Auto da fé
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Auto da fé

Cronache in due tempi

  1. 406 pagine
  2. Italian
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Auto da fé

Cronache in due tempi

Informazioni su questo libro

In un momento di silenzio della produzione poetica, tra La bufera (1956) e Satura (1971), Eugenio Montale pubblica Auto da fé (1966), raccolta di oltre novanta articoli sull'arte, la poesia e il loro ruolo nella società. Tra questi, usciti a stampa tra il 1925 e il 1966, spicca il nucleo risalente agli anni '45-46, quelli dell'impegno politico e civile del poeta nella neonata Repubblica Italiana. Non si tratta solo di una testimonianza, per quanto elevata, del "secondo mestiere" montaliano, quell'attività giornalistica necessaria all'intellettuale per guadagnarsi da vivere, ma di una vera e propria integrazione del suo canzoniere: la prosa diventa qui alimento e commento della poesia. Temi, sensibilità e tono sono squisitamente montaliani: le pagine sono piene di briosa tensione, animate da un'ironia a tratti sprezzante; la lingua precisa, limpida, è immune da concessioni alle mode. Auto da fé costituisce dunque uno dei titoli chiave per comprendere e apprezzare Montale: lungi dall'essere una raccolta di scritti d'occasione, definisce un concetto di arte che si sublima in poetica personale.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852073007
Print ISBN
9788804603955

