Luglio 1986. Leo Pontecorvo, quarantottenne medico di successo, viene accusato di un reato ripugnante. Dalla sera alla mattina, il professor Pontecorvo si ritrova trasformato nell'oggetto privilegiato del pubblico biasimo, vittima inerme di odio, pettegolezzo, delazione, calunnie, intimidazioni. Ciò che lo annienta, tuttavia, è il silenzio della moglie e dei figli. Che siano loro i primi a non credere alla sua innocenza? La sua è la storia di un uomo di successo giunto alla resa dei conti. Una figura che non potrà non determinare anche i destini dei due figli, Filippo e Samuel: indolente e superficiale il primo, brillante e determinato il secondo, non potrebbero essere più diversi, eppure sono sempre stati inseparabili. Fino a quando i loro destini non sembrano invertirsi all'improvviso. Nemmeno l'eccezionale, incrollabile Rachel, che veglia su di loro da quando li ha messi al mondo, può fermare la corsa vertiginosa dei suoi ragazzi lungo il piano inclinato dell'esistenza. Forse, però, potrà difendere fino all'ultimo il segreto impronunciabile che li riguarda tutti...

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- Italian
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PERSECUZIONE
A Simona
Prima parte
Era il 13 luglio del 1986 quando un imbarazzante desiderio di non essere mai venuto al mondo s’impossessò di Leo Pontecorvo.
Un attimo prima Filippo, il suo primogenito, era alle prese con la più gretta delle lamentazioni infantili: contestare l’esigua quantità di patatine fritte che la madre gli aveva fatto scivolare nel piatto a fronte dell’inaudita generosità mostrata verso il fratello piccolo. Ed ecco un istante dopo l’anchorman del tg delle venti insinuare, al cospetto di un considerevole spicchio di nazione, che il lì presente Leo Pontecorvo avesse scambiato lettere depravate con la ragazza del suo tredicenne secondogenito.
Ovvero quello stesso Samuel con il piatto pieno del dorato croccante tesoro che non sarebbe mai stato consumato. Presumibilmente indeciso se l’improvvisa celebrità donatagli dalla tv sarà archiviata dagli amici nella casella dei pettegolezzi spassosi o in quella, ancora vuota, destinata ad accogliere la-più-irredimibile-figura-di-merda in cui un ragazzino della sua tribù viziata e indolente fosse mai incappato.
Non aveva senso illudersi che la tenera età avesse impedito a Samuel di intuire ciò che per gli altri era stato subito chiaro: qualcuno in tv suggeriva che il padre gli si era scopato la ragazza. E quando dico “ragazza” intendo uno scricciolo di dodici anni e mezzo dai capelli color zucca e il musetto da faina cosparso di lentiggini. Ma quando dico “scopare” intendo scopare. E quindi una cosa enorme, gravissima, troppo brutale per essere assimilata. Persino da una moglie e due figli che già da un po’ avevano preso a chiedersi se quel marito e padre fosse davvero il cittadino irreprensibile di cui era sempre stato naturale andar fieri.
L’espressione “già da un po’” allude alle prime complicazioni giudiziarie che lo avevano investito, imprimendo lo spregevole marchio del sospetto sull’esemplare carriera di uno dei più intraprendenti leoni dell’oncologia pediatrica nazionale. Uno di quei primari che, quando la vecchia infermiera ne faceva il ritratto alla collega appena assunta, si meritava commenti tipo: «Un vero signore! Non c’è volta che si dimentichi di dirti “grazie”, “prego” o “per piacere”... in più è un tale fico!». D’altro canto, nelle afose sale d’aspetto dell’ospedale Santa Cristina, in cui le madri dei bambini malati si scambiavano trepidanti impressioni sull’incubo in cui l’infanzia dei loro figli si era trasformata, non era raro imbattersi in dialoghi del genere: «È talmente disponibile. Lo puoi chiamare a tutte le ore del giorno. Anche di notte...».
«Io lo trovo rassicurante. Sempre sorridente, positivo.»
«E poi con i bambini ci sa fare...»
Mentre gli squilli del telefono cominciavano a dare ritmo foga frenesia a una vergogna fino a un paio di secondi prima inconcepibile, Leo, al colmo dello smarrimento, sentì che quel pasto era l’ultimo che i suoi cari gli avrebbero concesso. Poi considerò le altre migliaia di cose che da quel momento in poi gli sarebbero state precluse. E forse fu per non crollare, per non soccombere sotto il peso del panico e del sentimentalismo, per non scoppiare in lacrime come un poppante di fronte ai figli e alla moglie, che si rifugiò in un pensiero petulante e pieno di odio.
