«Ho visto sul giornale che Edvard Winterson è morto» dice Jim seduto nel piccolo cerchio di luce della mia lampada da lettura nell’appartamento di Jungfrugatan con in mano un ritaglio di giornale, un necrologio. «Il primario del mio reparto a Beckomberga. Te lo ricordi, Jackie?»
Mentre parliamo, le stelle si accendono una dopo l’altra là fuori in cielo, una fila di perle chiare nel profondo blu, è la tenue luce ondeggiante delle stelle della sera, e ovviamente mi ricordo di Edvard, era sempre all’entrata di Stora Mans al tramonto a fumare una sigaretta, un solitario filo di fumo nella luce grigia, mi ricordo il suo grande sorriso quando vedeva Jim, quella volta che mi sono assopita sul sedile posteriore della sua auto con la fodera sbiadita dal sole mentre mi accompagnava a casa dall’ospedale.
Nel tenue bagliore della lampada Jim mi racconta che, quando era ricoverato a Beckomberga, la notte andava spesso alle feste a Östermalm con Edvard Winterson nella sua Mercedes color argento. Al tramonto Edvard andava a prenderlo in reparto e attraversavano il viale di tigli per poi buttarsi nella città sempre più buia, che un tempo era stata la sua vita. Edvard Winterson gli portava degli abiti civili, una camicia pulita, un paio di jeans e una giacca che lo aspettavano sulla carrozzeria dell’auto in una pila ordinata, e quando uscivano dai cancelli dell’ospedale gli aveva già messo in mano una sigaretta e un drink.
«Edvard era un uomo fantastico» dice Jim ridendo «e completamente matto, anche lui. Ci eravamo innamorati della stessa donna. Sabina. Te la ricordi? Era una pazza scatenata e, dato che Edvard era solo un ricco ragazzo di Östermalm, non aveva idea di come gestirla.»
Le ultime nuvole ritardatarie si affrettano sul disegno a china sbavato che è il cielo di quel primo pomeriggio d’inverno in cui Jim viene da me e mi racconta di Beckomberga. È a Stoccolma di passaggio, tra pochi giorni tornerà a Cariño, nella casa sull’Atlantico. Le ultime vene rosse pulsanti del sole e le scie di fumo che lasciano la sua bocca mentre parla mi fanno pensare alla nebbia che c’era intorno all’ospedale la prima volta in cui io e Lone andammo a trovarlo, alla nube di neve che aleggiava tra gli edifici.
Camminavamo lungo i piccoli sentieri asfaltati cercando di leggere i cartelli e intorno a noi tutto era gelato. Sembrava che qualcuno avesse tagliato la corteccia dei tronchi bagnati e riesco ancora a sentire i gridi delle gazze che echeggiavano tra gli edifici nel cortile da caserma mentre ci affrettavamo verso l’edificio di Stora Mans. Lone con un cappotto rosso acceso e gli stivali, leggermente chinata in avanti con le mani strette forte intorno al bavero. Sembrava che stesse attraversando una tempesta. Il volto pallido di Jim senza sorriso, il suo sguardo spento e le mani così tremanti mentre cercava di accendere una sigaretta che dovette rinunciare e metterla via. Lone, che in realtà aveva smesso di fumare, prese il pacchetto e ne accese una per sé e una per lui e fece qualche tiro veloce prima di spegnerla sotto il tacco dello stivale.
Jim: Avevo provato molte volte in precedenza, ma mai davvero seriamente. Molte volte Lone mi aveva trovato con la testa nel forno a gas quando tornava dal lavoro. Un mazzo di rose sul tavolo della cucina e poi via con il gas. Era un esperimento. Questa volta è stato come una caduta libera. Sono caduto e poi ho continuato a cadere.
Gli amici di Jim in ospedale lo chiamavano Jimmie Darling e dopo un po’ iniziai anch’io a chiamarlo Jimmie Darling, quando ci mettevamo a sedere sul leggero pendio circondato da giovani betulle insieme agli altri pazienti. Il fumo che saliva verso il cielo dalle sigarette era come un segnale di fumo per coloro che erano dall’altra parte della recinzione, il nostro saluto al mondo là fuori. Raccoglievo i mozziconi per darli a Jim e Sabina e in seguito a Paul.
«Jimmie Darling.»
