La ragazza che hai lasciato + Luna di miele a Parigi
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La ragazza che hai lasciato + Luna di miele a Parigi

  1. 480 pagine
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La ragazza che hai lasciato + Luna di miele a Parigi

Informazioni su questo libro

Francia, inizio Novecento. Sophie, una ragazza di provincia, si ritrova immersa nell'affascinante mondo della Belle Époque parigina e si innamora del pittore Édouard. Non è una storia semplice, ma il sentimento che li lega sfocia in un meraviglioso matrimonio d'amore. Una favola interrotta dallo scoppio della Grande Guerra: Édouard parte per il fronte e Sophie rimane sola nella zona occupata dai tedeschi. Quando viene a sapere che il marito è prigioniero e rischia la vita, per salvarlo offre al comandante tedesco ciò che ha di più caro: il ritratto fattole da Édouard. Quasi cent'anni dopo quel quadro è appeso in casa di Liv Halston, vedova trentenne, dono del marito prima di morire. Quale storia tormentata si cela dietro il dipinto? Un legame insospettabile lega queste due donne, separate da un secolo di storia ma unite dalla determinazione a lottare per ciò cui tengono di più. Costi quel che costi.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071874
Print ISBN
9788866211006

1

Parigi, 2002

Liv Halston si tiene saldamente al parapetto della Torre Eiffel, abbracciando con lo sguardo l’intera Parigi che si estende sotto di lei attraverso la rete di protezione a losanghe, e si chiede se qualcuno abbia mai passato una luna di miele disastrosa come la sua.
Intorno a lei famiglie di turisti lanciano gridolini di meraviglia davanti al panorama, oppure si appoggiano contro la rete per farsi fotografare dagli amici in pose fantasiose sotto lo sguardo impassibile di un addetto alla sicurezza. Da ovest si sta avvicinando un minaccioso ammasso di nubi cariche di pioggia. Un venticello pungente le ha fatto arrossare le orecchie.
Qualcuno lancia un aeroplanino di carta, e Liv ne segue il percorso guardandolo mentre scende avvitandosi a spirale, sostenuto dalle correnti, finché diventa troppo piccolo e lei lo perde di vista. Laggiù, da qualche parte, fra gli eleganti boulevard di Haussmann e i piccoli cortili, i parchi dalle strutture geometriche e le rive della Senna dolcemente sinuose, c’è suo marito. Il marito che, il secondo giorno della loro luna di miele, le aveva detto che era davvero dispiaciuto, ma avrebbe dovuto incontrare una persona in mattinata per una questione di lavoro: l’edificio di cui le aveva parlato, quello che doveva sorgere ai margini della città. Solo per un’ora. Non ci avrebbe messo molto. Lei era d’accordo, vero?
Lo stesso marito al quale lei aveva risposto che, se fosse uscito da quella camera d’albergo, avrebbe potuto andare al diavolo e fare a meno di tornare.
David aveva pensato che lei stesse scherzando, e Liv aveva pensato che fosse lui a scherzare. Poi David era quasi scoppiato a ridere.
“Liv, è una faccenda importante.”
“Come il nostro viaggio di nozze” aveva risposto lei. Si erano guardati come se non si fossero mai visti prima.
«Santo cielo. Mi sa che devo tornare giù.» Un’americana con un grande marsupio legato in vita e i capelli del colore del pan di zenzero fa una smorfia mentre sfila cautamente davanti a Liv, un passetto per volta. «Soffro di vertigini. Non la sente cigolare?»
«Non ci ho fatto caso» dice Liv.
«Mio marito è come lei. Non fa una piega. Potrebbe stare qui tutto il giorno. A me invece è venuto il panico salendo su quel maledetto ascensore.» La donna guarda un uomo con la barba intento a scattare fotografie con una costosa macchina, rabbrividisce e si fa strada sulla passerella verso l’ascensore, tenendosi al corrimano.
È verniciata di marrone, la Torre Eiffel, e ha la stessa tonalità del cioccolato. È un colore incredibilmente brutto per una struttura dall’aspetto così etereo. Liv si volta per commentare con David, ma di colpo si rende conto che, ovviamente, lui non c’è. Si era immaginata loro due insieme lassù fin dal primo momento in cui lui aveva proposto una settimana a Parigi. Loro due, teneramente abbracciati, magari di notte, ad ammirare la Ville Lumière. Sarebbe stata ebbra di felicità. David l’avrebbe guardata come aveva fatto quando le aveva chiesto di diventare sua moglie. Lei si sarebbe sentita la donna più fortunata del mondo.
