E negli occhi scintille. Sette arti in sette donne
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E negli occhi scintille. Sette arti in sette donne

  1. 128 pagine
  2. Italian
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E negli occhi scintille. Sette arti in sette donne

Informazioni su questo libro

La pittura è vivida e pulsante nei quadri di Artemisia Gentileschi.

La musica di Clara Schumann è fatta di note dolci e caparbie.

L'architettura è un mestiere da uomini?

No, dicono gli spazi eleganti di Gae Aulenti.

Nei versi di Wisława Szymborska la poesia è stupore quotidiano, quasi impercettibile.

Camille Claudel dà forma alla passione, ed è scultura.

Il cinema per Alice Guy è un sogno che diventa realtà.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852072307
Print ISBN
9788804660866

Gae

Gae
«Gaetana...»
C’era una sola persona che poteva chiamarmi così. E quando lo faceva, non era di buon augurio.
«Gaetana?»
Ho ereditato il nome di mia nonna paterna. Una donna austera, tutta d’un pezzo. A mia mamma non piaceva. Ha accettato di appiopparmelo per amore della tradizione, ma si è limitata a depositarlo all’anagrafe: in casa si rifiutava di usarlo. Fin da bambina tutti mi hanno sempre chiamata Pupa.
«Gaetana!»
Pupa è un nome da bambola. È andato bene per i primi anni, poi bisognava trovare qualcos’altro. Ma come si fa a cambiare nome? Bisogna avvisare tutti quelli che ti conoscono con una cartolina? O di punto in bianco, da un giorno all’altro devi smettere di rispondere e di voltarti se ti chiamano? Quando avevo undici anni e ci siamo trasferiti a Biella, mia madre ha pensato che quella fosse l’occasione giusta: città nuova, nome nuovo. E da quel momento in poi sono sempre stata Gae, abbreviazione di...
«Gaetana! Sto parlando con te!»
Tranne che per mio padre quando era arrabbiato. Allora tornavo a essere Gaetana, tutta intera senza sconti.
«Sono qui, papà. Sto mettendo a posto i libri.»
«Puoi farmi la cortesia di voltarti un attimo?»
Per me i libri erano una vera passione. Li divoravo. Quando io e mia sorella eravamo piccole, mio papà dopo cena ci leggeva ad alta voce i miei preferiti: Ventimila leghe sotto i mari, Alice nel Paese delle Meraviglie, Peter Pan... Poi a otto anni, ho cominciato a leggere da sola: mi piacevano i libri da grandi, e siccome a noi bambine erano proibiti li leggevo di nascosto. Lo facevo anche di notte, sotto la coperta, con una lampadina tascabile. E quando ero nervosa, non c’era niente di più rilassante per me che dare un nuovo ordine ai libri sugli scaffali. Per autore, per altezza, per colore...
Mi sono voltata.
«Ah, mi fa piacere» ha commentato mio padre, guardandomi gli occhi. «Vedo che sei tornata una ragazza per bene.»
«Non so di cosa stai parlando» ho risposto. Lo sapevo benissimo, invece. Quel pomeriggio avevo incrociato mio papà in centro, mentre passeggiavo con la mia amica Silvia, e lui si era accorto che mi ero truccata.
Niente di spettacolare: avevo solo un po’ di rimmel verde sugli occhi. Ma per lui era inaccettabile. Lì per lì aveva fatto finta di niente, ci aveva salutate e aveva continuato per la sua strada. Ma io ero sicura che sarebbe tornato a chiedermene il conto.
«Parlo di quella porcheria che ti sei messa sulla faccia. Che sia la prima e ultima volta che ti vedo in giro conciata così.»
«Così come?» l’ho provocato. «Come una femmina? Si dà il caso che io lo sia, una femmina, anche se la cosa non ti è gradita.»
«Bada a come parli, Gaetana.»
«Sto dicendo solo la verità. Tu non fai che comperarmi scarpe da uomo, calzettoni da uomo, maglioni da uomo... Avresti preferito che fossi un ragazzo, ecco la verità. Ma io sono stufa di andare in giro vestita da maschio. E sono grande ormai: mi trucco finché voglio!»
