Prologo
1. Dai ricordi di un internato di San Vittore: «Ciò a cui non ci si poteva abituare era il rumore notturno dei ferri nel corridoio che preludeva all’apertura di qualche cella; la riprovevole speranza che non fosse mai la propria, quando i passi si avvicinavano; l’ipocrita compassione per lo sfortunato compagno destinato al muro, quando ritornava il silenzio e il pericolo era scomparso. Soltanto allora i prigionieri si distendevano rassicurati nel buio della cella, a sognare che per quella notte potevano ancora continuare a vivere». Cfr. Ernesto Maggio, Le icone di Rudy. Vicende familiari attraverso la storia di un secolo, Torino, Anthropos, 1990, p. 249.
2. Sui compiti e le funzioni di Saevecke si rimanda a Primo De Lazzari, Le SS italiane, Milano, Teti, 2002, p. 128, e a Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano. I crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo, Roma, Datanews editrice, 1997. Nel dopoguerra Saevecke fu arruolato dalla Cia e collaborò con gli Alleati. Poi comunque processato per crimini di guerra, e condannato in contumacia a Torino nel 1999, con grande scandalo non venne mai estradato in Italia ma fece una buona carriera negli apparati di polizia della Repubblica federale tedesca. Morì di vecchiaia nel 2004. Cfr. Eric Lichtblau, The Nazis Next Door. How America Became a Safe Haven for Hitler’s Men, Boston-New York, Houghton Mifflin Harcourt, 2014, pp. 34-35.
3. «Mai più mi sentirò, come mi sentii allora, parte di qualcosa e compagno di qualcuno. Voglio dire che mai mi ero sentito e mai più mi sentirò giovane come in quegli anni, e non solo perché ne avessi venti soli ... Io sono fra i rassegnati: so benissimo che di bandiere non posso averne altre e l’unica che seguiterà a sventolare sulla mia vita è quella che disertai, prima che cadesse.» Cfr. Indro Montanelli, Lettere a Longanesi (e ad altri nemici), Milano, Longanesi, 1955, p. 17 e 23.
4. Montanelli fa esplicitamente sua la posizione degli «apoti», cioè quelli che non se la bevono, come Giuseppe Prezzolini. Cfr. Indro Montanelli, Mi sono iscritto al partito degli apoti, «Corriere della Sera», 4 gennaio 1996. E Mario Isnenghi, Dieci lezioni sull’Italia contemporanea. Da quando non eravamo ancora nazione... a quando facciamo fatica a rimanerlo, Roma, Donzelli, 2011, pp. 230-232. L’espressione fu coniata da Prezzolini in una lettera a Piero Gobetti apparsa sulla rivista «La Rivoluzione liberale» il 28 settembre 1922, esattamente un mese prima della Marcia su Roma. Avrebbero dovuto farne parte, nelle sue intenzioni, tutti coloro che non volevano lasciarsi imprigionare nelle contrapposizioni partigiane che stavano dividendo l’Italia. Partecipare alla vita politica, in quelle condizioni, significava abbandonare «tutte quelle cautele dello spirito, quelle abitudini di pulizia e di elevazione, quelle regole di onestà intellettuale che la generale grossolanità, violenza e malafede rendono più che mai necessario mantenere». Nel suo romanzo del 1945 uscito per l’editore milanese Tarantola, Qui non riposano, Montanelli usa un espediente narrativo – le vite incrociate di tre uomini stritolati dal Ventennio e dal successivo resistenzialismo – per manifestare la posizione di quanti non si riconoscevano più nel fascismo ma nemmeno nell’antifascismo. Il libro ebbe grande e rapida fortuna, malgrado all’inizio nessuno lo volesse pubblicare: tre ristampe nei primi due mesi. Nel 1949 Mondadori ne acquisisce i diritti e lo ristampa. Qui non riposano fu stroncato da Eugenio Montale, che ne riconosceva alcuni limiti letterari, ma piacque al giovane Giancarlo Vigorelli che, nel novembre 1945, sulla rivista «La Città Libera», scrisse che il libro rappresentava un esame spregiudicato di ciò che il fascismo aveva rappresentato per un’intera generazione, «tutto all’opposto di come vorrebbero condurlo su schemi prestabiliti certi antifascisti di professione». Montanelli non cambierà mai più idea. In un articolo del 1955, sul «Borghese» appena nato, teorizza così la natura di quella posizione lontana da tutti, secondo lui rappresentata dal giornale appena fondato da Leo Longanesi: «Ebbene, noi torneremo a fare uno di quegli “angolini” che usarono sotto il fascismo, e contro i quali il povero duce tanto si scalmanava. Sì, lo so: che noia, la vita, che ci obbliga ogni volta a far le stesse cose e a rincantucciarci sempre, per una ragione o per l’altra, nell’“angolino”! Ma altro non ci resta. Abbiamo cercato una destra in cui arruolarci, ma non abbiamo trovato che faccendieri intesi a favorire certi interessi ... Abbiamo sperato in una sinistra che a un certo punto, visto che i valori nazionali erano restati orfani, poteva adottarli e, mescolatili in un grosso polpettone con le sue “istanze sociali”, contrapporli alla “pacchia” democristiana ... Ma nemmeno le sinistre hanno resistito alla “pacchia”, come non vi hanno resistito le destre». Cfr. Indro Montanelli, con lo pseudonimo di Antonio Siberia, Il progresso in discesa, «Il Borghese», 21 ottobre 1955.