PARTE SECONDA

Il mondo della noia

Perché la letteratura modernissima – e non solo la nostra – è tanto ricca di romanzi noiosi, di libri in cui «non accade nulla», di personaggi che non hanno volto né stato civile e si muovono in ambienti che sono scenografie di cartone e non cornici naturali e sociali riflettenti un mondo e una cultura? Alla domanda fu risposto che oggi manca la fiducia nel «genere» del romanzo o almeno in quelli che sono i suoi vecchi schemi, e che si tenta senza successo di rinnovarli. Di qui il peso d’infinite esperienze di laboratorio che dovrebbero restare private ma non rimangono tali, raro essendo il caso di chi abbia condotto a termine un’opera di una certa lena e rinunci a darla alle stampe. Entrata in crisi la vecchia idea del romanzo, che ha prodotto opere non superabili, è naturale che si ripercuota il disagio su tutte le esperienze che tendano a un’altra idea del romanzo stesso, senza raggiungere lo scopo. E del resto, si afferma, qual genere letterario non è in crisi? Solo una recentissima forma d’arte, il cinematografo (se proprio d’arte si tratta), s’era salvato fino a pochi anni fa dal contro-influsso della critica da esso stesso prodotta. Avevamo visto coi nostri occhi il caso, meraviglioso in tempi di avanzata civiltà artistica, di un’arte nuova che sorge e che può perciò precedere la propria estetica. Naturalmente questa verginità è durata poco: si compiono oggi in pochi anni processi che in altri tempi avrebbero impegnato molte generazioni. E ormai anche il cinematografo tenta il nuovo ricorrendo ai generi vecchi, e cerca di appoggiarsi sempre più alle altre arti. Genere vecchio, il romanzo tende al nuovo con un sistema opposto e si volge al cinematografo nella speranza di potersi rifare la faccia. Avviene pertanto anche nel romanzo quello che noi avvertiamo nel cinema e che anche nel cinema è già indizio di avanzata maturità: la ricerca di puri valori di ritmo, di pure sequenze di immagini visive, in spregio all’approfondimento poetico dei fatti rappresentati. E si perde così la vivente naturalezza delle vecchie narrazioni care ai nostri avi. Oggi leggendo i libri di A. o di Z. non conosciamo già dei personaggi intuiti direttamente dalla fantasia: incontriamo, nell’ipotesi migliore, delle metafore musicali, dei personaggi-pretesto che servono ad A. o a Z. per introdurci in una Weltanschauung che fa della persona umana una mera illusione soggettiva, un cattivo sogno. Muore il romanzo tradizionale perché sparisce nei nuovi autori persino il desiderio dei suoi risultati.
Ho avanzato fin qui una possibile difesa del nuovo «mondo della noia». Si potrebbe insinuare che scrivono romanzi noiosi coloro che si son creduti romanzieri senza esserlo; coloro per i quali l’indeterminato, il tedio, lo spleen sarebbe il punto d’oro dell’arte di un Proust, di un Joyce, di una Woolf; coloro che non hanno compreso come il tedium vitae di questi romanzieri è la contropartita di un’arte che ha ben altro peso e ben altre ragioni, e che comunque anche in essi non è da confondersi la fatica con l’ispirazione. E poi siamo schietti: si può ben credere, come io credo, che le vie dell’arte e quelle della storia non sono le stesse e che sovente i fatti che più ci hanno appassionato entrano nella poesia per la porta di servizio o per la finestra, anziché dal portone principale; ma chi potrà mai giustificare, di fronte alla tragica imponenza dei problemi che ci toccano oggi in quanto uomini, chi domani potrà comprendere libri in cui la vita appare solo come un riflesso di specchi, e lo scopo dell’arte, che è in accezione superiore il divertimento, il trasporto, non appare neppure sospettato?
Non ci si parli di «racconto puro», non si disturbi il nome di Kafka, realista a modo suo come pochi altri e tutto impregnato dei succhi di quel grande centro di innesti culturali che fu la Praga dei suoi tempi. E non si facciano neppure per scherzo i nomi di Cecov, della Mansfield e del migliore Hemingway: autori di motivi poetici che arricchiscono il senso della nostra civiltà e in definitiva del nostro mondo storico. Quanto al romanzo ottocentesco, si può ben dire che la sua grandezza fu tutta in funzione della sua fondamentale impurità; né in quel secolo il realismo, da quello sanguigno e retorico dello Zola a quello musicale e filtratissimo di Turgheniev, è stato mai un ostacolo a narratori di genio. Gli scrittori d’oggi non credono più (ed è peccato) che si possa cominciare un racconto con la formula consacrata: «Il 12 luglio 19… una vettura a cavalli che…»; non ammettono più che si possano descrivere personaggi come gente di conoscenza. Pensano che delle figure umane importino solo i tics e i pruriti, sono persuasi che non interessa l’azione ma i bassifondi dell’azione, non l’ambiente ma i riflessi dell’ambiente (spesso di maniera) in una fantasia (spesso negata al senso dell’osservazione). Tutto ciò può chiamarsi lirismo? Sarebbe facile essere poeti, in questo caso. Ma si dimentica che l’arte destinata a restare ha l’aspetto di una verità di natura, non di una scoperta sperimentale escogitata a freddo.
V’è, del resto, una riprova, un modo infallibile di risolvere la questione: quello di ricorrere alla propria esperienza diretta. Si presentano nella vita di chi ha vissuto abbastanza a lungo situazioni gravi, casi veramente «di emergenza», nei quali tutto sembra rovinare e la vita pare legata a un filo molto sottile. È facile immaginare quanti di noi hanno conosciuto ore simili negli ultimi anni, quanti di noi hanno attraversato giorni e mesi durante i quali, non reggendo a letture più gravi, si sono rivolti ai libri di uno scaffale per cercare in un libro un lume o un aiuto o anche una semplice distrazione non indegna o vana. Ebbene, solo i libri che nei tempi più duri resistono e assistono come compagni fedeli, solo questi sono i libri d’arte narrativa che superano davvero le contingenze dell’estetica e il vaniloquio delle tendenze. State certi, amici che come me siete scampati dal diluvio, se l’ora del pianto e dello stridor di denti dovesse tornare per noi, la vostra mano non si alzerà per tirar giù dal loro scomparto i libri di A. o di Z. e neppure la storia di Mistress Dalloway, né tanto meno l’ultimo dramma esistenzialista che vi ha mandato il vostro libraio; ma prenderà, come ho fatto io per qualche mese, Dimitri Rùdin e Dominique, Albert Savarus e Lokis; e sceglierà senza esitare la vita, perché per l’uomo posto di fronte al nulla o all’eterno non esiste, non è pensabile che una sola possibilità, tangibile, evidente, infinitamente cara quanto più è prossima a sfuggire: la vita di quaggiù, la vita stessa che abbiamo visto, conosciuto e toccato con le mani fin dai primi anni dell’infanzia.
13 luglio l946

