La straziante vicenda di un lucidissimo "folle", vinto dalla passione per il gioco, in un'atmosfera allucinata e grottesca. Una storia in parte autobiografica del grande scrittore russo (1821-81).

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Introduzione
Dostoevskij e “Il giocatore”
di Antonio Pennacchi
A Barbara Alberti (lei sa perché)
C’è stato un tempo – da giovane – in cui pensavo che il capolavoro assoluto di Dostoevskij fosse Il giocatore, mentre Delitto e castigo e I fratelli Karamàzov fossero due mattoni tra capo e collo. Ora è chiaro – ma m’era stato più o meno chiaro già allora – che il romanzo nell’Ottocento doveva rispondere anche a bisogni e funzioni che oggi non ha più. Mica c’era internet allora – né televisione e cinema – e la lettura doveva servire pure a far passare il tempo, almeno alle classi alte che erano le uniche a saper leggere e che erano anche le uniche, soprattutto, a non dover andare a lavorare. Ma quando è troppo è troppo, benedett’Iddio, e una sforbiciata di tre o quattrocento pagine – pensavo – non credevo gli avrebbe fatto troppo male.
Ma ero un po’ sbrigativo da giovane e oggi non lo penso più. Oggi so che anche I Karamàzov e Delitto e castigo sono pietre miliari nella storia del pensiero umano – sono essenziali – perché c’è un prima e un dopo Dostoevskij nella letteratura universale: un diverso modo di guardare dentro i recessi d’ogni uomo nella sua più complessiva avventura dentro il cosmo. Prima non c’era e dopo Dostoevskij c’è. Ciò non toglie però che ll giocatore – nella sua specifica essenza di “romanzo” – continui sempre a piacermi di più. È lui la punta massima – per me – di Dostoevskij narratore, perché il romanzo è romanzo, non è il saggio filosofico: è res gestae, da che mondo è mondo. Non è res cogitatae.
Dice: “E il romanzo filosofico, allora?”. Ah, queste sono fesserie che s’è inventato il Novecento, quando non è stato più capace d’inventarsi i romanzi veri.
Se tu mi vuoi dire che anche il romanzo deve comunque saper insegnare qualcosa – aprire nuove finestre, nuovi sguardi sul reale – qui non ci piove. Ma bisogna vedere come lo fa. Se raccontando i fatti riesce a calarti nei personaggi e nelle situazioni sino a farti identificare e dire a un certo punto: “E se fossi io al suo posto? Cosa avrei fatto io? Non è che magari avrei ucciso, o sarei fuggito pure io?”, allora il romanzo è fatto bene e ti ha aperto anche quelle nuove finestre («gli orizzonti d’attesa», li chiama Jauss). Ma se il romanzo non racconta i fatti o li racconta male, con continue digressioni che te li spiegano – quasi più le digressioni che i fatti, più spiegazioni che narrazioni – tu alla fine dici: “Vabbene va’, la prossima volta mi leggo Wittgenstein”. Questa è la differenza tra conoscenza per via estetica e conoscenza per via di logica: nella prima conosco attraverso i sensi, per pura intuizione; nella seconda, invece, attraverso il ragionamento. Ma sono due mestieri diversi, non è lo stesso mestiere: in uno “vedi” e già “sai”, nell’altro ti devi convincere.
Dice: “E le contaminazioni? Non sono possibili le contaminazioni?”. Certo, e come no? Tutta la vita è contaminazione. Ma cum grano salis però, sia nella vita che nel romanzo. Nel romanzo, una spiegazione ogni tanto ce la puoi pure mettere – senza però trattare il lettore da imbecille, intestardendoti a spiegargli anche quello che dovrebbe avere già capito da solo – ma se i fatti che tu racconti sono un mero pretesto per potergli ammannire le tue elucubrazioni, allora no compa’, allora è meglio che ti scrivi un saggio. Dice: “E il Novecento? E tutta la critica del Novecento, allora?”. Mi dispiace per tutto il Novecento, ma l’estetica è così, non l’ho inventata io.