Avevo sollevato il mento e chiuso gli occhi, in gesto di sfida. Così non ho visto arrivare lo schiaffo, che mi si è stampato sullo zigomo come una lettera maiuscola, lasciandomi ferita più nell’orgoglio che sulla pelle.
Io e papà ci volevamo bene, ma ogni tanto capitava che facessimo scintille. Lui era un uomo calmo, si arrabbiava raramente e in genere per delle sciocchezze: ma quando capitava, erano furori. Dal canto mio, ho sempre avuto un grande desiderio di indipendenza, e mal sopportavo che si attentasse alla mia libertà.
Mi sentivo piena di idee forti, capace di scegliere, padrona della mia vita.
Dev’essere per questo che una sera a cena ho avuto il coraggio di iniziare un discorso su un argomento delicato: «L’anno prossimo dovrò scegliere che scuola fare».
Era un pensiero che ogni tanto mi martellava in testa, ma era diventato un chiodo fisso da qualche giorno, da quando avevo origliato una conversazione tra i miei genitori. Discutevano amabilmente su quale fosse la scuola più giusta per me. Ma nessuno aveva chiesto la mia opinione, per il momento. Avevo pensato che fosse meglio farsene una, e in fretta.
«Certo, Gae. Anch’io e tuo padre ci stavamo riflettendo. Tenendo conto del tuo amore per i libri, abbiamo pensato che forse il liceo classico...»
Ho interrotto il discorso di mia mamma con un gesto gentile ma risoluto. Con la forchetta a mezz’aria, sulla quale stavo infilzando un innocente boccone di pollo al limone, ho chiesto solennemente la parola: «Ho già deciso. Farò il liceo artistico».
I miei genitori si sono guardati. Mia sorella Olga ha smesso per un attimo di masticare, aspettando di capire se avevo detto qualcosa di sconveniente. Essendo più piccola, e molto attaccata a mamma e papà, da sempre si trovava a fare da cuscinetto tra me e loro.
«Il liceo artistico?» mi ha fatto eco papà. «Non si può, Gae. Qui a Biella...»
Avevo previsto come sarebbe andata a finire quella frase. A Biella non c’era il liceo artistico. Sfido, io: avevo scelto quella scuola proprio perché sapevo che non era presente nella nostra città!
«... il liceo artistico non c’è.» L’ho lasciato finire perché non sospettasse che era proprio quello ad attirarmi.
«Eh, pazienza» ho sospirato, con aria rassegnata. «Vorrà dire che mi toccherà cambiare città. Andrò a vivere a Firenze.»
«No!»
La secchezza dell’esclamazione ci ha sorpresi tutti e tre. Questa volta non arrivava dai miei genitori: era la piccola Olga a opporsi. Aveva paura di dormire da sola.
Mamma e papà non sono stati subito d’accordo, ma a forza di insistere sono riuscita a convincerli. A patto di assicurare che sarei andata a vivere dalle suore, nel collegio di Santa Croce. A me sul momento non faceva differenza, suore o non suore l’unica cosa veramente importante era sapere che sarei andata via da casa, per iniziare una nuova vita per conto mio. Senza seguire un progetto preciso, stavo disegnando la forma del mio futuro.
A Firenze sono rimasta solo un anno, perché poi è arrivata la guerra.
I miei genitori erano preoccupati che mi capitasse qualcosa e di non riuscire ad avere mie notizie, sapendomi così lontana, e hanno preferito che continuassi la scuola in una città più vicina a Biella. Mi sono trasferita a Torino. Anche lì stavo in collegio, insieme ad altre ragazze. Ho fatto subito amicizia con una di loro, Betta. Eravamo vicine di letto, nella camerata del collegio. Mi piaceva perché era una grande osservatrice, riusciva a cogliere dei dettagli che a tutti gli altri sfuggivano. Era un piacere starle vicino e guardare il mondo attraverso i suoi occhi. Era come se in ogni situazione fosse capace di vedere l’ossatura delle cose, e poi la raccontava rivestendola di ironia.
