L'ottantesimo compleanno ha segnato per Raffaele La Capria l'inizio di una rinnovata, fertilissima stagione letteraria, ricca sia di fulminee improvvisazioni sia di lenti echi della memoria. Ne sono testimonianza i libri qui raccolti. Diario scritto nel corso del 2003, L'estro quotidiano è un testo vibrante di malinconia e gioia, pieno di incontri, amicizie, amori. Il mondo degli affetti domina anche nelle tre lettere che compongono L'amorosa inchiesta, indirizzate al primo amore, alla figlia e al padre. Lo sguardo sincero, indagatore su se stesso e sul proprio mondo, si ritrova in A cuore aperto, il memoir in cui lo scrittore racconta l'infarto che lo colpì nel 2006. Come dimostrano questi libri, tre piccoli gioielli, La Capria non solo non perde vitalità né smussa la vena ironica, ma sente sempre più urgente il bisogno di rivolgersi a un interlocutore "guardandolo negli occhi", scavando nella memoria e raccontando di sé e del mondo con la leggerezza propria di chi, per dirla con Pasolini, "ha saputo estrarre dalla vita quotidiana le ragioni del cosmo".

- 400 pagine
- Italian
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L'estro quotidiano/L'amorosa inchiesta/A cuore aperto
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L’ESTRO QUOTIDIANO
Colsi a volo la mia intuizione e buttai giù subito le parole che avevo sottomano per fissarla prima che di nuovo se ne volasse via da me. E ora è morta in queste povere parole e penzola e ciondola da esse – e io non so più mentre le leggo, come fu che provai tanta felicità quando catturai questo uccello.
FRIEDRICH NIETZSCHE, La gaia scienza, 298
Mio padre è morto a Roma a ottant’anni, l’età che ho io adesso. Vivere lontano da Napoli e da Palazzo donn’Anna era il suo cruccio, è morto per questo. Si manteneva bene, il suo profilo era sempre cinematografico, gli anni non avevano prodotto danni notevoli. Non era cadente, le sue guance non erano flosce, ma aveva assunto la fragilità di un uccellino, come se le sue ossa, il suo scheletro, si fossero assottigliate. È morto senza accorgersene, mentre guardava la televisione. Non se n’era accorta neppure mia madre, che mi ha telefonato e mi ha detto: «Sai, credo che babbo sia morto». «Che vuol dire credo?», faccio io. «Credo, credo, perché lo vedo fermo davanti al televisore, gli parlo e non mi risponde.» Dovrei scrivere un libro su mia madre per far capire il tono di questo dialogo: era una sua caratteristica la conversazione assurda che pareva a volte imitare i dialoghi della commedia inglese più che quella napoletana. E a me venne da pensare, non so perché, sullo stesso tono, a un vecchio adagio che mio padre le canticchiava quando litigavano, ogni volta che voleva riportare la calma: E va bbene / cosa da niente / tutto s’accomoda / pa-ca-ta-mente...
Allo stesso modo, come fosse cosa da niente, lui se n’era andato, pacatamente.
La presenza di mio padre in casa, ricordo, non era soltanto discreta, era quasi del tutto inavvertita. Rientrava dall’ufficio, pranzava con noi, faceva la siesta, andava di nuovo in ufficio, al Consorzio Agrario di cui era direttore. Verso le sette di sera cominciava la sua vera vita al Circolo Nautico, che durava al tavolo da gioco fino alle ore piccole della notte. Il suo piacere era di spiccicare le carte lentamente per individuare da un minimo particolare nell’angolo superiore l’apparizione del seme della carta, se era un re o una regina, la carta tanto attesa o quella inutile. Mia madre era una donna inquieta, vitalissima, apparentemente superficiale ma molto intuitiva e intelligente. Era portata alla vita sociale, ai tè con le amiche, le chiacchiere, i pettegolezzi, le telefonate. La sua vivacità era il contrario della tranquillità di mio padre, che era “statuaria” e veniva fuori anche dai tratti del viso, molto regolari. Soprattutto la forma della testa, il naso, il sorriso erano oggetto della mia ammirazione. Mi pareva bello mio padre, somigliava ad un attore allora famoso, Charles Boyer. Io gli invidiavo soprattutto la forma del naso, avessi almeno ereditato quella! Invece avevo un naso un po’ grosso, e non avevo come lui le narici alla John Barrymore. Ma intorno al viso di mio padre c’era una specie di immobilità rivelatrice di un carattere abitudinario, poco curioso della vita e dei suoi drammi. Mio padre e mia madre sono ora al cimitero di Prima Porta, li ho sistemati l’uno accanto all’altra, così se per caso le loro anime s’intrattengono vicino ai loro corpi, possono ancora parlarsi. Vado raramente a trovarli perché non amo i cimiteri di oggi, simili ai condomini delle periferie. Non li amo perché sembrano negare la sacralità della morte. Ma tutto questo provoca un abbandono nel quale forse i morti non vorrebbero essere lasciati. E questo senso di colpevole lontananza lo rivivo in un sogno ricorrente che faccio.