Io comunque non faccio il critico, faccio il narratore e per me Il giocatore è un capolavoro. Non c’è una sola parola di troppo. Tu leggi i primi fatti ed immediatamente sei Aleksej Ivanovič, invaghito a morte di questa sciacquetta di Polina che non lo vuole, gli preferisce sempre gli altri. Ti diverti con lui – ti metti a ridere, pure – e scorri al volo sopra ogni pagina per arrivare subito all’altra, per vedere come va a finire. E quando hai divorato pure l’ultima, tu hai capito tutto del gioco, della compulsività del gioco e di tutte quelle altre importanti cose di cui discutono ogni giorno gli psichiatri in tv, e scrivono articoli e libri – montagne di libri – sulla gente che si rovina coi Gratta e Vinci, sulle mamme che si scordano i figli in macchina per andare a giocare alle slot-machine: “Mo’ vinco, mo’ vinco!”. Si giocano la via di casa, mentre lo Stato ci s’ingrassa e queglialtri scrivono i saggi di psichiatria per spiegarti che ciò che conta – nel gioco – è il gioco in sé, non se si vince o se si perde. Anzi, più si perde e più si gode. Masochisticamente, ma si gode. Solo che stava tutto già scritto dentro Il giocatore di Dostoevskij, e scritto bene, con molte meno parole ma con suspence, con flash, con intuizioni liriche: una pagina di corsa appresso all’altra appunto, e divertendoti, facendoti proprio ridere, come quando arriva all’improvviso la vecchia nonna – babulinka la chiamano, nonnina – quella boiaccia assassina che sconvolge i piani di tutti quanti. E allora tu ridi per davvero.
Ma non c’è solo questo, non c’è solo il gioco nel Giocatore. O meglio: c’è il gioco a volte anche crudele della vita tutta, come è crudele – al fondo – ogni gioco. Ma raccontato sempre con distacco e divertita ironia. C’è il pregiudizio sui polacchi ad esempio – ogni tanto una tirata contro i polacchi, ma pure contro i francesi – che provocò anche qualche reprimenda dei critici. Ma il reale è questo, ed è qua la stupenda modernità del Giocatore: non c’è chi non abbia dei polacchi nel suo peggiore immaginario, siano essi gli zingari, i romeni, i meridionali, i comunisti o i berlusconiani. E c’è l’irrealizzabilità d’ogni progetto umano di felicità: come non troverà nel vincere la ragione del suo giocare – ma solo nel giocare – così Aleksej Ivanovič vedrà svanire d’incanto il suo sogno d’amore non appena Polina, lungamente inseguita, finalmente gli si darà. “Tutto qua?”, sembrerà allora dire Aleksej.
E c’è l’impareggiabile universo femminino del Giocatore: la vecchia nonnaccia in primis, il personaggio più potente. Poi l’idealizzata e inarrivabile Polina, che col nostro eroe Aleksej fa tanto la schizzinosa ma… non voglio rovinare la sorpresa. E infine l’odiosissima, inizialmente, contessa Blanche, una specie di mignotta d’alto bordo che alla fine si rivelerà l’unica persona un tantinello per bene di tutto quel bestiario, quasi che per Fëdor Michajlovič Dostoevskij le uniche donne un po’ per bene siano proprio le puttane di professione.
Dice: “Ma è misogino”. Ho capito, ma di queste pubbliche prostitute che nella realtà sono poi assai meglio di tante donne cosiddette per bene, è pieno il mondo ed è piena pure la storia della letteratura. In ogni caso a me – rileggendo ora Il giocatore – m’è tornato alla mente un reality di cui avevo visto un paio di puntate (dice: “Ma come, vedi i reality?”. Ahò: Quis sine peccato? E poi solo un paio di puntate, giuro), qualche anno fa. Si chiamava “La fattoria” e i concorrenti dovevano lavorare per davvero la terra e prendere l’acqua dal pozzo, zappare, rassettare, eccetera. Tra loro c’era anche un’attrice porno – Selen – che non stava lì però nella sua fattispecie di pornodiva, ma in quella ben più prosaica di concorrente che zappava, cucinava e andava appresso alle bestie pure lei. Be’, debbo dire la verità, ma dopo due o tre puntate in mezzo a tutta quella bella gente – una decina di iene che si facevano le peggio cose tra di loro, i peggio infingimenti, i peggio inganni – l’unica dotata di un minimo di sensibilità, generosità, lealtà, comprensione e compassione, sembrava Selen. Tutti gli altri, dei mostri. Dice: “Ma è il reality, il trash, la tv spazzatura”. Sarà quello che ti pare, ma l’unica persona umana lì in mezzo era la pornostar. La gente – evidentemente – non si misura per quanto e come usa gli apparati genitali. Poi dice Dostoevskij.
Il merito di questo capolavoro assoluto però – secondo me – è tutto di F.T. Stellovskij.
