A ogni santo la sua candela
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A ogni santo la sua candela

  1. 240 pagine
  2. Italian
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A ogni santo la sua candela

Informazioni su questo libro

Trovare lavoro in Italia in tempo di crisi non è poi così difficile, basta capire come funzionano le cose. E Maristella, donna ambiziosa e calcolatrice rimasta presto vedova con un unico figlio da far arrivare in alto, lo sa bene, e sa che la prima cosa è "mettersi dietro il santo giusto".

Ernesto si è finalmente laureato in economia e la sua spasmodica ricerca di un'affermazione personale nasce proprio dagli insegnamenti della madre che, cresciuta nei Quartieri Spagnoli di Napoli tra mille difficoltà, ha sempre accarezzato l'idea di un radicale riscatto sociale. In gioventù il suo debole per uomini carismatici e potenti aveva fatto incrociare la sua strada con quella di Alfonso Malatesta, che anni dopo sarebbe diventato un potente boss.

Ernesto è il mezzo attraverso il quale Maristella può finalmente realizzare il suo sogno, e Malatesta potrebbe essere il santo giusto per sistemare suo figlio, trovandogli un impiego adeguato. E così avviene. D'altronde Ernesto ha ereditato da lei la determinazione e l'assenza di scrupoli: per diventare davvero qualcuno non bisogna mai mostrare debolezze, bisogna avere i peli sul cuore, e lui non esita ad applicare la lezione della madre nella sua nuova vita d'ufficio, tra grandi regalie e piccole meschinità.

A ogni santo la sua candela racconta la rapida ascesa di un ragazzo convinto di potersi emancipare dalle sue umili origini inserendosi a ogni costo in un meccanismo che si fa sempre più pressante. Dove lo condurrà questa sua smania di farsi strada nel mondo?

Stefano Crupi affronta senza moralismi e ipocrisie un tema di grande attualità, l'Italia del potere corrotto, delle scorciatoie e delle raccomandazioni. Il cuore del romanzo è però la storia vivida e spietata di una madre pronta a tutto per suo figlio e del loro rapporto simbiotico ed esclusivo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852070471
Print ISBN
9788804659822
XXII

