Il romanzo della famiglia
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Il romanzo della famiglia

Passioni e ragioni del vivere insieme

  1. 348 pagine
  2. Italian
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Il romanzo della famiglia

Passioni e ragioni del vivere insieme

Informazioni su questo libro

Dalla formazione di una nuova coppia alla nascita e all'educazione dei figli, ai conflitti, alla separazione ecc. Un viaggio alla scoperta di noi stessi e del concetto di famiglia alla luce della riflessione psicoanalitica.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071843
Print ISBN
9788804430582
XII

Sopravvivere nelle generazioni

Convivenze protratte: i giovani adulti

Ufficialmente un adolescente cessa di essere tale al compimento del diciottesimo anno di età.
L’acquisizione del diritto al voto costituisce, in questo senso, un rito di passaggio nella generazione degli adulti. L’assunzione della responsabilità politica avviene contemporaneamente ad una prova, l’esame di maturità, pressoché privo di valore reale (non seleziona e valuta spesso casualmente) ma ancora carico di significato simbolico. In realtà, invece di concludersi alle soglie dei vent’anni, l’adolescenza si protrae ormai per gran parte del decennio successivo.
Sono pochi i giovani in grado di rendersi economicamente e psicologicamente indipendenti dalla famiglia di origine prima dei trent’anni.
Mentre negli anni Cinquanta gli psicologi americani avevano individuato la sindrome del «nido vuoto», quando i genitori ancora giovani restavano soli nella famiglia, quella degli anni Novanta è piuttosto la sindrome del «nido pieno» perché nessuno ha più fretta di andarsene.
Sapendo che l’indipendenza economica è assai lontana, gli attuali ventenni indugiano più o meno volentieri in una adolescenza protratta.
Nella maggior parte dei casi la famiglia di origine è in grado di fornire loro tutto il superfluo: gli abiti che preferiscono, i gadget, gli spettacoli, i viaggi, la macchina, un po’ di soldi in tasca. Manca invece il necessario, vale a dire ciò che li può rendere davvero autonomi e indipendenti.
Permangono così in una terra di nessuno che, di fatto, viene a coincidere con la «famiglia lunga», un soggiorno in casa che equivale a una mezza pensione perché si sentono solo in parte appartenenti al nucleo familiare nel quale vivono.
Nelle inchieste sulla condizione dei giovani, la famiglia viene indicata tra i più importanti valori della vita ma, esaminata da vicino, quella che si protrae così a lungo ci appare come una struttura residuale, come un bacino di stagnazione costituito da un mancato deflusso dei corsi di vita.
Si rimane in famiglia perché fuori non c’è altro, non ci sono stimoli all’emancipazione, luoghi di aggregazione, valori integrativi o sostitutivi. «Il mondo non ci chiede nulla», lamentano alcuni giovani, adolescenti forzati.
Proprio per la capacità di staccarsi dalla consuetudine e dall’ovvio, per la loro connaturata insofferenza, per l’attitudine creativa, per il gusto del rischio i giovani avrebbero invece molto da dare. Dipende in gran parte da loro se le società umane non si riproducono, come quelle animali, in forme meramente ripetitive. Ma nessuno chiede alle giovani generazioni di assumersi progressivamente delle responsabilità, di partecipare alla gestione della collettività, cominciando magari dalla scuola. Meglio che attendano passivamente il proprio turno, anche se verrà troppo tardi, quando la carica eversiva e di rinnovamento che recano in sé sarà ormai spenta. Da ogni parte si depreca la caduta di creatività che contraddistingue un mondo retto da processi tecnologici e burocratici, ma non si fa nulla per far posto agli «invisibili».
Ciascuno rimane isolato nella propria casa, nella nicchia creata per lui e che diviene ogni giorno più angusta ma dalla quale sembra impossibile uscire.
La generazione del ’68, quella della «contestazione», aveva affrontato di petto lo scontro generazionale, denunciando l’autoritarismo dei rapporti familiari, il «fascismo» dei genitori, la sessuofobia della morale tradizionale. Quella del ’77 aveva cercato di costruire modi di vita alternativi, figure sostitutive. Ma, dopo il deserto degli anni Ottanta, l’insofferenza dei giovani nei confronti dell’oppressione familiare ha assunto modi mascherati, non sempre riconoscibili nel loro intento.
Più che le azioni in se stesse, sono la qualità e l’intensità dei comportamenti che ne rivelano il disagio e la violenza.