Chi fu più sottile e delicato nell’indagare le intermittenze del cuore di noi figli, così diversi e distratti, così disincantati e così “colti”; chi fu più capace di penetrare con infallibile istinto amoroso il nostro animo complicato e spesso egoista, chi più delle nostre madri antico-italiane? Venivano dall’Italietta che si contentava di poco, che viveva una vita sobria e non facile, in un orizzonte oppresso e limitato, ma erano capaci di affetti illimitati e di dedizioni sconfinate e molto spesso di una vera stravaganza. Parlo al plurale perché le madri dei miei amici erano così, molto simili anche nei tratti fisici, qualcuna di pretese più snobistiche, come la mia, qualche altra più azzardosa e giocatrice come la madre di Antonio e quella di Ruggero, qualche altra più casalinga come la madre di Peppino, quella di Franco, quella di Enzo, ma tutte di uno stesso tipo umano. Io, per esempio, vedevo la mia come una donna-bambina dotata di sapienza speciale e infallibile, capace di notare cose che nessun altro vedeva, che leggeva nei riposti pensieri e perfino nell’estraneità del figlio e ne teneva conto per sé.
Ho detto che le nostre madri si somigliavano anche fisicamente, erano piuttosto piccoline di statura, piene di allegria o di cupezza per un nonnulla, innamorate dei figli e apparentemente un po’ svagate; e poi nei momenti in cui dovevano rivelarsi, nei momenti delle incertezze e delle indecisioni, capaci di affrontare meglio di noi, meglio degli uomini, qualsiasi avversità. E chi altro seppe trasmettere più di qualsiasi pubblica scuola, più di qualsiasi maestro, quei pochi principi incrollabili che non ci hanno mai abbandonato: per esempio credere il bene superiore al male, il bene incarnato in una persona e nei suoi comportamenti perché dietro ad ogni idea c’è una persona, e può capitare che dietro l’idea giusta ci sia la persona sbagliata e dietro l’idea sbagliata la persona giusta. Credere nel decoro e nell’amor proprio, e cioè a essere chic – quello chic che mia madre tanto amava – soprattutto nell’animo. E chi ci insegnò quasi come un dovere la ricerca della felicità, per renderla possibile per noi e per gli altri, chi ci insegnò ad essere ironici, per non prenderci troppo sul serio. Sì, certo, l’unico loro peccato fu di essere indulgenti o inclini all’indulgenza quando si trattava di noi figli. Ma per le poche cose che non si potevano perdonare, su quelle si impuntavano, sapevano essere irremovibili e intransigenti anche verso di noi, le nostre piccole madri mediterranee. Perciò qualche loro muto rimprovero ci pesa ancora come un rimorso.
Dico questo perché oggi mi è capitata tra le mani una lettera scritta da mia madre al tempo in cui mi stavo separando dalla mia prima moglie. Ho subito riconosciuto la sua calligrafia con le lettere grandi inclinate, e leggendo ho pensato che avevo sottovalutato il suo tipo di intelligenza, l’avevo confinata nella zona degli affetti e dei sentimenti, ed esclusa da quella che allora mi teneva occupato, quella delle idee e delle ideologie. Nella lettera mia madre si mostrava molto più spregiudicata di quel che pensassi, mi diceva che quando nel matrimonio le cose non vanno è logico che appaia un altro. E quest’altro che lei per un caso aveva conosciuto, era una brava persona, educata, civile, con cui volentieri aveva conversato prendendo un tè. Insomma me lo raccomandava, mi raccomandava saggiamente quell’altro, visto come stavano le cose.
