Tutto o niente
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Tutto o niente

La mia storia

  1. 180 pagine
  2. Italian
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Tutto o niente

La mia storia

Informazioni su questo libro

«Il mio urlo è durato 7 secondi. Il mio amico Gaetano Scirea mi ha passato la palla in area e l'ho colpita in scivolata. Rete. Italia 2, Germania 0. Il boato di 90 mila persone. E io ho fatto la cosa che amavo di più: ho corso. Ero inondato dai ricordi, dal senso di riscatto, dall'adrenalina. Quei 175 fotogrammi mi hanno regalato un posto nella storia del calcio. E quell'urlo è stato una scossa elettrica che ha cancellato la mia vita. Non c'è stato più un prima e non c'è un dopo.» A più di trent'anni dall'urlo di Madrid, Marco Tardelli racconta senza reticenze alla figlia Sara la sua storia, nata da una passione assoluta e totalizzante come il primo amore, che nessun ostacolo, nessun rifiuto, è mai riuscito a spegnere: il calcio.

L'infanzia passata tra i monti della Garfagnana e la periferia di Pisa, le prime partite all'oratorio di padre Bianchi, che alimenta il suo sogno, contrastato invece dai genitori; i soldi guadagnati durante le vacanze estive come cameriere e i deludenti provini per club di serie A, finiti tutti allo stesso modo: «È bravo, ma con quel fisico non può fare il calciatore».

Poi, a soli 20 anni, dopo aver indossato le maglie di Pisa e Como, Marco approda alla Juventus di Gianni Agnelli e Giampiero Boniperti, una grande squadra che è innanzitutto una scuola di vita, e con la quale in dieci anni conquista un'impressionante serie di vittorie: 5 scudetti, 2 Coppe Italia, una Coppa dei Campioni (la tragica notte dell'Heysel), una Supercoppa europea, una Coppa delle Coppe, una Coppa Uefa. Nel mezzo, la gloriosa carriera azzurra con la Nazionale di Enzo Bearzot nell'entusiasmante spedizione in Argentina (1978), in quella trionfale in Spagna (1982) e in quella sfortunata in Messico (1986).

E quando l'avventura con il calcio «giocato» sembrava finita, perché sarebbe stato per lui impossibile raggiungere nuovi traguardi, un'inattesa carriera da allenatore condotta con alterne fortune: le gioie provate alla guida delle Nazionali giovanili, le delusioni sofferte sulla panchina dell'Inter e le stimolanti esperienze all'estero, prima come commissario tecnico dell'Egitto e poi come vice di Giovanni Trapattoni alla guida dell'Eire, privato per un gol irregolare di una storica qualificazione ai Mondiali in Sud Africa (2010).

Tutto o niente è anche e soprattutto la storia dell'uomo Tardelli, «nato alla buona», di natura ribelle e con un «cromosoma contadino», delle sue molte e diverse amicizie, degli indimenticabili incontri con campioni e colleghi ma anche con ristoratori e taxisti, e dei turbolenti ma inossidabili rapporti con i figli, Sara e Nicola, e le donne della sua vita. Una vita vissuta sempre di corsa, in campo e fuori, ma senza sbandamenti: «Ho lottato per il mio sogno da solo, senza l'aiuto di nessuno. Come regalo ho avuto il talento, tutto il resto me lo sono guadagnato passo dopo passo, centimetro per centimetro».

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852072857
Print ISBN
9788804661382
VIII

