L'amicizia
  1. 98 pagine
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Informazioni su questo libro

Nel cuore ricolmo d'affetto, nell'anima sensibile di Agostino, l'amicizia fu sempre un bisogno, una predisposizione naturale.
Il grande filosofo del IV secolo riflette sul significato dell'amicizia nella sua vicenda umana e nella sua visione cristiana.
Frutto di una lunga esperienza spirituale, le sue parole intense e profonde mostrano l'importanza dell'amicizia per tutti, e insegnano a diventare e restare amici.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804582045
eBook ISBN
9788852072048

I GRANDI AMICI DI AGOSTINO

Alipio, fratello del cuore

Condividevamo questi lamenti, noi che vivevamo amichevolmente insieme, ma in modo particolare e con la massima confidenza ne parlavo con Alipio e Nebridio. Alipio era nato nel mio stesso paese, dove i suoi genitori erano tra le persone più in vista, ed era più giovane di me. Aveva anche seguito i miei corsi, nei primi anni che insegnavo in paese e, più tardi, a Cartagine. Mi voleva molto bene, perché gli sembravo buono e colto, e anch’io gli volevo molto bene per la sua grande nobiltà d’animo, che già si manifestava chiaramente, nonostante la giovane età. Purtroppo il vortice dei costumi cartaginesi, travolgente di passione per gli spettacoli frivoli, l’aveva risucchiato nella follia del circo. Ma nel periodo in cui veniva trascinato così in basso e io insegnavo retorica in una scuola pubblica, non assisteva ancora alle mie lezioni, per via di un certo dissidio sorto tra me e suo padre. Avevo saputo che amava il circo alla follia, e mi davo molta pena per questo, al pensiero che avrebbe potuto sciupare, anzi che aveva già sciupato, le tante speranze riposte in lui. Ma, per ammonirlo e richiamarlo con qualche intervento energico, non potevo contare né sull’affetto dell’amico né sull’autorità del maestro. Pensavo infatti che egli avesse di me la stessa opinione di suo padre, mentre non era così. Tanto che, non tenendo conto in questo della volontà di suo padre, aveva cominciato a salutarmi quando veniva in classe ad ascoltare, per poi andarsene di lì a poco.
Ma intanto mi era passata di mente l’idea di adoperarmi con lui per impedirgli di sciupare il suo talento nella cieca e violenta passione per i giochi frivoli. Tu però, Signore, che presiedi al governo di tutte le cose che hai creato, non avevi dimenticato che egli sarebbe diventato tra i tuoi figli un ministro dei tuoi sacri misteri, e perché fosse chiaro che il suo ravvedimento era opera tua hai voluto che avvenisse attraverso di me, a mia insaputa.
Difatti un giorno in cui ero seduto al mio solito posto, con gli allievi di fronte a me, egli entrò, salutò, si sedette e si mise a seguire con attenzione quanto si stava trattando. Per caso avevo tra le mani un testo e, nel commentarlo, mi parve opportuno far ricorso al paragone dei giochi del circo, per illustrare l’argomento in modo più piacevole e chiaro e insieme coprire di mordace ironia coloro che fossero diventati schiavi di una simile follia. E tu sai, Dio nostro, che in quel momento non pensavo a guarire Alipio dalla sua pestifera malattia. Fu lui a trattenere nel cuore e a far proprie le mie parole, credendo che io le avessi dette pensando esclusivamente a lui; e mentre un altro le avrebbe accolte prendendosela con me, quel bravo ragazzo, invece, le accolse prendendosela con se stesso e nutrendo per me un amore ancora più grande.
Tu stesso avevi già detto un tempo e inserito nelle tue Scritture: «Ammonisci il saggio ed egli ti amerà». Io non l’avevo ammonito ma tu, che ti servi di tutti, consapevoli o ignari che siano, secondo il piano che tu conosci – e questo piano è giusto –; tu, dunque, dal mio cuore e dalla mia lingua hai suscitato dei carboni ardenti per bruciare la piaga che marciva in quell’anima così ricca di promesse, e guarirla. Taccia le tue lodi chi non considera le tue misericordie, che ti cantano dalle fibre più intime del mio essere.