Ora mentre leggevo mi veniva da ridere, e pensavo: non siamo stati noi figli più limitati dalla nostra cultura, che loro, le nostre piccole madri, dai loro sentimenti? Le nostre astrazioni, le nostre ideologie, non ci hanno allontanato da quelle realtà più elementari che loro forse avvertivano meglio di noi? Sì, le nostre madri si somigliavano abbastanza tra di loro, ma anche noi figli ci somigliavamo perché avevamo conservato nei tratti del viso qualcosa di incompiuto, di immaturo, ed eravamo gli eterni figli, magari indipendenti da loro, dalle nostre madri naturali, ma dipendenti proprio per la nostra cultura dalle idee-madri del secolo e dallo spirito del tempo da esse generato.
Quando per la strada vedo una di quelle vecchiette rinsecchite, piccole di statura, che si guardano intorno con gli occhi smarriti, come se il mondo fosse un grosso macigno che sta per abbattersi su di loro, quando vedo una di queste vecchiette storte e disperate, penso a mia madre che era diventata così nell’ultimo anno della sua vita, l’ottantacinquesimo. E provo per quelle vecchiette una compassione, una tenerezza simile a quella che rivolgerei a mia madre se potessi rincontrarla. E quando paragono la vecchietta che lei era diventata alla donna esuberante che lei era prima, prima di precipitare di colpo nella vecchiaia più tragica, ancora non riesco a capire come ciò sia potuto avvenire in così breve tempo. Soltanto un anno prima lei rideva, era sempre di buon umore e predisposta alla gioia. Si divertiva a passeggiare nelle vie più eleganti del centro per guardare le vetrine, o prendeva appuntamento con un’amica per andare a vedere un film, bastava poco a farla contenta. Dopo la morte di mio padre, parve all’inizio sollevata e come liberata, poi all’improvviso cadde nella vecchiaia come si cade in un fosso, anzi in un nero precipizio. Questo ancor oggi m’impaurisce. Verso di lei ho un rimorso che non riesco a cancellare. Quando non ce la feci più a tener in mano la situazione, perché in quel tempo io ero separato, c’era l’orario d’ufficio da rispettare e non avevo dietro le mie spalle una di quelle famiglie numerose dove trovi sempre chi ti dà un aiuto, dopo aver affidato mia madre a diverse badanti tutte inefficienti, costose e a lei antipatiche, dovetti arrendermi perché non sapevo più come fronteggiare quella sopravvenuta ed estrema forma di disagio, quell’umiliante marasmo fisiologico che è una vera catastrofe per un vecchio. Fui costretto perciò ad affidare mia madre a una clinica dove c’erano infermieri adatti a un caso come il suo. Ma lei aveva sempre amato le sue stanze, era diventata una casalinga che si identificava coi suoi mobili, coi suoi cassetti, con le sue poltrone, e solo in casa ormai si sentiva sicura. Strappata dalle sue stanze si chiuse in se stessa, si sentì abbandonata, alla mercé di tutto, e si lasciò morire pochi giorni dopo il suo ricovero. La trovarono morta nel letto la mattina, e quando io arrivai e la vidi era irriconoscibile, era come l’involucro essiccato, vuoto e accartocciato di un insetto. Era morta nella notte, e io mi sentii in colpa di averla lasciata sola in quei momenti. Il senso di colpa verso di lei non mi ha più abbandonato, e spesso nei sogni in molti modi lo rivivo.
Stamattina al risveglio un ricordo di mia madre, dei suoi ultimi anni nella casa di via Giuseppe Ferrari. L’avevo sentita per tutta la vita parlare di Parigi, del suo viaggio di nozze a Parigi, della sua nostalgia di Parigi. Allora, per farle un regalo di compleanno decisi di offrirle un week-end a Parigi di due o tre giorni. Partimmo, e già in aereo la vidi un po’ mogia, non eccitata come sarebbe stato naturale per un tipo come lei. Dopotutto andare a Parigi per lei che aveva viaggiato poco o niente doveva essere un evento straordinario, e poi non era mai salita su un aereo. Così attribuii il suo stato d’animo e la lieve apprensione che mi sembrò di scoprire nei suoi occhi, alla paura dell’aereo.
