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L'amore non ha una sola faccia

  1. 144 pagine
  2. Italian
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L'amore non ha una sola faccia

Informazioni su questo libro

"Ciao, sono Sara Brandi, quella ragazza un po' schiva di Tutti insieme all'improvviso, avete presente? La sorella di Paolo e Samuele, la figlia di Annamaria e Filippo, ma soprattutto la nipote di Walter. Dico 'ma soprattutto' perché solo quando Walter è entrato nelle nostre vite ho capito una cosa per me fondamentale: che in casa Brandi una vena di follia c'è e io non sono quella messa peggio!

Comunque, il motivo per cui sono qui è che ho deciso di regalarvi un po' di questa follia o stranezza o stravaganza o 'brandite acuta', chiamatela come volete.

Bi. L'amore non ha una sola faccia è il romanzo che cerco di scrivere da anni e che grazie a un incontro speciale sono finalmente riuscita a terminare e pubblicare. Con 'incontro speciale' intendo Federica, ve la ricordate? La persona che non solo mi ha cambiato la vita ma che mi ha aiutata a capire chi sono.

All'inizio è stato un gran casino, lei mi piaceva da matti ma la paura mi paralizzava. Nella storia che leggerete ho cercato di raccontare cosa significa provare questa paura: non è la mia storia, ma è il mio romanzo, anzi, è il romanzo che avrei sempre voluto scrivere e quindi volente o nolente ci troverete molte parti di me." Per sedici travolgenti puntate in prima serata, la teenager Sara Brandi ha espresso e coltivato il sogno di pubblicare il suo libro: questo. La storia che ha deciso di narrare contenuta in questa pubblicazione ha alcuni punti in comune con la "vera" Sara della fiction (interpretata da Teresa Romagnoli), ma è totalmente inedita. Racconta di una ragazza che cerca di capire quali sono le sue pulsioni più profonde e sincere e combatte, anche con se stessa, per una vita che sia vita vera e su misura delle sue passioni.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071942
Print ISBN
9788804661467

1

Mi chiamo Sara Bi, ho sedici anni e ho tutte le cose che dovrebbe avere una sedicenne: l’insoddisfazione cronica, il broncio facile, la voglia di scappare, un sogno nel cassetto, un’amica del cuore, una madre invadente, una camera che non posso chiudere a chiave (perché mia madre l’ha nascosta), un mucchio di vestiti che non metto (e che per mia madre sono stu-pen-di), una t-shirt con la stampa di Like a Virgin, una scatola di barrette al cioccolato (la mia riserva antidepressione), un sacco di regali inutili (a proposito, se qualcuno fosse interessato all’intera saga di Twilight può farsi un giro sotto il letto della mia stanza) e un’insana, ma veramente grave passione per i libri.
Mi manca solo una cosa: un ragazzo. E un’altra, la voglia di trovarmelo subito. E lo so, anche se nessuno me lo dice (a parte Dalia, che non mi risparmia mai i suoi commenti), che questo mi rende agli occhi di tutti molto
strana.

2

La prima volta che ho provato a vestirmi da maschio è stato un anno fa, ma mi sembra che sia passata una vita.
Forse è passata sul serio, una vita, per le cose che ho capito di me stessa e degli altri.
Prima (prima che succedesse tutto, intendo) non facevo che annoiarmi e passavo il tempo a fare quel gioco semiserio, di immaginarmi cose impossibili.
Erano cose tipo:
che succedesse qualcosa;
che mia madre la smettesse di stressarmi;
che mio fratello non venisse a bussare tutte le volte che mi chiudevo in bagno;
che riuscissi ad avere più di due amici in croce;
che riuscissi a dire tutto quello che mi passava per la testa, almeno il 90% dei pensieri;
che le falene non andassero a bruciarsi contro le lampadine inconsapevolmente;
che potessi trasformarmi in qualsiasi cosa volessi (un gabbiano, una videocamera, un sassofonista jazz e così via);
che fossi capace di dire chissenefrega ed essere apprezzata lo stesso.
E poi, a un certo punto, mi sono incagliata su questa.
E se provassi a essere un maschio?
Mi sono ritrovata per strada, con addosso i jeans di mio fratello, i capelli nascosti sotto un berretto di lana e un paio di scarpe da ginnastica ai piedi.
Così, per fare una prova.
O forse era solo quello che mi raccontavo. La verità è che avevo deciso di fare quell’esperimento, fingendo che fosse un gioco, perché cercavo di capire chi fossi e cosa volessi dalla vita.
Ma cominciamo dall’inizio.