Dice: “E chi è mo’ sto Stellovskij?”. È uno che per tutti – a partire da Dostoevskij – è quanto meno un farabutto disonesto e profittatore. Ma in realtà è un incompreso. Per me è un vero benefattore dell’umanità. Senza di lui Il giocatore non sarebbe mai venuto al mondo e ci deve essere anche una ragione se – di libri così – Dostoevskij non ne farà mai più. Fa questo e basta. Dice: “Be’, prima però c’era stato anche Il villaggio di Stepančikovo”. Sì, ma a parte il fatto che non sta esattamente alla stessa altezza, anch’io da giovane pensavo: “Magari avesse scritto solo Giocatori e Villaggi di Stepančikovo”. Invece no, ha prodotto soprattutto gli altri: Karamàzi, Delitti, Demoni e Sottosuoli. Anzi, a lui erano proprio questi a sembrargli i migliori, gli unici degni di fatica ed affanno: oscuri, pesanti, tesi solo a dissezionare – scandagliandolo – il peggio del peggio dell’animo umano. Non che anche Il villaggio o Il giocatore non lo facciano, abbiamo detto; ma lo fanno de-vertendoti. Quelli invece massacrandoti se, come me da giovane, pure Freud sostiene che i tratti sadici di Dostoevskij – che per lui era un masochista, ma come tutti i masochisti aveva anche tratti sadici – traspaiano «nel modo in cui egli, autore, tratta i suoi lettori». Ma torniamo a Stellovskij.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij non è che abbia avuto una vita facile. Nasce a Mosca nel 1821, l’anno in cui a Sant’Elena muore Napoleone e Manzoni in Italia scrive il 5 maggio: «Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro». Dice: “E che c’entra?”. Niente, ma è per dare la necessaria contestualizzazione.
Nasce a Mosca, quindi, e non nasce ricco. All’inizio stanno tutti – padre, madre e cinque figli (gli altri due arriveranno dopo) – in un appartamento di due stanze. È solo nel 1828 – quando lui ha sette anni – che vengono inscritti nell’albo della nobiltà, e nel 1831 si trasferiscono nel distretto di Tula, dove il padre è riuscito a comprare dei vasti terreni. A sedici anni però – nel 1837 – gli muore la madre di tisi e lui viene spedito con il fratello a San Pietroburgo, in un collegio militare, a studiare ingegneria. E fin qua niente di strano – si direbbe – a parte la questioncella della madre; anche se c’è un sacco di gente, a questo mondo, che prima o poi gli muore la madre.
Il fatto però è che a differenza ad esempio di Tolstoj – che inonda ogni sua pagina di sé medesimo e dei fatti suoi, e col quale Dostoevskij non si è mai incontrato, ma con cui pure visse, produsse e vive tuttora, nella letteratura russa, in continua bipolarità dialettico-oppositiva – Dostoevskij non amava «parlare di sé [...] si comportava come se nel suo passato non ci fosse stato nulla di speciale, non si mostrava né deluso né ferito nell’anima»(Merežkovskij). Se lo incontravi, aveva sempre – quando non stava male – «uno sguardo allegro e vivace», e perfino del padre non dice che bene, rammentando solo la pietas religiosa e «l’amore dei genitori per me».
Nella realtà, però, questo padre era un iracondo violento, che viene assassinato nel 1839 – quando Fëdor ha diciotto anni – dai suoi contadini, servi della gleba, esasperati dalle continue angherie. Per almeno uno dei biografi è lì che sarebbe sopravvenuto il primo attacco di epilessia di Dostoevskij. Per tutti gli altri, invece, la malattia si sarebbe manifestata più avanti, a partire dalla condanna e deportazione. In ogni caso, la morte del padre è destinata a lasciare «un solco profondissimo nella coscienza dello scrittore», e quella figura paterna «tirannica, crudele, e insieme sentimentale, è il prototipo di molti uomini violenti [...] che compaiono nella sua opera. Basti pensare al vecchio Karamàzov» (G. Pacini). Sarebbe da chiedersi come avesse fatto il padre – semplice medico militare – a diventare all’improvviso nobile e ricco, ma sarebbe un altro libro. Il problema è, purtroppo, che il peggio doveva ancora arrivare, per il povero Fëdor Dostoevskij nostro.
Finisce gli studi. Promosso ufficiale. Dopo un anno si congeda. Dissipa – insieme ai fratelli – quel poco di patrimonio lasciato dal padre. Comincia a scrivere. Povera gente, nel 1846, è il primo romanzo – accolto subito con favore – a cui fa seguito Il sosia, bastonato però dalla critica. Nel frattempo s’è avvicinato a un gruppo sovversivo di ispirazione socialista-fourierista, il circolo Petraševskij. Anzi, lui sta proprio nella cellula segreta «comunista» di questo circolo, capitanata da N.A. Spešnev. Fatto sta che il 23 aprile 1849 – l’anno prima era stato il 1848: rivoluzioni in tutta Europa, Il Manifesto di Marx-Engels; e quindi anche lo Zar s’era un tantinello preoccupato – all’età di 28 anni Dostoevskij viene arrestato insieme ai suoi compagni, sbattuto in fortezza per otto mesi e condannato a morte. Poi verrà graziato e la condanna a morte commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Ma che lo Zar avesse concesso la grazia, a loro glielo hanno detto solo la mattina dell’esecuzione, il 22 dicembre 1849, mentre stavano salendo – e alcuni erano già saliti: la prima fila era già pronta, con Petraševskij davanti e il cappuccio sulla testa; Dostoevskij invece era in seconda fila, il prossimo turno era il suo – sul patibolo: «Gli istanti trascorsi da Dostoevskij non con la probabilità, ma con la certezza della morte che lo attendeva di lì a “cinque minuti”, ebbero su tutta la sua successiva vita spirituale un’influenza incancellabile: essi parvero spostare il suo angolo visuale rispetto al mondo intero» (Merežkovskij). Degli altri disgraziati – anche se in effetto, in quel momento, “graziati” – suoi compagni, uno diventò irrimediabilmente pazzo e a un altro gli si fecero, sull’istante, tutti i capelli bianchi.
