Libia, deserto nordoccidentale, oggi
Un vento caldo sollevava vortici di sabbia sulle dune, mentre il disco rosso incandescente del sole s’inabissava lentamente all’orizzonte. Nella luce fioca del crepuscolo, le casupole metalliche dell’accampamento mandavano riflessi ramati.
Paul Davis si sporse dalla balaustra della sua roulotte. Gli occhi azzurri, incorniciati dalla montatura dorata degli occhialini, si strinsero per vedere meglio.
Intorno ai cubi di lamiera e alle tende, un gruppetto di operai si sforzava di far avanzare su tavole di legno un escavatore. Il capocantiere gridò un ordine in arabo e alzò il palmo della mano verso l’uomo nella cabina della macchina. La pala metallica affondò nella sabbia sottostante e si mise a scavare.
Davis si voltò verso la scrivania e afferrò la tazza di tè posata su una mappa degli scavi per impedire al vento di farla volare via; la mappa si sollevò per un istante e poi si riappiattì sul tavolo. Portò la tazza alle labbra e sorseggiò il tè, ormai quasi freddo, mentre gli occhi saettavano sulla dozzina di “X” segnate col pennarello. Le croci, di un rosso acceso, spiccavano sulla cartina sbiadita dal sole: indicavano le zone intorno all’accampamento in cui i costosi scanner a ultrasuoni della TerrameX avevano rilevato la presenza di cavità. Davis aveva imparato a dare un nome molto semplice a quelle “X”: “fallimenti”. Gettò uno sguardo deluso al fidato registratore portatile su cui, da sempre, incideva i suoi appunti e le scoperte. Ma che, dopo mesi e mesi di scavi infruttuosi, era rimasto sullo scaffale a impolverarsi.
All’improvviso, Hafed irruppe nella roulotte come un colpo di vento, e l’odore di sudore del capocantiere investì le narici di Davis prima che i suoi occhi potessero vederlo. Come sempre, il dottore trattenne il respiro e sollevò lo sguardo sapendo che avrebbe incrociato il volto paffuto del libico. Le tempie brizzolate e l’ombra perenne della barba mal rasata gli davano l’aspetto di un personaggio dei fumetti.
«Dottor Davis, mi spiace disturbarla di nuovo ma…»
«Se le spiace non lo faccia e mi lasci in pace» lo interruppe Davis, voltandosi per sfuggire a quell’odore pungente e sgradevole.
«Ma dottore, gli operai sono stremati.» Hafed fece una pausa, sforzandosi di trovare le parole giuste, e si passò una mano sulla testa impolverata. «Sono demotivati dalla mancanza di risultati. Sono mesi che setacciamo sabbia e non troviamo altro che qualche frammento di vetro…» L’uomo sfilò dalla tasca una scheggia grande come il palmo di una mano e la poggiò sulla cartina. Era verde e traslucida, priva di qualsiasi inclusione. Davis la afferrò avido, soffiò via i granelli di sabbia e la portò davanti agli occhialini per valutarne la trasparenza. Era uno dei frammenti più grandi che avevano trovato, ed era puro. Dovevano essere vicini, ma quegli uomini, all’oscuro di tutto, non potevano certo capire.
Il capocantiere continuò: «Forse dovremmo spostarci…» poi s’interruppe nel vedere l’archeologo irrigidirsi e fare un passo verso di lui.
«Hafed, l’umore degli operai non mi riguarda. Quello è il punto in cui scavare, ed è esattamente ciò che faranno se vogliono continuare a essere pagati. Sono stato chiaro?»
Il libico arretrò un poco e raddrizzò la schiena come un soldato.
«Chiarissimo, dottore!»
Davis provò un brivido di soddisfazione per essersi espresso in tono così autorevole e perentorio. Dopo essere stato per anni lo zimbello di tutti, adesso ricopriva un posto di comando e si stava godendo ogni giorno il sottile piacere che il potere regalava.
Hafed strofinò il polso della camicia sulla fronte cercando di rimuovere l’amalgama di sabbia e sudore che vi si era formato. Il tentativo di ribattere suonò come il lamento di un balbuziente.
«Que-que-quello che voglio di-dire è che…»
All’improvviso si udì un tonfo sordo e nell’accampamento echeggiarono le grida esultanti degli operai. Davis si voltò di scatto verso la zona degli scavi, ma non riuscì a vedere nulla: tutti gli operai si erano assembrati davanti al sito, bloccando la visuale.
L’archeologo mise la tazza nelle mani di Hafed e corse verso lo scavo, facendosi largo fra la calca di uomini impolverati che circondavano l’escavatore meccanico.
