I nostri giorni infiniti
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I nostri giorni infiniti

  1. 252 pagine
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I nostri giorni infiniti

Informazioni su questo libro

Highgate, Londra, novembre 1985: "Stamattina in fondo al cassetto dello scrittoio ho trovato una fotografia in bianco e nero di mio padre. Non sembrava un bugiardo".

L'estate del 1976 in cui viene scattata quella fotografia, Peggy Hillcoat ha otto anni e suo padre ha appena trasformato la cantina di casa in un rifugio antiatomico e passa il tempo a scrivere elenchi di oggetti indispensabili da portare là sotto, per la sopravvivenza della famiglia. Quando i preparativi sono quasi finiti, ha inizio la fase di addestramento di Peggy: un gioco che ben presto si rivela fin troppo serio, al punto che un giorno suo padre la strappa dalla sua vita londinese per trascinarla in una strana vacanza. Ma niente spiagge o castelli di sabbia, solo un sentiero completamente invaso dai cespugli che sembrano dire "questa strada non è per umani". Una vacanza in una baita nel mezzo della Foresta Nera destinata a durare anni. Perché quello che suo padre vuole fare è salvare Peggy da un pericolo imminente: la fine del mondo.

Sola con lui nei boschi, dove i giochi avventurosi si trasformano a volte in rituali violenti e incomprensibili, Peggy si convincerà che il mondo oltre la foresta è scomparso e che suo padre, la natura selvaggia e la lotta per sopravvivere agli inverni sono tutto ciò che le resta. Per nove anni.

Nel 1985 Peggy Hillcoat torna a casa. Ma cosa è accaduto davvero in quei boschi? Qual è stata l'immensa favola architettata affinché lei credesse alle paure di suo padre? E soprattutto perché è di nuovo a casa?

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852070853
Print ISBN
9788804659525

