La "coerenza interiore", l'impegno civile e umanitario, l'antimilitarismo... Rifiutando di conformarsi ai valori dominanti della società, l'individuo deve modellare se stesso e il proprio destino in base a criteri assolutamente personali. Una raccolta di brevi saggi di grande attualità.

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Il coraggio di ogni giorno
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Il coraggio di ogni giorno
Non c’è altra via che conduca al compimento e alla realizzazione di sé, se non la rappresentazione quanto più compiuta del proprio essere. “Sii te stesso” è la legge ideale, per un giovane almeno; non c’è altra via che conduca alla verità e allo sviluppo.
Che questo cammino sia reso impervio da innumerevoli ostacoli morali e da altri impedimenti, che il mondo preferisca vederci rassegnati e deboli anziché tenaci: da qui nasce la lotta per la vita per chiunque abbia una spiccata individualità. Perciò ciascuno deve decidere per sé solo, secondo le proprie forze e le proprie esigenze, fino a che punto sottomettersi alle convenzioni, o piuttosto sfidarle. Qualora decida di gettare al vento le convenzioni, le pretese avanzate dalla famiglia, dallo stato, dalla società, deve sapere di farlo a proprio rischio. Non esiste una misura oggettiva del rischio che ciascuno è in grado di assumersi Ogni eccesso, ogni superamento della propria misura dovrà essere scontato; non è consentito spingersi impunemente oltre né con l’ostinazione né con l’adattamento.1
Lei non dovrebbe chiedere: «È giusto il mio modo di atteggiarmi nei confronti della vita?», perché a questo interrogativo non c’è risposta: ciascun atteggiamento è giusto come qualsiasi altro, ciascuno è un frammento di vita. Dovrebbe piuttosto chiedere: «Poiché sono come sono; poiché avverto esigenze e problemi che a tanti altri sembrano essere risparmiati, cosa devo fare per sopportare la vita, malgrado tutto, e farne, per quanto possibile, qualcosa di bello?». Se lei darà davvero ascolto alla sua voce interiore la risposta sarà press’a poco questa: «Poiché dunque sei così, non dovresti invidiare gli altri per la loro diversità né disprezzarli, non devi chiederti se il tuo modo di essere sia “giusto”, bensì devi accettare la tua anima e le sue esigenze così come accetti il tuo corpo, il tuo nome, la tua origine ecc.: come qualcosa di dato, di ineluttabile, cui bisogna dire sì e rispondere anche quando vi si opponesse il mondo intero».
Altro non so. Non conosco saggezza capace di facilitarmi la vita. La vita non è facile, mai; ma non dobbiamo chiederci se sia facile o no. Possiamo disperare della vita, e chiunque è libero di farlo, oppure dobbiamo fare come coloro che in apparenza sono sani e virtuosi, in apparenza senza problemi e senz’anima: dobbiamo cercare di considerare la nostra natura come l’unica cosa giusta, accordare alla nostra anima tutti i diritti.
Ed eccomi a dare consigli, pur senza credere, in verità, al loro valore. Li assimilerà nella misura in cui glielo consente la sua natura, né più né meno. Non siamo in grado di cambiare noi stessi. Ma siamo tanto più forti quanto più riconosciamo la vita, quanto più, nel nostro intimo, siamo in sintonia con quel che ci accade all’esterno.2
Come la “conoscenza”, ovvero il ridestarsi allo spirito, viene rappresentata dalla Bibbia come peccato (simboleggiato dal serpente nel Paradiso), così il divenire uomo, l’individuazione, la lotta del singolo per farsi strada fuori dalla massa verso la propria personalità sono sempre stati considerati con diffidenza dalla morale e dalla tradizione; come del resto il conflitto tra il giovane e la famiglia, tra il padre e il figlio, è cosa naturale e antichissima e tuttavia viene vissuta ogni volta da ogni padre come un’inaudita ribellione. E così a me pare che Caino, il malfattore messo al bando, il primo assassino, possa ben essere interpretato, al contrario, come un Prometeo travisato, un rappresentante dello spirito e della libertà, punito con la proscrizione per la sua insolenza e il suo ardire.
