La natura ci parla
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La natura ci parla

  1. 176 pagine
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Informazioni su questo libro

Le svariatissime manifestazioni del mondo naturale interpretate come messaggi per l'uomo, visto come compagno di viaggio degli altri esseri viventi. Una stimolante raccolta di saggi dell'illuminato pensatore tedesco.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804447818
eBook ISBN
9788852072376

La natura ci parla

IL LINGUAGGIO DELLA NATURA1

Tutto il visibile è espressione, tutta la natura è immagine, è linguaggio e scrittura geroglifica, con un suo colore. Oggigiorno, pur disponendo di una scienza della natura assai sviluppata, noi non siamo veramente preparati né educati all’autentico vedere, e in genere, nei confronti della natura, stiamo piuttosto sul piede di guerra. Altri tempi, forse tutti i tempi, tutte le epoche che hanno preceduto la conquista della Terra da parte della tecnica e dell’industria, hanno avuto sensibilità e comprensione per il magico linguaggio cifrato della natura, e hanno saputo leggerlo in modo più semplice e più innocente di noi. Questa sensibilità non era affatto sentimentale, il rapporto sentimentale dell’uomo con la natura è piuttosto recente, anzi è sorto forse dalla nostra cattiva coscienza nei confronti della natura.
Il senso di un linguaggio della natura, il senso di piacere per la varietà che la vita generatrice dovunque mostra, e lo stimolo a una qualche interpretazione di questo multiforme linguaggio, o piuttosto lo stimolo alla risposta, è antico come l’uomo. L’intuizione di una unità occulta, sacra, dietro la grande molteplicità, di una madre primordiale dietro tutti i nati, di un creatore dietro tutte le creature, questo mirabile impulso atavico dell’uomo a tornare verso il mattino del mondo e il mistero delle origini, è stata la radice di tutte le arti, e lo è oggi come sempre. Noi oggi sembriamo essere infinitamente lontani dalla venerazione della natura in questo senso religioso di ricerca dell’unità del molteplice, confessiamo malvolentieri quest’infantile impulso originario, e quando qualcuno ce lo rammenta facciamo dello spirito. Ma probabilmente ci sbagliamo quando consideriamo noi e l’intera umanità di oggi priva di timore reverenziale e incapace di un’esperienza profonda della natura. Solo che per noi attualmente è assai difficile, anzi ci è diventato impossibile trascrivere così innocentemente la natura in miti e personificare il creatore in modo così puerile, adorarlo come padre, come altre epoche hanno potuto fare. Forse neppure abbiamo torto se talora troviamo le forme dell’antica devozione un tantino superficiali e ludiche, e se crediamo d’intuire che l’irresistibile, fatale inclinazione della fisica moderna per la filosofia sia in fondo un fenomeno religioso.