Poi quella settimana si era ridotta a cinque giorni a causa di un irrinunciabile appuntamento a Londra il venerdì. E, di questi cinque giorni, solo due erano passati prima che saltasse fuori un altro impegno irrinunciabile.
Ora Liv è lì, da sola, mentre il cielo diventa grigio e inizia a scendere una pioggerellina sottile. Rabbrividisce nel vestitino estivo che aveva comprato perché era dell’esatta sfumatura dei suoi occhi nella speranza che David l’avrebbe notato, domandandosi se il suo francese scolastico le basterà per chiamare un taxi che la riporti in albergo o se, dato il suo stato d’animo, tanto vale rientrare arrancando sotto la pioggia. Si mette in coda per l’ascensore.
«Anche lei lo lascia qui?»
«Lascio qui cosa?»
Accanto a lei c’è la donna americana, che sorride accennando allo scintillante anello nuziale di Liv. «Suo marito.»
«Lui... lui non è qui. È... impegnato oggi.»
«Oh, siete qui per affari? Che meraviglia! Lui va a lavorare mentre lei si diverte a fare la turista.» Ride. «L’ha studiata proprio bene, cara.»
Liv lancia un’ultima occhiata agli Champs-Élysées e sente una stretta alla bocca dello stomaco. «Già» dice. «Non è una gran fortuna?»
“Chi si marita in fretta...” I suoi amici l’avevano avvertita. L’avevano detto scherzosamente, ma visto che lei e David si conoscevano da appena tre mesi e undici giorni quando lui le aveva chiesto di sposarla, Liv avrebbe potuto rendersi conto che in quel monito c’era un pizzico di verità.
Non aveva voluto un matrimonio in grande. L’assenza di sua madre avrebbe pesato su quella giornata, colorandola di una sfumatura più triste. Così erano scappati in Italia e si erano sposati in una chiesa di Roma. Liv aveva acquistato un abito bianco in una boutique di via Condotti da uno stilista senza pretese ma spaventosamente caro, e non aveva capito quasi nulla della cerimonia finché David non le aveva infilato l’anello al dito.
In seguito Carlo, l’amico e testimone dello sposo che li aveva aiutati nell’organizzazione del matrimonio, l’aveva presa in giro facendole credere di avere appena promesso di onorare, obbedire e accettare qualsiasi moglie David avesse desiderato aggiungere alla sua collezione in futuro. Liv aveva riso per un giorno intero.
Sapeva che sposarlo era stata la cosa giusta. Lo sapeva fin dal momento in cui l’aveva conosciuto. Lo sapeva anche quando suo padre aveva accolto la notizia con un’espressione mortificata, mascherandola prontamente con calorose congratulazioni, e lei, sentendosi in colpa, si era resa conto che l’unico genitore che le era rimasto probabilmente aveva sognato ben altro per il matrimonio della figlia. Lo sapeva quando aveva portato le sue poche cose a casa di David, la struttura di vetro in cima a un ex zuccherificio vicino al Tamigi, frutto di uno dei primi progetti ideati e realizzati da lui. Nelle sei settimane che avevano preceduto il matrimonio e il viaggio di nozze, ogni mattina Liv si svegliava nella Glass House, circondata dal cielo, e rimaneva a guardare il marito ancora addormentato con la consapevolezza che erano fatti l’uno per l’altra. Certe passioni erano troppo grandi per essere ignorate.
“Non ti senti... non so... un po’ troppo giovane?” Jasmine si stava facendo la ceretta sulle gambe sopra il lavandino della cucina. Liv era seduta al tavolo e la guardava, concedendosi una sigaretta. David non gradiva il fumo. Lei gli aveva detto di aver smesso di fumare un anno prima. “No, dico sul serio, Liv. Tu hai la tendenza a fare le cose d’impulso, come quando ti sei rasata a zero per una scommessa, oppure quando hai mandato a puttane il tuo lavoro per fare il giro del mondo.”
“Come se fossi l’unica ad aver mai fatto una cosa simile.”
“Ma sei l’unica persona che conosco che ha fatto tutte e due le cose nello stesso giorno. Non so, Liv. Il fatto è che... mi sembra tutto troppo affrettato.”
