Scritto da Silone nel 1939-40 durante l'esilio in Svizzera, Il seme sotto la neve fu pubblicato per la prima volta in Italia nel 1950 e in seguito ampiamente riveduto dall'autore. Protagonista del romanzo è Pietro Spina, una figura tipica dell'opera di Silone: l'uomo in fuga, perseguitato, clandestino in patria, vittima dell'ingiustizia umana e dunque testimone della giustizia. Iniziata in Vino e pane, prosegue in Il seme sotto la neve la narrazione delle peregrinazioni di un personaggio la cui esperienza si è ormai tradotta in esigenza morale, in una società che per il totale inquadramento burocratico e per il letargo dello spirito civile assume l'aspetto di un paesaggio ricoperto di neve. Ma sotto l'apparente uniformità, sopravvivono, attorno a Pietro Spina, alcune persone rimaste assolutamente refrattarie all'ordine stabilito. La serenità di quei fuorilegge potrebbe sembrare follia, se l'autore non ci aiutasse a riconoscere in essi la presenza di elementi del cristianesimo delle origini e di una coscienza libertaria moderna.

- 476 pagine
- Italian
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Il seme sotto la neve (Nuova edizione)
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XVII
Infante è uscito dal pagliaio per andare a riempire un secchio d’acqua, ma poco dopo rientra di corsa, col secchio vuoto, ansimante scombuiato sgomento. In un mugolio concitato egli accenna con la mano, nella direzione della strada carrozzabile, a un’apparizione odiosa, a un pericolo prossimo, ben preciso, e ripete: taap taap taap. Simone spranga subito la porta e le finestre del pianterreno, mentre Pietro, come si fa per calmare i bambini spaventati, porge a Infante un bicchiere d’acqua ch’egli rovescia metà per terra, e gli fa cenno di salire in fretta al piano superiore e di restarvi quieto. Infante sparisce con la rapidità di una scimmia impaurita.
«Va’ su anche tu, Pietro» dice Simone mentre lavora a barricare la porta con puntelli di ferro. «Va’ su anche tu, per Cristo» ripete. «Che aspetti?»
«È meglio ch’io resti quaggiù con te» cerca di spiegargli Pietro seguendolo nei suoi movimenti. «Ascoltami, non credi che sarebbe più intelligente di non ostruire in quel modo l’entrata? Se gli sbirri cercano me e mi trovano noi potremmo dire che ero appena arrivato, che sono entrato qui poco fa, per caso, che so io? per scaldarmi o chiederti un pezzo di pane. Potremmo dire che tu non sapevi chi fossi, e che prima d’oggi non m’avevi mai visto. È meglio non chiudere, ascoltami.»
«Non serve a nulla, Pietro» interrompe Simone irritato «non serve a nulla prendere accordi e poi, al momento critico, dimenticarli, come tu fai. Va’ su anche tu, Pietro, ti prego.»
«Ma perché farci prendere tutti e tre, se cercano me solo? Perché rendere loro questo favore?»
«L’uomo ricercato potrei essere io. Modestia a parte e senza volermi vantare, Pietro, anch’io sono degno d’una certa attenzione. Se anche tu sali su, forse mi porteranno via solo e non s’accorgeranno che c’è altra gente in casa. Va’ su, va’, non farmi arrabbiare.»
«E se invece, com’è più probabile, cercano me? Se mi trovano nascosto, non sarà evidente la tua complicità? E la complicità d’Infante?»
Simone ha un gesto di stizza e stanchezza. La porta è barricata, le finestre sono chiuse, nel buio i due tacciono e restano in ascolto. Il silenzio è assoluto.
«Potrebbe anche darsi» s’azzarda a dire Pietro dopo una lunga pausa «che Infante abbia avuto una visione, sai com’è.»