«Sì?»
«Guarirai?»
«Non lo so, Jackie.»
«Non vuoi guarire?»
«Non so più quello che voglio, non so più cosa significhi guarire. E qui mi sento a casa, più di quanto mi sia mai sentito in qualsiasi altro posto. Qui le persone sono diverse, non hanno niente e io ho imparato che non importa cosa si ha e dove si vive. Alla fine sono tutti uguali, non c’è modo di proteggersi.»
«Proteggersi da cosa?»
«Non lo so. Dalla solitudine... dal baratro interiore.»
«Quindi non tornerai?»
«Non lo so ancora, Jackie. Non aspettarmi.»
Sabina è distesa a pancia in giù sull’erba nera fuori dalla cappella con un libro aperto davanti.
«Tutto quello che chiedo è la libertà» dice alzando gli occhi verso di me, e le sue pupille si dilatano nonostante la forte luce del sole finché tutto ciò che rimane dell’occhio è inchiostro nero e dolore puro.
«E quando la libertà mi viene negata, come succede sempre, io me la prendo lo stesso.»
Non dimenticherò mai i suoi occhi, il modo in cui si allargavano e si restringevano nella forte luce sotto gli alberi di Beckomberga. Grandi, scuri e immobili sul suo viso, indurito dalle medicine e dall’alcol. Per molto tempo è stata la mia immagine di futuro, adesso non lo so più. Una sera, mentre sono alla finestra del reparto 6, la vedo correre giù per il pendio vicino alle betulle dietro Stora Mans, inseguita da Edvard. All’altezza della grande quercia lui la afferra e la trascina giù nell’erba, le strappa la collana e le perle volano per aria, come cascate d’acqua, come gocce di pioggia azzurra.
Per mesi trovo perle nell’erba sotto la quercia. Blu fiordaliso, indaco, blu, azzurro cielo, e con il tempo diventano sempre più opache, le piogge hanno completamente lavato via il colore di alcune di esse, sono bianco avorio, incolori. All’inizio penso di restituirle, ma non c’è più nessuno a cui ridarle.
Jim somiglia a un bambino vecchio quando sprofonda nella poltrona in un modo che la fa sembrare enorme, con le lunghe gambe ossute buttate davanti a sé con noncuranza. La poltrona è una delle poche cose rimaste di Vita e Henrik, tutto il resto è sparito, venduto molto tempo fa quando Jim aveva bisogno di soldi. Più noi invecchiamo, più loro ringiovaniscono nelle fotografie. Vita aveva poco meno di quarant’anni quando se ne andò, poco più giovane di me adesso, e nelle vecchie fotografie in bianco e nero del matrimonio la luce continua a irradiare dai suoi occhi.
Nessuno aveva mai pensato che Jim sarebbe invecchiato. È sempre stato fuori dal tempo, ha sempre vissuto secondo le proprie regole come un grande bambino indisciplinato e pericoloso e ha sempre amato troppo la morte perché qualcuno potesse immaginare un Jim vecchio. A volte penso che non abbia foto della sua vita dopo la giovinezza, dell’invecchiamento, ha sempre fatto ciò che gli andava, seguendo ogni desiderio e ogni istinto: ha mentito, ingannato, bevuto, abbandonato, non credo che abbia mai amato nessuno. Né me, né i miei fratellastri, forse neanche Lone.
«Dài, Jackie» dice dimenticando che l’anno prossimo compirà settant’anni, «io non invecchierò mai. Ho vissuto troppo intensamente perché accada. E non ho mai voluto vivere. Non sul serio. Non come te.»
Ha deciso di nuovo di morire, lo annuncia senza indugio non appena arriva davanti alla porta in Jungfrugatan. «Non voglio invecchiare, Jackie. Non c’è più niente per cui vivere.» È arrivato a Stoccolma per dire addio a me e a Marion. Ha intenzione di andarsene a nuoto da una piccola insenatura nella Spagna settentrionale tra qualche mese. Ha messo da parte una confezione di sonniferi di Imovane e ha chiesto la mia benedizione e io gliel’ho data, perché gli do sempre quello che mi chiede. Rimango sempre senza parole davanti a lui, è come se tutti i pensieri dentro di me venissero cancellati.
«Fai come vuoi, Jim» dico velocemente, «l’hai sempre fatto.»