1

Highgate, Londra, novembre 1985

Stamattina in fondo al cassetto dello scrittoio ho trovato una fotografia in bianco e nero di mio padre. Non sembrava un bugiardo. Mia madre Ute aveva tolto le sue immagini dagli album, appoggiati sull’ultimo ripiano della libreria, disponendo le altre della famiglia e dei bimbi in modo che colmassero i vuoti. Era sparita anche la fotografia incorniciata del loro matrimonio, che un tempo stava sul camino.
Sul retro, con la sua grafia regolare, Ute aveva scritto: “James und seine Busenfreunde mit Oliver, 1976”. Doveva essere l’ultima fotografia scattata a mio padre. Aveva un aspetto giovanissimo e in forma, il volto liscio e bianco come un ciottolo di fiume. Avrebbe compiuto ventisei anni, nove in più di quanti ne ho io adesso.
Guardandola più da vicino, ho notato che non c’erano solo lui e i suoi amici, ma anche Ute e una macchia sfocata che molto probabilmente ero io. Era stata scattata in salotto, proprio dove mi trovavo in quel momento. Ora il pianoforte a coda è sul lato opposto della stanza, accanto alle porte a vetro che conducono alla serra e poi al giardino. Nella fotografia si trovava invece davanti alle tre ampie finestre che si affacciano sul vialetto d’accesso; erano aperte, le tende semigonfie nella brezza estiva. Vedere mio padre nella nostra vecchia vita mi ha dato le vertigini, come se il parquet si fosse inclinato sotto i miei piedi scalzi, e mi sono dovuta sedere.
Dopo qualche istante sono andata al pianoforte e per la prima volta da quando sono tornata a casa l’ho toccato, facendo scivolare liberamente le dita sulla superficie lucida. Era molto più piccolo di quanto ricordassi e mostrava chiazze più chiare dove il sole l’aveva scolorito nel corso degli anni. Ho pensato che forse era la cosa più bella che avessi mai visto. Sapere che il sole lo aveva illuminato, che qualcuno l’aveva suonato, che la gente aveva vissuto e respirato mentre io non c’ero, mi ha aiutata a calmarmi.
Ho osservato la fotografia che tenevo tra le dita. Mio padre era chino sul pianoforte, il braccio sinistro disteso languidamente e la mano destra che giocherellava con i tasti. Mi sono stupita di vederlo lì. Non ricordo che si sia mai seduto al piano o che l’abbia mai suonato, anche se è stato lui a farmi da insegnante. No, il piano è sempre stato lo strumento di Ute. «Lo scrittore, lui tiene in mano la penna e le parole scorrono; io tocco la tastiera e la musica esce» dice con il suo duro accento tedesco.
Quel giorno, in quell’istante, mio padre era stranamente rilassato e attraente, con i capelli lunghi e il volto magro; Ute, invece, con la gonna che le arrivava alle caviglie e la camicetta bianca dalle maniche a sbuffo, sfuggiva all’inquadratura, come se sentisse l’odore di bruciato della cena. Mi teneva la mano e dava le spalle all’obbiettivo, ma qualcosa nel suo atteggiamento la faceva sembrare scontenta, irritata che l’avessero sorpresa con noi. Ute è sempre stata robusta – muscolosa e con l’ossatura grossa – ma negli ultimi nove anni è diventata grassa, con la faccia più larga di quanto ricordassi e le dita così gonfie che la fede si è incastrata. Al telefono racconta alle amiche che l’aumento di peso è dovuto alla sofferenza con cui ha convissuto per tanti anni, a cui è scampata mangiando. Ma a notte fonda, quando non riesco a dormire e sgattaiolo di sotto al buio, la trovo in cucina a mangiare, il viso illuminato dalla luce del frigorifero. Osservando la fotografia, mi sono resa conto che è l’unica di noi tre che io abbia mai visto.