Ebbene, sia che scegliamo un atteggiamento di pia modestia o di temeraria superiorità, sia che deridiamo o ammiriamo le precedenti forme di fede nella natura animata, il nostro rapporto reale con la natura, persino là dove noi la sperimentiamo solo come oggetto di sfruttamento, è proprio quello del figlio con la madre, e a quelle poche, antichissime vie in grado di portare l’uomo alla felicità e alla saggezza non se ne sono aggiunte di nuove. Una di queste, la più semplice e la più fanciullesca, è la via dello stupore di fronte alla natura e l’ascolto teso e presago del suo linguaggio.
“Sono al mondo per stupirmi!” dice un verso di Goethe.
All’inizio è stupore, ed è stupore alla fine, eppure questa è una via non inutile. Se io contemplo con stupore del muschio, un cristallo, un fiore, uno scarabeo dorato, o un cielo nuvoloso, un mare nei calmi, giganteschi respiri delle sue risacche, un’ala di farfalla nelle sue nervature cristalline, il taglio e le guarniture colorate dei suoi orli, la complessa scrittura e ornamentazione del suo disegno, e le innumerevoli, dolci, magicamente soffuse gamme e sfumature dei colori – ogni qualvolta, con gli occhi o con un altro senso, ho esperienza di una parte della natura, ne sono attratto e affascinato, e per un istante mi apro alla sua esistenza e alla sua rivelazione, allora, in quel medesimo istante, io ho dimenticato l’intero avido cieco mondo della necessità umana, e invece di pensare a dare ordini, invece di acquistare o sfruttare, di combattere o di organizzare, per un istante io non faccio nient’altro che “stupire”, come Goethe, e con questo stupore io sono diventato fratello non solo di Goethe e di tutti gli altri poeti e saggi, io sono anche fratello di tutto ciò di cui stupisco e che sperimento come realtà vivente: della farfalla, dello scarabeo, della nuvola, del fiume e della montagna, perché, presa la via dello stupore, per un istante sono sfuggito al mondo della separatezza e sono entrato nel mondo dell’unità, dove una cosa dice all’altra, una creatura dice all’altra: Tat twam asi. (“Questo sei tu”).
A volte il rapporto più semplice con la natura proprio della generazione precedente è da noi considerato con malinconia, anzi con invidia; ma non occorre considerare il nostro tempo più severamente di quanto meriti, e non c’è bisogno di deplorare che nelle nostre università non vengano insegnate le vie per la saggezza, anzi che in quelle sedi invece dello stupore s’insegni piuttosto il contrario: a contare, a misurare anziché a entusiasmarci, la lucidità invece del rapimento estatico, il rigido attenersi alle individualità separate invece del lasciarsi attrarre dal Tutto e dall’Uno. Queste università non sono scuole di saggezza, sono scuole di sapere scientifico; tuttavia implicitamente esse presuppongono proprio ciò che da loro non può essere insegnato: la capacità di esperienza, la capacità di emozione, lo stupore goethiano, e i loro ingegni migliori non conoscono meta più nobile che farsi ancora una volta gradini verso personalità come Goethe e altri autentici saggi.
Di nuovo salgo, e nelle tue fonti,
bella leggenda d’un tempo, di nuovo
odo a distanza le tue auree canzoni,
come ridi, come sogni, come sommessa piangi.
Dal tuo profondo, sollecitante,
sussurri la parola incantatrice;
è come se fossi ebbro e dormissi
e tu continuassi a chiamarmi…2