Solitudine

Eccomi giunto a casa. Fuori fa freddo ma qui la stufa tira a meraviglia e la vecchia poltrona e le pantofole felpate «fonczionano», come diceva Pound dei suoi più astrusi Cantos. Potrei cominciare subito a scrivere la prima di quelle Lettres à l’Amazone che Clizia dice di attendersi da me. Proprio per questo, stasera, ho disseminato gli amici per la strada. Li ho lasciati ai fatti loro. Affronteranno altre ore di pioggia vento e pillacchere per divertirsi. Non so se vivevo così ai miei bei tempi. Non me ne ricordo ma ne dubito. Dubito assai che i veri gaudenti siano coloro che si divertono «pazzamente, disperatamente», secondo il modello del poeta palazzeschiano. Sono esseri spinti alla vita intensa da una accettazione troppo miope, troppo immediata della nostra vicenda quotidiana. Non si meravigliano di nulla, e siccome la meraviglia è il fine di tutti gli uomini, poeti o no, sono indotti a cercare chissà dove il brivido, il thrill. Gente che si chiede sempre come impiegare il tempo, gente eternamente in lotta con la noia. Dolore autentico, nel senso antico, e non il moderno spleen dev’essere la loro noia; incapacità di sopportarsi, non perché si trovino di fronte a un loro odioso alter ego, ma perché posti in faccia al nulla assoluto. Se io sono fabbricato diversamente dovrei dunque ritenermi portatore o meglio depositario (non è merito mio) di una interessante «personalità». Lo scrivo tra virgolette: è meno impegnativo, è qualcosa che tu hai studiato a scuola, Clizia, e che da noi si trascura.
Ciò non vuol dire, d’altronde, che quando sono lasciato solo con me stesso io non abbia forti tentazioni da cui difendermi. Non è così? Sono mesi che dico: debbo lavorare, stasera, e mi trascino a casa con la fretta di chi è atteso da urgenti affari. Ma poi mi affondo qui, faccio scorrere l’ago della radio in su e in giù e non vado oltre la solita sorpresa di sentirmi vivo, Diogene in una botte-termoforo, vicino a una piccola scatola luminosa e parlante, io in questa città e non in un’altra, io e non un altro… chissà perché. Eppure non sono solo, ho a portata di mano gli amici che posso scegliermi da me, non quelli che vorrebbe impormi la mia esistenza spicciola, fenomenica. Ho nello scaffale i classici, gli amici che non tradiscono, se muovo un dito sul quadrante posso far spicciare vicino a me le sorgenti della musica e dell’eloquenza. Non sono un Diogene, sono un pitagorico autentico, un uomo che parla con le Sfere…
Già, è facile a dirsi. Ma appartiene alle sfere superne anche l’annunciatrice di radio-Andorra, la silfide che mi trasporta sulle vertiginose montagne russe (altro che Pirenei!) del suo volubile, melodioso scilinguagnolo di usignolo moderno? «Thou wert not made for death, immortal bird!» E perché no! Ogni epoca incarna a modo suo il proprio ideale di puro suono, di assoluta, oggettiva felicità vocale. E ogni tempo ha la sua musica, basta saperla riconoscere. Non sempre la si trova dove si vorrebbe. Poco fa ho spostato l’ago verso le spiagge di Peter Grimes, la fortunata novità inglese, e il primo guaio era che si capivano troppo le parole. Non dico che fossero brutte parole ma il fatto è che la voce umana sembra uno strumento musicale insuperabile solo nel caso che le parole restino un mero fantasma sonoro. Chi ha inventato la bubbola del «recitar cantando»?
Meravigliose di suono devono essere anche certe sillabe di Maddalena, nel Rigoletto, per chi non sappia decifrare una mostruosità come «Ah ah, rido ben di cuore / ché tai baje costan poco…». Non dico che i musicisti dovrebbero servirsi solo di una lingua morta, come il latino, o di parole in libertà. È opportuno che un creatore creda in ciò che scrive e si valga di vocaboli che legano insieme e che danno un senso.
Suonano le dieci e fuori il vento soffia impetuoso. È un po’ ridicola l’attrazione di quest’ago anche su chi ha sottomano le più squisite novità letterarie: Il bel Paese dello Stoppani con la retta accentazione toscana, a cura di Policarpo Petrocchi da Cireglio; La capanna dello zio Tom che non rileggo da allora o gli irresistibili Chouans di Balzac, mia imperdonabile lacuna. Ma anche i libri sono come gli amici: si vorrebbero soprattutto quelli che non si hanno a disposizione. Dov’è il Libro di Enoch? Dove sono le memorie di Burton e di Grant che prestai trent’anni fa a un oculista genovese? È un errore tener con sé molti volumi. Nelle case della città futura non ci sarà spazio per scaffali ma ognuno potrà ricevere per posta pneumatica a domicilio, come il petit bleu del processo Dreyfus, il libro che gli occorre in quel momento.
A dire il vero, se debbo credere alle previsioni del signor Ellery Reeves, autore di una Anatomia della pace, una città futura non esisterà neppure, a meno che gli uomini di buona volontà sparsi per il mondo non riescano a riunire i loro sforzi, e da ultimo le loro Nazioni, in una grande supernazione di uomini liberi: liberi non solo dal bisogno, ma anche dalle follie di chi vorrebbe asservirli per liberarli dal bisogno o di chi cerca di impedire con lo sterminio questa coatta «liberazione». Due anni fa l’asticciola della radio divideva in due parti la Penisola, anzi tutto il mondo civile: da una la verità, dall’altra l’errore (reversibili, purtroppo, ma non per i galantuomini). Oggi diversi accenti e orribili favelle prorompono da ogni luogo e l’immagine della città futura non si presenta lieta. Te ne parlerò nella mia prossima lettera, Clizia, domani stesso. Buona notte.
28-29 dicembre 1946

