Se infilavi la mano fino al polso nel vaso della Moby One, in genere scoprivi almeno tre diversi tipi di biscotti. Yoshi diceva che gli equipaggi delle altre barche risparmiavano sempre sui biscotti, compravano quelli di fecola, più economici, in confezioni risparmio, al supermercato. Ma lei riteneva che se avevi pagato quasi centocinquanta dollari per andare a vedere i delfini, il minimo che potessi aspettarti erano dei biscotti decenti. Così comprava Anzac al burro – spessi, all’avena e con doppio strato di cioccolato – Scotch Finger, Mint Slice avvolti nella stagnola e, molto di rado, se riusciva a farla franca, biscotti fatti in casa. Lance, lo skipper, diceva che Yoshi comprava biscotti buoni perché erano praticamente tutto quello che mangiava. Diceva anche che se il loro capo l’avesse beccata a spendere tutti quei soldi in biscotti l’avrebbe schiacciata come un pesce Garibaldi. Mentre la Moby One si muoveva verso Silver Bay, io fissavo i biscotti reggendo il vassoio mentre Yoshi offriva ai passeggeri tè e caffè. Speravo che non mangiassero tutti gli Anzac prima che potessi prenderne uno. Ero sgattaiolata fuori di casa senza colazione e sapevo che lei mi avrebbe permesso di servirmi solo quando fossimo state nella cabina di comando.
«Moby One a Suzanne, quante birre ti sei scolato ieri sera? Stai tenendo la rotta come un ubriaco con una gamba sola.»
Lance era alla radio. Quando entrammo, lasciai cadere la mano direttamente nel vaso dei biscotti e tirai fuori l’ultimo Anzac. La trasmittente gracchiò e una voce borbottò qualcosa che non riuscii a distinguere. Lance riprovò ancora: «Moby One a Sweet Suzanne. Senti, faresti meglio a raddrizzarti, amico... hai quattro passeggeri là davanti che si sono appoggiati al parapetto. Ogni volta che viri ti decorano le finestre di tribordo».
La voce di Lance McGregor suonava come se fosse stata graffiata con della lana d’acciaio, come i fianchi della barca. Tolse una mano dal timone e Yoshi gli passò una tazza di caffè. Io mi infilai dietro di lei. Gli spruzzi sulla schiena della sua uniforme blu scuro luccicavano come lustrini.
«Hai visto Greg?» chiese Lance.
Lei annuì. «L’ho controllato prima di partire.»
«È così andato che non riesce a tenere la rotta.» Indicò l’imbarcazione più piccola oltre i vetri macchiati di goccioline. «Vedrai, Yoshi, i suoi passeggeri chiederanno di essere rimborsati. Quello con il cappello verde non ha ancora alzato la testa da quando abbiamo passato Break Nose Island. Cosa diavolo gli ha preso?»
Yoshi Takomura aveva i capelli più belli che avessi mai visto. Se ne stavano come nuvole nere intorno al suo viso, senza mai ingarbugliarsi nonostante il vento e l’acqua salmastra. Presi tra le dita una delle mie ciocche color topo; era ruvida, nonostante fossimo in mare da appena mezz’ora. La mia amica Lara diceva che sua madre le avrebbe permesso di farsi i colpi di sole non appena avesse compiuto quattordici anni. Fu allora che Lance mi notò. Immagino che sapessi che sarebbe successo.
«Che ci fai qui, mocciosa? Tua mamma mi farà la pelle. Non hai scuola o qualcosa del genere?»
«È vacanza.» Tornai dietro Yoshi, un po’ in imbarazzo. Lance si rivolgeva sempre a me come se avessi cinque anni di meno.
«Rimarrà fuori dai piedi» disse Yoshi. «Voleva solo vedere i delfini.»
Lo fissai, tirandomi giù le maniche fin sopra le mani.
Lui mi guardò a sua volta, poi alzò le spalle. «Indosserai un giubbotto salvagente?»
Annuii.
«E non mi starai tra i piedi?»
Io inclinai la testa. “Come se fosse possibile” dissero i miei occhi.
«Sii gentile con lei» lo ammonì Yoshi. «È già stata male due volte.»
«Sono i nervi» spiegai. «La pancia me lo fa sempre.»
«Ah... Cristo. Senti, basta che convinci tua madre che io non c’entro niente, okay? E ascolta, mocciosa, la prossima volta vai sulla Moby Two, o ancora meglio sulla barca di qualcun altro.»