Ricominciare

Quando mi sono ritirato, non volevo fare l’allenatore. Avevo il rifiuto per il calcio giocato e pensavo che la mia storia sarebbe continuata altrove, lontano dal campo. Non poteva esserci niente di più bello di quello che avevo vissuto. Cambiando punti di vista, però, una stessa storia può essere vissuta in tanti modi diversi. Non lo sapevo ancora, ma l’avrei scoperto più tardi.
In mezzo al campo ho toccato tutte le corde dell’anima. Ho aggredito, difeso, costruito. Ho cercato di rallentare lo scorrere del tempo, tenendo a bada ansie e paure. Sentivo che il mio corpo era cambiato: la mia gioia era sempre stata correre a perdifiato sull’erba, come quando ero bambino, e adesso invece era diventato faticoso.
Il mio problema non era per quale squadra giocavo, ma come giocavo. Non ero più al massimo e non potevo accettarlo. E, secondo me, neanche i tifosi. Il senso dell’agonismo è superarsi, e io sapevo che non sarei migliorato. Insomma, non mi divertivo più. Dopo le polemiche con il presidente Pellegrini, ero emigrato in Svizzera, al San Gallo, e ho chiuso la mia carriera in pantaloncini nel 1988, un anno prima della fine del contratto.
Ricordo che una mattina, poco dopo il mio ritiro, ero in coda per pagare una bolletta. Quando giocavo, in fila credo di non esserci mai stato. Era praticamente impossibile, perché tutti si offrivano di lasciarmi passare. C’era sempre qualcuno pronto a darmi una mano. È successo anche quella volta. Mentre facevo la coda, arriva un impiegato e mi dice: «Tardelli, venga con me, ci penso io». Ho rifiutato e, anche se lui insisteva, gli ho spiegato che volevo aspettare il mio turno come gli altri. Prima o poi, sarebbe successo. Quella rete protettiva sarebbe evaporata, tanto valeva cominciare subito. Ho aspettato in fila. La vita reale adesso era quella, un pochino più complicata ma molto più vera.
Qualche anno prima di smettere di giocare, avevo aperto con mio fratello Tullio una piccola azienda meccanica e poi ho cominciato a lavorare per l’organizzazione dei Mondiali di Italia ’90. I primi mesi il calcio non mi mancava. Non ho sentito quel vuoto che tanto avevo temuto, senza l’impegno quotidiano degli allenamenti, dei ritiri o delle partite. Lo sport, però, scandiva ugualmente le mie giornate, era rimasto la mia bussola mentale. E soprattutto mi dava una disciplina, ordinava i miei pensieri.
In quel periodo vivevo a Cernobbio, sul lago di Como. Mi ero trasferito lì quando giocavo all’Inter e non ero più andato via. È un luogo incantato, immerso nella natura. Lì ho conosciuto la famiglia Bozzetti – Cesare, Fiorenza, le figlie Carolina e Valentina, e la tata, Angela – che mi ha letteralmente adottato. Non potrò mai ringraziarli per l’affetto, la presenza e la capacità di dividere insieme i momenti più delicati della mia vita. All’epoca ero fissato con la bicicletta e mi ero comprato una mountain bike. Pedalare mi piaceva molto. Era una maniera per non abbandonare la fatica del corpo. Più che dei giri in mezzo alla natura sul lago di Como, erano tappe del Tour perché, consumati i chilometri del giorno prima, mi dicevo: «Marco, se non sali anche questo tornante sei un uomo di merda». Mi spronavo così, sfidandomi in continuazione. (Una volta questo giochino mi ha provocato una crisi glicemica e sono rimasto per molto tempo semisvenuto sull’asfalto come un cretino, prima di ritrovare le forze per tornare a casa.)
Pur di non pedalare con il mio amico Claudio Gentile, avevo scelto la mountain bike. Claudio era un pazzo scatenato, la competizione il suo credo, e correre con lui era sempre una guerra. Ero sicuro: pur di vincere, mi avrebbe spinto nel lago.
Il fine settimana continuavo a non perdermi una partita ed ero ospite fisso della «Domenica Sportiva» condotta dal leggendario Sandro Ciotti. Sotto sotto, qualche fiamma di passione si riaccendeva.