Arrivammo a Parigi, la portai in tutti i luoghi dove lei diceva che era stata durante il suo viaggio di nozze, quelli ogni tanto evocati quando sbrigando le faccende di casa canticchiava J’ai deux amours, / mon pays et Paris... La portai agli Champs-Élysées, al Sacre Coeur, al Café de Flore, e perfino alle Folies Bergère. Cenammo da Lipp, e quando ordinai lo champagne per festeggiare il suo ottantaduesimo compleanno lei toccò appena il bicchiere e mi sorrise commossa, e sempre con quell’aria un po’ mesta che avevo già notato. In quel momento mi accorsi che per tutto il viaggio lei aveva cercato di nascondere qualcosa che l’opprimeva e che però non manifestava. Interrogandola indirettamente mi parve di capire con mia sorpresa che forse il suo viaggio di nozze a Parigi non era mai avvenuto. Qualcosa lo aveva interrotto, forse, o lei lo aveva soltanto immaginato? Ognuno si racconta la propria vita a modo suo, e poi lei era fatta così, non distingueva bene a volte tra i suoi sogni e la realtà. Certo è che a Parigi mi era sembrata un po’ vaga, mi parve che non riconoscesse i luoghi che diceva di aver già visto. Rimasi sempre col dubbio su questo punto attribuendo le sue vaghezze alla vecchiaia. Ma la verità venne fuori al nostro ritorno, dopo un’indagine. Il male incurabile era dentro di lei e s’era per l’appunto annunciato per la prima volta, con dolori molto forti all’addome, quando eravamo saliti sull’aereo per Parigi. Lei “per non disturbarmi”, per non guastare l’atmosfera, aveva sopportato quei dolori per tutto il tempo dei nostri giri parigini, e solo quando eravamo tornati a casa la TAC aveva rivelato il male che l’avrebbe lentamente portata alla morte e avrebbe svuotato il suo corpo come quello di una larva.
Sogno che mio padre è andato via, a vivere solo, per conto suo, e io non conosco il suo indirizzo. Per caso lo incontro e gli chiedo: Perché sei andato via? Eri offeso da qualcosa? Perché non dai più notizie di te? Come vivi? Chi ti dà un alloggio? Chi ti mantiene? Con quali soldi? Insomma come fai, alla tua età? Lui mi risponde, ma con una faccia molto triste e senza smancerie affettive, che se la cava e sta abbastanza bene. Se insisto con le domande, se gli chiedo: Dimmi almeno dove posso venire a trovarti, mi fa un sorriso e piano piano sparisce in una specie di periferia brutta come tutte le periferie, dove un tram passa sferragliando, i palazzi sono tutti uguali, la strada è grigia e senza fine, e tutto è anonimo, irriconoscibile, così diverso dalla bella casa sul mare in cui vivevamo nel tempo della vita felice. In un sogno uguale mi appare a volte mia madre, e tutto si svolge con le stesse domande e allo stesso modo. È un sogno ricorrente, cosa vorrà dire? Cosa vogliono dirmi mio padre e mia madre? Vogliono dirmi semplicemente che sono diversi anni che non vado più a trovarli e che non porto un fiore sulla loro tomba. Vogliono dirmi che li ho dimenticati. Loro si trovano, uno a fianco all’altro, al cimitero di Prima Porta, in uno di quei casermoni con le pareti costellate di lapidi e i morti dentro, allineati come i libri in una biblioteca. Il loro casermone, ricordo, ha il numero 8, ma da quando sono stati sepolti il numero e la disposizione di questi casermoni si è moltiplicato e insomma è mutata totalmente la topografia del cimitero. Quando mi decido di andarli a trovare, non riconosco più i luoghi e mi perdo. Mi aggiro con la macchina tra un casermone e l’altro, imbocco ora una stradina ora un’altra, ma evidentemente c’è un genio contrario che mi fa confondere l’orientamento, perché giro e rigiro per più di un’ora, e alla fine mi convinco che il posto dove mi pareva che fossero sepolti non è più lo stesso e che per qualche decisione di cui non ho saputo nulla i loculi sono stati spostati altrove. Allora vado nell’edificio del custode del cimitero per sapere dove sono finiti i corpi dei miei genitori. Il custode mi chiede i loro nomi, scorre un librone dove sono segnati i morti con la data e l’ubicazione della sepoltura, e alla fine mi dice che nell’elenco i nomi dei miei non ci sono. E dove sono adesso? gli domando. La storia sta diventando un po’ grottesca anche se tutto questo corrisponde per assurdo a quello che è veramente accaduto. Li ho persi, ecco tutto, per distrazione o per noncuranza. Li ho persi o loro “se ne sono andati”. E con questa brutta sensazione me ne torno a casa non prima di aver chiesto al custode del cimitero il numero di un altro ufficio dove, se ci sono stati spostamenti o sostituzioni, dovrebbero per forza saperlo. Il giorno dopo, nell’orario prescritto, telefono a questo ufficio. Devo fare diversi tentativi per trovare la persona giusta cui esporre il mio caso, devo anche fare la voce grossa. Finalmente un’anima buona mi dice che i nomi dei miei genitori risultano e che l’ubicazione è proprio quella che conoscevo, e precisa: Edificio numero 8, piano terra inferiore, lotto I, cappella 3, fila terza, loculo 20 e 21. L’equivoco è nato perché l’edificio numero 8 è stato confuso dal custode con quello H. Comunque mi verrà data una mappa del cimitero che chiederò all’ingresso. E infatti ritorno, mi danno la mappa e trovo finalmente le due lapidi ognuna con la sua data: mio padre 1894-1974 e mia madre 1898-1983.
