Quando sono tornato ad Arimiate, il mio cervello ha subito cominciato a ricostruire il reticolo delle vie, la mappa dei miei percorsi e delle mie scorciatoie.
Arrivato a casa, ho parcheggiato il furgone davanti al piccolo condominio, nella viuzza poco frequentata dove da bambino avevo imparato a pedalare grattugiandomi le ginocchia e i gomiti sull’asfalto tra le bestemmie di mio padre, che non riusciva a digerire un figlio così incapace. Ho scaricato gli scatoloni, lo zaino, il fucile, e sono salito ad aprire. L’appartamento era gelido, polveroso. Nessuno, a parte gli insetti, era mai entrato in quelle stanze negli anni in cui ero stato lontano. Anche gli altri coinquilini erano morti o si erano trasferiti altrove. Lo capivo dal silenzio, dai cartelli di vendesi e affittasi ormai sbiaditi appesi fuori sul portone, dalle finestre chiuse. Il citofono doveva essere stato preso a martellate, magari di notte, per sfogare la rabbia o l’ubriachezza. Non era più stato riparato, forse perché in realtà nessuno aveva più bisogno di usarlo.
Sapevo che il vecchio dell’appartamento in fondo al pianerottolo aveva una stufa in cucina che usava in inverno per risparmiare sul riscaldamento. Ho sfondato la porta con il calcio del fucile e sono entrato. Anche lì odore di chiuso e di assenza. I mobili c’erano ancora, del resto erano vecchi e dozzinali. Sul letto matrimoniale era rimasto solo il materasso, macchiato di piscio ormai decennale. I cassetti erano stati svuotati metodicamente, forse dalle mani di qualche nipote assetata di biancheria da impacchettare e regalare a qualche parrocchia. Ma chissà se la parrocchia esisteva ancora? La stufa era in cucina e sembrava a posto.
Avevo con me una piccola torcia tascabile. Sono sceso in cantina, dove il vecchio teneva la legna. Ce n’era a sufficienza per tirare avanti qualche settimana. Poi ci avrei pensato. Ho posato la mia roba in soggiorno, sono tornato nell’appartamento dei miei a prendere le lenzuola e gli asciugamani, ho acceso la stufa, e da quel momento la casa del vecchio è diventata la mia tana. All’acqua avrei pensato in un altro momento. Nel peggiore dei casi, c’era ancora una fontanella all’angolo della via da cui usciva un filo d’acqua potabile.
Me ne sono rimasto sdraiato per un po’, cercando di fare il vuoto dentro di me.
Poi mi è tornato in mente il fuoristrada di mio padre. Era ancora lì, nel garage, nero e lucido come quando l’aveva comprato, poco dopo la morte di mia madre. Una specie di gratificazione per aver sgobbato tutta la vita, aveva detto, illudendosi di poterselo godere a lungo. Invece la malattia non ci aveva messo molto ad arrivare, e il fuoristrada non era mai riuscito a imparare l’avventuroso tragitto fino al bar centrale e al supermercato. La batteria era scarica e le gomme avevano bisogno di una gonfiata, ma tutto il resto sembrava a posto.
Allora ho deciso di riportare il furgone alla vecchia azienda. Dopotutto, l’avevo solo preso in prestito.
La ditta era ancora in piedi, deserta come tutti gli altri edifici intorno, affacciati su parcheggi vuoti punteggiati di sterpaglie, e la carcassa sempre più sfatta e irriconoscibile della bicicletta resisteva ancora legata al lampione. O forse non era proprio la stessa, forse la prima aveva fatto in tempo a corrodersi e a ridursi in polvere, e un’altra aveva preso il suo posto...
Il cancello era aperto come l’avevo lasciato il giorno in cui me ne’ero andato sotto la neve che cominciava a cadere. Del mio motorino non c’era più traccia. Ho parcheggiato il furgone dentro il cortile, sotto lo sguardo assente delle finestre infrante dietro cui per anni avevo trovato rifugio, e me ne sono tornato a casa a piedi.