Poi, un giorno ricevo una telefonata del dottor Fino Fini, il direttore del centro tecnico federale di Coverciano, che mi propone di partecipare al corso per allenatori di prima categoria. «Sto ragionando sul mio futuro, mi sento bene, non ho nessuna voglia di allenare» gli rispondo. Ma lui insiste, come un picchio sul tronco di un albero. «Vieni, perché la tua presenza dà lustro al corso, un nome come il tuo è importante.» «Ma c’è un esame di ammissione e, se non lo passo, poi si scatenano tutti… Non sono convinto.»
Il dottor Fini è un pezzo di storia del centro, ha cominciato a seguire la Nazionale juniores negli anni Cinquanta, quando è nato Coverciano. Era con noi in Spagna nel 1982. Era una parte della mia vita. Mi ha convinto, o meglio ancora mi ha «tirato dentro», e a quel punto mi sono messo a studiare. Ho ripassato con Gianpiero Marini e Gaetano Scirea. I giorni prima dell’esame eravamo chiusi in albergo a studiare come degli scolaretti. Gaetano ha dato (e superato) l’esame un giorno prima di noi, così io e Gianpiero ci siamo preparati anche sulle sue domande. Alla fine, però, non sono stato ammesso. Ero molto arrabbiato, e per di più nessuno mi spiegava la ragione di quella bocciatura, finché Lello Antoniotti, ex calciatore ed esaminatore del corso, mi disse che per la commissione ero idoneo.
Feci una telefonata di fuoco al dottor Fini: volevo sapere cosa stava succedendo. Era diventata una sfida. Mi aveva coinvolto? Allora doveva almeno darmi una spiegazione. Ma Fini confessò con imbarazzo: «Non so cosa risponderti».
In quell’occasione, fu fondamentale Cesare Romiti, che all’epoca era il potentissimo amministratore delegato della Fiat. Il dottor Romiti è un raro caso di uomo di potere che non fa sfoggio della sua capacità di influenza. La sua intelligenza è direttamente proporzionale alla grandezza del cuore. È nel periodo in cui stavo con Stella che il nostro rapporto si è cementato. Ci incontravamo spesso a cena, fra amici. Parlavamo di tutto, anche di calcio, della Juventus e della Roma, la sua squadra del cuore, e ascoltarlo era un vero piacere. Una sera mi sono confidato con lui. «Come, non sei stato ammesso? Ma se ti hanno chiamato loro? Ti devi chiarire con Matarrese» mi disse.
Dopo dieci minuti, arriva la telefonata del presidente Matarrese. «Cosa è successo?» «Me lo dica lei. Prima vengo ammesso e poi scompare il mio nome…» Ventiquattr’ore più tardi ero seduto nel suo ufficio, dove c’era anche Giovanni Petrucci, segretario della Federazione. Vaghezza, imbarazzo, qualche provocazione, poi Matarrese conclude: «Allora, Petrucci, che possiamo fare?». «Niente, presidente, la lista del corso ormai è chiusa». Petrucci aveva ragione. A quel punto, accadde qualcosa che non mi sarei aspettato. Matarrese mi offrì la guida dell’Under 16 e 18, e un ottimo contratto. Dovevo aspettare un anno per rifare l’esame di ammissione. Sbottai: «Ma si rende conto di quel che sta facendo? Lei mi mette ad allenare l’Under 16 e 18 dopo che qualcuno qui mi ha eliminato?». «Tu non ti preoccupare.»
Così è iniziata la mia carriera di allenatore. Quella bocciatura mi ha dato la carica per rimettermi in corsa. Ero tornato in azzurro e, senza averlo programmato, sul campo.
Ho allenato ottime squadre e incontrato grandi talenti. Mi piaceva lavorare con quei ragazzi, perché mi rivedevo in loro. Erano emozionati di essere a Coverciano, ed erano ancora lontani dai contratti milionari e dalle luci della ribalta. In un certo senso eravamo tutti alle prime armi, loro come giocatori e io come allenatore.
Dovevo selezionare circa 700 ragazzi in tutta Italia, e cercavo giocatori di volontà e con i piedi buoni. Dovevo scoprire in un tiro, in un colpo di testa, in un assist, il futuro campione.
