Celestino Cuccoli è uno "zitello" dolce e pacioso, non privo di una sottile vena di follia: reduce da un amore conclusosi con la morte della fidanzata, si è chiuso in una vita casta e claustrale. Ma il desiderio di avere figli lo porta a adottarne ben quattro in un orfanotrofio. Li ama, li tratta come principi dilapidando un patrimonio, incurante di non essere ricambiato. Anzi: verrà derubato e ferito.
Ma gli anni passano, e finalmente l'incondizionata generosità di Celestino viene premiata con l'affetto dei ragazzi ormai cresciuti e soprattutto con la miracolosa illusione di un nuovo amore. Sulla soglia dei settant'anni il protagonista si infatua di una giovane ventenne che, colpita dal suo candore, lo ricambia. E proprio nel giorno delle nozze, l'anziano Celestino muore felice. Pubblicato per la prima volta nel 1948, I fratelli Cuccoli è l'opera più intensamente autobiografica di Palazzeschi, ma costituisce anche un ritratto disincantato e ironico dell'Italia fascista, illuminato dal sorriso e dalla straordinaria capacità inventiva dell'autore.

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I fratelli Cuccoli
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PARTE SECONDA
Villa Letizia
Il signor Celestino Cuccoli, allungato in una sdraia di tela sulla terrazza di Villa Letizia, ogni tanto socchiudeva gli occhi per non perdere il contatto fra il sogno e la realtà.
Era il plenilunio d’Agosto.
La luna che si era alzata dall’acqua due ore prima, dopo avervi galleggiato pingue e rancea, vicina tanto che sembrava di poterla toccare, splendeva alta e snella, inaccessibile sul mare, leggerissima e fredda, rivestendo d’azzurro il cielo il mare e la terra. Il cielo d’un azzurro trasparente, tutto di seta, tempestato e trapunto di gemme e attraversato da un velo di bellezza. Di un azzurro profondo era il mare, che di tanto in tanto faceva sentire un frusciar tenue, percettibile appena.
I retrostanti giardini e le pinete esalavano i loro effluvî comunicando un senso vago di instabilità.
Il signor Celestino per mantenere uno stretto contatto fra la realtà e il sogno ogni tanto socchiudeva gli occhi.
Stando così disteso e ad occhi semichiusi, non aveva avvertito vicino a sé la presenza di Minerva che si annunziò con un accenno di riso non appena li ebbe riaperti.
— Che ne dici, Minerva, di una notte come questa?
— È tanto bella che non si può decidersi a andare a letto.
— Proprio così. Se non fossimo gli schiavi dell’abitudine stanotte si dormirebbe qui, sulla terrazza. Invece di rimpiccolirci questo spettacolo c’ingrandisce e ci esalta.
La donna rispondeva senza rispondere. Era difficile, per lei, esprimersi davanti a quel fenomeno e davanti al suo signore che pure senza sentirla né guardarla, le leggeva fino in fondo all’anima.
Dieci anni non avevano apportato un notevole cambiamento nel fisico del padrone e della sua domestica. Il signor Celestino era ancora il piccolo uomo roseo, paffuto e biondo, un po’ più radi i capelli alle tempie, tra cui qualche filo d’argento si guardava bene dal rivelarsi per non sbiadirne la doratura. E quel leggero strato di polvere che gli scoprimmo su tutta la persona, per l’aumentata vivacità di essa non appariva più, erasi scosso. L’angelo si era spolverato.
Minerva invece era divenuta asciutta, quasi risecchita, e nei movimenti più franca e decisa. Tale sicurezza, che le si era consolidata nello spirito, dava al corpo un’espressione di giovanile energia.
Dopo un lungo e armonioso silenzio pieno di parole, identiche per tutti e due, il semplice scambio di un «buonanotte» fu il congedo, per quella sera, fra il signore e la sua domestica.
Disteso nella sdraia di tela il signor Celestino rimase ancora solo e ad occhi semichiusi sulla vasta terrazza di villa Letizia.
Villa Letizia era la decana di quella moderna spiaggia, nella quale per oltre mezzo secolo aveva regnato sola. Anzi, fra tante ville e villette venute fuori negli ultimi tempi come per sortilegio, e a centinaia, era addirittura un’altra cosa.
Costruita in riva al mare cent’anni prima dalla Contessa Letizia M. quando a nessuno sarebbe balenato per il cervello di costruire, vicino alla sua, un’altra casa.
Soltanto mezzo secolo più tardi alle ali di villa Letizia, e per i suoi dintorni, si formò un paese marino di villeggiatura che subiva ogni anno nuovi sviluppi e maggiore importanza. E mentre le villette costruite dopo presentavano un aspetto ciarliero di leggerezza leggiadra, creata per la solitudine e il silenzio, villa Letizia era costruita di mattoni scoperti con impannate color nocciuola e una solidità che la rendeva eccessivamente austera fra tanta civetteria. E dove le altre avevano ciascuna intorno un giardino in miniatura, Villa Letizia era circondata per tre lati da un parco di pini venerandi e da aiole con fiori in prossimità della casa. Davanti al mare era tutta scoperta, e la vasta terrazza del primo piano formava un osservatorio non solo del mare ma di tutta la spiaggia che dominava con austerità.