Quando vide finalmente la ragione di tanto fermento, schiuse le labbra per lo stupore. Un foro largo un metro e mezzo si era aperto nel centro dello scavo e la sabbia stava scomparendo in un vortice nella fessura, come se fosse stato tolto il tappo da una vasca piena d’acqua. Dopo pochi istanti, un tetto di pietra ricoperto da un sottile strato di vetro si delineò chiaramente e, intorno all’apertura, apparvero delle incisioni antiche.
Il dottor Davis si inginocchiò davanti all’apertura e fissò lo sguardo nell’oscurità della voragine, sforzandosi di scorgere ciò che si celava all’interno.
L’esaltazione della scoperta si disegnò sul suo volto e un largo sorriso gli increspò le labbra e gli angoli degli occhi.
«Hafed!» gridò. «Prepara tutto per calarci in sicurezza!»
Il tramonto durò a lungo, come solo nel deserto può accadere. Il sole lasciò il posto a uno spicchio di luna e a uno spettacolare cielo di velluto nero trapuntato di stelle.
Mentre gli uomini lo calavano lentamente nella voragine, Paul Davis si sforzava di dominare la paura. Aveva passato gli ultimi otto anni davanti a libri e monitor di computer cercando le prove per confermare le sue teorie e farle accettare dal mondo accademico. E adesso era lì, in prima linea, a esplorare uno scavo. Un momento, quello, per cui si sentiva totalmente impreparato.
All’improvviso la corda si tese e Paul cominciò a ruotare nell’oscurità. Afferrò la torcia che aveva legata al polso. Un fascio di luce bluastra illuminò il vuoto che lo circondava e girò con lui nelle tenebre della misteriosa caverna, colpendo a tratti la parete alle sue spalle. Paul quasi non credette ai suoi occhi quando lo sguardo si posò sui blocchi di pietra incastrati a formare un perfetto mosaico megalitico. Era qualcosa che aveva visto solamente nelle straordinarie costruzioni di Machu Picchu e che non aveva senso in un luogo come quello.
La corda scese di colpo di mezzo metro, e lo strattone fece sobbalzare Paul, che alzò gli occhi verso il foro sopra di lui imprecando a denti stretti.
La mente, alla ricerca di una via di scampo dalla paura, lo riportò a qualche anno prima.
Davis era rimasto sorpreso di ricevere un invito come relatore per l’importante congresso di Scienza e Archeologia di Bradford. Sospettava che fosse una trappola, ma era un’occasione troppo grande per rinunciarvi. Il suo secondo libro, Le astronavi degli dei, aveva riscosso un mediocre successo di pubblico. Le convinzioni di Davis sul fatto che una civiltà superiore avesse manipolato lo sviluppo dell’umanità fin dagli albori avevano attirato la curiosità di qualche isolato studioso di secondo piano, in prevalenza appassionati di ufologia, fantascienza e fantarcheologia, tutte definizioni che Paul aborriva. Il mondo accademico, invece, aveva pesantemente criticato le sue teorie, e quel congresso poteva essere un’occasione unica per riscattarsi anche agli occhi della comunità scientifica.
Davis si trovava al centro dell’auditorium, la sua conferenza era iniziata da pochi minuti e lui aveva già avuto modo di vagliare lo scetticismo del rado pubblico.
«Esistono prove inconfutabili che dimostrano l’esistenza di armi nucleari nel nostro passato remoto» stava dicendo Paul Davis, «e non parlo solo dei numerosi testi indiani come Mahābhārata e Rāmāyaṇa che narrano di guerre in cui navi volanti combattevano usando ordigni capaci di distruggere intere città. Parlo di prove tangibili e inconfutabili che quelle guerre sono state davvero combattute.» Davis premette il tasto del telecomando e la diapositiva successiva scattò davanti alla luce del proiettore. Sullo schermo dell’auditorium apparvero alcuni frammenti di vetro verde di varie forme e dimensioni.
«Questi sono Vetri del Deserto e si trovano in grande concentrazione soprattutto nel deserto della Libia» Davis fece una pausa a effetto prima di continuare. «Esiste solo una cosa al mondo in grado di creare queste formazioni: le radiazioni termiche di un’esplosione nucleare.» Alzò gli occhi verso la sala, trovandola dimezzata. In prima fila era presente il professor Cutroni, e sembrava che l’eminente scienziato avesse partecipato alla conferenza con l’unico scopo di infierire su di lui. Cutroni iniziò a ridere e a guardarsi attorno in cerca di consensi. Si alzò in piedi e prese la parola anche se non gli era stata data.