Fino a che punto una tale concezione possa essere condivisa dai teologi, o se mai sia stata compresa e approvata dagli ignoti autori dei libri di Mosè, io non me ne curo. I miti della Bibbia, come tutti i miti dell’umanità, non valgono a nulla fino a quando non osiamo interpretarli in modo personale, per noi e per i nostri tempi. Allora, però, possono assumere una grande importanza.3
ANIMO INFANTILE4
Talvolta operiamo, andiamo e veniamo, facciamo questo e quello e tutto è facile, lieve e, direi, senza impegno, quasi che tutto potesse anche essere diverso. E talvolta, in ore diverse, nulla è facile e senza impegno, e ogni respiro è condizionato da forze possenti, grevi di destino.
Le azioni della nostra vita che noi chiamiamo buone e di cui ci è facile raccontare sono quasi tutte di quella prima “facile” specie e le dimentichiamo facilmente. Altre, di cui ci costa fatica parlare, non le dimentichiamo più, sono in un certo senso più nostre di altre e le loro ombre ricadono lunghe su tutti i giorni della nostra esistenza.
Nella nostra casa paterna, grande e luminosa, situata in una strada piena di luce, si entrava per un alto portone e subito si era avvolti nella penombra, nella frescura umida dell’aria odorante di pietra. Un vestibolo alto e severo ci accoglieva silenziosamente, il pavimento di mattonelle di grès rosso conduceva in leggera salita verso la scala che iniziava in fondo in fondo, nella semioscurità. Migliaia di volte ero entrato da quel portone e mai avevo prestato attenzione alla porta e all’ingresso, alle mattonelle e alla scala; e tuttavia era pur sempre un passaggio in un altro mondo, nel “nostro” mondo. Il vestibolo odorava di pietra, era buio e alto, in fondo la scala conduceva dalla buia frescura alla luce, alla luminosità del benessere. Ma sempre la prima cosa era il vestibolo e la serietà greve di quella penombra: qualcosa che evocava la figura di mio padre, che parlava di dignità e di potere, di punizione e di coscienza sporca. Mille volte ci si passava ridendo. Talvolta però si entrava e subito ci si sentiva oppressi, annichiliti, si era colti dalla paura, si cercava in fretta la scala liberatrice.
Quando avevo undici anni, un giorno tornai a casa da scuola, uno di quei giorni in cui il destino sta in agguato all’angolo, in cui tanto facilmente accade qualcosa. In simili giorni ogni disordine e turbamento dell’animo pare riflettersi nel mondo che ci circonda e deformarlo. Disagio e paura ci opprimono il cuore e ne cerchiamo e troviamo le presunte cause fuori di noi, vediamo il mondo mal disposto e ovunque ci scontriamo con degli ostacoli.
Così era quel giorno. Fin dal mattino mi opprimeva – chissà perché? forse dai sogni della notte – una sensazione di cattiva coscienza, sebbene non avessi commesso nulla di speciale. Quella mattina sul volto di mio padre c’era un’espressione sofferente e piena di rimprovero, il latte della prima colazione era tepido e non sapeva di nulla. A scuola non mi ero trovato in difficoltà, ma, una volta di più, tutto mi era apparso desolato, morto e scoraggiante, per finire poi in quella nota sensazione di impotenza e di disperazione che ci dice che il tempo è senza fine, che resteremo in eterno, un anno dopo l’altro, piccoli e impotenti, costretti in quella stupida scuola maleodorante, e che tutta la vita è odiosa e senza senso.
Oggi mi ero arrabbiato anche a causa del mio attuale amico. Da poco tempo avevo fatto amicizia con Oskar Weber, il figlio di un macchinista delle ferrovie, senza ben sapere che cosa mi attirasse verso di lui. Ultimamente si era vantato che suo padre guadagnava sette marchi al giorno e io, tirando a indovinare, avevo replicato che mio padre ne guadagnava quattordici. La cosa era cominciata perché lui si era lasciato impressionare senza fare obiezioni. Alcuni giorni dopo avevo fatto con Weber un patto e insieme avevamo dato inizio a una cassa di risparmio comune, con cui in seguito avremmo dovuto comperare una pistola. La pistola era nella vetrina di un negozio di ferramenta, un’arma massiccia e pesante con due canne bluastre d’acciaio. Weber aveva calcolato che occorreva soltanto risparmiare seriamente per qualche tempo e poi l’avremmo potuta comperare. Di denaro c’era sempre occasione di averne, a lui spesso davano dieci centesimi quando usciva, oppure una mancia, e talvolta capitava anche di trovare per la strada del denaro o oggetti di qualche valore, come ferri di cavallo o piombini o altre cose che si potevano poi vendere bene. Aveva anche versato subito una monetina da dieci centesimi nella nostra cassa comune e ciò mi aveva convinto, facendomi apparire tutto il nostro piano possibile e promettente.