Essi salgono sul pagliaio per tentare d’interrogarlo, cercano di appurare da lui, più coi gesti che con le parole, se si trattava di carabinieri, di gente con uniforme e fucile, se erano due, quattro, sei uomini, se venivano verso il pagliaio, lungo il canale, se erano fermi, appostati, nascosti in un fosso; oppure, se era una bestia, un lupo, un orso, un mostro, un diavolo. Infante risponde ogni volta con energici segni di diniego; infine ripete a Pietro, come se almeno lui dovesse capire: taap taap taap, e fa anche il gesto d’un uomo che si dondola a cavallo: ma i due non si raccapezzano. Infante s’avvicina cautamente a uno dei finestroni e indica, in lontananza, con gesti concitati, la montagna dietro la quale si trova Pietrasecca, un gran mammellone nevoso con un orlo giallo contro il cielo grigio. Pietro e Simone guardano la montagna, riflettono, stentano a capire. Il vento traina sulla valle di Pietrasecca pesanti carri di nuvole, li ammucchia sulla montagna, alcuni sembrano pieni di letame, altri di paglia.
«Ah, Sciatàp?» indovina Pietro bruscamente.
Infante risponde subito e ripetute volte di sì, naturalmente non ci voleva poi tanto a indovinarlo, taap taap taap non poteva essere un altro. Egli ha visto o incontrato dunque Sciatàp, il padrone della stalla in cui Pietro rimase nascosto alcune settimane prima d’essere consegnato a sua nonna.
«In questo caso perché tutta quella paura?» osserva Simone.
Pietro suppone che Infante sia stato preso dal terrore di dover tornare a Pietrasecca, e non sarebbe una paura infondata. Ogni cafone, lassù, era abituato a trattarlo come sua proprietà, come una specie d’asino comunale. Ma, a parte ciò, la nuova venuta di Sciatàp a Colle appare sospetta anche a Simone. Benché Pietrasecca sia distante da Colle appena una ventina di chilometri, i due villaggi appartengono a due contrade diverse: tra le popolazioni dei due paesetti non vi sono mai stati diretti legami amministrativi, né matrimoni, o altri rapporti di persone. Nel piccolo mercato settimanale di Colle non viene mai gente di Pietrasecca, neppure nelle feste religiose estive; e oggi, per di più, non è giorno di mercato o di festa, ma un qualsiasi giorno di quaresima. Lo stesso Sciatàp a Colle non conosce nessuno. Forse egli era stato per la prima e unica volta a Colle in occasione della sua visita in casa Spina, verso la metà dello scorso gennaio, quando aveva portato a donna Maria Vincenza la notizia che il nipote viveva, e pagando una certa somma poteva riscattarlo. Per Sciatàp fu un buon affare. A dir la verità, egli s’era già impadronito del denaro che Pietro aveva indosso; ma donna Maria Vincenza allora non lo sapeva, e anche se l’avesse saputo, pur di riavere il nipote, avrebbe pagato ugualmente. Che cerca ancora quell’uomo? Perché è tornato a Colle? Simone mette in fretta il cappello e la mantellina, nasconde in tasca qualche altra cosa e corre alla sua ricerca.
«Damià» domanda Simone al primo conoscente che incontra «hai visto per caso passare poco fa un forestiero, press’a poco della mia età, un uomo della montagna, su un cavallo o un asino?»
«Un cafone a cavallo vuoi dire? È salito verso la collina, una mezz’ora fa.»
Simone riprende la sua corsa e s’arresta trafelato davanti alla bottega di mastro Eutimio.
«Hai visto per caso passare qui davanti, poco fa, un forestiero su un cavallo, un forestiero dall’aria di montanaro?»
«Egli è passato poco fa qui davanti, è andato, suppongo, in casa Spina. Ma ecco, già torna. Di che paese sarà?»
A cavalcioni su un cavallotto mezzano, dal pelame baio ciliegia, scende dalla collina un uomo avvolto in un vecchio mantello scolorito e sdrucito, con la faccia nascosta da una barbaccia negletta nera ispida e due occhi biechi, a stracciasacco, sotto un cappelluccio inclinato su un orecchio, alla maniera di quelli che hanno bisogno di far sapere di non aver paura di nessuno.
«Tu monti il cavallo come se fosse un asino» gli grida Simone andandogli incontro con decisa aria di sfida. «Si vede subito che sei un cafone, e se il cavallo non l’hai vinto alla lotteria, di certo l’hai comprato con denaro frodato.»
Sciatàp arresta il cavallo, interdetto e diffidente, e osserva con occhi sgranati, che da vicino appaiono rossicci, lo strano sconosciuto vestito come l’ultimo dei pezzenti ma con la voce la sicurezza l’arroganza d’un signore.