«Sembra che lei non abbia mai sentito parlare di meteoriti, signor Davis.» Si voltò verso l’esiguo pubblico e rincarò la dose. «Quarzo vaporizzato e metalli meteorici non le dicono nulla, immagino, e vuole affermare che tutte le sue fantasie sono esatte perché un po’ di sabbia si è fusa in vetro in chissà quale epoca?»
Davis, in imbarazzo, sentì gli occhi accusatori del pubblico. Cercò di ribattere, ma la sua voce aveva perso sicurezza. «No-non sono solo io ad affermarlo, eminenti scienziati abbracciano questa teoria e ipotizzano che…»
«Eminenti scienziati, come lei?» Cutroni rise ancora, poi si voltò e uscì dalla sala. Quasi tutto il pubblico, poco dopo, si avviò dietro di lui svuotando l’auditorium.
Davis era distrutto, umiliato pubblicamente, e sentiva montare l’odio dentro di sé come un fiume in piena. Con gli occhi della mente vide se stesso strangolare quello spocchioso bastardo. Immaginò il rantolo del vecchio mentre il respiro gli si spegneva in gola.
I piedi di Paul Davis toccarono il suolo della caverna riportandolo al presente. Sorpreso dall’impatto, fece cadere la torcia sul cumulo di sabbia che era precipitata attraverso l’apertura.
Sganciò la fune dall’imbracatura e le diede due strattoni per comunicare che aveva raggiunto il fondo. Raccolse svelto la torcia e la puntò a destra e a sinistra per valutare le dimensioni della camera sotterranea. Il fascio di luce colpì qualcosa di enorme e metallico alla fine della grotta.
Paul Davis cominciò a addentrarsi nella caverna, ma il passo divenne sempre più incerto. La paura, che non lo aveva mai abbandonato durante la discesa, adesso era addirittura insopportabile.
Il fascio di luce della torcia fendette l’oscurità percorrendo tutti i centottanta gradi che precedevano il suo cammino.
Sul volto gli si disegnò il terrore e i piedi smisero di muoversi. Infilò le mani tremolanti nello zaino e tirò fuori una manciata di starlight. Si mise a piegare i tubi, attivando la fluorescenza chimica, e con forza li lanciò lontano, davanti a sé.
Nel frattempo, alle sue spalle, Hafed aveva raggiunto il suolo della caverna. Sganciò l’imbracatura e si voltò verso Paul Davis. Sbalordito da ciò che gli si parò dinanzi agli occhi, il libico lasciò la presa sulla corda e per poco le ginocchia non gli cedettero.
Sul fondo della caverna, il profilo metallico di un antico e immenso disco volante incombeva sul dottor Davis facendolo apparire minuscolo come un insetto.
Il sole era appena tramontato e le luci del porto di Genova filtravano attraverso gli alberi e i cavi delle navi ormeggiate lungo le banchine. L’uomo alla guida del furgone grigio gettò solo uno sguardo allo spettacolare panorama notturno visibile dalla sopraelevata e tornò a ignorare i limiti di velocità. Girando il volante a destra e a sinistra, fece sgommare gli pneumatici sull’asfalto, mentre il furgone serpeggiava pericolosamente fra gli altri veicoli.
Dal vano di carico risuonarono dei rumori. Evidentemente la ragazza che avevano rapito stava dando del filo da torcere. “Non sono affari miei” pensò l’uomo alla guida. “I soldati lì dietro sono armati e addestrati a sufficienza per tenere testa a una ragazza.”
Fra tre ore sarebbero finalmente arrivati a destinazione e per lui la missione si sarebbe conclusa. Sorrise al pensiero della soddisfazione che avrebbe provato nello stringere tra le mani i soldi che gli spettavano. La prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata un pasto degno di questo nome: dopo una settimana di razioni MRE, non ne poteva più di quella merda. La seconda, spendere una buona parte di quei quattrini con qualche puttana di lusso. Si immaginò disteso su un letto d’albergo con due bionde da urlo completamente nude che si prendevano cura di lui come si addiceva a un re.
Fu l’ultimo pensiero che gli attraversò la mente. Un istante dopo, una scarica di mitra crivellò la lamiera alle sue spalle, penetrò l’imbottitura del sedile e lo colpì in tre punti nella schiena. L’ultima pallottola gli perforò la nuca e gli sparse il cervello sul parabrezza. Il corpo senza vita dell’uomo si accasciò sul volante.
Il furgone continuò la sua folle corsa, strisciò contro il guardrail vomitando una pioggia di scintille, poi sembrò riprendere la direzione cor...