Oggi, due mesi dopo il mio ritorno, Ute si è sentita abbastanza sicura da lasciarmi sola per una mezz’ora mentre accompagnava Oskar a un incontro dei Lupetti, prima di colazione. E così, con l’orecchio teso alla porta d’ingresso, ho rovistato negli altri cassetti dello scrittoio. Ormai era semplice frugare tra penne, carta da lettere, etichette inutilizzate dei bagagli, cataloghi di articoli casalinghi e portachiavi con monumenti europei, la Torre Eiffel che urtava contro Buckingham Palace. Nell’ultimo cassetto ho scovato una lente d’ingrandimento. Mi sono inginocchiata sul tappeto, uno diverso da quello della fotografia – quando l’avevano cambiato? –, e ho messo la lente sopra mio padre, ma è stata una delusione scoprire che non mostrava niente di nuovo. Non aveva le dita incrociate; l’angolo della bocca non era sollevato; non c’erano tatuaggi segreti che mi ero persa.
Mi sono concentrata sui cinque uomini davanti a lui, esaminandoli uno alla volta, da sinistra a destra. Tre erano stretti sul divano di pelle, mentre un altro si era allungato sul bracciolo, le mani dietro alla testa. Avevano la barba incolta e i capelli lunghi; nessuno sorrideva. Si assomigliavano talmente tanto che sembravano fratelli, ma io sapevo che non lo erano. Sicuri di sé, rilassati, adulti – come cristiani rinati, dicevano alla macchina fotografica: “Abbiamo visto il futuro e il disastro è imminente, ma noi verremo salvati”. Erano membri dei North London Retreaters, e tutti i mesi si incontravano a casa nostra per discutere e pianificare strategie per sopravvivere alla fine del mondo.
Il quinto uomo, Oliver Hannington, l’ho riconosciuto subito, malgrado non veda nemmeno lui da molti anni. La macchina fotografica l’ha colto stravaccato su una poltrona, le gambe avvolte dai pantaloni a zampa che penzolavano di lato. Il fumo saliva a spirale tra i capelli biondi dalla sigaretta che stringeva nella mano su cui appoggiava la testa. Come mio padre era ben rasato, ma il suo modo di sorridere lasciava intendere che considerava tutto ridicolo; quasi che volesse far sapere ai posteri che non nutriva un vero interesse per i progetti di autosufficienza e l’accumulo di scorte. Avrebbe potuto essere una spia che si era infiltrata nel gruppo, un reporter in incognito che scriveva articoli che un giorno avrebbero smascherato tutti, oppure uno scrittore, che dopo le riunioni tornava a casa a elaborare quei personaggi folli per un romanzo comico. Persino ora, la sua sicurezza, sottolineata dalla mascella forte, sembrava esotica e straniera: americana.
Poi, però, ho capito che nella stanza ci doveva essere stato qualcun altro: il fotografo. Sono andata nel punto in cui doveva trovarsi e, reggendo la fotografia tra le labbra, ho formato un quadrato con le dita. L’angolazione era sbagliata; il fotografo doveva essere più alto di me. Ho riposto la lente nel cassetto e, sorprendendo persino me stessa, mi sono seduta sul seggiolino del piano. Ho sollevato il coperchio e, incantata dalla fila di tasti bianchi e ordinati, simili a denti lucidi, ci ho appoggiato sopra la mano destra – erano lisci e freddi – dove mio padre aveva appoggiato la sua. Mi sono piegata a sinistra, ho allungato il braccio e qualcosa dentro di me si è mosso, un’agitazione nervosa in fondo allo stomaco. Ho fissato la fotografia che tenevo ancora in mano. Anche il viso di mio padre mi fissava: persino allora, così innocente, lui doveva essere stato colpevole. Sono tornata alla scrittoio, ho preso le forbici dal portapenne e ho ritagliato la sua faccia, trasformandola in un neo grigio chiaro sulla punta del mio dito. Stando attenta a non lasciarla cadere perdendola sotto i mobili, dove la donna delle pulizie di Ute l’avrebbe aspirata, e senza distogliere lo sguardo da quella testa ho infilato le forbici sotto il vestito e ho tagliato il tessuto vellutato al centro del reggiseno. Le coppe che mi avevano irritata e graffiata sono cadute, e il mio corpo si è sentito libero, com’era sempre stato. Ho nascosto mio padre sotto il seno destro, in modo che la pelle calda lo tenesse fermo. Sapevo che, se fosse rimasto lì, tutto sarebbe andato bene e io avrei avuto il permesso di ricordare.