Certi ragazzi esprimono una oscura resistenza verso il mondo che li circonda dormendo oltre ogni bisogno fisiologico, rannicchiandosi in letargo entro camere disordinate e malodoranti, dove gli oggetti più disparati si accumulano alla rinfusa, come in uno spazio senza sbocchi.
Altri usano il cibo per «dire» il difficile rapporto tra il mondo interno e il mondo esterno. Gli alimenti «materni» vengono allora ingurgitati o rifiutati, comunque deprivati del loro significato affettivo a favore di altri consumi orali come il fumo e gli alcolici, connotati invece di oppositività e di trasgressione.
Allo stesso modo la guida scriteriata, lo smarrimento di documenti e di oggetti personali, i vagabondaggi individuali o di gruppo sono al tempo stesso sintomi di infelicità e messaggi complessi, fatti di dipendenza, di insofferenza, di colpevolizzazione, cui si mescolano confuse richieste di aiuto, spesso destinate a rimanere inascoltate o disattese.
In ogni caso l’aggressività, non più esplicitamente indirizzata ai genitori ma rivolta prevalentemente verso di sé (come è evidente nei casi estremi delle tossicodipendenze), raggiunge comunque il bersaglio inducendo nei familiari sentimenti di ansia, di paura, di inadeguatezza e di colpa.
I genitori sono affettivamente ricattabili perché nel loro inconscio il figlio è rimasto il bambino di un tempo, dipendente da loro per la vita e per la morte.
Quanto più i figli esibiscono i rischi della loro esistenza, tanto più i genitori aumentano la loro tutela. Dopo una serie di incidenti automobilistici, gruppi di genitori si sono organizzati per andare a turno a riprendersi i propri figli all’uscita dalla discoteca.
In tal modo il cerchio familiare si stringe anziché allentarsi, peggiorando il metabolismo senza sbocchi che lo intossica.
Quando il sistema di ricatti incrociati non trova via di uscita si giunge, anche senza volerlo espressamente, alla rottura violenta: il figlio se ne va o la famiglia lo allontana come un corpo divenuto improvvisamente estraneo.
Ma prima di giungere a questa soluzione, non sempre liberatoria, vi sono anni difficili se non terribili per tutti. Per altro la distanza geografica non risolve alcun problema se non si accompagna, da entrambe le parti, alla acquisizione di una autonomia interiore.
Vi è la tendenza a sottolineare le difficoltà e i conflitti del vivere insieme tra vecchi e nuovi adulti, ma si dedica ben poca attenzione agli aspetti positivi di tale opportunità.
È vero che le convivenze felici non fanno notizia e non interessano, ma se si rilevano solo gli elementi negativi (che in forma più o meno blanda esistono in ogni famiglia) si rischia di assumere un atteggiamento ostile verso i figli che non serve a nessuno.1
Produrre uno stereotipo generazionale, ricorrendo ad accuse e colpe reciproche, impedisce di conoscersi e di cambiare. Parole forti come sesso, droga, Aids, tendono a polarizzare negativamente le emozioni parentali rendendo minacciosa ogni dinamica verso l’autonomia. Per reazione il figlio viene considerato eternamente infantile, incapace di difendersi dai pericoli del mondo e di badare a se stesso, e pertanto bisognoso di un’inesausta tutela.
Mentre l’amore per i bambini è a senso unico (i genitori sono disposti a dare molto più di quanto ricevano), quello per i figli adulti deve divenire tendenzialmente paritetico: il dare e l’avere, i diritti e i doveri dovrebbero essere reciproci.
Si può evitare così il rischio dell’amore incondizionato che produce inconsapevolmente la figura del figlio parassita.
Il primo passo verso la reciprocità paritetica consiste nel riconoscere quanto si può ricevere dalla presenza in casa di figli ormai grandi.
La loro quotidiana vicinanza offre l’opportunità ai genitori di rimandare l’isolamento nell’unità coniugale, la segregazione in un mondo di coetanei attempati, e di rimanere invece a contatto con i più giovani, con i loro conflitti, ma anche con la loro vitalità.
Partecipando alla loro vita, lo sguardo si proietta su di un orizzonte più lontano, la dimensione del futuro si anima di nuove attese.
Durante gli anni di convivenza transitano per casa amici, fidanzati, parenti e conoscenti, un mondo di giovani che rimarrebbe altrimenti lontano ed estraneo.
È così possibile per gli adulti uscire dalle loro preoccupazioni, ricevere informazioni, sollecitazioni emotive, stimoli a pensare e a confrontarsi, piuttosto che chiudersi nella nostalgia del passato e nella deprecazione del presente.