INFANZIA DEL MAGO

Sono stato educato non solo da genitori e insegnanti, ma anche da potenze più alte, occulte e arcane, tra le quali c’era pure il dio Pan, che stava nella vetrina di mio nonno sotto forma di un piccolo simulacro di idolo indiano danzante. Questa divinità, e anche altre, hanno avuto cura degli anni della mia infanzia e – assai prima che io fossi in grado di leggere e scrivere – mi hanno ricolmato di primordiali immagini e idee orientali a tal segno che, in seguito, ho sentito ogni incontro con i saggi indiani e cinesi come una rivisitazione, un ritorno a casa. Eppure sono un europeo, sono persino nato sotto il segno attivo del Sagittario [in realtà Hesse è nato sotto il segno passivo del Cancro, n.d.t.] e per tutta la mia esistenza ho bravamente esercitato le virtù occidentali dell’impetuosità, della bramosia e della curiosità insaziabile. Fortunatamente, come la maggior parte dei bambini, ho appreso quanto è più necessario e più prezioso per la vita già prima che cominciassero gli anni di scuola – dai meli, dalla pioggia e dal sole, dal fiume e dai boschi, dalle api e dagli scarabei, dal dio Pan, l’idolo danzante nella preziosa raccolta del nonno. Io possedevo una cognizione del mondo, m’intrattenevo senza timore con animali e astri, sapevo destreggiarmi nei frutteti e nell’acqua coi pesci, e sapevo cantare già un buon numero di canzoni. Sapevo anche fare incantesimi, cosa che purtroppo ho ben presto disimparato e solo in età più matura ho dovuto nuovamente apprendere, e disponevo di tutta la favolosa saggezza dell’infanzia.
A questo si aggiunsero poi le materie scolastiche, che non mi pesavano e mi divertivano. La scuola, saggiamente, non si occupava di quelle cognizioni serie che sono indispensabili per la vita, ma prevalentemente di passatempi facili e ameni che spesso mi divertivano, e che sono rimasti in me fedelmente per tutta la vita; così ricordo ancora oggi molte belle e argute espressioni latine, versi e massime, come il numero degli abitanti di molte città, in ogni continente, naturalmente non di oggi, ma degli anni 1880.
Fino al mio tredicesimo anno non ho mai pensato seriamente cosa avrei fatto e quale professione avrei potuto imparare. Come tutti i ragazzi amavo e invidiavo parecchi mestieri: il cacciatore, lo zatteriere, il carrettiere, il funambolo, l’esploratore del polo Nord. Ma di gran lunga avrei preferito diventare un mago. Questa era l’inclinazione più profonda e più fervidamente sentita dei miei impulsi: una certa insoddisfazione nei confronti di ciò che si chiamava “realtà” e che a me a volte appariva semplicemente come una banale convenzione degli adulti; un certo rifiuto, ora ansioso ora beffardo, di questa realtà divenne in me ben presto frequente, insieme col desiderio appassionato di incantarla, di trasformarla, di potenziarla. Durante l’infanzia questo desiderio di magia si orientava su obiettivi esteriori, puerili: avrei voluto far maturare le mele d’inverno, e riempire il mio borsellino d’oro e d’argento, sognavo di paralizzare con un incantesimo i miei nemici, poi di confonderli con la mia magnanimità e di essere proclamato vincitore e re; volevo riportare alla luce tesori sepolti, resuscitare i morti e potermi rendere invisibile. In particolare questo, divenire invisibile, era un’arte che tenevo in grande considerazione e che bramavo nel modo più fervido. Anche il desiderio di questo potere magico, come di tutti gli altri, m’ha accompagnato per tutta la vita in diverse metamorfosi che io stesso più volte non ho riconosciuto subito. Così più tardi m’è accaduto, quando da tempo ero adulto e praticavo il mestiere del letterato, d’aver tentato spesso di scomparire dietro le mie opere, di ribattezzarmi, di nascondermi dietro significativi pseudonimi – tentativi che, stranamente, sono stati male accolti e fraintesi dai miei colleghi. Se mi guardo indietro, l’intera mia vita m’appare posta sotto il segno di questo desiderio di virtù magica. Come gli obiettivi dei desideri di magia si siano trasformati coi tempi, come io gradualmente mi sia sottratto al mondo esterno e mi sia assorbito in me stesso, come io gradualmente abbia aspirato a trasformare non più le cose ma me stesso, come più tardi abbia imparato ad applicarmi per sostituire alla plateale invisibilità sotto la cappa del mago l’invisibilità del saggio, il quale comprende sempre e mai è compreso: questo potrebbe essere il contenuto più autentico della mia biografia.