Quando deposito il mio mazzetto di fiori non so dire una preghiera, ma mi tornano a mente le parole di una canzone che cantava mia madre: «Non ti scordar / di me / la vi / ta mia legata è a te / Io t’amo / sempre più / nel sogno mio / rimani tu...». Ed è a lei che le rivolgo, come pregando, è lei che non deve scordarsi di me, non sono io che devo ricordarla, sono io che ho bisogno del suo ricordo, come se io fossi morto e lei viva. Ci voleva questa canzoncina per scoprirlo, per scoprire quanto mi manca? E quando ripetendola mentalmente arrivo a: «C’è sempre un nido / nel mio cuor per te...», ed è lei che lo dice a me, anche se cerco di trattenerlo, vince il sentimento.
A volte mi domando quali sono gli eventi che determinano il corso della nostra vita, e scopro con sorpresa che possono essere eventi banali la cui importanza sul momento ci sfugge. Per esempio fu in un giorno del 1932 che una circostanza direi fortuita, diede una svolta “fatale” al mio destino di uomo e di scrittore.
Fu quando mio padre seppe che c’era un appartamento in affitto a palazzo Donn’Anna, a Posillipo, e decise di trasferirsi lì con la famiglia. Un palazzo come quello, che si diceva abitato dagli spiriti e si presentava come una rovina emergente dal mare, non era veramente appetibile all’epoca, e mio padre diede prova di avere una natura più artistica e bohémien di quanto sospettassi, quando prese la sua decisione. Lo snobismo di mia madre invece aveva avuto la meglio quando aveva saputo che nell’appartamento che avremmo occupato abitava la famosa soprano Gemma Bellincioni, amica di D’Annunzio, e un bell’esemplare dannunziano lei stessa. La Bellincioni cedeva in affitto metà del suo appartamento e si ritirava nell’altra metà. La casa dove andammo ad abitare corrispondeva al gusto e alla personalità dell’inquilina, stravaganza, arte, nicchie per armadi e nicchie per i letti, il soffitto del salone alto quasi quanto la cupola di una chiesa, porte monumentali con fregi e stemmi, pareti rivestite di tela di sacco color verde alga, e tutto questo a pochi metri dal mare che quando era agitato mandava i suoi spruzzi sui vetri delle finestre. Col buio della sera arrivavano i fantasmi. Non si scherza coi fantasmi, soprattutto se sei un bambino e per arrivare a casa devi attraversare luoghi che sembrano più fatti per loro che per gli umani, lunghi e oscuri corridoi, mura di tufo stillanti, passaggi misteriosi. Ma quando arrivavo a casa com’era dolce e riposante il respiro del mare! E quando al mattino mi affacciavo dalla terrazza ogni volta si rinnovava la meraviglia. Non poteva nascere che lì il mio mito della “bella giornata”!
Palazzo Donn’Anna, con le sue ombre spettrali e la sua luce folgorante era già una buona metafora della mia immagine mentale di Napoli. Dopo un po’ che abitavo nel palazzo conobbi tutti i suoi abitanti, e c’erano tanti ragazzini della mia età, appartenenti a famiglie di diversa nazionalità, c’erano i Genevois francesi, i Murcell e i Twist inglesi, i Marinelli di origine spagnola, c’erano le ragazze Morelli di madre tedesca e padre italiano, tutte belle, ...
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