5. Sestilio Montanelli ebbe atteggiamenti socialisteggianti in gioventù, poi si avvicinò al fascismo. Professore e preside di liceo, chiuse la sua carriera con il grado di ispettore della Pubblica istruzione, a Roma, un incarico di sostanziale derivazione politica. Cfr. Indro Montanelli, Qui non riposano, Milano, Rizzoli, 2001, p. 93.
6. Indro Montanelli, Qui non riposano, cit., pp. 187-188.
7. Nell’anno del centenario della nascita di Montanelli, Scalfari scrisse un articolo sull’«Espresso» che si concludeva così: «... a suo modo [Montanelli, NdA] politicizzò il senso comune, un’operazione che inconsapevolmente condusse per tutta la sua vita professionale e che spiega il grandissimo successo e il consenso che si è creato intorno a lui. Non so se sia un complimento questo che qui sto esprimendo, ma credo che espresso in poche parole sia questo il senso dell’operazione giornalistica e culturale da lui compiuta». Cfr. Eugenio Scalfari, Montanelli anti e arci, «L’Espresso», 7 maggio 2009.
8. Il suo nome completo era Indro, Alessandro, Raffaello, Schizogene Montanelli.
9. Segnalazione dell’Ovra in ACS, Archivio Centrale dello Stato, Min. Int., Cat. 2B, 1940, b. 157, fascicolo Montanelli, documento pubblicato in Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, Indro Montanelli. Una biografia (1909-2001), Milano, Hoepli, 2014. «Informazioni fiduciarie pervenute da Parigi nel 1934, 1935 e 1938 a questo Ministero descrivono il Montanelli come individuo francofilo e ostile all’amicizia italo-germanica, pronto alla facile critica e come uno di quei tanti “intellettuali” di avanguardia che – coscienti o no, in buona fede o mala fede – si impancano a critici del Regime e finiscono per fare dell’antifascismo, spesso accanito e pericoloso.»
10. Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, testimonianza resa a Tiziana Abate, Milano, Rizzoli, 2002, p. 109.
Capitolo I
1. Da «Perché sì, perché no», trasmissione Rai, 1984: «Mio padre, socialista progressista nei suoi anni giovanili, detestava, amandola, questa suocera reazionaria e autoritaria che voleva la tradizione, e che avrebbe voluto per me un nome che fosse della famiglia. Dunque mio padre escogitò questo nome indiano, Indro. Che poi altro non è che il nome Indira». Gianfranco Piazzesi, giornalista spiritoso e amico di Montanelli, sosteneva che «Indro» altro non fosse che l’abbreviazione di «Cilindro», nome perfetto per un tipo magrissimo e alto quasi un metro e novanta. Ma si trattava ovviamente di una battuta. Sulle origini del suo nome e le vicende che riguardano la sua nascita e il conflitto tra papà Sestilio e nonna Rosmunda, Montanelli ha scritto diverse volte, in particolare un breve racconto del 1939, Mi chiamo Indro, che il «Corriere della Sera» ripubblicò un anno dopo la morte di Montanelli, nel 2002, sotto forma di libricino allegato al gio...