Ero un ragazzo vivace e gaio, giocavo con un mondo bello e iridescente, dovunque a casa propria, non meno tra gli animali e le piante che nella foresta vergine delle mie personali fantasticherie e dei miei sogni, contento delle mie forze e delle mie abilità, più gratificato che consumato dall’ardore dei miei desideri. A quel tempo, senza saperlo, ho esercitato parecchi sortilegi in modo assai più completo di quanto non mi sia mai riuscito in seguito. Mi conquistavo facilmente amore, ottenevo facilmente influsso su altri, facilmente mi trovavo nel ruolo del capo, o del corteggiato, o dell’essere misterioso. Per anni ho tenuto compagni più giovani e parenti in reverente fede nel mio effettivo potere magico, nella mia signoria sui dèmoni, nella mia pretesa a corone e tesori nascosti. Ho vissuto a lungo in paradiso, benché i miei genitori m’avessero precocemente messo sull’avviso del serpente. A lungo è durato il mio sogno infantile, il mondo mi apparteneva, tutto era presente, tutto era disposto attorno a me per l’attraente gioco. Se mai un’insoddisfazione o un desiderio sorgeva in me, se mai quel mondo allietante m’appariva offuscato e insicuro, di solito trovavo facilmente la via per l’altro più libero, più agevole mondo della fantasia, e al ritorno trovavo il mondo esterno nuovamente attraente e amabile. Ho vissuto a lungo in paradiso.
Nel piccolo giardino di mio padre c’era un recinto, dove tenevo conigli e un corvo addomesticato. Passavo là ore interminabili, lunghe come ere geologiche, al caldo e nel piacere delizioso del possesso; i conigli avevano un sentore di vita, di latte e d’erba, di sangue e di procreazione, e il corvo aveva negli occhi neri e duri il lampo dell’eterna fiamma della vita. Sempre in questo posto rimanevo per altri interminabili periodi di sera, accanto a un mozzicone di candela accesa, vicino ai caldi animali insonnoliti, solo o con un compagno, a progettare i piani per disseppellire tesori enormi, per impossessarmi della radice di mandragora, per vittoriose imprese cavalleresche in un mondo bisognoso di salvazione, dove io condannavo i banditi, sollevavo gli Infelici, liberavo i prigionieri, incendiavo i covi dei banditi, facevo crocifiggere i traditori, perdonavo i vassalli ribelli, conquistavo le figlie dei re e intendevo il linguaggio degli animali.
Nella grande biblioteca di mio nonno c’era un volume enormemente grosso e pesante in cui spesso cercavo e leggevo. In questo libro inesauribile c’erano antiche e bizzarre illustrazioni – a volte ti venivano davanti subito, chiare e invitanti, non appena aperto il libro cominciavi a sfogliarlo, a volte le cercavi a lungo senza trovarle, se n’erano andate per un incantesimo, come non fossero mai esistite. In questo libro c’era una storia immensamente bella e incomprensibile che io leggevo spesso. Anche questa storia non si trovava sempre, doveva esserci il momento favorevole, spesso era letteralmente sparita e si teneva nascosta, spesso sembrava aver cambiato domicilio e posizione, a volte leggendola risultava singolarmente agevole e pressoché comprensibile, un’altra volta completamente oscura e chiusa come la porta della soffitta dietro la quale, quando calava la sera, si potevano sentire gli spiriti che ridacchiavano o gemevano. Tutto era denso di realtà, tutto era denso di magia, l’una e l’altra prosperavano fiduciose una accanto all’altra, l’una e l’altra mi appartenevano.
Anche l’idolo danzante venuto dall’India, che stava nella vetrina del nonno colma di tesori, non era sempre il medesimo idolo, non aveva sempre la medesima faccia, non danzava in tutte le ore la medesima danza. A volte era un idolo, una strana e un po’ grottesca figura come quelle che sono create e adorate in terre straniere inimmaginabili da altri, inimmaginabili popoli stranieri. Altre volte era opera di un sortilegio, densa di significato e indicibilmente inquietante, bramosa di vittime, malvagia, severa, infida, beffarda, che sembrava provocarmi a ridere di essa per poi prendersi su di me la sua vendetta. Poteva cambiare lo sguardo, benché fosse di metallo giallo; a volte mi guardava in tralice. In altri momenti poi era una pura immagine simbolica, né brutta né bella, né cattiva né buona, né ridicola né temibile, bensì semplice, antica e impensabile come una runa, come una macchia di muschio su una rupe, come un disegno sopra un ciottolo, e dietro la sua forma, dietro il suo volto e...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. La natura ci parla
  5. Fonti
  6. Copyright

Domande frequenti

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