Alla fine lei ce l’aveva fatta: la ragazzina che il figlio più o meno un anno prima gli aveva portato in casa e che lui e Rachel – la coppia più aperta e temperante del loro ambiente – avevano accolto senza storie, era riuscita a distruggergli la vita. La sua, e quella delle tre persone che lui amava di più.
Allora è così che deve finire? si era colto a pensare Leo, sempre più annaspando nell’inguaribile desiderio di non essere mai esistito.
Domanda sbagliata, vecchio mio. Che senso ha parlare di fine se siamo solo all’inizio?
Tutto questo avveniva in un’ora propizia.
Quella in cui l’Olgiata – signorile comprensorio residenziale immerso in ettari di bosco, punteggiato di ville, giardini perennemente in fiore e delimitato da mura massicce – di colpo si svuotava. Così, come una spiaggia al tramonto.
Allora era come essere intrappolati in un immenso luna park un paio di minuti dopo l’orario di chiusura. Le tracce dell’energia atletica profusa durante il giorno erano disseminate ovunque: il pallone di cuoio Adidas incastrato nella siepe; lo skateboard esausto riverso sul cotto del vialetto; la tavoletta di plastica arancione galleggiante sullo specchio oleoso e scintillante della piscina; una coppia di racchettoni innaffiati dagli spruzzi temporizzati messi in moto a tradimento da un clic.
Certo, potevi ancora imbatterti nel patito di footing in calzoncini di felpa e asciugamano sulle spalle alla Rocky Balboa, o nel giovane padre che rientrava trafelato dal supermarket – in una mano una confezione di pannolini, nell’altra quella dei profilattici.
Ma al di là di questi solitari in libera uscita – questi crumiri della siesta serale – tutti gli altri s’erano rintanati quasi all’unisono nelle loro abitazioni: ville dalle architetture incoerenti ed eclettiche, alcune sobrie altre pacchiane (lo stile messicano negli ultimi tempi stava soppiantando la moda degli chalet alpini). Vedendole da fuori, quelle case, potevi immaginare le taverne interrate. Dove tutto era come doveva essere: il camino, i battiscopa smangiucchiati dal verde della muffa, i centrini lavorati all’uncinetto, le cataste di riviste illustrate, le scatole di acero piene di foglie di lavanda, il tavolo da biliardo rigorosamente coperto da un telo come un cadavere all’obitorio, un panciuto televisore da cui si dipanava il tentacolare groviglio dei fili del VHS e di quelli della console Atari. Potevi sentire l’ipocrita profumo campagnolo dei ciocchi di legno, delle pigne, delle mazzette di giornali non meno ingialliti delle palline da ping-pong nascoste nell’ombra guardinghe e immobili come detective.
Non era che un istante. Un istante fuori dalla galassia. Un istante di sovrannaturale relax. L’istante in cui l’epifania familista quotidianamente celebrata in quelle contrade, lontane una trentina di chilometri dal centro di Roma, raggiungeva il suo apice. Un momento davvero toccante, dopo il quale tutto avrebbe ripreso a muoversi e a deperire.
Ancora qualche minuto e gli abitanti dell’Olgiata, orfani delle domestiche filippine in libera uscita domenicale, si sarebbero riversati in strada per occupare militarmente con le loro pulitissime auto e la loro spudorata vitalità i parcheggi delle pizzerie del circondario. Perché, nonostante il senso di sazietà ispirato dal perdurante odore di barbecue diffuso nell’atmosfera, tutti erano intenzionati a chiudere la giornata in bellezza rimpinzandosi di bruschette al pomodoro e fragole con la panna.
Ma per ora erano ancora tutti in casa. I ragazzi più piccoli a litigare con la mamma perché non volevano farsi il bagno; quelli un po’ più grandi a farsi rimbrottare perché da qualche mese, in bagno, ci passavano fin troppo tempo. Per quel che riguardava i genitori, c’era chi in boxer e T-shirt si rilassava a bordo piscina con un bicchiere di chardonnay e le gambe intrecciate. Chi non ce la faceva a smettere di tormentare le orecchie del labrador. Chi stentava ad abbandonare la sua partita a canasta. Chi cucinava stuzzichini per gli ospiti a base di olive e würstel mignon. Chi preparava la valigia in vista di viaggi lontani. Chi i vestiti per il giorno dopo... Ogni cosa era una promessa, tutto era chiuso in una romantica attesa. La sola ansia era quella prodotta dalla paura di non riuscire a gustarsi fino in fondo la luce ramata e tiepida di quell’istante privilegiato. Che, guarda caso, stavolta era coinciso con la simultanea apparizione sui teleschermi accesi sullo stesso canale (all’epoca l’offerta televisiva era ridotta) della foto di Leo: sgranata e impietosa, sospesa com’era sopra la spalla destra dell’azzimato anchorman del tg.