«Tu non l’hai vista» disse Yoshi. «Comunque l’andatura di Greg non è niente.» Sorrise. «Aspetta che si giri e vedrai cos’ha fatto sul fianco della prua.»
Era, disse Yoshi appena ci ritirammo, un bel giorno per stare in mare. La superficie era un po’ agitata, ma i venti non erano forti, e l’aria era così limpida che si potevano vedere le creste bianche cavalcare i frangenti a miglia di distanza. La seguii al ponte ristorante, con le gambe che ammortizzavano con facilità il saliscendi del catamarano sotto di me, un po’ meno timida ora che lo skipper sapeva che ero a bordo.
Questa, mi aveva detto Yoshi, per quel giorno sarebbe stata la parte più agitata della gita per avvistare i delfini, il tratto tra la partenza e l’arrivo nelle acque protette intorno alla baia, dove i branchi di delfini dal naso a bottiglia tendevano a radunarsi. Mentre i passeggeri se ne stavano seduti sul ponte superiore a godersi la frizzante giornata di maggio, avvolti in pesanti sciarpe di lana, Yoshi, la steward, allestiva il buffet, offriva da bere, e se il mare era mosso, cosa frequente ora che l’inverno stava arrivando, preparava il disinfettante e i secchi per il mal di mare. Non importava quante volte glielo dicesse, brontolava lanciando un’occhiata agli asiatici ben vestiti che costituivano la maggioranza della clientela di quella mattina, quelli sarebbero rimasti sottocoperta, avrebbero mangiato e bevuto troppo in fretta e, invece di aggrapparsi alle ringhiere, sarebbero andati a vomitare nei minuscoli bagni, rendendoli inutilizzabili per gli altri. E se erano giapponesi, aggiunse con una punta di malizioso piacere, avrebbero poi passato il resto del viaggio in un silenzioso delirio di umiliazione, nascondendosi dietro occhiali scuri e colletti alzati, con le facce cineree voltate ostinatamente verso il mare.
«Tè? Caffè? Biscotti? Tè? Caffè? Biscotti?»
La seguii sul ponte di prua, chiudendomi bene la giacca a vento intorno al collo. Il vento era calato un po’, ma sentivo ancora il gelo nell’aria, che mi pungeva il naso e la punta delle orecchie. La maggior parte dei passeggeri non voleva niente. Chiacchieravano ad alta voce, per sovrastare il rumore dei motori, e scrutavano l’orizzonte lontano, fotografandosi tra loro. Di tanto in tanto io immergevo la mano tra i biscotti.
La Moby One era il più grande catamarano – o “cat”, gatto, come lo chiamava l’equipaggio – di Silver Bay. Di solito c’erano due steward, ma con il calo delle temperature i turisti iniziavano a diminuire, così adesso c’era solo Yoshi, finché gli affari non fossero aumentati di nuovo. A me non importava, perché così era più facile convincerla a farmi salire a bordo. La aiutai a rimettere a posto i bricchi del tè e del caffè, poi ci ritirammo sullo stretto ponte laterale e ci appoggiammo rigide contro i vetri a guardare l’imbarcazione più piccola, che stava ancora seguendo il suo percorso sconnesso tra le onde. Persino da quella distanza riuscivamo a vedere che sempre più persone stavano piegate sui parapetti della Suzanne, la testa più bassa rispetto alle spalle, ignare della vernice rossa spruzzata appena sotto di loro.
«Ci vorranno ancora dieci minuti.» Yoshi aprì una lattina di cola e me la porse. «Hai mai sentito parlare della teoria del caos?»
«Mhmm.» Modulai il suono come se comprendessi.
«Se solo quelle persone sapessero» agitò un dito mentre sentivamo i motori rallentare «che la loro tanto attesa gita per andare a vedere i delfini selvatici è stata rovinata da una ex compagna che non incontreranno mai e da un uomo che adesso vive con lei a più di duecentocinquanta chilometri di distanza da Sydney e che pensa che dei pantaloncini da ciclista viola siano un abbigliamento da giorno accettabile!»
Presi un sorso della mia bevanda. Le bollicine mi fecero lacrimare gli occhi e deglutii a fatica. «Intendi dire che il fatto che i turisti stiano male sulla barca di Greg rientra nella teoria del caos?» Pensavo che dipendesse dal fatto che lui aveva bevuto ancora, la sera precedente.
Yoshi sorrise. «Qualcosa del genere.»
