È l’unica fra le Sette Meraviglie del mondo a essere sopravvissuta fino a noi quasi intatta, mentre delle altre o non rimane nulla o solo qualche minima traccia. La Grande Piramide, che per trentotto secoli fu l’edificio più alto del pianeta, è talmente stupefacente per le dimensioni, la perfezione quasi assoluta, la precisione degli incastri, il peso esorbitante, l’orientamento astronomico, le proporzioni matematiche, che ha fatto sorgere ogni tipo di assurda ipotesi, soprattutto quando la passione per l’egittologia ha richiamato nel Paese del Nilo persone in cerca di emozioni, di misteri da indagare, di magie arcane.
In età contemporanea le acque non si sono calmate, anzi, si è arrivati a credere che la Piramide, insieme alle sue sorelle minori, sia stata edificata da civiltà aliene, venute sulla Terra a trasmettere conoscenze straordinarie e irraggiungibili dal genere umano.
Gli studiosi, invece, non hanno mai avuto dubbi che si trattasse di una tomba, perché bastava leggere le fonti antiche che ci sono pervenute per giungere a una simile, elementare conclusione. In particolare Erodoto, il celebre storico greco che viaggiò in Egitto e interrogò i sacerdoti, afferma che la Grande Piramide era la tomba di Cheope. Erodoto riferisce anche che venne costruita da centomila uomini, che lavorarono per vent’anni a turni di tre mesi.
La Piramide è arrivata fino a noi quasi intatta, si diceva, ma non del tutto, perché in origine era rivestita di lastre di calcare perfettamente levigate, che brillavano al sole come pietre preziose, e sulla punta era coperta da lamine d’oro. È anche possibile che il rivestimento esterno fosse decorato o che vi fossero iscrizioni, ma oggi non è facile verificarlo. Parte del rivestimento crollò durante il grande terremoto del XIV secolo a.C. Il resto fu rimosso dai sultani, che utilizzarono il calcare levigato per erigere moschee e palazzi al Cairo.
Durante l’occupazione araba, il califfo Ma’mun fece trapanare la Piramide per cercare la via verso il tesoro che si supponeva fosse custodito all’interno. Non trovò mai il tesoro, ma il tunnel è rimasto ed è quello da cui entrano oggi i turisti per le loro visite. Da allora, la Piramide fu utilizzata come una cava di materiali e spogliata completamente del rivestimento esterno, che fu adoperato per costruire altri edifici del Cairo, fra cui la grande moschea.
Esaurito il rivestimento (di cui resta solo una parte sulla cima della Piramide di Chefren, il figlio di Cheope), si iniziò probabilmente lo smontaggio dei blocchi sottostanti, anch’essi di calcare, che pesavano almeno quattro tonnellate ciascuno. Ma per fortuna la struttura del monumento non ne risentì più di tanto.
All’interno della Grande Piramide ci sono due corridoi d’accesso, uno che si dirige verso l’alto e uno verso il basso. Quello verso il basso raggiunge il letto di roccia dopo aver percorso ventotto metri all’interno della struttura, quindi prosegue dentro la base rocciosa e negli ultimi nove metri diventa orizzontale. Non è chiaro il perché di quest’ultimo tratto. Si è detto che servisse per lasciare spazio al corteo processionale diretto alla camera sepolcrale, ma è una spiegazione poco convincente. Non si capisce infatti come i partecipanti al corteo potessero strisciare all’interno di un cunicolo tanto lungo e stretto (un metro per un metro), per poi alzarsi in piedi solo negli ultimi nove metri.
La prima parte del corridoio fu ricavata lasciando libero lo spazio nella struttura a mano a mano che veniva innalzata, ma i restanti settantasette metri furono tutti tagliati nella roccia. Il volume del taglio, quindi, è pari a settantasette metri cubi, essendo il corridoio approssimativamente di un metro per un metro. Se consideriamo che un metro cubo di calcare pesa circa una tonnellata e mezzo, avremo in tutto un peso di 115,5 tonnellate!