Una foto che non rendeva merito al nostro uomo. Una foto che nessuna delle persone davanti allo schermo che conoscevano bene il professor Pontecorvo avrebbe ritenuta fedele al modello. Un po’ fototessera da passaporto, un po’ foto segnaletica da pregiudicato, in essa Leo appariva giallino ed esausto. Per nulla simile all’uomo che, all’età di quarantotto anni, stava attraversando quel periodo felice nella vita dei maschi in cui la natura sembra aver trovato un accordo perfetto quanto effimero tra energia giovanile e compiuta virilità. Malgrado, dopo quasi mezzo secolo di superlavoro, la spina dorsale di quel bel signore dinoccolato si stesse incurvando sotto i novanta chili di peso di un corpo alto e a suo modo solenne, era ancora abbastanza eretta da consentire alla figura di Leo di svettare in tutta la sua gagliarda autorevolezza.
Fuori dall’Italia la bellezza del suo viso si sarebbe detta “italiana”. In Italia, invece, qualcuno l’avrebbe liquidata come “mediorientale”. Capelli ricci in tutto simili a quelli che avrebbe potuto esibire il figurante di un film sulla vita di Mosè; una pelle olivastra che al contatto della luce del sole prendeva immediatamente toni biscottati; occhi dal taglio allungato corredati di due leziose perle verdi; orecchie non meno robuste del naso (entrambi pagavano un fervente tributo al giudaismo); e quelle labbra – era tutto lì il segreto, in quelle labbra – voluttuose, ironiche, imbronciate.
Ecco il ben di dio di cui quella foto non aveva saputo dar conto. (Ho conosciuto Leo Pontecorvo abbastanza bene da poter dire che il dramma di quell’apparizione in tv fu per lui anche una tragedia della vanità.)
Eppure, tutto sommato, tale infedeltà rappresentativa aveva un senso. Esprimeva una minaccia. Un salto di qualità nella bestialità dell’aggressione di cui da un po’ di settimane Leo era vittima. E soprattutto stava a significare qualcosa di molto preciso e di estremamente conturbante: stavolta Leo Pontecorvo non poteva e non doveva illudersi; bisognava smettere di sperare, non aspettarsi sconti. Sarebbero andati sin lì a scovarlo, forse quella sera stessa. Nel pieno di un’estate splendida e inferocita. Ecco il senso di quella foto. Ecco ciò che quella foto – comparsa bruscamente sul teleschermo – gli stava promettendo.
Lo avrebbero cacciato via a forza dall’intimità domestica, come un topo dalla sua tana. Per darlo in pasto al pubblico risentimento così come appariva ora: scalzo, in bermuda kaki e camicia azzurra stropicciata, disastrosamente maldestro sullo sgabello dell’elegante cucina affacciata su un giardino che, come ogni altra cosa là fuori, si godeva in santa pace gli ultimi caramellati scampoli di giorno.
No, non si sarebbero fatti intimidire dalla dimora che lui, a suo tempo, si era fatto costruire nel rigoglioso ventre dell’Olgiata a immagine e somiglianza dell’essere umano che avrebbe voluto apparire: sobria, moderna, eclettica, ironica, e soprattutto trasparente. Una casa da stilista più che da luminare della medicina, le cui massicce vetrate a giorno, specie la sera quando le luci erano accese, lasciavano intravedere la comoda vita che vi si conduceva all’interno: un’impudicizia che Rachel – donna non attrezzata culturalmente per vivere in vetrina – aveva fatto di tutto per neutralizzare attraverso grandi tendaggi, la cui installazione all’inizio di ogni autunno era occasione di uno dei più classici diverbi coniugali.
D’altronde quando Leo aveva deciso di andare a vivere lì, in un posto così, in una casa del genere, aveva incontrato ben più autorevoli resistenze che quella opposta dalle tende della sua giovane e almeno per ora devota consorte.
«Se solo mi accompagnassi... ti renderesti conto che quel posto dà un grande senso di protezione.»