In realtà, dopo quelle parole, egli balzò fuori dalla fossa così profonda in cui si era lasciato cadere, accecato da una miserabile passione; si diede una scossa mediante una severa autodisciplina e tutto il fango dei giochi circensi schizzò via da lui: e da allora al circo non mise più piede. Poi vinse la resistenza del padre a prendermi come maestro: quegli cedette e acconsentì. Tornando a seguire le mie lezioni si lasciò con me avvolgere nella superstizione manichea, amando in essa l’austerità che ostentava e che lui credeva sincera e fraterna. Altro non era, invece, che follia e inganno, fatta per catturare anime di valore ma non addestrate ancora a scendere nella profondità della virtù, e quindi facili prede di ciò che appare in superficie e che è soltanto ombra e simulacro di virtù.
Non certo abbandonando la strada del mondo che i suoi genitori gli avevano decantato, Alipio mi aveva preceduto a Roma per studiare diritto, ed è là che fu colto in modo incredibile da una smisurata passione per gli spettacoli gladiatori. Poiché provava avversione e orrore per questo genere di spettacoli, alcuni amici e compagni, avendolo casualmente incontrato per strada mentre tornava da un pranzo, malgrado il suo energico rifiuto e la sua resistenza, gli fecero amichevolmente violenza per condurlo all’anfiteatro nei giorni di quei giochi crudeli e omicidi. Egli diceva loro: «Trascinando il mio corpo in quel luogo, e facendovelo restare, credete di poter volgere anche la mia mente e i miei occhi su quegli spettacoli? Sarò lì, dunque, pur essendo altrove, e questa sarà la mia vittoria su di voi e su di loro». Ascoltate queste parole, lo condussero ugualmente con loro, forse proprio per vedere se avrebbe superato la prova. Non appena arrivarono al circo ed ebbero preso posto dove poterono, si trovarono subito immersi nel piacere della crudeltà. Lui, tenendo chiuse le palpebre, impedì alla mente di immergersi in tanta perversità, ma magari si fosse tappato anche le orecchie! Perché, in seguito alla caduta di un lottatore, un enorme boato della folla lo colpì con tale violenza che, vinto dalla curiosità e ritenendosi abbastanza pronto, qualunque cosa fosse successa, a disprezzare ciò che avrebbe visto e a superarlo, aprì gli occhi. Il colpo che lo ferì nell’anima fu più grave di quello ricevuto nel corpo da quel tale che aveva voluto guardare; la sua caduta, più rovinosa di quell’altro che, cadendo, aveva sollevato quelle grida. Le quali gli penetrarono nelle orecchie e gli aprirono gli occhi, per arrivare poi a colpire e abbattere un’anima fino a quel momento più audace che forte, e tanto più debole in quanto si era fidata troppo di se stessa, invece che metter la sua fiducia in te. Appena vide il sangue, infatti, cominciò a berne la crudeltà e, anziché distogliere lo sguardo, lo tenne lì fisso a saziarsi, senza neanche accorgersi, di tanta ferocia, godendo delle atrocità della lotta e inebriandosi di un piacere sanguinario. Ormai non era più lo stesso che era venuto, ma uno della folla in mezzo alla quale era venuto, e un vero membro del gruppo di quelli che l’avevano condotto là. Che dire di più? Egli rimase a guardare, a gridare, ad accalorarsi; si portò via da lì quella voglia pazza che lo avrebbe spinto a tornare, non solo assieme a coloro che lo avevano trascinato la prima volta, ma addirittura prima di loro e con altri che avrebbe condotto lui.
Eppure tu da lì, con tutta la forza della tua mano colma di misericordia, lo hai liberato e gli hai insegnato ad aver fiducia non in se stesso, ma in te: questo, però, molto tempo dopo.