Mentre quel giorno, all’ora di colazione, varcavo la soglia di casa e con l’aria fresca odorosa di cantina mi venivano incontro i cupi segni ammonitori degli ordinamenti del mondo e delle mille cose scomode e odiose della vita, i miei pensieri erano rivolti a Oskar Weber. Sentivo di non volergli bene, sebbene la sua faccia bonaria, che mi faceva pensare a quella di una lavandaia, mi fosse simpatica. Ciò che mi attirava in lui non era la sua persona, ma qualcos’altro, avrei potuto dire il suo stato sociale – era qualcosa ch’egli condivideva con quasi tutti i ragazzi della sua estrazione: una certa insolente capacità di vivere, una scorza dura contro i pericoli e le umiliazioni, una familiarità con le piccole cose pratiche della vita, con il denaro, con botteghe e officine, merci e prezzi, con cucina e biancheria e cose del genere. I ragazzi del tipo di Weber, ai quali i colpi della scuola non parevano far male e che erano amici e parenti di garzoni, vetturini e giovani operaie, nella vita si muovevano diversamente da me, più sicuri; erano per così dire più adulti, sapevano quanto guadagnava al giorno il loro babbo e senza dubbio sapevano anche molte altre cose di cui io non avevo alcuna esperienza. Ridevano di battute e barzellette che io non capivo. Soprattutto sapevano ridere in un modo che mi era proibito, in maniera rude e sporca, ma indubbiamente adulta e “virile”. Non serviva a nulla essere più intelligenti e saperne di più a scuola. Non serviva a nulla essere meglio vestiti, lavati e pettinati. Al contrario, proprio queste differenze tornavano a loro vantaggio. Nel “mondo” che mi vedevo balenare davanti in una luce di penombra e di avventura, i ragazzi come Weber mi pareva potessero introdursi senza alcuna difficoltà mentre a me il “mondo” era chiuso e ogni sua porta doveva essere faticosamente conquistata con un continuo diventar grandi, andare a scuola, attraverso esami ed educazione. Naturalmente ragazzi come quelli trovavano anche ferri di cavallo e piombini per la strada, avevano un premio quando facevano le commissioni, nelle botteghe ricevevano in regalo cose d’ogni sorta e prosperavano in ogni maniera.
Sentivo oscuramente che la mia amicizia per Weber e per la sua cassa di risparmio non era altro che un appassionato desiderio di quel “mondo”. In Weber non c’era per me nulla che mi fosse caro, all’infuori del suo grande segreto, in grazia del quale egli assai più di me era vicino agli adulti e viveva in un mondo senza veli, più nudo e più robusto, di quanto potessi fare io con i miei sogni e i miei desideri. E già sentivo ch’egli mi avrebbe deluso, che non sarei riuscito a strappargli il suo segreto e la magica chiave della vita.
Mi aveva appena lasciato e sapevo che ora andava a casa, grosso e pacifico, fischiettando contento, non amareggiato da alcuna nostalgia, da alcun presentimento. Quando incontrava servette o garzoni di fabbrica e li vedeva condurre la loro misteriosa esistenza, forse meravigliosa o fors’anche delittuosa, per lui ciò non era un mistero né uno straordinario segreto, non era un pericolo, nulla di eccitante o di folle, ma tutto era perfettamente naturale, noto e familiare come l’acqua per l’anatroccolo. Così stavano le cose. E io invece, io sarei sempre rimasto escluso, solo e insicuro, pieno di presentimenti ma senza alcuna certezza.