Ma non è solo il peso della roccia estratta a essere strabiliante, anche il fatto stesso di averla estratta. Il taglio di un metro cubo di calcare effettuato oggi, con mazza e scalpello d’acciaio temperato, richiederebbe circa una settimana di lavoro e quindi il taglio di tutto il cunicolo richiederebbe circa due anni. Calcolando che in uno spazio di un metro per un metro può lavorare soltanto un uomo per volta, e considerando che nel 2560 a.C. gli operai avevano a disposizione solo strumenti di pietra o di rame, possiamo pensare che il tempo necessario a ricavarlo sia stato almeno il doppio, ma forse anche di più. Tempo che cresce ulteriormente se teniamo conto anche della rimozione dei detriti.
Queste misure danno un’idea della mole di lavoro necessaria per tagliare, non solo il corridoio che va verso la camera inferiore, ma tutti i blocchi di calcare che compongono la Piramide (un milione e seicentomila, o un milione e duecentomila, secondo altri calcoli).
Il corridoio inferiore termina con una camera ipogea (ossia sotterranea) piuttosto ampia. Al centro si trova una specie di pozzo verticale, che però probabilmente fu scavato più tardi (forse nel 1837, da un egittologo che sperava di trovare un’altra camera nascosta). Dalla camera ipogea parte un altro corridoio, che prosegue per circa diciotto metri in orizzontale e poi si ferma.
La costruzione di questi vani sotterranei, dunque, fu interrotta e non venne mai completata, per ragioni che ignoriamo. Forse l’architetto si rese conto di aver commesso un errore o più probabilmente la persona che aveva ordinato la costruzione della Piramide, cioè il faraone stesso, cambiò idea in corso d’opera. È incredibile che uno sforzo così enorme sia stato sprecato e che l’opera sia stata abbandonata. C’è anche chi pensa che la camera inferiore fosse stata scavata per depistare i saccheggiatori di tombe e trarli in inganno, oppure che Cheope, dopo aver visto l’opera penetrare nel ventre della collina, avesse preferito essere collocato in un luogo più elevato, verso il centro della Piramide. Il problema ancora oggi rimane aperto.
Dall’ingresso, un altro corridoio, dicevamo, si dirige verso l’alto e verso l’interno della Piramide. Nel punto in cui il corridoio si allarga e comincia la Grande Galleria, si diparte un secondo corridoio orizzontale che arriva alla cosiddetta Camera della Regina, mentre l’altro, quello ascendente, prosegue con la Galleria e arriva fino alla Camera del Re.
Quest’ultima è sormontata da cinque gigantesche lastre di granito, di cui due a V rovesciata, che dovevano avere la funzione di sorreggere e scaricare l’enorme peso sovrastante. Al centro della camera funeraria si trova un rozzo sarcofago, danneggiato in un angolo e privo di coperchio.
Si è molto discusso sul significato e sulla funzione della Grande Galleria, ma anche qui con scarsi risultati. Quando il visitatore ci arriva, resta stupito per le dimensioni (è alta più di otto metri e lunga quasi cinquanta) e per i sofisticati accorgimenti architettonici. Le pareti, infatti, sono costituite da enormi blocchi che sporgono progressivamente verso il centro, perciò lo spazio in alto si riduce notevolmente rispetto alla larghezza del pavimento. Si è ipotizzato che si trattasse di una specie di cattedrale per riti particolari, ma non si capisce perché il pavimento sia in salita e diviso in tre fasce con una rampa centrale. Inoltre non si sa di quale tipo di riti potesse trattarsi, visto che il cerimoniale funerario dei faraoni era rigidissimo. C’è anche chi pensa a uno spazio per collocare i materiali destinati al bloccaggio della sepoltura del re e alle saracinesche di granito, che venivano calate dall’alto una volta chiuso il sarcofago.
In realtà, un oggetto così impressionante come la Grande Galleria non ha un significato che noi siamo in grado di comprendere. Non c’è da stupirsi, del resto. L’epoca in cui fu eretta la Grande Piramide è lontana da noi quarantacinque secoli, una distanza temporale immensa, che costituisce una barriera fra noi moderni e gli uomini che la idearono, la progettarono e la costruirono.
Gli sforzi per proteggere il sonno eterno del faraone si rivelarono comunque inutili, perché la Piramide venne violata dai ladri, che tagliarono i blocchi di traverso e riuscirono a intercettare il corridoio che conduceva alle camere reali.