Mutazioni

Nel corso della mia vita – non lunghissima ma neppur troppo breve – ho fatto in tempo ad assistere a tre fatti socialmente importanti: la decadenza della «villeggiatura», un significativo calo nel consumo del vino e nello smercio di quel prodotto letterario che nei tempi moderni s’è chiamato romanzo. (Dico nei tempi moderni: Le roman de la rose non è, in questo senso, un romanzo.)
Non si tratterà di eclissi totale, perché l’uomo di domani dovrà pur bere, dovrà salvarsi per qualche giorno dalle torride calure estive e avrà la curiosità, di tanto in tanto, di leggere qualche libro; ma insomma, il grosso fiasco «a consumo» che ancora dieci anni fa si faceva portare a tavola Pietro Pancrazi anche se pranzava da solo – e come lui tutti i gentiluomini suoi pari –, le lunghe residenze in villa (tre mesi e per i proprietari terrieri anche cinque, da maggio a novembre) e le attente degustazioni del vient de paraître giallo o bianco (Plon Nourrit o Charpentier-Fasquelle – Treves o Baldini e Castoldi – Bourget, Fogazzaro, Kipling eccetera) sono fenomeni ormai impensabili.
Le statistiche parlano chiaro: si beve sempre meno vino, non solo in Italia, ma anche in Francia e in Spagna. In Italia un buon terzo di fiaschetti e delle bottiglie dell’anno scorso sono ancora da smaltire e già si annunzia la prossima vendemmia. I librai vendono ancora qualche libro ma da anni i romanzi sono in coda, battuti persino dai libri di versi, dalla già invendibile «poesia». E quanto alle ville e al villeggiare, basta muoversi in un mese che non sia questo di agosto per vedere che le ville restano chiuse, fatta eccezione per i grandi centri estivi mondani (come Cortina o il Forte dei Marmi) e per le fattorie padronali che danno da vivere (per ora) ai proprietari-residenti.
La gente non villeggia più: in Inghilterra chi aveva case di campagna, castelli, ville e villoni li ha ceduti allo Stato per non pagarne le tasse; ma ormai anche là lo Stato non sa più che farsene. Non esistono abbastanza mutilati orfani e pensionati per occuparle a spese della collettività. Da noi chi è riuscito a vendere o ad affittare la propria villa limita le sue ferie a una quindicina di giorni trascorsi in una stazione estiva di gran nome, dove spesso deve accontentarsi di dormire su un materasso calcato in una vasca da bagno o negli inabitabili recessi di qualche sedicente dépendance.
Non villeggiano, uomini e donne: ballonzolano qua e là su strepitose motociclette tascabili, dormono e mangiano alla peggio, agitano bastoni da golf o racchette o mazzi di carte, mugolano disperatamente motivi come «Oi mama, oi mama / me gusta un bel muchacho», ballano raspe o sambe e bevono un po’ di tutto, fuorché vino. Uomini e donne villeggiano in piccole città scomode e rumorose e, se leggono, leggono giornali a fumetto, libri di divulgazione scientifica o quasi, libri di storia romanzata e persino libri di versi; non però romanzi.
Perché? C’è una interdipendenza fra queste sparizioni e fra quelle che potrebbero probabilmente aggiungersi alla lista delle prime tre?
Scartiamo il fattore economico che salta subito agli occhi ma è piuttosto effetto che causa, e cerchiamo oltre. Una relazione, una causa comune, la si vede chiaramente e consiste nell’acceleramento del ritmo della vita collettiva. Il fiasco in tavola, i lunghi soggiorni in campagna, le letture lunghe e serie, sostenute da un’opinione diffusa e duratura, incoraggiate e formate dalla critica (altra attività che sparisce) son fenomeni che appartennero a un’età più lenta della nostra.
