Born to Run
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Born to Run

Un gruppo di superatleti, una tribù nascosta e la corsa pi estrema che il mondo abbia mai visto

  1. 392 pagine
  2. Italian
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Born to Run

Un gruppo di superatleti, una tribù nascosta e la corsa pi estrema che il mondo abbia mai visto

Informazioni su questo libro

Christopher McDougall, giornalista, ex inviato di guerra e runner dilettante, ci racconta il suo viaggio avventuroso sulle tracce dei Tarahumara, i più grandi runner di tutti i tempi, capaci di correre decine di chilometri in condizioni estreme senza apparente fatica e senza subire infortuni. Coinvolgente e ironico, McDougall punteggia il suo racconto di aneddoti su grandi corridori del passato e di singolari scoperte, arricchite di consigli tecnici e dati scientifici, sul mondo delle ultramaratone. Sapevate che la dieta ideale per un ultramaratoneta è quella vegetariana? E che più le scarpe da running sono ammortizzate più sono pericolose? E avreste mai immaginato che a 65 anni, grazie all'allenamento, i corridori possono ottenere le stesse prestazioni di quando ne avevano 19? Pieno di personaggi incredibili, di prestazioni atletiche strabilianti e inesauribile fonte di ispirazione per ogni amante della corsa, Born to Run racconta un'avventura epica, ma soprattutto sfata il luogo comune che vede in noi umani dei camminatori, rivelandoci che in realtà, sorprendentemente, siamo nati per correre.

Christopher McDougall è stato corrispondente di guerra per l'Associated Press e collabora con «Men's Health». Finalista per tre volte del National Magazine Award, ha scritto per «Esquire», «The New York Times Magazine», «Outside», «Men's Journal» e «New York». Born to run, uscito nel 2009, è diventato in breve tempo un fenomeno mondiale: tradotto in oltre trenta Paesi, ha venduto due milioni di copie solo negli Stati Uniti, è stato selezionato da Amazon tra i 100 libri da leggere nella vita ed è stato eletto Miglior libro dell'anno da «Forbes» e «The Washington Post».

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852072611
Print ISBN
9788804628187