Quello è stato l’inizio della mia vita da animale notturno. Di giorno me ne stavo chiuso nell’appartamento dietro la gabbia dell’ascensore. Dormivo o leggevo, aspettando il momento in cui l’inverno avrebbe ceduto il passo alla primavera e non sarebbe più stato necessario alimentare la stufa. Non capivo più nulla, se non forse le parole dei libri che decifravo a fatica sulle pagine nelle poche ore di luce tra un sonno e l’altro. Mi addormentavo solo dopo aver atteso l’alba, se era una giornata limpida e potevo vedere il cielo tingersi di rosa e arancione, e mi svegliavo al tramonto, nell’ora in cui ogni cosa è blu. Non sapevo più nulla. Non so nemmeno perché avessi deciso di vivere così, come un pipistrello. Forse non era stata una decisione cosciente, ma il frutto delle ultime notti insonni trascorse al capezzale di Strgačić o della riluttanza a camminare nella luce diurna tra gli altri superstiti come me, col rischio di venire individuato, riconosciuto, interpellato. E c’era il bisogno di sottrarmi alla Centuria, dopo quella notte al canale, o la lunga abitudine all’invisibilità che avevo acquisito da ragazzino e che aveva finito per diventare una forma di mimetizzazione e di difesa, naturale quanto un bisogno fisiologico. Ma non era nemmeno più una paura. Non sentivo più nulla.
Con i centoneri ho persino cominciato a giocare a nascondino, nelle sere in cui mi buttavo fuori, violando il coprifuoco per respirare l’aria fresca e muovere il corpo, l’unica cosa di me che ancora sembrava sentire e funzionare.
Con l’avvicinarsi dell’estate, ho cominciato a girare in macchina, sul fuoristrada di mio padre, a spingermi sempre più lontano. La mia memoria mi restituiva man mano il ricordo dei luoghi in cui avevo vissuto, le strade che avevo percorso sfrecciando in bicicletta, i palazzi che avevo conosciuto, i parchi e i suburbi dove avevo razzolato. Arimiate si trasformava in una città di spettri.
Mi allontanavo, entravo e uscivo dalla statale. Cercavo con lo sguardo di intercettare qualche luce ancora accesa, qualche casa in cui ancora ci fosse un essere vivente chino su una caffettiera a fissare la fiamma azzurrognola del fornello o sdraiato sul fianco a sfogliare vecchi numeri di riviste rosa impilati sul comodino.
Senza accorgermene, notte dopo notte, mi addentravo sempre più in profondità nella terra di nessuno tra Arimiate e la vecchia metropoli decaduta o mi avvicinavo sempre di più alle torri abbandonate del Villaggio San Felice.
A volte, invece di tornarmene a casa, imboccavo con le mani strette sul volante la vecchia stradina senza nome, sfilando sotto i suoi alti riflettori da anni in disuso. Oltrepassavo il cancello che giaceva scardinato a terra tra le erbacce e penetravo in folle nello spiazzo tra le torri. Al centro del quadrato, ancora circondate dai resti imputriditi di un basso recinto di legno, distinguevo la carcassa di uno scivolo, ormai ridotto a un pezzo di lamiera contorta, l’impalcatura di un’altalena senza più catene né seggiolini, le molle di ferro che in altri tempi avevano sorretto i cavallini basculanti. Dalla parte del viale d’accesso, l’edera aveva colonizzato la recinzione trasformandola in una specie di cinta muraria quasi impenetrabile alla vista e regalandole l’aspetto di un antico bastione in rovina.
Era stato lì, poco a sinistra dell’entrata, che Aili mi aveva fissato per la prima volta, spezzando l’incantesimo della mia invisibilità, e io ero scappato via sulla bici, incapace di reggere l’urto di quello sguardo inatteso.
Fermavo la macchina proprio davanti alla rampa d’ingresso della Torre Est, una colata di cemento in pendenza, senza gradini, nata per chi era costretto a muoversi su una sedia a rotelle e finita come cesso a cielo aperto per vagabondi e cani randagi. Mi mettevo il kalashnikov a tracolla ed entravo.
Sulla destra, nell’androne, i vani degli ascensori condominiali se ne stavano a bocca spalancata sui loro esofagi vuoti. Sparpagliati per terra, i brandelli incartapecoriti di vecchi volantini pubblicizzavano offerte di pizze formato famiglia con bibita omaggio e tagli di vitellone sottocosto per conto di take-away o supermercati da tempo dimenticati. Salivo le scale senza fretta, scostando con la punta degli scarponi sacchetti della spesa pieni di spazzatura decomposta o mummificata, confezioni sventrate di cibo pronto ancora striate dai resti del contenuto lappato o raschiato nella solitudine di qualche crepuscolo invernale ormai remoto, bottiglie d’acqua minerale coricate di traverso sui gradini, col tappo avvitato e ancora un sedimento verdastro e limaccioso d’acqua putrida all’interno.