Quell’esperienza, comunque, gli sarebbe rimasta impressa nella memoria come medicina per il futuro. Lo stesso si può dire di un altro episodio occorsogli quand’era ancora studente e già mio allievo, a Cartagine. Un giorno in cui, verso mezzogiorno, stava meditando nel foro sul discorso che avrebbe pronunciato in classe, come fanno di solito gli studenti per esercitarsi, tu hai consentito che fosse arrestato come un ladro dalle guardie del foro. Credo che tu abbia permesso questo, Dio nostro, perché quell’uomo, destinato a responsabilità così grandi, potesse già cominciare a imparare che, nell’istruire una causa, si deve andar cauti nel condannare qualcuno prestando avventatamente fede alle accuse.
Camminava, dunque, su e giù davanti al tribunale, solo con le sue tavolette e il suo stilo, quand’ecco che un giovane, che era del gruppo degli studenti ed era il vero ladro, portando di nascosto una scure, riuscì a varcare la cancellata di piombo che era alzata sopra la via degli orafi e, senza farsi vedere, si mise a tagliare il piombo. Sentendo il rumore dei colpi, gli orafi che erano di sotto parlottarono tra loro e mandarono della gente a prendere chiunque si fosse trovato sul posto. Come sentì le loro voci, il ladro si diede alla fuga, abbandonando l’attrezzo, per paura di esser sorpreso con la scure in mano. Alipio, che non l’aveva visto entrare, si accorse di lui mentre stava uscendo e si allontanava di corsa. Spinto dalla curiosità di sapere il motivo di tanta fretta, entrò nel recinto e, trovata la scure, stette lì in piedi, meravigliato, a guardarla. Intanto, sopraggiunti quelli che erano stati mandati, si trovarono davanti lui, solo, con in mano il ferro dal cui rumore erano stati richiamati: lo arrestarono, lo trascinarono via e, dinanzi alla gente del foro accorsa numerosa, si vantarono di aver preso un ladro in flagrante. Poi lo portarono via da lì per consegnarlo alla giustizia.
Ma la lezione sarebbe finita qui. Perché subito tu, Signore, sei venuto in soccorso alla sua innocenza, di cui tu solo eri testimone. Difatti, mentre le guardie lo stavano scortando verso la prigione o verso il supplizio, si fece loro incontro un architetto, preposto alla sorveglianza degli edifici pubblici. Le guardie furono molto liete di vedere quell’uomo, perché, avendo questi l’abitudine di sospettarle delle sparizioni che avvenivano nel foro, avrebbe finalmente saputo chi era il vero responsabile.
Ma quell’uomo aveva incontrato più volte Alipio in casa di un senatore che andava abitualmente a trovare; lo riconobbe subito, gli prese la mano e, allontanatolo dalla folla, gli chiese come mai fosse finito in quel guaio; sentì come erano andate le cose e ordinò a tutta la gente in subbuglio che era lì e che premeva con fare minaccioso, di andar dietro a lui. Arrivarono alla casa del giovane che aveva commesso il fatto. Sulla porta c’era un servo, così giovane che, non temendo alcuna conseguenza per il suo padrone, avrebbe potuto facilmente raccontare ogni cosa, visto che lo aveva seguito al foro. Alipio si ricordò di lui e lo disse all’architetto, il quale mostrò la scure al ragazzo chiedendogli di chi fosse. «Nostra» rispose prontamente, e alle successive domande rivelò anche il resto. Così l’accusa si spostò su quella casa, lasciando interdetta la folla che già cominciava a cantar vittoria su Alipio, e lui, che sarebbe diventato il dispensatore della tua parola e avrebbe trattato molte cause nella tua Chiesa, se ne andò via ricco di un’esperienza e di una consapevolezza nuova.
Lo ritrovai dunque a Roma; con me strinse una fortissima amicizia e con me partì alla volta di Milano, sia per non stac...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’amicizia
  4. ESSENZA E VALORE DELL’AMICIZIA
  5. DIFFICOLTÀ E DEVIAZIONI NELL’AMICIZIA
  6. L’AMICIZIA CRISTIANA
  7. I GRANDI AMICI DI AGOSTINO
  8. Copyright