«Se vuoi questionare, Simone, e se proprio non ne puoi fare a meno, perché vieni davanti alla mia bottega?» supplica mastro Eutimio.
«Non t’accorgi che il tuo cavallo beve le briglie?» riprende a gridare Simone a Sciatàp sullo stesso tono di sfida. «Se tiri in quel modo, tanghero, tu gli confondi le idee a quella povera bestia. Ma da quanto tempo l’hai quel cavallo, si può sapere? Con quali quattrini l’hai comprato?»
Sciatàp prende il partito di considerare lo sconosciuto come un pazzo e gli rivolge un forzato esagerato riso di pietà, ah ah ah. Per provare la sua indifferenza e aver tempo di riflettere, egli tira da sotto il cappotto una pipa di coccio, nera aggrumata dal lungo uso, la carica lentamente e l’accende con due zolfanelli.
«Mastro falegname» egli domanda poi rivolto a mastro Eutimio tra una fumata e l’altra «per favore potresti indicarmi dove abita in questo comune l’oratore governativo? Certamente, suppongo, ne avete almeno uno.»
«Qui siamo tutti oratori» s’intromette Simone sempre più provocante. «In collina non è come in montagna, credimi pure. E non abbiamo bisogno di spie forestiere, sai, non per vantarci, ma grazie a Dio, di spie ne abbiamo da vendere.»
«Delle tue chiacchiere incomprensibili, t’assicuro, non so che farmene» interrompe seccato Sciatàp.
«Faresti meglio a continuare per la tua strada, forestiero» gli consiglia mastro Eutimio garbatamente e col tono il più persuasivo. «Non capisco come ti sia venuta l’idea di fermarti proprio davanti alla mia bottega. Buon viaggio.»
Sciatàp scrolla le spalle, mette al trotto il cavallo e s’allontana in direzione della piazza. Vari curiosi accorrono per osservare il forestiero, i soliti ragazzi gli artigiani delle botteghe vicine.
“Eh, zio, che vendi? che compri?” gli gridano da varie parti.
Sciatàp ha perduto la sua disinvoltura e non sa più a chi rivolgersi per informarsi. C’è lì, di fronte alla chiesa, una casa nuova bianca, con balcone oratorio al primo piano, nel nuovo stile degli uffici pubblici; ma se non fosse? Per guadagnare tempo e riflettere, egli scende e lega il cavallo a un anello di ferro inchiodato contro il muro della sacrestia, con una cordicella gli applica attorno alla testa, a modo di museruola, un sacchetto pieno di semola, e sta a osservarlo mentre mangia, con ostentata affettuosità gli ravvia la criniera, gli batte la mano sulla groppa, forse per mostrare, a quelli che l’osservano, di sapere come si trattano i cavalli. Il suo cavallo ha una testa che somiglia a quella d’un montone, una folta criniera, spalle carnose e sporgenti, la groppa arcuata a ventre di lepre, e la parte posteriore, nell’insieme, piuttosto debole. Appiedato, Sciatàp riacquista il suo tozzo aspetto di cafone e una strana rassomiglianza col suo cavallo, corto di gambe, largo di torace e di spalle e, in più, incerto sospettoso spaccone e timido. A un certo momento attraversa la piazza, diretta in chiesa, per le preghiere del vespro, la zia Eufemia, compunta e tetra, col viso coperto da una veletta nera. Una persona dall’aspetto più fidato per avere un’informazione, Sciatàp non avrebbe potuto augurarsela.
«Signora, scusate» egli dice andandole incontro e togliendosi goffamente il cappello «scusate, potreste indicarmi, per favore, la casa o l’ufficio dell’oratore governativo? Certamente, suppongo, qui ne avete almeno uno.»
«Posso indicarvelo con molta precisione» gli risponde premurosa la zia Eufemia. «Andate all’inferno, voi ne conoscete certamente la strada, andatevi diritto, e non vi sbaglierete.»
Sciatàp rimane intontito, a bocca aperta, e col cappello in mano, a guardare la pia signora entrare e sparire in chiesa.
«Che paese, che gente» egli mormora avvilito. «Dove sono capitato?»