Per l’antica amicizia che lo legava alla famiglia dei Conti M., il signor Celestino da cinque anni aveva preso in affitto quella villa. «I miei giovani Principi come potrebbero uscire da una scatola variopinta?» aveva detto affittandola.
Un rumore nella sua camera lo risvegliò da quel dolcissimo dormiveglia. La pendola sopra il caminetto fece sentire lesta dodici colpi della voce fanciullesca imbottita nell’oscurità.
Mezzanotte.
E di lì a poco un sentore di passi errare per le camere retrostanti senza che vi si accendessero le luci, la luna le illuminava abbastanza quindi, verso di lui, quei passi attraversare la terrazza. Battista rientrava dalla passeggiata e, dato uno sguardo di controllo alle camere da letto che avevano in fila la finestra spalancata, veniva a congedarsi dal padrone.
Il signor Celestino concedeva al giovane domestico due ore ogni sera per potersi ricreare alle piacevolezze mondane che offriva la vita della spiaggia, inebriarsi fra le luci colorate e la gente rumorosa che ne affollava i ritrovi e le vie. Aveva la medesima età dei suoi figlioli e veniva da una famiglia di contadini di Sant’Ilario, era intelligentissimo e sapeva fare ogni cosa, dal tappezziere al legnaiolo e al fabbro, dal meccanico all’idraulico e l’elettricista; gli bastava guardare fissamente una cosa per giungere a conoscerla nella sua intimità, e se alla prima non perveniva alla conoscenza alla seconda non gli sfuggiva. Da un operaio che lavorava, fissandolo in silenzio compreso e duro, imparava immediatamente senza chiedere spiegazioni. «Questa creatura col lavoro si nutre l’anima, sta davanti a un operaio come si sta in chiesa, e non si mette a fare una cosa che non gli riesca.» Coi ragazzi viveva come un altro ragazzo in dimestichezza. Quel trovarsi sempre fra dei coetanei lo costringeva, talvolta, a un esercizio di rassegnazione e di pazienza, che il suo stato di riconosciuta inferiorità di molto gli alleggeriva. Ma più spesso godeva di loro e con loro della comune gioventù, e se nel disbrigo del servizio poteva sentirsi arrivare una scarpa nella schiena, rispondeva con il sorriso di un’accettazione cameratesca. Ed era, poi, felice di sentirsi mettere con familiarità la mano sulla spalla mentre riceveva ordini o ascoltava le cavillose e intrigate istruzioni di un’incombenza. La sua inferiorità ne faceva il giovane saggio fra quelli spensierati a causa della fortuna. Più felice era Battista quando si vedeva regalare, con liberalità capricciosa, un bel paio di scarpe, i guanti, una camicia o la cravatta, un vestito che pareva nuovo ancora. «Quella camicia bianca di seta, mi fa un difetto proprio qui e non c’è modo di correggerla», diceva Osvaldo premendosi un dito alla base del collo, «prendila pure, Battista, la mia roba t’è un po’ larga ma ti va.» Cose che gli consentivano di fare una splendida figura nelle ore di uscita.
Con molto accorgimento il signor Celestino aveva messo fra i propri figli un domestico di tale intelligente natura, sicuro che avrebbero formato con lui un congegno che funzionava a meraviglia. Luigino soltanto non abusava della sua opera né la richiedeva se non per le cose strettamente necessarie; né gli dava la confidenza da cui sorgevano i guai per il povero Battista al quale, pur non sfuggendo la gentilezza e urbanità dell’ultimo, era attratto e affascinato dall’irrompente vivacità degli altri, dalla vita brillante che conducevano e dal modo di comportarsi di una sicumera inaudita. Un giorno che per averlo mortificato troppo erano giunti a farlo piangere, Battista s’era rifugiato da Luigino come presso un amico per sfogare il proprio rammarico. Questi, prese nelle sue le mani di Battista, gli tenne un lungo discorso di consolazione sopra il carattere degli uomini.