15 novembre – Sant’Alberto Magno, protettore degli uomini di scienza

La prima cosa che Ernesto pensa quando gli si presenta questo poveruomo davanti – brutto e tozzo, pure curvo, le mani grassocce e sudicie, sulla faccia quadrata l’espressione ottusa di un ritardato – è che avere potere gli piace più di ogni altra cosa.
Percepisce dentro di sé una straordinaria sensazione di forza, il controllo della situazione è suo, sente finalmente di far parte di un’élite.
Il poveruomo sta tremando e arrossisce e suda e tiene gli occhi bassi ed Ernesto pensa che il potere è questa consapevolezza di essergli superiore, questa verità che si palesa in situazioni del genere in cui ti sembra di stare su un piedistallo, a un metro di altezza, un gigante sul punto di calpestare un insetto, e di essere libero di manifestare il tuo disprezzo, libero di essere piacevolmente perfido, alla stessa maniera di quando ogni mattina in ufficio hai pisciato fuori dalla tazza del cesso solo per godere del pensiero che un poveruomo come quello che hai davanti sarebbe stato costretto a pulire.
La seconda cosa che Ernesto pensa è che questa è l’occasione per mettere in pratica gli insegnamenti del direttore. Deve essere sprezzante, non avere pietà.
Lo accuserà apertamente facendo leva sui suoi tentennamenti, sulle sue contraddizioni, sulla sua evidente difficoltà di articolare qualsiasi pensiero, di trovare giustificazioni credibili.
Il poveruomo cadrà nella rete della sua dialettica infamante perché la verità è sotto gli occhi di tutti, non può essere andata diversamente da come la disegnerà lui e questo sarà un punto inattaccabile.
Quando Ernesto comincia il suo atto d’accusa il poveruomo lo ascolta rattrappendosi e poi contestando e infine agitandosi, ma senza riuscire a controbattere nessuno dei sospetti che sembrano diventare certezze.
Ernesto chiama il suo principale e davanti a lui continua l’opera di demolizione così precisamente preparata e orchestrata, arrivando a offenderlo, a chiamarlo ladro, disonesto.
Sapeva che il principale – un tipo mingherlino e sporco, con la faccia furba – avrebbe tentato una difesa, avrebbe detto si calmi, ragioniamo, non può essere, e per questo Ernesto si è preparato a insistere.
Cerca gli occhi del poveruomo ma vede solo che ha la fronte imperlata di sudore, il collo rosso e i pugni stretti. Allora alza la voce, raddrizza la schiena e continua a ripetergli che è un ladro, un mariuolo, un disonesto, confessa, ci fai più bella figura. Si avvicina al suo volto sempre più ottuso, sempre più spento e gli dice confessa, ammetti le tue colpe.
La terza cosa che Ernesto pensa è che sarebbe bello se ci fossero altri testimoni ad assistere a questa sua dimostrazione di dominio. Si sente a suo agio nella parte e desidera prolungare questo momento perché sta provando quel piacere sottile di cui gli ha parlato il direttore.
La sua voce diventa un bisbiglio. Ti piaceva quell’orologio, vero? domanda piegandosi su di lui. Non hai saputo resistere alla tentazione di rubarlo? dice ancora.
Ma il poveruomo ha rinunciato a rispondere, adesso si è chiuso in un mutismo rancoroso.
Ernesto però non cede, anzi si fa prendere la mano. Comincia a urlare nella speranza che altri accorrano, che tutti vedano che cosa è capace di fare.
La verità, grida stringendo i pugni, è che sei un ladro, il peggiore, e che sei anche un vigliacco, un vigliacco schifoso.
Il poveruomo è lì, chiuso in se stesso, a incassare la gragnola di offese che gli piovono addosso. Fino a quando, all’improvviso, non si slancia in avanti, gli occhi spiritati, il collo teso. Sembra sul punto di gridare ma la sua è una smorfia di dolore, dalla sua bocca non esce una sillaba. A scattare è piuttosto il braccio che sembra liberare tutta la forza trattenuta fino a quel momento.
È un attimo. Ernesto fa per ritrarsi ma lo schiaffo lo colpisce in pieno.
Allora cade, urta contro la scrivania, e a quel punto non riesce a pensare più a niente. O meglio i pensieri gli si mischiano in testa.
Fa appena in tempo a scorgere la faccia dell’uomo stravolta dalla rabbia che si allontana per evitare di infierire.
Poi ci sono solo il buio e un ronzio penetrante all’orecchio sinistro.
Deve passare qualche secondo perché Ernesto trovi le energie per riprendersi, con una mano sulla guancia dolorante e il tipo mingherlino che lo soccorre e lo implora. Alcuni colleghi adesso sono intorno a lui mentre l’uomo non c’è più, è scappato.
Quel che è accaduto è vergognoso, ripete Ernesto sistemandosi la giacca e cercando consensi tra gli impiegati che sono accorsi. Racconta a tutti la reazione violenta del poveruomo, il rischio corso, parla del furto come di una certezza. Aggiunge che la cosa non finisce lì perché ci sarà una denuncia e altri guai per lui e per la sua ditta.
L’ultima cosa che Ernesto pensa prima di uscire dalla stanza e tornare in segreteria è che è andata meglio di come si aspettasse. Lo scopo che si era prefissato adesso può essere ottenuto in modo ancora più efficace. Racconterà al direttore la sua versione e lo spingerà a prendere i giusti provvedimenti.
Un furto, capisce? dirà a Caputo. Come possiamo fidarci di una ditta i cui dipendenti rubano? aggiungerà. E poi quella reazione violenta, concluderà recitando la parte della vittima alla perfezione.
Quella mattina stessa gli viene recapitata una busta che reca la dicitura “personale”. La apre facendo attenzione a che nessuno lo veda e tira fuori una lista di fornitori scritta a macchina su tre fogli. Accanto a ogni nome sono indicati la sede, il numero di telefono e il settore di appartenenza. Ci sono istituti di vigilanza, ditte che si occupano di ogni tipo di manutenzione, negozi di cancelleria, società informatiche, autofficine, centri di giardinaggio. Ci sono pasticcerie, agenzie di comunicazione, aziende agricole, negozi per l’infanzia. Ci sono anche studi legali e di consulenza fiscale. C’è tutto.