XXVIII

Vent’anni prima, in un minuscolo laboratorio sotterraneo un giovane scienziato ispezionò un cadavere, senza sapere che ci avrebbe trovato dentro il suo destino.
All’epoca, David Carrier era uno studente dell’Università dello Utah, e stava studiando la carcassa di un coniglio per cercare di capire cosa fossero quei cosi ossuti subito sopra il treno posteriore. La cosa intrigante era che quelle cosette ossute in teoria sembrava non avessero ragione di esserci. David era il migliore studente del corso di biologia dell’evoluzione tenuto dal professor Dennis Bramble, e sapeva perfettamente cosa avrebbe trovato aprendo l’addome di un mammifero. A che servono le grandi fibre muscolari sul diaframma? A fissarsi a qualcosa di stabile, e per questo si connettono alle vertebre lombari nello stesso modo in cui una vela è sostenuta dall’albero di una nave. Funzionava così per tutti i mammiferi, dalle balene ai vombati, ma non, a quanto pareva, per questo coniglio; anziché attaccarsi saldamente a qualcosa di robusto, i suoi addominali si connettevano a queste cosette fragili simili ad ali di pollo.
David ne premette una con il dito. Fico: si comprimeva come una molla e poi si riapriva. Ma perché, unico caso nell’intera classe dei mammiferi, un coniglio dovrebbe aver bisogno di una pancia caricata a molla?
«Questo cominciò a farmi pensare al loro modo di correre, al modo in cui inarcano la schiena a ogni passo al galoppo» mi disse in seguito Carrier. «Quando spingono con le zampe posteriori, distendono la schiena, e appena atterrano sulle zampe anteriori, la schiena si piega lungo la dorsale.» Molti mammiferi piegano in due il corpo in questo modo, rifletté. Anche le balene e i delfini muovono la coda su e giù, mentre uno squalo la sbatte lateralmente. «Pensa al più classico degli esempi» disse David. «La corsa del ghepardo, che ricorda il movimento di un bruco.»
Bene; questo era positivo. David stava arrivando a una conclusione. I grandi felini e i piccoli conigli corrono alla stessa maniera, ma uno ha delle molle piantate nel diaframma e l’altro no. Uno è veloce, ma l’altro deve esserlo ancora di più, almeno per qualche istante. E perché? Semplice economia: se un puma è più veloce di tutti i conigli, col tempo li mangerà tutti e se i conigli si estinguono i puma non avranno più cibo e finiranno per scomparire a loro volta. Ora, i conigli sono nati con un grosso problema: al contrario degli altri animali corridori, non hanno artiglieria di riserva. Non hanno zanne, corna, zoccoli; e non hanno neanche la protezione del branco. Per i conigli, è tutto o niente: o trovano da soli una via di fuga e si salvano la pelle, oppure diventano cibo per gatti.
D’accordo, pensò David, forse le molle hanno qualcosa a che fare con la velocità. Ma cos’è, in genere, che rende veloci? David cominciò a elencare le componenti. Vediamo… C’è bisogno anzitutto di un corpo aerodinamico. Di riflessi spettacolari. Di zampe potenti e reattive. Di capillari capienti. Di piedi piccoli e agili. Di tendini elastici che restituiscano energia. Di muscoli snelli vicino alle zampe e di più robusti vicino alle articolazioni…
Accidenti! Non ci volle molto a David per capire di essere finito in un vicolo cieco. Molti fattori contribuiscono alla velocità, e i conigli li avevano quasi tutti in comune con i loro predatori. Anziché cercare di capire in cosa fossero diversi dagli altri animali, stava scoprendo in cosa erano simili. Decise allora di provare con un trucco che gli aveva insegnato il professor Bramble: quando non riesci a rispondere a una domanda, prova a capovolgerla. Dimentica che cosa permette a un animale di andare veloce, e chiediti invece che cosa lo rallenta.
Ora, questa domanda era facile: oltre a mettergli un laccio attorno alle zampe, il modo più semplice per fermare un animale molto veloce è quello di spezzargli il fiato. Togliere aria significa togliere velocità; provate a fare uno scatto trattenendo il respiro, una volta, e vedrete per quanto riuscirete ad andare avanti. I muscoli hanno bisogno di ossigeno per bruciare calorie e convertirle in energia, quindi maggiore è l’efficienza con cui riuscite a scambiare i gas (inspirando ossigeno ed espirando anidride carbonica) e più a lungo riuscirete a sostenere la vostra massima velocità. Ecco perché nelle vene dei ciclisti del Tour de France si continua a trovare sangue altrui: le trasfusioni illecite permettono loro di avere una maggiore quantità di globuli rossi e quindi un maggiore apporto di ossigeno ai polmoni.