Quand’ero ragazzo io, villeggiare voleva dire un viaggio di sei o sette ore, in diligenza o in treno omnibus, per coprire una distanza di pochi chilometri; voleva dire la casa paterna, l’orto, il giardino, l’acqua del pozzo, l’amicizia coi figli del contadino o del manente, la pesca, le notti di battuggia o di pesca alla lampara, l’attesa della caccia, la pulitura dei fucili, la scelta delle borre, dei pallini e delle polveri, l’orlatura delle cartucce, il risveglio col batticuore all’alba del giorno dell’«apertura», mentre i primi spari echeggiavano fra gli uliveti.
Si villeggiava in riviera o sull’Appennino, in casa propria o quasi propria, per mesi e mesi. Non solo i bambini, ma anche i grandi facevano lunghi turni di villeggiatura. Nella mia città gli uffici, gli scagni, chiudevano alle cinque del pomeriggio, le ore scorrevano lente, pochi si occupavano di politica, i rumori erano ridotti al minimo: la trombetta di un venditore di gelati bastava da sola a riempire tutto un sestiere. Non esistevano le bibite eccitanti, i cocktails. All’alba del secolo i pochi che incominciarono a bere l’«americano» (deprecati viveurs in bombetta e stiffelius) erano additati al disprezzo generale. Certo, esisteva la maga verde, l’assenzio; esistevano gli esseri fatali che partivano per Saint-Moritz o per Ostenda o per il Karersee; ma si trattava, per lo più, di personaggi di Luciano Zuccoli o della Serao del periodo mistico-mondano.
Quando quella vita in tono minore andò in frantumi sparirono i fiaschi dalle tavole, si fecero rari i vini non industrializzati, bevibili, e si dissolsero anche i generi letterari. Primo fra tutti il romanzo. Il romanzo volle essere (e doveva) specchio della vita, volle aggiornarsi. Perdette il canovaccio, i personaggi, i caratteri, la psicologia; si ridusse a illuminazione, a rapsodia, a suite; ma strada facendo gli avvenne anche di perdere i suoi lettori: quelli grossi, per i quali era troppo sottile, e quelli sottili, per i quali era troppo grosso. Di fronte a certi libri d’oggi l’obiezione: bello, ma a chi si rivolge? resta fondamentale, insuperabile. Un libro, e un romanzo poi!, non può esser letto solo da chi l’ha scritto.
S’intende che la rarefazione di certi fenomeni non fa che renderne più preziosa e più utile la sopravvivenza. Mentre scrivo esiste certo qualcuno che sta rileggendosi per la decima volta la Chartreuse de Parme e ne annaffia le pagine migliori con una bottiglia di Vieux Pommard. Neppure in avvenire mancheranno gli happy few che sapranno godersi i riposi in villa e le attente libazioni dei rari vini non adulterati. Quanto ai lettori di oggi, essi sembrano dividere le loro preferenze fra i libri utilitari e quelli che possono considerarsi come opere di fondo, di interesse duraturo. Libri che si possano anche rileggere, centellinare: e fra questi si affacciano persino i libri di poesia… Un romanzo che non sia legato al senso del tempo, che si scopra tutto in una volta che sia soltanto urlo interiezione e lampo nel buio è già...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Premessa di Giorgio Zampa
  4. Nota al testo
  5. Auto da fé
  6. PARTE PRIMA
  7. PARTE SECONDA
  8. FRANCOBOLLI
  9. Note
  10. Copyright