Insieme ai fogli Ernesto trova cinque banconote da cento euro tenute insieme da una graffetta color oro. Le infila subito in tasca e nasconde la lista che deve riscrivere al computer quanto prima e stampare, per fingere di averla compilata lui stesso.
Nulla prova che sia stato Malatesta a fargliela recapitare, ma di sicuro quella è tutta la rete, o quasi, di attività commerciali legate a lui. Ci sono tanti affari che gli fanno gola, come quelli dei doni sociali ad esempio. E come potrebbe essere diversamente? Si tratta di centinaia di migliaia di euro all’anno, di un guadagno facile e importante.
Per questo Ernesto, appena rientrato dalla pausa, decide di occuparsene e di andare nel deposito. Lo fa senza avvertire nessuno. Enzo lo vede allontanarsi e la cosa lì per lì sembra sorprenderlo visto che non capita mai, però questo pomeriggio il direttore arriverà più tardi quindi ci sta che Ernesto esca per farsi i fatti suoi; loro, gli altri della segreteria, lo fanno spesso.
Prima di varcare l’ingresso del deposito Ernesto fa per chiamare sua madre, poi però si blocca. Meglio non renderla ancora partecipe di quest’alleanza con Malatesta, pensa. Forse le dirà tutto più tardi ma adesso, per una volta, vuole tenersi un segreto. È il tempo di cavarsela da solo, è il tempo in cui sua madre, ormai, ha smesso di essergli utile.
Per arrivare al deposito bisogna attraversare un piccolo accesso nascosto ai margini dell’ufficio soci e una porta anonima, oltre la quale c’è una lunga successione di scaffali di metallo occupati da scatole.
Ernesto sa che il direttore sta valutando l’ipotesi di non acquistare altri doni sociali ma di riciclare quelli dell’anno precedente. Troppe scorte, ha detto, un mare di scorte, in qualche modo dobbiamo pensare di recuperarle.
Il corridoio che Ernesto percorre si restringe in prossimità di un angolo oltre il quale, in una rientranza, è stata ricavata una stanzetta. È qui che sopra un tavolaccio basso scorge qualcuno.
Si tiene nascosto dietro a uno scaffale per osservarlo meglio anche se ha individuato immediatamente la sagoma di Delrosso. L’uomo sta dormendo beato, girato su un fianco, con un borsone a fargli da cuscino.
Ernesto allora torna indietro e sbatte una porta con forza, sposta una scatola, chiede: c’è nessuno?
Quando se lo vede venire incontro – la faccia assonnata, la fronte rossa e gli occhi sottili –, gli dice: Delrosso, è proprio lei che cercavo.
Lui lo guarda stravolto, manco fosse la madonna.
Mi dica, biascica incurvandosi e arretrando.
Sono anni che nessuno scende qui sotto a quest’ora, nessuno è mai venuto a disturbarlo mentre è immerso nel sonno più profondo.
Adesso mi dà del lei? gli domanda Ernesto sorridendogli benevolo.
Lui prima mette a fuoco, poi risponde di non averlo riconosciuto, che credeva fosse uno di quelli incaricati di scaricare la merce. Infine balbetta che però non era previsto nessuno scarico, si impappina tutto, si ingarbuglia mani e piedi, sembra assurdamente confuso.
Ritrova il controllo di sé solo quando Ernesto gli chiede di mostrargli i doni sociali in deposito. Lui accende tutte le luci e lo invita a seguirlo per i corridoi polverosi, cosa che Ernesto fa mantenendosi a una certa distanza. Ha permesso a questo vecchio sudicione di dargli del tu, sta pensando, ma questo non significa che sia disposto a tollerare la puzza che ora emana la sua scia. A bazzicare in questa topaia, pensa ancora guardandosi intorno, deve aver perso l’abitudine di lavarsi. Ha un odore rancido di umidità, come un principio di decomposizione.
Qui ci sono gli atlanti, comincia a dire Delrosso, qui le borracce, le torce elettriche, i borsoni.
Si sforza di parlare italiano ma l’accento marcatamente napoletano resta a corrompere ogni parola, a strascicarne il tono.
Gli atlanti sono inutili, gli dice, chi li usa ancora oggigiorno? E le borracce poi, aggiunge, guarda come sono leggere, ma che omaggio è?
Per mostrargli perché fosse contrario anche alla scelta delle torce elettriche, deve tirarne fuori una da una scatola.
Vedi, dice, le batterie sono cinesi, guarda che brutta fine fanno. E gli fa vedere la patina marrone e vischiosa di acido che le rende inutilizzabili.
Anche i larghi borsoni neri recanti la sigla dell’ente, gli omaggi dell’anno scorso, non gli piacciono, però, ammette, sono gli unici che si mantengono in buono stato e che potrebbero essere riutilizzati.
Possono servire per molte cose, aggiunge prendendone uno, per andare in palestra ad esempio, oppure anche come valigia perché diventano dei trolley.
Mentre lo dice mima ogni cosa: mette la borsa a tracolla e fa qualche passo nel corridoio, poi la poggia a terra, afferra la maniglia a un’estremità e torna indietro facendola scorrere sulle rotelle. L’ha visto fare a qualcuno e ora sta cercando di imitarlo, ma il risultato è talmente goffo e imbarazzante che Ernesto scoppia quasi a ridere.
Suo figlio va in palestra? gl...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. A ogni santo la sua candela
  4. I
  5. II
  6. III
  7. IV. Maristella
  8. V
  9. VI. Maristella
  10. VII
  11. VIII
  12. IX
  13. X
  14. XI. Maristella
  15. XII
  16. XIII. Maristella
  17. XIV
  18. XV
  19. XVI. Maristella
  20. XVII
  21. XVIII
  22. XIX. Maristella
  23. XX
  24. XXI
  25. XXII
  26. XXIII. Maristella
  27. XXIV
  28. XXV
  29. XXVI. Maristella
  30. XXVII
  31. XXVIII
  32. XXIX
  33. XXX. Maristella
  34. XXXI
  35. XXXII. Maristella
  36. XXXIII
  37. XXXIV
  38. XXXV
  39. XXXVI. Maristella
  40. Ringraziamenti
  41. Copyright