Tali le parole che Leo ricordava di aver detto alla madre una ventina di anni prima rispetto a questa sera fatidica, quando le aveva comunicato l’intenzione di vendere l’appartamento in centro che lei gli aveva generosamente nonché incautamente intestato e acquistare un lotto all’Olgiata su cui costruire la «casa giusta per noi».
«E da cosa dovreste proteggervi, precisamente?»
Leo aveva avvertito nella voce della madre un’increspatura di disappunto, espressione della crescente insofferenza di quella donna nei confronti dell’unico figlio: il bekhor1 che, a suo dire, più cresceva meno sapeva badare a se stesso.
«Non sarà mica un’idea di tua moglie?» aveva rincarato la dose. «È lei che ti ha messo in testa di andare a vivere nella steppa? Un’altra delle sue macchinazioni per tenerti a distanza di sicurezza da me? È lei che gioca al tiro a piattello con i miei soldi, con la mia pazienza, con i miei sentimenti?»
«Dài, mamma. È una mia idea. Lascia fuori Rachel.»
«Solo quando saprai spiegarmi che razza di nome è Rachel! Sembra uscito direttamente dalle pagine della Bibbia...»
Possibile che lui, che era riuscito a farsi prendere sul serio dalle rigide commissioni che lo avevano giudicato idoneo a ricoprire un posto di prestigio in ospedale; lui, la cui professione prevedeva di dover annunciare a genitori distrutti e increduli che i loro figlioletti erano spacciati; lui, capace di incutere timore in studenti quasi suoi coetanei e che molti già allora accreditavano come l’erede designato del feudo accademico del potentissimo professor Meyer; proprio questo lui qui non riuscisse ancora a tenere testa a una madre ultrasessantenne?
Di certo, se ci fosse riuscito, non avrebbe sentito l’esigenza di comunicarle i suoi propositi abitativi. Se l’appartamento in centro era suo, se lei gliel’aveva intestato, perché farla tanto lunga? Perché non venderlo e basta? Perché cercare così puerilmente il suo consenso? E perché, malgrado sapesse di non poterlo ottenere, ora che per l’appunto lei glielo aveva negato, lui si infuriava?
La capacità di quella donna di esasperarlo. Il talento nel metterlo alle corde. Nel farlo sentire il figlio capriccioso che in fondo non era mai stato. Il carisma di sua madre. La caparbietà. La sua vocazione all’ingerenza. L’incrollabile, matronale convinzione di essere dalla parte del giusto. Il tutto condito da un sarcasmo che negli ultimi tempi – da che il figlio l’aveva messa al corrente, non senza impaccio, che Rachel Spizzichino ben presto sarebbe stata sua nuora – si era terribilmente affinato.
Così si era incartato su questa faccenda della protezione e della sicurezza.
Incalzato dalla madre, che continuava a chiedergli conto della sua balzana idea di andare a vivere «nella steppa», Leo aveva iniziato a farfugliare qualcosa di enfatico sull’epoca pericolosa in cui vivevano, tutto quel maledetto antagonismo politico, sull’antico sogno di vivere in un posto pieno di verde, su come lui e la sua giovane sposa sentissero già una responsabilità nei confronti dei figli che avrebbero avuto, e su come la loro smania di proteggere i cuccioli fosse stata titillata dalla visita a quel comprensorio dotato di check-point, vigilanti, alte recinzioni, prati verdi e strutture sportive, tutto nella più assoluta sicurezza...
«Se è gente armata e alti reticolati che cerchi, allora tanto vale che te ne vai a vivere in Israele come quell’esaltata di tua cugina!»
«Un autentico paradiso terrestre, mamma...» insisteva Leo fingendo di non aver sentito la battuta della madre.
E più Leo parlava più farfugliava, e più farfugliava più vedeva lo scherno della madre compattarsi in un’espressione del viso ogni istante più impaziente e disgustata. Un’espressione piena di altera sfiducia che diceva a chiare e cubitali lettere:
NON C’È POSTO AL MONDO CHE POSSA GARANTIRE ALCUNA PROTEZIONE, NÉ A TE NÉ A NESSUN ALTRO!
E se ora Leo – mentre il giornalista del tg, dopo aver lanciato la sua bomba sporca nella linda cucina di casa Pontecorvo, aveva preso a parlare degli incendi che devastavano la macchia mediterranea in Sardegna – avesse...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il fuoco amico dei ricordi
- Prefazione
- PERSECUZIONE
- INSEPARABILI
- Inseparabili
- Nota a Inseparabili
- Copyright