«Quando gli uomini per un privilegio della sorte incontrano un’esistenza troppo facile, possono apparire anche cattivi, mentre non sono che degli spensierati, dei superficiali; non hanno mai avuto la necessità di toccare il fondo della propria anima né di conoscere quella altrui, e vi galleggiano appagandosi delle parti esteriori della vita. Sono tutti presi dalle apparenze. Per essi la vita è soltanto forma, e danno un valore supremo alle cose futili o secondarie, assolutamente sproporzionato alla causa. Nella forma è la loro bellezza e la loro ragione di esistere. Il papà ritiene che ognuno deve svilupparsi secondo il proprio impulso, che qualsiasi intervento è dannoso o inutile, che gl’inconvenienti derivati da una personalità espressa liberamente sono minor male e più morali di quelli che derivano dalle finzioni e i compromessi di una personalità oppressa, viziata da un’educazione troppo rigida o avversa, e ognuno si deve creare da sé… Questo è vero solo in parte. Per ciò tu non devi stupirti se i miei fratelli ti offendono con la brutalità di un’espressione genuina, è l’istinto che si rivela senza freno e in modo che offende, al centro della civiltà hanno sovente espressioni da selvaggi. Non ti offendono con l’intenzione, ti offendono per la loro brutale natura.» Calmato dalla dolcezza della sua voce, Battista tornava presso gli altri come la farfalla intorno alla candela che finirà per sbruciacchiarle un’ala.
Ma quella volta Luigino intervenne presso i fratelli, non appena gli capitò di trovarli insieme disse loro con una calma che imponeva il silenzio: «offendere un uomo che si trova al nostro servizio, e che per la sua condizione non può difendersi, è una viltà. Non posso credere che ci sia una persona vile fra i miei fratelli, sono convinto che si tratta di un equivoco, di una cosa involontaria». Renzo ebbe un’alzata di spalle: «che seccatura!» egli non entrava nella partita; Osvaldo fissava Luigino pensoso e curioso, ma non pensava affatto, come si fissa il buco dal quale dovrà uscire una bestia; e Sergio, a cui l’allocuzione direttamente si riferiva, non appena il fratello ebbe terminato: «è un idiota» concluse sicuro, ma di una sicurezza incrinata. «Non è con un’offesa che si può correggere chi sbaglia, l’offesa ha il potere di consolidarlo nell’errore perché è un errore essa stessa.»
Quando quel giorno Battista era vestito per uscire, Sergio gli si parò davanti con viso di minaccia, l’altro s’impaurì, gli sciolse la cravatta e la buttò via, corse al suo armadio ne prese una fra le sue, la più bella, quella che preferiva. Lui stesso glie l’annodò intorno al collo con incontentabile grazia, e mentre glie l’annodava: «non dirai che ti regalo la roba brutta, quella che non mi piace più, questa cravatta è proprio quella che preferisco fra quante ne ho. Oggi le donne guarderanno tutte te», non finiva mai di aggiustarla: «per forza, con questa cravatta piaci anche a me».
— Battista, il signor Luigino è già in casa?
— No, signore, sono passato davanti al teatro in questo momento, lo spettacolo non era al termine, davano un dramma in cinque atti: Amleto.
«In piena stagione di bagni, quando tutti ballano o prendono il fresco, Luigino va a rinchiudersi in un teatro per ascoltare un antico dramma. Andate a dire agli uomini di fare in un’altra maniera se volete sciupare ogni cosa, seguendo il proprio istinto fanno bene come fanno.»
— E tu non vai al teatro?
— Se ci fosse uno spettacolo di musica anderei anch’io.
— Ti piace la musica?
— Sono andato tante volte da Sant’Ilario in città per sentire un’opera durante l’inverno, facevo cinquanta chilometri in bicicletta.
— Bravo, bravo, tu non rimpiangerai quella fatica, rimpiangerai soltanto di non poterla ripetere.
Stettero un momento in silenzio.
— E che ne dici di una notte come questa?
Per la difficoltà di rispondere Battista rise.
— Altro… è bella.
— Dicevo con Minerva poco fa: «stanotte bisognerebbe dormire tutti qui, sulla terrazza».
Battista rise più forte.
— Non è una buona idea?
— Davvero.
— Ma tu senti questa bellezza? Ci sono ancora dei lumi e dei canti per tutta la spiaggia. Nessuno vuol decidersi a andare a letto.
Tacquero insieme.
— Anche tu senti questa bellezza? — Insisté il signor Celestino — Sei incantato da tanta bellezza?
— Altro… ma non riesco ad esprimermi.
— Caro, vai, vai a dormire, ti sei espresso anche troppo bene.
Le sorelle Canovai
Col capo chino sopra il tuo sennon ho paura di naufragar…
«Non sono mai stata in Grecia ma ci scommetterei la testa che le statue greche sono fatte così. Quando Sergio suona la fisarmonica appoggiando la testa sulla spalla di Dolores, la mia Dolores com’è bella, non so che cosa sia, io sono in Grecia. Mi pare proprio di essere laggiù. Non credete che esageri, mi sento dei brividi per tutta la persona, è l’oriente che si agita in me, non esagero punto dicendo questo. Che cosa ci può essere di più bello che vedere insieme una creatura bruna e l’altra bionda?»
Se al tuo verone in fiore venisse un giorn...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione di Jole Soldateschi
- Cronologia
- Nota bibliografica
- Nota al testo
- I FRATELLI CUCCOLI
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- PARTE TERZA
- Note
- Copyright