I motori si erano fermati e la Moby One si fece silenziosa, come il mare intorno a noi, fatta eccezione per il chiacchiericcio dei turisti e lo sciabordio delle onde sullo scafo. Mi piaceva lì fuori, mi piaceva guardare la mia casa diventare un puntino bianco contro la striscia sottile della spiaggia e poi sparire dietro le infinite insenature. Forse il mio piacere era accresciuto dalla consapevolezza che quello che stavo facendo era contro le regole. Non ero un tipo ribelle, proprio no, ma mi piaceva l’idea di poterlo essere.
Lara aveva un dinghy che era autorizzata a portare fuori da sola, a patto di rimanere entro le boe che segnalavano i vecchi letti di ostriche, e io la invidiavo. Mia madre non mi permetteva di andarmene in giro per la baia, anche se avevo quasi undici anni. «Ogni cosa a suo tempo» brontolava. Non valeva la pena discutere con lei di faccende del genere.
Lance ci comparve a fianco: si era appena fatto fotografare con due ragazzine ridacchianti. Gli veniva chiesto spesso di posare con giovani donne e, per quanto si sapeva, non aveva mai rifiutato. Per questo gli piaceva indossare il suo cappello da capitano con la visiera, anche quando il sole era così caldo da sciogliergli la testa, diceva Yoshi.
«Che cosa ha scritto sulla fiancata della barca?» Lance strizzò gli occhi guardando l’imbarcazione di Greg in lontananza. Sembrava che mi avesse perdonato di essere a bordo.
«Te lo dico quando saremo tornati al molo.»
Colsi il sopracciglio sollevato nella mia direzione. «Io riesco a leggere cosa c’è scritto, sai» dissi. L’altra barca, che fino al giorno prima si era chiamata Sweet Suzanne, ora suggeriva, in vernice rossa, che “Suzanne” facesse qualcosa che Yoshi disse essere un’impossibilità biologica. Ora si girò verso Lance, abbassando la voce il più possibile, come se pensasse che non potevo sentirla. «La signora gli ha detto che c’era un altro uomo, dopotutto.»
Lance emise un lungo fischio. «Lui lo ha detto. E lei ha negato.»
«Lei non lo voleva certo ammettere, sapendo come Greg avrebbe reagito. E lui non era di sicuro un angioletto...» Mi lanciò un’occhiata. «Comunque, lei se ne va a vivere a Sydney, e ha detto che vuole metà della barca.»
«E lui che dice?»
«Credo che la barca dica abbastanza.»
«Non riesco a credere che abbia portato fuori dei turisti con la barca conciata in quel modo.» Lance alzò meglio il binocolo per studiare la scritta scarabocchiata in rosso.
Yoshi gli fece segno di passarglielo. «Era così conciato stamattina che non sono sicura si ricordi di quello che ha fatto.»
Fummo interrotti dalle grida eccitate dei turisti sul ponte superiore. Si stavano spintonando verso il pulpito di prua.
«Eccoci» mormorò Lance, raddrizzandosi e sorridendomi. «C’è la nostra mancia, mocciosa. È ora di tornare al lavoro.»
A volte, diceva Yoshi, potevano scorrazzare per tutta la baia, ma i delfini dal naso a bottiglia si rifiutavano di farsi vedere, e una barca piena di turisti insoddisfatti significava una barca piena di secondi viaggi gratuiti oltre che il cinquanta per cento di rimborsi, due cose che avrebbero mandato il capo su tutte le furie.
A prua era ammassato un gruppo di turisti, le macchine fotografiche ronzavano mentre gli asiatici cercavano di cogliere la forma grigia e lucida che adesso cavalcava i flutti. Controllai in acqua per vedere chi era venuto a giocare. Sottocoperta Yoshi aveva tappezzato una parete di fotografie delle pinne di tutti i delfini della zona. Aveva dato un nome a tutti loro: Zigzag, One Cut, Piper... Gli altri equipaggi l’avevano presa in giro, ma adesso tutti sapevano riconoscere le diverse pinne. Era la seconda volta che vedevano Butterknife, quella settimana. Io conoscevo i nomi di tutti a memoria.
«Sembrano Polo e Brolly» disse Yoshi sporgendosi.
«È il piccolo di Brolly?»
I delfini erano silenziosi archi grigi, che giravano intorno alla barca come se fossero turisti. Ogni volta che uno di loro emergeva dall’acqua, l’aria si riempiva del rumore degli otturatori delle macchine fotografiche. Cosa pensavano di noi, che li fissavamo a ...