“Lo so, ma sento che è la cosa giusta. Siamo così felici insieme, e non riesco proprio a immaginare che lui possa in qualche modo farmi arrabbiare o rendermi triste. Lui è...” Liv soffiò un anello di fumo verso la lampada al neon “... semplicemente perfetto.”
“Sì, è davvero adorabile, ma non riesco a credere che proprio tu stia per sposarti. Nel nostro gruppo eri quella che giurava che non l’avrebbe mai fatto.”
“Lo so.”
“Ahi. Cazzo se fa male.” Jasmine tirò una striscia di ceretta e guardò la peluria che aveva strappato con un’espressione disgustata. “David è un gran bel tipo, e quella casa dev’essere davvero fantastica. Altro che questo buco.”
“Quando mi sveglio accanto a lui, mi sembra di trovarmi tra le pagine di una rivista patinata. Ha una casa da uomo maturo. Non ho portato quasi niente delle mie cose. Ha le lenzuola di lino, ti rendi conto? Vere lenzuola di lino.” Liv soffiò un’altra boccata di fumo. “Di puro lino.”
“Sì. E sai chi finirà per stirare quelle preziose lenzuola?”
“Non io. Ha una domestica. Dice che non mi devo occupare di queste faccende. Deve aver capito che come casalinga faccio pena. In realtà vuole che io prenda in considerazione un corso post laurea.”
“Un corso post laurea?”
“Dice che sono troppo in gamba per non fare qualcosa della mia vita.”
“Questo dimostra quanto ti conosce bene.” Jasmine ruotò la caviglia per vedere se fossero rimasti dei peli superflui. “Allora, hai intenzione di farlo?”
“Non so. Ci sono troppe cose in ballo, fra trasloco a casa sua, cerimonia e tutto il resto. Credo di dovermi abituare alla vita matrimoniale, prima.”
“Diventerai una moglie.” Jasmine le fece un gran sorriso guardandola con aria maliziosa. “Oddio. Una mogliettina.”
“Zitta. Mi fa ancora un certo effetto.”
“Mogliettina.”
“Piantala!”
Ovviamente Jasmine continuò a ripeterlo finché Liv la colpì con uno strofinaccio da cucina.
David è in albergo quando lei rientra. Liv ha deciso di tornare a piedi, ma nel frattempo si è messo a diluviare, quindi ora è bagnata fradicia, con il vestito appiccicato alle gambe. Mentre attraversa la hall, giurerebbe che il portiere le lanci una di quelle occhiate che riserva al tipo di donna il cui marito prende appuntamenti di lavoro durante la luna di miele.
Quando entra in camera, David è al telefono. Si volta, la scruta e interrompe la telefonata. «Dove sei stata? Cominciavo a preoccuparmi.»
Liv si sfila il cardigan bagnato e cerca un attaccapanni nell’armadio. «Sono salita sulla Torre Eiffel. E sono tornata a piedi.»
«Sei fradicia. Ti preparo un bagno caldo.»
«Non ne ho voglia.» In realtà ne ha voglia eccome. Non ha pensato ad altro durante il lungo e deprimente tragitto verso l’albergo.
«Faccio portare su del tè, allora.»
Mentre David solleva il ricevitore per chiamare il servizio in camera, Liv si volta, entra in bagno e chiude la porta. Continua a percepire lo sguardo di suo marito anche dopo che la porta si è chiusa. Non sa perché si sta comportando in modo così testardo. Si era ripromessa di essere carina al ritorno per salvare la giornata. Dopotutto, si era trattato soltanto di un incontro di lavoro, e sapeva com’era fatto David fin dal primo appuntamento, quando l’aveva trascinata in giro per Londra in macchina parlandole della genesi e del design degli edifici in vetro e acciaio davanti ai quali passavano.
Ma mentre varcava la soglia della camera d’albergo era successo qualcosa. Lo aveva visto al telefono, e il semplice fatto di aver capito immediatamente che si trattava di una telefonata di lavoro aveva deviato il suo fragile slancio di buona volontà. “Non eri preoccupato per me” pensa, seccata. “Stavi discutendo dello spessore del vetro da usare nell’ingresso di un nuovo edificio o della capacità della controventatura di reggere il peso del condotto di ventilazione supplementare.”
Liv riempie la vasca con il costoso bagnoschiuma dell’hotel, e poi ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Luna di miele a Parigi
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. La ragazza che hai lasciato
  12. PRIMA PARTE
  13. SECONDA PARTE
  14. EPILOGO
  15. RINGRAZIAMENTI
  16. Copyright