Ma quel giorno in special modo la vita non sapeva proprio di nulla, era una giornata che sapeva di lunedì, sebbene fosse sabato, puzzava di lunedì, tre volte più lunga e più noiosa degli altri giorni. E la vita era odiosa e ripugnante, bugiarda e nauseante. Gli adulti fingevano che il mondo fosse perfetto e si comportavano come fossero essi stessi dei semidei, e noi ragazzi invece nient’altro che feccia. Quei maestri! Ci si sentiva pieni di volontà e di ambizione, con coscienza e passione ci si proponeva di far bene, sia che si trattasse di imparare i verbi greci irregolari o di tenere in ordine i propri vestiti, di ubbidire ai genitori o sopportare in silenzio e con coraggio tutti i dolori e le umiliazioni – sicuro, di continuo ci si levava infiammati di sacro ardore e di pietà per dedicarsi a Dio e camminare sul sentiero ideale, nobile e puro che conduceva verso l’alto per esercitare la virtù, sopportando il male in silenzio, aiutando gli altri – ah, e ogni volta tutto restava un’intenzione, un tentativo, un breve battere d’ali! Sempre, già dopo qualche giorno, o anche solo dopo qualche ora accadeva qualcosa che non avrebbe dovuto accadere, qualcosa di penoso, conturbante e vergognoso. Sempre nel bel mezzo delle più ostinate e nobili decisioni e dei giuramenti, si ricadeva all’improvviso immancabilmente nel peccato e nelle meschinità, nelle volgarità di tutti i giorni! Perché era così, perché tanto profondamente si sentiva in cuore la bellezza e la giustezza dei buoni propositi quando invece tutta la vita (compresi gli adulti) puzzava costantemente di quotidiana volgarità e ovunque era congegnata in modo da far trionfare ciò che era sordido e volgare? Come poteva accadere che la mattina in ginocchio sul letto o la notte davanti alle candele accese ci si alleasse con sacro giuramento al bene e alla luce, appellandosi a Dio, dichiarando eterna guerra ad ogni vizio – e che poi, fors’anche solo un paio d’ore più tardi, si potesse calpestare col più nefando tradimento quello stesso giuramento e proposito, anche soltanto unendosi alla lusinga di risate o prestando ascolto a uno sciocco scherzo di compagni di scuola? Perché era così? Per gli altri era diverso? Gli eroi, i romani e i greci, i cavalieri, i primi cristiani – erano stati tutti persone diverse da me, migliori, più perfette, senza istinti cattivi, muniti di qualche qualità che a me mancava e che impediva loro di cadere quotidianamente dal cielo nella vita di tutti i giorni, dal mondo delle cose più nobili nella manchevolezza e nella miseria? Il peccato originale era forse sconosciuto a quei santi e a quegli eroi? La santità e la nobiltà dello spirito era possibile solo a pochi, rari eletti? Ma perché, se non ero un eletto, sentivo dentro di me questo innato bisogno di bellezza e di nobiltà, questa impetuosa, dolente nostalgia per la purezza, la bontà, la virtù? Non era una beffa? Era possibile nel mondo di Dio che un essere umano, un ragazzo, sentisse dentro di sé al tempo stesso tutti gli istinti più nobili e i più cattivi e dovesse soffrire e disperarsi, solo una figura buffa e infelice per il divertimento del Dio che stava a guardare? Era mai possibile? E non era allora – sì, non era allora il mondo intero una beffa del demonio, meritevole solo di sputarci sopra? Non era allora Dio un mostro, un folle, sciocco, ripugnante pagliaccio? – Ah, e mentre covavo quei pensieri con un gusto di sdegnata voluttà, già il mio cuore timoroso mi puniva col suo tremito per tanta blasfemia.
Con quanta chiarezza vedo ora, dopo trent’anni, davanti a me quelle scale con le alte finestre cieche che si aprivano contro il muro del vicino e davano così poca luce, con i gradini e i pianerottoli di abete tirati bianchi e il liscio scorrimano della ringhiera di legno vecchio, lucidato dalle mille turbinose discese! Tanto mi è lontana la giovinezza, tanto incomprensibile e fiabesca mi appare nel suo complesso, e tanto è vivo e preciso nel ricordo tutto ciò che già allora, in quella felicità, vi era di doloroso e di discordante. Già fin d’allora, nel cuore del bambino, i sentimenti erano quelli che dovevano restare per sempre: l’incertezza del proprio valore, un continuo oscillare fra l’autostima e lo scoraggiamento, fra un idealismo al di sopra delle cose del mondo e un naturale appetito dei sensi – e come allora, anche cento volte più tardi ho visto quei tratti della mia natura talvolta come una spregevole malattia, talaltra come segno di merito, in certi momenti ho la certezza che per quella strada tormentosa Dio voglia condurmi a solitarie profondità, e in altri non trovo in tutto ciò che i segni di una pietosa debolezza di carattere, una nevrosi quale miglia...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Il coraggio di ogni giorno
- Fonti
- Copyright