre gli agenti si scambiano occhiate incerte.
«Niette panico» dice Minnie, alzando lo sguardo dalla bambola con cui sta giocando, la sua preferita, Speaky. Sorride radiosa a uno dei poliziotti. «Niette panico.»
«Ma certo» le sorride lui altrettanto radioso. «Che carina. Come ti chiami, tesoro?»
«Ageti non se ne accoggeanno» risponde Minnie disinvolta, e immediatamente scende un silenzio teso. Mi si stringe lo stomaco e non oso guardare Suze.
Nel frattempo il sorriso sul volto dell’agente si è congelato. «Scusa, che cos’hai detto?» chiede a Minnie. «Di che cosa non si accorgeranno gli agenti, tesoro?»
«Niente!» strillo. «Guardavamo un telefilm. Sapete come sono i bambini...»
«Eccomi!» Janice arriva al mio fianco, ansimante. «Fatto. Tutto fatto. Salve, agenti, come possiamo esservi utili?»
I due poliziotti sono piuttosto sconcertati nel vedere un’altra persona unirsi al gruppo.
«Dov’era, signora?» chiede uno dei due.
«Ero dietro un cactus. Un richiamo della natura» aggiunge Janice, molto orgogliosa della risposta che si era evidentemente preparata.
«Non avete la toilette nel camper?» chiede il poliziotto biondo.
«Oh» dice Janice, spiazzata. «Oh, cielo. Direi di sì.» La sua aria sicura svanisce e lancia sguardi frenetici ovunque. «Santo cielo. Ecco... insomma... a dirla tutta... avevo voglia di fare due passi.»
Il poliziotto bruno incrocia le braccia. «Due passi? Due passi dietro un cactus?»
«Ageti non se ne accoggeanno» ripete convinta Minnie a Janice, e lei salta su come un gatto sul tostapane.
«Minnie! Santo cielo, tesoro! Accorgersi di cosa? Ah ah ah!»
«Non puoi far star zitta quella bambina?» chiede Alicia a voce bassa, furiosa.
«Facevo due passi nella natura» aggiunge flebilmente Janice. «Ammiravo i cactus. Quelle bellissime... spine.»
“Bellissime spine”? È il megl...