Bisogna dire che in generale non c’era molto da ridere: la guerra avanzava a grandi passi e i bombardamenti degli Alleati sempre più spesso prendevano di mira Torino. Noi ormai eravamo abituate a svegliarci nel cuore della notte, al richiamo delle sirene, per correre concitatamente giù nel rifugio.
Una notte, mentre ce ne stavamo là sotto aspettando che passasse l’allarme, nella penombra, Betta mi ha detto: «Gae, tu sei una spia del nemico, l’ho capito».
Mi sono voltata verso di lei con le sopracciglia aggrottate. Già facevo fatica a capire chi fosse il nemico, in quella situazione. Di cosa parlava Betta?
«Ti sei infiltrata tra di noi con l’astuzia. I tuoi capi ti hanno dato tutti i travestimenti necessari per mimetizzarti e confonderti con le brave collegiali che vanno a scuola. Ma si sono dimenticati di un piccolo particolare: le brave collegiali hanno anche una vita notturna.»
Non ci capivo niente.
«Altrimenti» ha continuato Betta, dandomi una gomitata, «mi sapresti spiegare perché qui dentro sei l’unica con la vestaglia color aragosta
Mi sono messa a ridere: aveva ragione! Non sul fatto che fossi una spia, ma sulla faccenda della vestaglia. In collegio dovevamo portare la divisa per andare a scuola, ma ce n’era una anche per la notte: una vestaglia azzurra, uguale per tutte. Io però non la sopportavo, mi faceva tristezza. Così, contando sul fatto che di notte c’era meno controllo, usavo la vestaglia che Olga mi aveva regalato per Natale, di un bel colore rosso aranciato.
«Ti sbagli, cara Betta» le ho risposto sottovoce. «Questa è la divisa del martire volontario: se il nemico ci vede da lontano, dove pensi che punterà il fucile?»
Scherzavamo, ma c’era ben poco da scherzare in verità. Non molto tempo dopo, a causa della guerra, il nostro collegio è stato chiuso e un treno affollatissimo mi ha riportato a casa.
A Biella avevo le mie migliori amiche. Eravamo in cinque: Silvia, Paola, Dindi, Bona e io. Eravamo legatissime, facevamo tutto insieme. E fino a quel momento, anche se la guerra era così vicina, sembrava un evento esterno, non una cosa che potesse in qualche modo toccare anche noi. C’era il fascismo, ma in qualche modo era come se fosse un fatto brutto ma lontano, che non ci riguardava. Noi non ci occupavamo di politica e anche a casa non se ne sentiva molto parlare. I miei genitori non erano favorevoli ai fascisti, ma nemmeno contrari. Cercavano il quieto vivere.
Poi un giorno il mondo è precipitato.
Silvia è arrivata da me, in lacrime. Stavo rientrando da una camminata con Olga, e l’ho incontrata sulla porta di casa. Mi ha abbracciata forte e ha nascosto la faccia nel bavero del mio cappotto.
«Cos’è successo, Silvia?» ho chiesto, preoccupata.
«Dindi! È partita, è scappata in Svizzera.»
«Scappata? Ma perché?»
«Sono venuti i fascisti, Gae. Sono andati a casa di Dindi e c’era solo sua sorella. L’hanno presa e l’hanno portata via, in un campo di concentramento, in Germania. Dindi e i suoi genitori sono stati avvisati dai vicini, non sono nemmeno rientrati a casa, se ne sono andati così, senza niente...»
«Ma perché loro? Perché?» le ho chiesto, con un nodo alla gola.
«Perché sono ebrei.»
«E allora?»
E allora mi sono informata. Ho letto, ho parlato con gli altri studenti, ho partecipato alle riunioni clandestine. Ho cominciato a capire che non si poteva rimanere indifferenti a quello che stava s...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Artemisia
  5. Clara
  6. Camille
  7. Alice
  8. Josephine
  9. Wisława
  10. Gae
  11. Chi sono?