3

Era il 10 settembre e Dalia compiva sedici anni. Voleva festeggiarli in modo speciale e con speciale intendeva una festa in disco, cioè uno di quei posti dove tutti si parlano a colpi di “scialla” e “ciaone” e “khbdsibish” e “fgsiunjgaveu” (le ultime due però potrebbero essere l’effetto della musica sul mio canale uditivo) e si muovono carichi e contenti di ritrovarsi , nonostante non riescano a capire una parola di quello che dicono. Ho dovuto fare un leggero sforzo di altruismo quando ha detto che non potevo mancare. Quelle luci intermittenti e la musica assordante... sono abbastanza sicura che l’Fbi usi dei sistemi di tortura simili per estorcere confessioni ai suoi sospettati.
«Sara, hai sedici anni, non puoi odiare le discoteche.»
Questo è Carlo, mio fratello, e per la cronaca, nonostante ne abbia diciassette, di anni, in discoteca non ci ha mai messo piede. Glielo faccio notare gentilmente.
«Che c’entra, io faccio boxe» mi risponde, e non credo sia un’obiezione valida. «E poi Dali è la tua migliore amica, se non ci vai le spezzi il cuore.» Questa è un’obiezione valida. Quindi ho ceduto.
Ci ho messo tre ore a scegliere come vestirmi e mezz’ora per rendere le mie ciglia fluttuanti senza per questo sembrare un panda. Ma non c’è niente da fare, il mio è un occhio rimmel-respingente, vive di vita propria e rifiuta l’idea di regalarmi uno sguardo più magnetico.
«Non provare a toglierlo, che stai benissimo.»
Mia madre, quarantatré anni, una sincera passione per Mika, l’indole generosa e un’agghiacciante fiducia in tutto quello che faccio. Tanto per dirne una, è da tre secondi in camera mia e ha subito individuato il plico di fogli che ho stampato nel pomeriggio. È un racconto mio, una prima bozza di una storia che devo ancora capire se ha un senso o se devo lasciare che ingiallisca in una scatola sotto il letto.
«L’hai scritto tu? Che bel titolo!»
Glielo sfilo con grazia e la prego di uscire perché devo ritoccarmi il rimmel.
«Sara, è da più di mezz’ora che ti aspetto! Dài, che ho un appuntamento.»
Lo so, sto prendendo tempo. Rimetto a fuoco le ciglia con l’ennesima spennellata, prendo il giubbotto ed esco.
Lasciando, errore fatale, quel plico di fogli sul letto. Ma di questo parlerò dopo.
Ora, va bene che magari ho qualche problema con l’autostima, ma mentre esco e rubo immagini di me a tutte le superfici riflettenti del mondo non posso fare a meno di pensarlo: il rimmel mi sta di merda. Siccome mia madre mi spia devo fare buon viso a cattivo gioco. Appena mi scarica davanti all’entrata, penso, mi fiondo in bagno e mi lavo.
L’entrata però la vedo appena. O meglio, la attraverso, sospinta da una fila di ragazzi e ragazze che mi stritolano tipo boa multiteste spingendomi giù per le scale, verso una specie di cantina claustrofobica che poi sarebbe la discoteca vera e propria con la pista e tutto il resto. Oh my God.
Dali sta facendo gli onori di casa. Ha il viso truccato che neanche Lady Gaga e una gonna cortissima che le sta da Dio. Ha avuto il coraggio di scoprirsi le gambe e sta parlando con un gruppetto vicino ai due ragazzi più popolari della scuola, quindi le cose stanno andando alla grande. Io invece arrivo con la solita faccia scura e l’andatura da papero.
«Sei la migliore amica che abbia mai avuto» dice abbracciandomi mentre il deejay spara Garrix a tutto volume.
«Sì, lo penso anch’io.» Non l’avrei fatto per nessun altro, giuro.