Le porte erano quasi tutte sfondate. Per la maggior parte si aprivano su locali svuotati, in cui solo le sindoni grigie sui muri rivelavano l’originaria disposizione di mobili e quadri. In due o tre casi gli appartamenti erano stati abbandonati con tutti gli arredi ancora all’interno, come se i loro occupati fossero stati cacciati da un’urgenza o da una paura soverchiante, quasi che ogni ora sprecata a raccogliere le proprie cose potesse davvero fare la differenza tra la vita e la morte. Ma nel corso degli anni erano stati ripetutamente vandalizzati e adesso erano ridotti a discariche di detriti e di escrementi secchi in disfacimento.
Solo l’abitazione di Topino, al terzultimo piano della Torre Ovest, era rimasta intatta. La porta, che pure mancava della serratura dal giorno in cui la piccola folla inferocita l’aveva fatta saltare a colpi di fucile, era sempre accuratamente accostata. Nessuno osava metterci piede. Si diceva che un’aria cattiva aleggiasse tra le sue pareti.
La lenta diaspora del Villaggio San Felice era cominciata già prima della morte di Topino e di sua madre. Poi, nel giro di pochi anni, il complesso residenziale si era spopolato del tutto.
Era rimasto un solo inquilino: l’uomo col fucile che viveva nella Torre Nord. La moglie era morta e i figli si erano trasferiti dall’altra parte della metropoli. Dal momento in cui era andato in pensione, si era votato interamente ai suoi due amori: il merlo indiano, che teneva chiuso in una grande conigliera sul balcone riscaldato, e le armi. Aveva un piccolo arsenale, che curava con lo scrupolo e la costanza di un giardiniere reale. Ma col passare degli anni si era affezionato in particolar modo al suo fucile di precisione, un vecchio Dragunov ancora perfettamente funzionante.
Ogni sera, al calare del buio, dopo aver cenato, il vecchio scendeva dal suo appartamento con l’arma e un borsone a tracolla, attraversava senza fretta il cortile ed entrava nella Torre Est. Saliva a piedi – per tenersi in esercizio, diceva, e non perché gli ascensori non funzionassero più – fino al tetto. Si muoveva nel buio, senza l’aiuto di torce elettriche, avendo ormai impressa nella memoria dei piedi la distanza tra i gradini e la loro altezza. Una volta lassù, ben infagottato contro il vento gelido, tirava fuori dal borsone un grosso thermos pieno di tè caldo. Ne beveva una tazza in silenzio, guardando le luci lontane che si muovevano nella Steppa. Poi srotolava il materassino di gommapiuma, ci si sdraiava sopra e cominciava il lavoro.
Puntava il fucile sulla Steppa, muovendolo piano a destra e a sinistra finché nel mirino telescopico a infrarossi non compariva la sagoma di qualche vagabondo. Il proiettile partiva con un sibilo. Il corpo nel mirino andava giù prima ancora che il rumore della detonazione si spandesse nell’aria in cerchi invisibili.
Andava avanti così per una o due ore, tutte le sere. Se ne tornava a casa solo quando il tè, centellinato tra uno sparo e l’altro, finiva.
Una notte d’inverno, mentre attraversava il cortile nel buio, quattro ombre nere si staccarono dall’oscurità dell’androne in cui erano rimaste acquattate fino a quel momento. Il vecchio ebbe un’esitazione. Si fermò, fece per imbracciare il fucile, ma le ombre furono più veloci. Gli saltarono addosso, lo disarmarono e lo trascinarono via. Il suo corpo non fu più ritrovato.
Il suo arsenale venne razziato, ma nessuno dei saccheggiatori si prese la briga di liberare il merlo indiano. Così l’uccello rimase solo a fare la guardia sul balcone, modulando le due frasi che il padrone gli aveva insegnato, finché l’acqua e il cibo non finirono. Allora cominciò ad agitarsi, a gettarsi con una specie di ostinata disperazione contro la rete metallica della conigliera, ma presto gli mancarono le forze e poté solo restarsene accoccolato nella paglia, sempre più apatico e senza parole, fino alla morte per sete. Sapevo che, se fossi salito sulla Torre Nord fino al quindicesimo piano, avrei trovato la porta sfondata del suo appartamento, vecchi resti di sedie spaccate, rimasugli cartacei di quella che una volta era stata una piccola collezione di riviste specialistiche per cacciatori e tiratori, cocci di stoviglie, vetri infranti e, sul balcone, nella gabbia, il complesso e mirabile scheletro del merlo, adagiato nella stessa posizione in cui era caduto.
Al ventesimo piano le scale vere e proprie terminavano. Dal pianerottolo, in un angolo dietro il vano ascensori, si staccava una scalinata più stretta, che in due rampe a gomito conduceva sul tetto largo e piatto della Torre.
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