2

L’estate in cui venne scattata la fotografia, mio padre riadattò la cantina a rifugio antiatomico. Non so se in quel mese di giugno avesse discusso i suoi piani con Oliver Hannington, ma ricordo che loro due se ne stavano sdraiati al sole in giardino a parlare, fumare e ridere.
Nel cuore della notte si diffondeva tra le stanze la musica di Ute, malinconica e melodiosa. Appiccicosa per il caldo, mi rigiravo sotto il lenzuolo, immaginandola al piano, a occhi chiusi nel buio, con il corpo che oscillava, incantato dalle sue stesse note. A volte continuavo a sentirle molto tempo dopo che aveva richiuso la tastiera ed era andata a letto. Anche mio padre non dormiva bene, ma penso fossero le sue liste a tenerlo sveglio. Lo immaginavo mentre allungava il braccio verso il taccuino e il moncone di matita che teneva sotto il cuscino. Senza accendere la luce, scriveva: “1. Lista generale (3 persone)” e lo sottolineava:
Fiammiferi, candele
Radio, pile
Carta e matite
Generatore, dinamo, torcia
Bottiglie d’acqua
Dentifricio
Bollitore, pentole
Padelle, corda e filo
Cotone, aghi
Acciarino, pietra focaia
Sabbia
Carta igienica, disinfettante
Secchio con coperchio
Le liste sembravano poesie, e la grafia una versione infantile dei suoi successivi scarabocchi isterici. Spesso, quando scriveva al buio, le parole sconfinavano l’una sull’altra o erano ammassate come se lottassero per farsi spazio nella sua mente notturna. Altre liste straripavano dalla pagina, se si addormentava a metà dell’opera. Tutte le liste erano per il rifugio antiatomico: oggetti essenziali per tenere in vita la sua famiglia sotto terra per giorni, forse anche per settimane.
A un certo punto, durante le giornate trascorse in giardino con Oliver Hannington, mio padre decise di attrezzare la cantina per quattro persone. Cominciò a includere l’amico nei calcoli delle quantità di coltelli e forchette, tazze di latta, lenzuola, sapone, cibo, persino nel numero dei rotoli di carta igienica. Seduta sulle scale, lo ascoltavo parlare con Ute in cucina mentre elaborava i suoi piani.
«Se devi fare tutto questo casino, dev’essere solo per noi tre» la sentii lamentarsi un giorno. Udii il rumore dei fogli che venivano raccolti. «Mi sento a disagio se conti anche Oliver. Non è uno di famiglia.»
«Una persona in più non fa nessuna differenza. E comunque, i letti a castello non sono da tre» disse mio padre. Lo sentivo disegnare intanto che parlava.
«Non lo voglio laggiù. Non lo voglio in casa» continuò Ute. La matita smise di graffiare il foglio. «Sta stregheggiando questa famiglia, mi fa venire i tremiti.»
«Stregando e brividi» disse mio padre ridendo.
«Brividi! Ok, brividi!» Non le piaceva essere corretta. «Preferisco non averlo in casa mia.»
«E torniamo sempre qui, no? Alla tua casa.» Mio padre alzò la voce.
«L’hanno pagata i miei soldi.» Dalle scale sentii una sedia che strisciava sul pavimento.
«Ah, certo, preghiamo per i soldi della famiglia Bischoff che finanziano la famosa pianista. Oh, buon Dio, fa’ che non ci dimentichiamo quanto lavora sodo» disse mio padre. Me lo immaginavo mentre si inchinava, a mani giunte.
«Almeno io sono una professionista. Tu che cosa fai, James? Te ne stai sdraiato in giardino tutto il giorno con il tuo pericoloso amico americano.»
«Oliver non è affatto pericoloso.»
«C’è qualcosa che non va in lui, ma tu non lo vedi. È qui solo per creare problemi.» Ute uscì dalla cucina pestando i piedi e andò in salotto. Io spostai il sedere sul gradino più in alto, temendo di essere scoperta.
«A cosa servirà suonare il piano quando il mondo finirà?» le gridò mio padre.
«E dimmi un po’, a cosa serviranno venti lattine di carne in scatola Spam?» gli rispose Ute strillando. Sollevò il coperchio del pianoforte e si sentì il rumore sordo del legno, poi suonò un accordo minore grave con entrambe le mani. Quando le note scemarono sbraitò: «Peggy non la mangerà mai, la Spam» e, malgrado non mi vedesse nessuno, sorrisi con la mano davanti alla bocca. Poi eseguì la Sonata n. 7 di Prokof’ev, rapida e furiosa. Immaginavo le sue dita che scivolavano sull’avorio come artigli.
«Prevenire è meglio che curare» urlò mio padre.
Più tardi, finiti i litigi e la musica al pianoforte, quando ero sgattaiolata di nuovo a letto, udii altri suoni, quelli che ricordavano quasi un lamento, nonostante sapessi, anche a otto anni, che avevano un significato diverso.
C’era una lista che menzionava la Spam, quella dal titolo “5. Cibo ecc.” Sotto l’intestazione mio padre scrisse: “15 calorie ogni mezzo chilo di peso, 2 litri d’acqua al giorno, ½ tubetto di dentifricio al mese”, e poi:
64 litri d’acqua
10 tubetti di dentifricio
20 lattine di zuppa di pollo condensata
35 lattine di fagioli stufati
20 lattine di carne in scatola Spam
Uova in polvere
Farina
Lievito
Sale
Zucchero
Caffè
Cracker
Marmellata
Lenticchie
Fagioli secchi
Riso
Gli articoli erano disparati, come se mio padre giocasse da solo a “Sono andato a fare la spesa e ho preso…”: la carne in scatola gli ricordava il prosciutto, che gli ricordava le uova, che lo portavano ai pancake e quindi alla farina.
In cantina stese una nuova pavimentazione di cemento, rinforzò le pareti con l’acciaio e installò delle batterie che potevano essere ricaricate pedalando per un paio di ore al giorno su una cyclette. Sistemò un fornello a due fuochi che funzionava con le bombole a gas e costruì delle nicchie per i letti a castello, ognuno dotato di materasso, cuscino, lenzuola e coperte. Al centro della stanza collocò un tavolo di plastica bianco, con quattro sedie coordinate. Alle pareti c’erano file di scaffali, che mio padre riempiva di cibo e taniche d’acqua, utensili da cucina, giochi e libri.
Ute si rifiutava di aiutare. Quando tornavo da scuola, diceva che aveva passato la giornata a esercitarsi al piano, mentre “tuo padre si è esercitato in cantina”. Si lamentava di avere le dita rigide perché le trascurava, che le facevano male i polsi e che chinarsi per occuparsi di me le aveva danneggiato la postura alla tastiera. Non le chiedevo perché suonasse più del solito. Quando spuntava dalla cantina, mio padre aveva la faccia rossa e la schiena nuda e lucida; sembrava sul punto di svenire. Tracannava l’acqua dal lavello, infilava la testa sotto il rubinetto e poi la agitava come un cane, cercando di far ridere Ute e me. Lei, però, si limitava ad alzare gli occhi al cielo e a tornare al piano.
Ogni volta che mio padre invitava i membri dei North London Retreaters per una riunione, mi veniva concesso di aprire la porta e accompagnare nel salotto di Ute quel gruppetto di uomini seri e capelloni. Mi piaceva la nostra casa quando era piena di gente e discorsi e, finché non mi spedivano a letto, me ne stavo lì, cercando di seguire le discussioni sulle probabilità statistiche, le cause e i risultati di una cosa che chiamavano “la maledetta Apocalisse”. Se non si riferivano agli “sporchi sovietici” che sganciavano la bomba nucleare distruggendo Londra in pochi minuti, era il turno delle scorte d’acqua inquinate dai pesticidi, ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. I nostri giorni infiniti
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. Ringraziamenti
  33. Copyright