«Vai a ballare» cinguetta, «adesso ti raggiungo.» Intanto una tizia troppo allegra con le calze strappate e due tette enormi mi dà una gomitata tirandosi dietro un ragazzo che non so neanche come fa a stringergli la mano. È tutto in versione extralarge, un Big Hero 6 senza la faccia simpatica di Baymax. Solo appoggiandosi al bancone rovescia un bicchiere di vino sulla mia maglietta bianca. Vorrei che mio fratello fosse qui. Capirebbe perché non mi piacciono le discoteche. Ma tanto non piacciono neanche a lui.
Provo a ballare. Giuro, ci metto tutto l’impegno. Ma ballare su questo tipo di musica significa scuotersi tipo shaker e avete presente il papero di cui parlavo prima che si muove tipo shaker su una pista? Mentre insisto a dare colpi di bacino alla ricerca del ritmo perduto penso alla musica che piace a me: Nirvana, Arctic Monkeys, Deep Purple. Sì, anche loro, anche se appartengono a un’altra era geologica.
Dalia si è avvicinata. Mi guarda con gli occhi spiritati facendomi il gesto del pollice all’insù. Le luci si accendono e si spengono in quel modo che usano all’Fbi mentre i cocktail colorati al bancone appaiono e scompaiono e qualcuno mi spintona. No, aspetta, non mi spintona, mi tocca proprio. Ecco perché Dali ha quella faccia – il sorriso da scema – e il pollice alzato. È un messaggio in codice per dire: c’è uno dietro di te che ti vuole, è figo, girati e bacialo.
Allora, prima di tutto questo è un messaggio in codice: sì, ma non creato da me, è una specie di regola delle feste saltata fuori da chissà dove e io non la condivido. Perché dovrei girarmi e baciare uno che non so neanche chi è? Secondo, i gusti di Dali sono diversi dai miei. Quindi me ne vado. Faccio lo slalom tra la folla, in direzione del bagno col simbolo della donna mezzo scardinato al centro della porta. E meno male che questa è la discoteca più frequentata della città, ma due euro per rifare i bagni ce li vogliamo mettere? Gli infissi scricchiolano, una finestra ha il vetro rotto e dentro si gela.
Due tizie odoranti di patchouli e sigaretta parlano animatamente dei pantacollant push-up e di quanto sia squallido metterseli a sedici anni, quando dovresti avere un culo perfetto di tuo.
Io mi guardo di sfuggita allo specchio. A parte il problema del rimmel ho un sedere a forma di... non lo so, forse stasera mi appare tutto dismorfico.
«Sei fuori?» mi investe Dalia. Si è materializzata all’improvviso e mi guarda male. Mette un dito sotto l’acqua e si strofina una macchia sulla calza.
«Quello era Martino Cocci, il ragazzo più figo della scuola. Praticamente un semidio. Era pronto a baciarti e tu che fai? Lo pisci e te ne vai?»
«Sì, più o meno è quello che ho fatto.»
«Ma perché?»
Gli zigomi di Dali hanno un colore intenso, la questione la preoccupa moltissimo, vuole sapere perché. E io che ne so? Non ne avevo voglia. Anzi, se proprio devo essere sincera, mi ha dato fastidio che Martino Cocci se ne stesse lì, alle mie spalle, pronto a ricevere una slinguata dalla mia bocca. Ma questo a lei non glielo dico, una voce mi suggerisce che è meglio tenermelo per me.
«Guarda i miei occhi, sembro un panda.»
Dalia sorride. «Stai benissimo.» Poi mi punta il dito: «È la fase Totoro?».
E no, non è impazzita, sta parlando in codice, anche se questo codice non lo usiamo più dalle medie perché è obiettivamente cretino.
Eravamo in prima e a Dalia piaceva un ragazzo, uno di terza che era il sosia sputato di Scamarcio. Lei gli moriva dietro ma lui non si era neanche accorto della sua esistenza finché un giorno, incrociandola sull...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Premessa
  4. Bi
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. 26
  31. 27
  32. 28
  33. 29
  34. 30
  35. 31
  36. 32
  37. 33
  38. 34
  39. 35
  40. 36
  41. 37
  42. 38
  43. 39
  44. 40
  45. 41
  46. 42
  47. 43
  48. 44
  49. 45
  50. Promemoria delle cose impossibili
  51. Copyright