Non sceglievo mai i giocatori in base al modulo di gioco che mi sarebbe piaciuto adottare, ma tentavo di individuare i migliori e poi assemblavo la squadra, cucendole addosso il modulo. In principio non è necessario imbrigliare i ragazzi in un ruolo. Con il tempo, la posizione in campo può cambiare. È successo a me e a tanti altri calciatori.
Lo stesso vale per gli schemi. Sono necessari per organizzare la squadra, per darle sicurezza, poi però bisogna saper affrontare gli imprevisti, le situazioni inattese che spezzano lo schema di partenza. E qui entrano in gioco il talento e la fantasia, due cose che nessun allenatore può insegnare. Era questa la forza della Juventus che ho conosciuto e vissuto e della Nazionale del 1982.
In campo e nella vita serve un pizzico di anarchia organizzata per ribaltare un risultato e prendere in contropiede il destino. Come quando ho segnato il gol del 2 a 0 alla Germania nella finale di Madrid: nell’area di rigore tedesca c’eravamo io, Scirea e Bergomi, un centrocampista e due difensori.
I giovani sono delle spugne e quindi insegnare loro il calcio è un piacere: la cosa più difficile, semmai, era riuscire a intercettare il talento nelle brevi finestre di tempo che avevo a disposizione per osservarli.
All’epoca avevo due collaboratori, Pietro Ghedin e Corrado Corradini, che mi aiutavano a battere i campi di tutta Italia. Era davvero come cercare un ago in un pagliaio. Avete idea di quanti ragazzini giocano a pallone nel nostro Paese? Ma valeva la pena tentare. A volte capitava che le società di calcio mandassero in visione dei giocatori che non erano i più bravi del vivaio, ma per altre ragioni: conoscenze, opportunità, affari. Non ho mai avuto alcun problema a scartarli. Penso che fosse la cosa giusta da fare, soprattutto per loro. Per dargli il tempo e le opportunità di scegliere un’altra strada.
Nel 1989 ho superato l’esame di ammissione al corso per allenatori di prima categoria e ho preso il patentino. Non prima, però, di aver risolto il giallo del diploma scomparso. Chissà perché, quando incontrava me, il meccanismo burocratico del calcio andava spesso in cortocircuito.
A quel tempo esisteva una regola della Federazione secondo la quale chi aveva giocato 20 partite nella Nazionale maggiore acquisiva di diritto il diploma di allenatore di seconda categoria. Io avevo 81 presenze con la maglia azzurra, ma del mio diploma, negli archivi di Coverciano, non c’era traccia. Mi ricordavo bene il giorno in cui Lello Antoniotti era venuto nel ritiro della Juventus a farmi un breve esame per consegnarmi l’attestato, e invece adesso un segretario della Figc mi diceva: «Tu non hai il diploma di seconda categoria, qui nel computer non c’è». Credendo di incastrarlo, ho replicato: «Scusa, come faccio a non avere il diploma se ho giocato più di 20 partite in Nazionale?». Ma lui, addestrato all’imperturbabilità della burocrazia, sentenziò: «Se non c’è nel computer, vuol dire che non hai il diploma».
Da quando avevo ricevuto la mia copia avevo cambiato quattro case, tre città e altrettante squadre, e non avevo la più pallida idea di dove fosse finito quel pezzo di carta. Per fare più in fretta ho ridato l’esame, sempre con Antoniotti, e poi un giorno, mentre rovistavo tra i miei cimeli calcistici, l’ho trovato. Credo di essere il solo ad avere due diplomi come allenatore di seconda categoria!
La mia carriera procedeva bene. Stavo per iniziare il mio lavoro con le Nazionali giovanili e come opinionista in tv mi divertivo molto, ma la vita, quando meno te lo aspetti, ti mette a dura prova. Mentre parlavamo alla «Domenica Sportiva» di campionato, classifica e giocatori, Sandro Ciotti annuncia in diretta la morte di Gaetano Scirea. (Lavorava con Dino Zoff, che in quel periodo era l’allenatore della Juventus. Gaetano era andato in Polonia per visionare la squadra che avrebbero dovuto affrontare qualche giorno dopo in Coppa Uefa.) Il dolore mi ha letteralmente schiacciato sulla sedia: non ho avuto nemmeno la forza di alzarmi e sottrarmi alle telecamere. Sono rimasto immobile, senza fiato, senza parole, tentando di nascondere con una mano le lacrime che non riuscivo a trattenere. L’avevamo saputo tutti così, dalla voce di Ciotti.