Insieme ma non troppo

La convivenza con i figli ormai grandi può essere per molti aspetti utile e gradevole ma ciò non toglie che resti difficile e impegnativa perché i modi tradizionali di interagire sono ormai superati e non disponiamo di nuovi modelli ai quali fare riferimento.
Giunti a questa fase della vita è pertanto impossibile evitare alcune domande radicali, non chiedersi: «Come devono comportarsi i genitori? Che ne è della triangolazione edipica?».
Innanzitutto occorre riconoscere che la famiglia non può accollarsi tutte le responsabilità di un disagio generazionale che va ben al di là delle pareti domestiche.
Vi è una ricaduta sul privato di bisogni, domande, esigenze, speranze che la società non è in grado di accogliere.
In un’organizzazione sociale caratterizzata quasi ovunque dalla gerontocrazia, cioè dal dominio dei più vecchi per nulla disposti a cederlo ai loro successori, la fase della maturità tende a scomparire, compressa tra un’adolescenza protratta e una vecchiaia interminabile. In cambio della condizione di stallo nella quale sono relegate le giovani generazioni, si concedono loro molti benefici, soprattutto in termini di deresponsabilizzazione e di delega.
Nessuno sprona i giovani a lavorare e a badare a se stessi il più presto possibile; scatta piuttosto una specie di tacito accordo affinché il tempo proceda al rallentatore.
Per lo più i figli cercano di evitare ogni scontro frontale con i genitori mentre dal canto loro i genitori minimizzano o addirittura azzerano i loro interventi.
Talvolta si costituisce una microsocietà di pari ove ciascuno si comporta come meglio crede, cercando di interferire il meno possibile nella vita degli altri.
Altre volte invece funziona uno solo dei due vertici parentali senza che le differenti competenze si integrino a vicenda. Più facilmente prevale la disponibilità incondizionata, un atteggiamento quasi sempre, ma non necessariamente, gestito dalla madre.
Per paura di esasperare il disagio dei figli, di incrementare la loro infelicità, la famiglia non chiede più nulla, anzi si prodiga per accontentarli, per prevenire ogni loro esigenza. Ma in questo modo li immobilizza, costringendoli in una condizione infantile che non fa che aumentare il loro scontento.
I giovani hanno infatti bisogno per realizzarsi di mete da raggiungere, di traguardi sui quali commisurarsi.
Un minimo di contrattualità richiede pertanto che si impegnino, in risposta a quanto ricevono dalla famiglia, fornendo una prestazione sociale in termini di studio o di lavoro.
La necessità di «mettersi alla prova» potrà sfociare altrimenti in comportamenti asociali, come quelli espressi dai fan delle squadre di calcio, dai «tifosi della curva sud». Questi giovani senza punti di riferimento tentano di definirsi contro gli altri, in opposizione violenta e speculare rispetto ai loro simili, differenti soltanto perché sostenitori della squadra rivale. In tal caso il club funziona da contenitore di un’identità frammentata, che non trova altre più valide appartenenze. Accade anche, benché sempre più raramente, che nella famiglia predomini una figura paterna caratterizzata dall’autoritarismo, cioè da richieste assolute e indiscutibili alle quali i figli non possono che sottomettersi, riversando all’esterno la loro rabbia impotente.
«In casa nostra manca ogni dialogo», dicono i ragazzi sottoposti a un regime così rigido che immobilizza i suoi membri in ruoli contrapposti, non lasciando altra via di uscita che andarsene.
L’immagine violenta del padre-padrone è ormai un residuo storico, ma i suoi ricatti permangono, seppure in forme più morbide. Molte volte il tradizionale «pugno di ferro» funziona ancora, benché nascosto in un guanto di velluto.
Sono molti i figli che non osano seguire il corso di studi che più li interessa o affrontare la professione che sentono più congeniale perché la famiglia ha già scelto ciò che ritiene opportuno e conveni...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. Il romanzo della famiglia
  5. I. Il matrimonio: una promessa di eternità
  6. II. Il fluire dei giorni
  7. III. Le ombre del passato disegnano il presente
  8. IV. L’arte di vivere insieme
  9. V. Il tempo dell’attesa
  10. VI. Dare alla luce un figlio
  11. VII. Quando nasce un bambino
  12. VIII. Il bambino e il suo domani
  13. IX. Gli anni in penombra
  14. X. Movimenti di fuga
  15. XI. Nuovi modi di vivere insieme
  16. XII. Sopravvivere nelle generazioni
  17. Note
  18. Copyright