Egli muove alcuni passi verso l’edificio governativo, quando qualcuno lo chiama per nome, da lontano, ad alta voce.
«Aspetta, Sciatàp, voglio parlarti, voglio farti l’onore di bere assieme un bicchierino.»
È di nuovo lo strano individuo che poco fa, senza motivo apparente, l’ha provocato davanti alla falegnameria. Egli sa dunque anche il suo nome. Quando Sciatàp ha messo al trotto il cavallo, Simone voleva subito corrergli dietro per non perderlo di vista, ma s’era sentito chiamare da Venanzio che in grande affanno e spaurito eccitato più del solito scendeva dalla collina. Il garzone di donna Maria Vincenza, in fretta e confusamente, l’ha informato della nuova visita di Sciatàp in casa Spina, del rifiuto della signora di cedere al suo ricatto e di consegnargli la nuova somma da lui richiesta (una somma pazzesca, ha specificato Venanzio), infine della sua minaccia d’andare a denunziare tutto alle autorità per farsi pagare la ragguardevole taglia che secondo lui penderebbe sulla testa di Pietro.
Lasciato in fretta Venanzio, Simone ha rincorso l’uomo di Pietrasecca.
«Vieni, Sciatàp, seguimi» gli dice Simone con voce imperiosa e secca.
A un certo momento l’altro crede di riconoscerlo.
«Sbaglio o sei quel sedicente cacciatore di lupi che i militi arrestarono a Pietrasecca tempo fa?»
«Hai buona memoria» gli risponde Simone.
Sciatàp lo segue diffidente e incuriosito in un vicolo scosceso ed entra dietro di lui per una porticciuola sormontata da una frasca di vischio, guardandosi bene attorno come se temesse un’imboscata. La stanza, di cinque o sei gradini più bassa del vicolo, è oscura umida fetida con alcuni rozzi tavolini per i bevitori e in un angolo un letto disfatto coi materassi arrotolati. Vicino al camino è accoccolata la padrona, una vecchia cenciosa, con un bambino di due o tre anni sulle ginocchia, bruno e sottile come un filoncino di pane. I due uomini si siedono a un tavolo, senza togliersi i cappotti. Data l’ora la cantina è deserta. La vecchia serve un boccale pieno di vino con due bicchieri. Simone le fa un energico cenno di allontanarsi, ma la vecchia esita.
«Se vuoi questionare, Simò, perché sei venuto proprio qui?» piagnucola la vecchia. «Non ci sono altre cantine a Colle? Mi raccomando, sai che cosa costano adesso i bicchieri, mi raccomando.»
«Va’ a prendere aria» le ordina Simone. «Non senti come puzza questo mio amico?»
La vecchia prende uno sgabello e va a sedersi fuori, per strada, col bambino sul braccio che comincia a piangere, forse a causa del freddo. Simone riempie il proprio bicchiere e lo vuota d’un fiato. Il bicchiere di Sciatàp resta vuoto. Sciatàp si guarda attorno indeciso e sospettoso. La cantina è bassa, opprimente come una spelonca. La poca luce vi scende dalla porta. Un’immagine di San Rocco, protettore contro la peste, con la zazzera bionda le brache bianche la palandrana gialla è appesa a una parete. I tavoli sono vecchi smozzicati traballanti; sui tavoli sono impressi numerosi cerchi scuri, indelebili, lasciati dai bicchieri di varie generazioni di bevitori. Simone si serve da bere e ride. Sul boccale è dipinto un gallo nero con la cresta rossa.
«Ma insomma, che vuoi?» gli chiede Sciatàp stizzito. «Perché mi fai perdere tempo? Chi sei, si può sapere?»
«Non si tratta di me, Sciatàp, lo sai» risponde sottovoce. E guardandolo fisso negli occhi aggiunge: «L’uomo che vorresti denunziare è un altro».
«Che ne sai tu? E se anche fosse, che c’entri? Sono affari tuoi?»
«Se non c’entro io, chi allora?» risponde Simone fortemente stupito.
«Sei dunque...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Ignazio Silone
- Bibliografia
- Il seme sotto la neve
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- XVIII
- XIX
- XX
- XXI
- XXII
- XXIII
- XXIV
- XXV
- XXVI
- Postfazione. di Claudio Marabini
- Copyright