Mariella, la moglie di Gaetano, seguiva sempre le trasmissioni sportive, ma quella sera, per fortuna, il televisore di casa si ruppe. I primi a correre da lei sono stati Dino e Anna Zoff, gliel’hanno detto loro. Gaetano doveva essere l’ultimo ad andarsene perché era il più buono, il più corretto, e invece è stato il primo.
Il giorno dopo sono partito per Torino per andare da Mariella e Riccardo, che aveva solo 11 anni. «Non è vero» mi ripetevo. «Adesso suonerò al campanello e lui verrà ad aprirmi.» In quei momenti Gaetano era dovunque, nella testa, nel dolore, nel mio cuore. Mentre guidavo, pensavo a quella sera in cui, dopo una partita, con Cabrini lo abbiamo accompagnato a casa. Piombavamo spesso da Mariella senza preavviso, a qualsiasi ora, e ci accoglieva sempre a braccia aperte. Eravamo affamati e Antonio le ha chiesto: «Non hai niente da mangiare?», e lei: «Avevo preparato il minestrone per Gaetano». Un attimo dopo eravamo tutti e tre a divorarlo dalla stessa pentola. Gaetano non era un collega, ma un pezzo di me che è volato via con lui.
Un’altra bomba ha mandato in pezzi quella serenità che avevo provato nei mesi immediatamente successivi all’addio al calcio. Nella mia carriera di calciatore avevo guadagnato abbastanza. Pensavo che i soldi non sarebbero mai finiti. Non seguivo con attenzione i miei investimenti, il calcio mi distraeva da ogni altra cosa. Ero cresciuto in una famiglia che arrivava alla fine del mese con grandi sacrifici, ma confesso che un po’ l’avevo scordato.
Una mattina ricevo una raccomandata e scopro che l’azienda che avevo con Tullio è piena di debiti. L’ho saputo così, all’improvviso. Mi ero imbarcato in un’attività che non conoscevo e delegavo a mio fratello ogni decisione. Improvvisamente era crollato tutto.
È stato terribile, per me l’importante era cancellare tutti i debiti. Mi sentivo ammaccato, spaventato. Mi capitava addirittura che passando davanti a una banca, una qualsiasi, l’angoscia che i dipendenti sapessero che ero un debitore mi toglieva il fiato. Erano ossessioni, ne ero consapevole, ma la paura e l’umiliazione, come dice Kafka, possono «uccidere un uomo».
È stato molto triste e doloroso non parlare con mio fratello per lunghi mesi. Ma il tempo fa scemare la rabbia. Riaffiorano quei ricordi di bambini che si nascondono negli angoli più remoti del nostro cervello. Abbiamo dormito insieme per anni, lui mi ha protetto, aiutato. Adesso toccava a me.
In quell’occasione Stella è stata una roccia. È una persona molto determinata, che punta sempre a un nuovo traguardo, e mi ha protetto moltissimo. Ma anche la famiglia di Alessandra mi è stata vicina.
Di quel momento così buio della mia vita ho conservato, però, anche dei bei ricordi, legati proprio alle persone che mi hanno aiutato. Uno fra tutti, Enrico Minoli, che, grazie alla sua competenza, documento dopo documento, voce per voce, mi ha guidato in questa brutta avventura.
Negli anni milanesi con Stella ho incontrato tanti suoi amici che sono diventati anche i miei. Come Giovanni Minoli, un uomo che, una volta entrato nella tua vita, non ne uscirà mai più. Ogni momento passato con Giovanni è un’occasione per crescere, per capire. A Filicudi andavamo a correre tutte le sere perché lui doveva essere bello per la tv. Peccato che, appena tornati a casa, ci aspettavano birra e Campari. Le nostre vacanze in quell’isola magica sono un ricordo indelebile. Ma se parliamo di incontri, due nomi, due amici per sempre: Carlo e Sabina Rivetti. Ancora oggi, dopo trent’anni, festeggiamo insieme la vigilia di Natale e la nostra amicizia.