Aspetta un attimo… questo significa che perché un coniglio possa restare un passo avanti alle letali mandibole dei suoi predatori gli serve un po’ più di aria rispetto ai mammiferi più grandi. David ebbe la visione di una macchina volante vittoriana, uno di quegli aggeggi eccentrici ma potenzialmente funzionanti pieni di pistoni, valvole e interminabili labirinti di leve mobili… Ma certo! Delle leve! Quelle molle cominciavano ad acquistare un senso. Dovevano essere leve che permettevano di dare il turbo ai polmoni del coniglio, aprendoli come fossero un mantice per alimentare il fuoco nel camino.
David fece i calcoli necessari per verificare se quella teoria poteva reggere e… bingo! Eccola lì, elegante e sapientemente bilanciata come una favola di Esopo: le lepri possono raggiungere una velocità di 72 chilometri all’ora, ma a causa dell’energia extra richiesta dalle leve (tra le altre cose), possono tenere questa velocità per un chilometro scarso. Giaguari, coyote e volpi, d’altro canto, possono mantenere la loro velocità massima per un tempo maggiore, ma non superano i 65 chilometri all’ora. Le molle del coniglio servono a equilibrare i giochi, concedendo alle bestiole (altrimenti indifese) precisamente 45 secondi per salvarsi la vita o soccombere. Trova un riparo alla svelta e vivi a lungo, piccolo Tamburino! Altrimenti, se perdi tempo a pavoneggiarti della tua velocità morirai in meno di un minuto…
«Vedi» pensò David, «a parte le leve, l’anatomia è esattamente la stessa di tutti gli altri mammiferi.» Forse è per questo che il loro diaframma si aggancia alla vertebra lombare: non perché la vertebra è rigida e offre un sostegno stabile, ma perché è elastica e può muoversi; il motivo per cui si aggancia proprio lì è che la vertebra lombare si flette!
«Sembrava ovvio che l’animale distendesse il dorso non solo per avere una spinta maggiore, ma anche per respirare» dice David. Immaginò un’antilope che correva per salvarsi la vita in mezzo alla polverosa savana, e dietro di lei una forma indistinta che la insegue a gran velocità. Si concentrò sulla forma indistinta, la bloccò, e poi la mandò avanti al rallentatore, un fotogramma alla volta:
Clic! Quando il ghepardo si distende per una falcata, la sua cassa toracica si apre, per immettere aria nei polmoni; poi…
Clic! Adesso le zampe anteriori spingono all’indietro fino a toccare le zampe posteriori. La spina dorsale del ghepardo si piega, comprimendo la cassa toracica e svuotando i polmoni dall’aria; poi…
Eccolo lì: ecco a voi un altro aggeggio di respirazione vittoriano, sebbene dotato di minore turbopotenza.
Il cuore di David andava all’impazzata. L’aria! Tutti i nostri corpi sono progettati in funzione dell’aria! Capovolgendo l’equazione, come gli aveva insegnato il professor Bramble, si ottiene questo: la necessità di immettere aria potrebbe aver determinato il modo in cui si è strutturato il nostro corpo.
Dio, era così semplice, e allo stesso tempo così sconvolgente: se David aveva ragione, era appena stato risolto il più grande mistero dell’evoluzione umana. Nessuno aveva mai capito perché i primi ominidi si fossero differenziati dal resto della creazione alzando le mani da terra e cominciando a stare in piedi. Lo avevano fatto per respirare! Per aprire la gola, aumentare la capacità polmonare e inspirare aria meglio di qualsiasi altra creatura del pianeta.
Ma questo era solo l’inizio. Perché migliore è la tua respirazione, capì subito David, e migliore sarà la tua…
«Corsa? Mi stai dicendo che secondo te gli uomini si sarebbero evoluti per poter correre?»
Il professor Dennis Bramble ascoltò con interesse la spiegazione della teoria di David Carrier. Poi, con aria serena, cominciò a farla a pezzi. Cercò di essere il più gentile possibile; David era uno studente brillante, con una mente davvero originale, ma questa volta, sospettò Bramble, era caduto vittima dell’errore più comune in campo scientifico: la cosiddetta Sindrome del Martello, che consiste nel fatto che quando abbiamo un martello in mano cominciamo a vedere chiodi dappertutto.
Il professor Bramble sapeva qualcosa della vita extrauniversitaria di David, ed era consapevole che nei pomeriggi soleggiati di primavera amava schizzare fuori dal laboratorio e andare a correre sui monti Wasatch, che si trovavano esattamente dietro il campus dell’Università dello Utah. Anche il professor Bramble era un corridore e capiva bene il fascino della corsa, ma bisogna stare attenti con quel genere di cose: il secondo più grande rischio professionale di un biologo, dopo quello di innamorarsi della propria assistente, era quello di innamorarsi dei propri hobby. Così si finisce per diventare le cavie di se stessi; si inizia a considerare il mondo un riflesso della propria vita, e la propria vita un metro di paragone per ogni fenomeno del mondo.