Dopo aver lasciato me e Lone per trasferirsi nella piccola stanza in affitto in Observatoriegatan, prima di arrivare a Beckomberga, Jim mi scriveva spesso delle lettere.
“Per favore, Jackie, devi aiutarmi. Fai un salto qui dopo la scuola, Jackie. Ormai tu sei l’unica che mi può salvare. Non puoi venire da me? Mi sento così solo qui.”
Non rispondevo mai alle sue lettere perché non sapevo cosa scrivere e perché ho sempre avuto la sensazione che non avrei potuto salvare Jim, nemmeno se ci avessi provato davvero. Alla fine è sempre stato salvato da qualcun altro, da una donna come Sabina o dall’alcol.
Jim non è più lo stesso. Ha il volto pallido nonostante il forte sole che arde sulla casa di Cariño e indossa un completo di un paio di taglie troppo grande e delle scarpe eleganti, vestiti che non ha mai messo prima. Prima portava sempre jeans, magliette logore e scarpe da ginnastica. Sembra che si sia vestito bene per il suo funerale. E la luce che ha sempre avuto negli occhi non c’è più. Quella bellissima, spaventosa luce desolata che traboccava, che illuminava la notte intorno a lui e che rivelava un’intensità e una spregiudicatezza particolari, qualcosa di inarrestabile, un fuoco feroce o un baratro. L’iride azzurra di un occhio è coperta da una leggera patina bianco latte e lo sguardo è preoccupato, in cerca di qualcosa. Senza le donne e l’alcol, senza il luccichio del fuoco distruttore del sesso dentro di sé, non rimane altro che cenere, solo un corpo invecchiato in un abito troppo grande, senza futuro, senza speranze. Un tritone che gironzola fuori dall’acqua durante l’estate, il suo vibrante corpicino elastico, teso e luccicante d’acqua, pieno di vita e di energia, che avvizzisce quando con l’inverno giunge il freddo.
Molto tempo fa credevo che la nostra famiglia fosse benedetta da una luce speciale, pensavo che non ci sarebbe accaduto nulla di male. Jim aveva un modo di raccontare il mondo che mi faceva sentire che eravamo superiori ed eletti e quando ascoltavo le sue storie sulla nostra vita, il mondo intorno a noi diventava come dorato. Quando arrivai a Beckomberga e incontrai gli anziani che parlavano di sé come di maestà e altezze reali, riconobbi qualcosa di Jim. Anche le loro vite sembravano dorate, superiori. Fluttuavano solitarie appena più in alto delle vite degli altri. Dentro di sé questi viaggiavano per il mondo su carrozze dorate, amati e temuti da tutti.
Fuori dalla mia finestra c’è il bianco sole invernale filamentoso che si estende verso i pini e trasforma le chiome in oro, prima di scomparire dietro la chiesa di Hedvig Eleonora. Per un breve istante ho l’impressione che i grandi alberi stiano bruciando. Le radici e i tronchi spogli brillano come fuoco nel crepuscolo, ma la debole luce dorata annega presto nelle ombre. È un inverno di Giuda, ingannevolmente mite.
Quando ci siamo incontrati a Humlegården oggi, Jim mi è sembrato fragile, insicuro anche da sobrio, disorientato nella nuova Stoccolma. E se è invecchiato lui, neanche io posso più essere giovane, pensavo osservandolo mentre mi cercava ansiosamente tra la folla con lo sguardo, come un bambino che cerca i propri genitori. Lone invece è senza età, a volte sembra più giovane di me, non le ho mai sentito dire niente di male di nessuno, né di Jim né di chiunque altro. Penso che abbia un’attitudine particolare per l’amore, Marion è attratto da lei come da un fiore.
«Raccontami ancora di Edvard» dico a Jim che è seduto nel tenue cerchio della lampada, perché ho la netta sensazione che si stia davvero allontanando, che questo sia il nostro ultimo momento prima che scompaia. E lui continua a parlare mentre la luce dell’ora blu sprofonda velocemente e viene sostituita dalla luce fredda del lampione.
Quando tornavano in ospedale all’alba, Jim riprendeva i suoi vestiti e Edvard gli dava qualcosa per dormire, una piccola pastiglia rosa chiaro. Fermava l’auto a una certa distanza, lo fa...