A Milano ho conosciuto anche Silvio Berlusconi. Sono stato spesso a cena con lui, in quel periodo. Aveva una marcia in più, era il re di quelle tavolate e, contrariamente a quanto riporta la cronaca di questi ultimi anni, l’ho sempre visto solo, senza nessuna donna al fianco. Raccontava aneddoti mirabolanti sugli inizi di Milano 2, dove accompagnava le persone a vedere gli appartamenti appena costruiti e, per dare l’idea che fosse un luogo vivo e vissuto, e non ancora tutto da creare, chiamava i suoi parenti a fare le comparse. Chi ramazzava per terra, chi si fingeva portinaio, chi curava le aiuole, finché un giorno una sua cugina travestita da inquilina gli disse: «Ciao Silvio, che bella cravatta!». A quelle cene c’erano Bettino Craxi, Nicola Trussardi e tanti altri, un pezzo importante della storia del nostro Paese.
Stella era appena diventata inviato dell’«Europeo» e avrebbe dovuto viaggiare tra una guerra e l’altra, mentre io ero il secondo di Cesare Maldini all’Under 21. Ma una mattina arriva una telefonata che doveva cambiarmi la vita: «Aspettiamo un bambino». Una gioia che ha chiuso quegli anni tesi e angosciati. Ho ricominciato a vivere. Adesso, però, dovevamo dirlo a Sara.
Nei primi mesi di gravidanza abbiamo preso tempo. Poi la scuola è finita e Sara doveva raggiungerci per passare le vacanze con noi. Non avevo idea di come affrontare l’argomento. Come avrebbe reagito una bambina di 11 anni alla notizia che avrebbe avuto un fratello nato da una madre diversa dalla sua? Sara e Stella avevano un bellissimo rapporto, ma sarebbe bastato?
Parto per il ritiro con l’Under 21 e lascio mia figlia con Stella, che, intanto, si era preparata un piano per comunicarle la novità. Aveva scoperto una collana di libri per bambini che spiegava quanto è bello avere un fratellino, come cambia la famiglia e così via; aveva comprato tutti i volumi e li aveva seminati in giro per la casa, uno sotto il cuscino, un altro tra i vestiti, un altro ancora sotto la tazza della colazione. Sara doveva trovarli, preparandosi così al lieto evento.
Il giorno dopo Stella mi chiama, sconvolta: «Guidavo per arrivare in campagna. Assalita da una nausea terribile, ho detto a Sara che dovevo accostare perché avevo sonno. Eravamo sedute su un muretto davanti al lago e lei guardava per terra in silenzio. Poi si è avvicinata: “Stella, puoi anche finirla di mettermi quei libri dappertutto. Ho capito benissimo che avrò un fratellino. Ho bisogno di un giorno di tempo per dirvi se sono molto felice oppure molto arrabbiata”». Solo il giorno dopo abbiamo capito che Sara era felice. I bambini vivono il presente e, a differenza degli adulti, sanno ascoltare la voce del cuore.
Per Sara non c’ero stato. Questa volta volevo veder nascere mio figlio. Ma il parto era programmato proprio per il giorno in cui dovevo andare in ritiro con la Nazionale, così ho chiesto al ginecologo di anticiparlo di una decina di giorni. La mattina che siamo andati in ospedale ero agitatissimo, tanto che ho sbagliato strada. La prima volta che ho visto Nicola, era tutto nudo, ancora sporco di placenta, adagiato su una specie di carrello di metallo. Diventare padre è una magia. Mi sono innamorato in un istante, è bastato guardarlo per sentire che non avrei più potuto stare senza di lui. Mi ha fatto una tenerezza infinita, era così piccolo. Doveva abituarsi a tutto, all’aria, al fr...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Tutto o niente
  4. I. Urlare
  5. II. Sognare
  6. III. Crescere
  7. IV. Imparare
  8. V. Correre
  9. VI. Vincere
  10. VII. Cambiare
  11. VIII. Ricominciare
  12. Note personali
  13. Copyright