«David» cominciò il professore, «le specie evolvono in base a ciò che gli riesce meglio, non in base a ciò che gli riesce peggio. E gli esseri umani, come corridori, non sono semplicemente scarsi: sono un disastro.» Non occorre neppure arrivare a prendere in considerazione la biologia: basta guardare auto e moto. Quattro ruote sono più veloci di due, perché appena ti metti in piedi perdi spinta, stabilità e aerodinamica. Proiettare questo discorso sul regno animale non è difficile; una tigre è lunga tre metri e ha la forma di un missile da crociera: le tigri sono le Ferrari della giungla, mentre gli uomini se ne devono stare in disparte, con le loro gambe secche, la falcata minuscola e un’aerodinamicità penosa.
«Certo, lo capisco bene» disse David. «Una volta che abbiamo tolto le mani da terra, è andato tutto a scatafascio. Abbiamo perso velocità e potenza nella parte superiore del corpo…»
«Che ragazzo sveglio» pensò Bramble, «capisce tutto al volo.»
Ma David non aveva ancora finito. «Ma allora perché» continuò «abbiamo rinunciato alla forza e alla velocità allo stesso tempo? Così siamo rimasti senza la capacità di correre, di lottare, di arrampicarci e di nasconderci in una fessura di un albero. Avremmo dovuto essere spazzati via dalla selezione naturale… a meno che non avessimo ottenuto in cambio qualcosa di veramente stupefacente. Giusto?»
Questo, dovette ammettere il professor Bramble, era un modo dannatamente sensato di porre la questione. I ghepardi sono veloci ma fragili; devono cacciare di giorno per evitare i predatori notturni, come leoni e pantere, e abbandonano le loro prede quando arrivano bislacchi branchi di animali come le iene. Un gorilla, d’altro canto, è abbastanza forte da sollevare un SUV di milleottocento chili, ma, dato che la sua velocità massima è di circa 30 chilometri l’ora, quello stesso SUV gli potrebbe scappare senza nemmeno dover passare in seconda. E poi ci sono gli uomini, che sono mezzi gorilla e mezzi ghepardi: lenti come un gorilla e deboli come un ghepardo.
«Allora com’è che l’evoluzione ci avrebbe fatto diventare più deboli, invece che più forti?» insistette David. «Non essendo ancora ovviamente in grado di costruire armi, qual è stato il vantaggio genetico?»
Il professor Bramble cercava di immaginarsi la faccenda. Pensò a una tribù di ominidi, accovacciati, rapidi e potenti, che tenevano per sicurezza la testa bassa mentre si arrampicavano agilmente tra gli alberi. Un giorno salta fuori un figlio lento, magrolino, con un torace incavato che è poco più grande di quello di una donna e che continua ad andarsene in giro a testa alta come se volesse diventare al più presto la cena di una tigre. È troppo fragile per lottare, troppo lento per scappare, troppo debole per sedurre una compagna che gli dia dei figli. Sembra a tutti gli effetti il candidato perfetto per l’estinzione; eppure in qualche modo questo figlio sfigato diventa il progenitore del genere umano, mentre i suoi fratelli più forti e veloci vengono inghiottiti dall’oblio.
Questa ricostruzione ipotetica era in realtà una descrizione piuttosto accurata di quello che è conosciuto come l’«enigma dell’uomo di Neandertal». Molti credono che i neandertaliani fossero nostri antenati, mentre in realtà si tratta di una specie (o sottospecie, secondo alcuni) parallela alla nostra, che si batté con l’Homo sapiens nella lotta per la sopravvivenza. «Si batté» in realtà è un modo un po’ troppo eufemistico di descrivere la faccenda: in verità i Neandertal erano migliori di noi da ogni punto di vista. Erano più forti, più resistenti e probabilmente più intelligenti: avevano muscoli più massicci, ossa più infrangibili, un miglior sistema d’isolamento dal freddo e, come suggeriscono i resti fossili, un cervello più grande. I neandertaliani erano cacciatori meravigliosamente dotati e talentuosi costruttori di armi, e potrebbero aver avuto molto prima di noi un linguaggio per comunicare. Avevano un enorme vantaggio nella gara per dominare il mondo; quando il primo Homo sapiens apparve in Europa, i Neandertal si erano già comodamente stabiliti lì da quasi duecentomila anni. Se dovessimo scommettere sui neandertaliani o sui nostri antenati in una gara in cui vince l’ultimo che resta in piedi, chiunque di noi punterebbe sui neandertaliani senza pensarci due volte.
Ma allora dove sono finiti, questi neandertaliani?