Lui che di mestiere fa lo scrittore, di questa roba nei suoi libri non racconterà niente – «non ama parlare di sé», dice Merežkovskij – lasciandosi andare solo a un paio di cenni nell’Idiota e in Delitto e castigo, ma assai fugaci, indiretti e laterali. Ne parlerà solo nelle lettere. Ma è da qui che gli cominciano di certo – secondo almeno la maggior parte dei biografi – quei frequenti attacchi di epilessia che non lo lasceranno più.
Poi la deportazione a Omsk – quattro anni di lavori forzati – e successivamente l’esilio, per altri quattro anni, a Semipalatinsk, ai confini tra il Kazakistan e la Mongolia. Rientra nella Russia europea solo nel 1859.
Intanto s’era sposato (1857) con Marija Dmitrevna Isaeva, vedova con un figlio – che gli farà passare un mare di guai pure lui – di un altro deportato. Ma non sarà un matrimonio felice. Anzi. Per fortuna la moglie gli muore nel 1864 per tisi anche lei – il figliastro no, gli rimarrà ancora a lungo sul groppone – anche se Dostoevskij aveva già cominciato a consolarsi un paio d’anni prima, nel 1862, con Apollinarija Suslova, che però lui chiama “Polina” (ricorda niente?). Pure questa Apollinarija-Polina gliene farà però passare di cotte e di crude, perché è con lei che comincerà a giocare e a vincere i primi 5000 franchi – è quando giochi per la prima volta e vinci subito, dicono tutti, che poi sei condannato per sempre – a Wiesbaden. E poi via in giro per il mondo – vanno a Parigi, a Roma – mentre lei gli mette le corna e lui sempre più a giocare, a spendere, spandere e correrle dietro. Finché nel 1863 lei lo molla. Lui torna in Russia dalla moglie che però l’anno dopo – 1864 – muore. Dice: “Bene”. No, perché tre mesi dopo gli muore anche il fratello più grande – Michail – lasciandolo con un mare di debiti. Lui comunque – dopo la morte della moglie – era ripartito di nuovo alla carica con Apollinarija, a Parigi, per chiederle di sposarlo. Ma quella manco per idea. Lui era spossato, «stanco e malato, di un pallore terreo, malsano, dal viso cupo e tormentato».
E così siamo al 1865. Dostoevskij aveva già fatto un sacco di romanzi: Il villaggio di Stepančikovo (1858), Memoria da una casa di morti (1861), Umiliati e offesi (1861), Memorie dal sottosuolo (1864), e una decina abbondante di libri di racconti. Ma non ancora il clou – il nocciolo duro – e comunque non c’è mai stato un libro che non abbia prodotto sotto affanno. Lui diceva sempre e scriveva agli amici che avrebbe tanto voluto lavorare in santa pace ai suoi libri, tranquillo, senza preoccupazioni di sorta. Allora sì che gli sarebbero venuti bene, diceva. E invece no, perché quando poteva stare tranquillo non scriveva, e anzi faceva di tutto per guastarsi la vita e rompere la tranquillità. Solo quando ritornava con l’acqua alla gola e con il mondo intero lì lì per crollargli addosso – pieno di debiti e coi creditori alle calcagna – allora si metteva a scrivere, a lavorare. Vendeva i libri prima di averli scritti. Anzi, ancora prima d’essere arrivato a metà del libro, già s’era speso tutto quanto, e allora via di nuovo, a vendersi il libro ancora più in là da venire. È così – lungo codesta ruinosa china – che s’arriva a Stellovskij e al Giocatore.
Nel 1865 Dostoevskij ha quarantaquattro anni e non ha più una lira. Il fratello è appena morto. I creditori gli hanno pignorato i mobili e lui è dovuto scappare all’estero per non farsi carcerare (a quel tempo, e non solo in Russia, ti mettevano in galera per debiti. Mica era come...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. Dostoevskij e “Il giocatore”. di Antonio Pennacchi
- Cronologia
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- Copyright