Sir William Flinders Petrie, uno dei più grandi archeologi di tutti i tempi, ha fornito una spiegazione affascinante su come i ladri avrebbero scoperto il punto di ingresso alla Piramide. Il rivestimento esterno di calcare pregiato era tutto levigato in modo uniforme, quindi i ladri avrebbero capito dove entrare grazie al colore. Essendo passato molto tempo fra la posa delle prime lastre e la collocazione di quelle che coprivano l’accesso, queste ultime avevano probabilmente un colore più chiaro, perché non avevano fatto in tempo a ossidarsi. Si potrebbe però obiettare che un architetto saggio avrebbe tagliato le pietre dell’ingresso per lasciarle stagionare con le altre. In ogni caso, è noto che c’erano delle complicità fra i custodi delle necropoli (come è chiamata l’area in cui sono radunate le sepolture) e i ladri. E sappiamo che anche i faraoni, in età successive, utilizzarono materiali provenienti dalla Piramide per altre costruzioni.
Ma torniamo nella Camera del Re. È abbastanza regolare, eppure non perfetta. Gli angoli fra le pareti e il soffitto da una parte e il pavimento dall’altra non sono esattamente retti, e questa è probabilmente una delle cause delle fessurazioni nelle pareti, insieme al peso spropositato di oltre cento metri di blocchi fino alla sommità.
Le misure della Camera sono notevoli – dieci metri di lunghezza, per cinque di larghezza, per cinque di altezza –, e creano uno spazio vuoto molto esteso. In teoria i grandi blocchi della copertura avrebbero dovuto cedere sotto il peso, cosa che non avvenne. Come mai? Perché gli architetti del re avevano disposto al di sopra della Camera cinque giganteschi blocchi di granito che poggiavano, indipendentemente l’uno dall’altro, sul massiccio della Piramide e non semplicemente sui lastroni di contorno della camera sepolcrale. Al di sopra del quinto vano furono disposte due lastre dello spessore di due metri, segate obliquamente nella parte superiore in modo da combaciare e formare una V rovesciata, che scaricava il peso della struttura sul massiccio.
Ma il particolare forse più interessante è che all’interno delle camere di scarico si trovano dei geroglifici in pittura rossa. Furono tracciati dai capisquadra che lavorarono a questa incredibile opera e che ci trasmisero in tal modo il nome del faraone che avrebbe dovuto dormire il suo sonno eterno nel cuore di quella montagna di pietra: Khufu, cioè Cheope.
Stabilito questo, resta da identificare la destinazione dei vari elementi vuoti all’interno della Piramide. L’enorme monumento è di fatto quasi tutto pieno, esclusi i corridoi – quello discendente e quello ascendente –, le tre camere funerarie – quella sotterranea, quella detta “della Regina” e quella detta “del Re” –, la Grande Galleria e il pozzo di scarico, che unisce la Grande Galleria e il corridoio discendente.
Il pozzo di scarico è caratterizzato da uno strano andamento: prima scende quasi verticale, poi assume una direzione obliqua e va a intercettare il corridoio discendente che porta alla cripta incompiuta scavata nella roccia. Si sono avanzate parecchie ipotesi sulle funzioni di questo condotto, di cui una molto suggestiva: il pozzo sarebbe stato scavato di nascosto dagli operai per aprirsi una via di fuga dopo il funerale del faraone, quando sarebbero stati collocati i massi di bloccaggio e le saracinesche. Si tratta però di un’ipotesi improbabile, ispirata forse a opere di fantasia in cui si narra di operai intrappolati a morire di una morte terribile e angosciosa per proteggere il segreto di tesori sepolti.
Gli egiziani non praticavano simili crudeltà e dimostrarono sempre rispetto per la vita umana. La controprova è che non è mai stata trovata nelle Piramidi o in altre tombe monumentali la minima traccia di resti umani, che non fossero del defunto che vi era sepolto.
Tutte e tre le camere erano state evidentemente preparate per il faraone e poi, o per ripensamenti degli architetti o per diverse decisioni dello stesso faraone, due furono abbandonate ancora prima di essere terminate. Ciò non deve stupire. Quell’opera di enormi dimensioni non nacque probabilmente con un piano definitivo e immutabile, ma fu ...