Nel giro di diecimila anni dall’arrivo in Europa dell’Homo sapiens, l’uomo di Neandertal si era estinto. In che modo questo avvenne, non lo sappiamo. La sola spiegazione è che qualche Fattore X abbia dato a noi – le creature più deboli, stupide e fragili – un qualche vantaggio cruciale rispetto al Dream Team dell’Era Glaciale. Non era la forza. Non erano le armi. Non era l’intelligenza.
«Che fosse l’abilità nella corsa?» si chiese il professor Bramble. «Che David abbia veramente scoperto qualcosa?»
C’era un solo modo per verificarlo: studiare le ossa.
«All’inizio ero molto scettico sulla teoria di David, per lo stesso motivo per cui lo sarebbero stati la maggior parte degli studiosi di morfologia» mi disse in seguito il professor Bramble. La morfologia è sostanzialmente la scienza opposta all’ingegneria: guarda in che modo è fatto un corpo e cerca di capire come dovrebbe funzionare. Gli studiosi di morfologia sanno perfettamente cosa cercare in una macchina veloce, e il corpo umano non aveva nessuna di quelle caratteristiche. «Nell’intera storia dei vertebrati sulla Terra – l’intera storia – gli umani sono stati gli unici bipedi corridori privi di coda» mi avrebbe detto Bramble in seguito. La corsa è semplicemente una caduta controllata, quindi come fanno gli uomini a tenersi in piedi ed evitare di cadere a faccia in giù senza un pesante timone, come la coda del canguro?
«Fu questo punto che convinse me e molti altri ad abbandonare l’ipotesi che gli umani si fossero evoluti come animali che corrono» disse Bramble. «E non avrei certo cambiato idea, rimanendo completamente scettico, se non avessi avuto una buona dimestichezza con i fossili.»
La sua specializzazione secondaria in paleontologia permise al professor Bramble di studiare il modo in cui il progetto del corpo umano si era modificato nel corso dei millenni e compararlo con altri organismi. Trovò immediatamente alcuni elementi che non quadravano. «Anziché affidarmi alle liste convenzionali, come la maggior parte degli esperti di morfologia, e spuntare gli elementi che ci si aspettava di trovare, cominciai a concentrarmi sulle anomalie» disse Bramble. «In altre parole, quali elementi non avrebbero dovuto trovarsi lì?» Cominciò a dividere il regno animale in due categorie: corridori e camminatori. Tra i corridori figurano, per esempio, cani e cavalli; tra i camminatori maiali e scimpanzé. Se gli uomini fossero stati progettati più che altro per camminare, e per correre solo in situazioni di emergenza, le nostre parti meccaniche avrebbero dovuto essere abbastanza simili a quelle degli animali camminatori.
Gli scimpanzé erano un punto di partenza perfetto. Non solo sono il classico esempio di animale camminatore, ma sono anche il nostro parente vivente più prossimo; dopo più di sei milioni di anni di evoluzione separata condividiamo ancora il 95 per cento del nostro DNA con loro. Ma una cosa che non condividiamo, notò Bramble, è il tendine d’Achille, che connette il polpaccio al tallone: noi ce l’abbiamo, mentre gli scimpanzé no. Anche il piede è molto diverso: il nostro è arcuato, quello degli scimpanzé è piatto. Le nostre dita dei piedi sono corte e dritte, il che favorisce la corsa, mentre quelle degli scimpanzé sono lunghe e aperte, molto più utili a camminare. E osservate poi il fondoschiena: noi abbiamo un massiccio muscolo chiamato grande gluteo, mentre gli scimpanzé ne sono praticamente privi. Il professor Bramble si concentrò poi sul poco noto legamento dietro la testa, il legamento nucale: gli scimpanzé non ce l’hanno; i maiali nemmeno. Sapete chi ce l’ha, invece? I cani. I cavalli. E gli uomini.
Questo era un ottimo motivo per restare perplessi. Il legamento nucale è utile solo per stabilizzare la testa quando l’animale si muove rapidamente; a un animale camminatore questo legamento non serve. Anche i glutei prominenti sono necessari per correre. (Date un’occhiata da soli: afferratevi i glutei e camminate un po’ per la stanza. Restano morbidi e carnosi, e si induriscono solo quando cominciate a correre. Il lavoro dei glutei serve per evitare che lo slancio della parte superiore del corpo vi faccia...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Born to Run
  4. I
  5. II
  6. III
  7. IV
  8. V
  9. VI
  10. VII
  11. VIII
  12. IX
  13. X
  14. XI
  15. XII
  16. XIII
  17. XIV
  18. XV
  19. XVI
  20. XVII
  21. XVIII
  22. XIX
  23. XX
  24. XXI
  25. XXII
  26. XXIII
  27. XXIV
  28. XXV
  29. XXVI
  30. XXVII
  31. XXVIII
  32. XXIX
  33. XXX
  34. XXXI
  35. XXXII
  36. Ringraziamenti
  37. Copyright