Prima il cuore
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Prima il cuore

  1. 252 pagine
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Prima il cuore

Informazioni su questo libro

«Non so come, ma quando fui svegliata dalle sirene, poco prima dell'alba, capii subito che erano lì per lui. Non ricordo di essere saltata giù dal letto, né di essermi allacciata le scarpe. Non ricordo di aver percorso il vialetto fino alla serie di curve che separa le nostre case. Non ricordo la sensazione dei piedi sull'asfalto, dell'aria nei polmoni, della corsa verso quello che in cuor mio sapevo già.» La notte in cui il fidanzato Trent, a soli diciassette anni, muore in un incidente stradale, il mondo di Quinn Sullivan si frantuma in mille pezzi. Niente può avere senso se hai perso l'amore della tua vita. Forse, però, se riuscisse a mettersi in contatto con le persone che hanno ricevuto i suoi organi potrebbe superare quel dolore che pare inconsolabile. Così le hanno spiegato al gruppo di sostegno che frequenta da quando Trent se ne è andato. E allora Quinn si fa coraggio e le contatta tutte quelle persone, una dopo l'altra. Tutte tranne una, quella più importante, il ragazzo che ha ricevuto il cuore di Trent, e che ha scelto di restare anonimo. Ora che finalmente ha recuperato le forze, infatti, Colton Thomas è determinato ad andare avanti per la sua strada lasciandosi il passato alle spalle. Anche se questo significa non sapere nulla della persona che gli ha permesso di tornare a vivere.

Contravvenendo a ogni regola, Quinn decide di incontrarlo ugualmente. E subito avverte una connessione particolare con lui, un legame speciale che, di giorno in giorno, diventa sempre più profondo. Trascinata dalla straordinaria voglia di vivere di Colton, Quinn torna a sorridere, anche se un terribile senso di colpa la tormenta: è giusto nascondergli la sua vera identità per paura di perderlo? E, soprattutto, come può abbandonarsi ai sentimenti che prova per lui se ogni battito del suo cuore non fa che ricordarle ciò che ha perso per sempre?

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804654391
eBook ISBN
9788852072871

1

“Comunicare con il ricevente può aiutare la famiglia del donatore a superare il lutto… In genere le famiglie di donatori e riceventi, così come i loro parenti e amici, possono trarre beneficio dallo scambio di pensieri ed emozioni riguardo alla loro esperienza di donazione… il dono della vita… Talvolta ci vogliono mesi o addirittura anni prima di sentirsi pronti a inviare e/o ricevere qualche forma di comunicazione, ma può anche capitare che non ci sia mai alcun contatto.”
PROGRAMMA DI SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE DEI DONATORI
Quattrocento giorni.
Ripeto mentalmente il numero, lascio che riempia il senso di vuoto che provo mentre stringo il volante. Non posso permettere che questo giorno sia come tutti gli altri. Quello dei quattrocento è una specie di traguardo, merita di essere ricordato. Come il giorno numero 365, in cui ho portato dei fiori a sua madre ma non sulla sua tomba, perché sapevo che lui avrebbe preferito così. O quello del suo compleanno, dopo quattro mesi, tre settimane e un giorno. Il numero 142.
L’ho trascorso da sola, in parte perché non ce la facevo a stare con i suoi e in parte perché, in un angolo segreto del mio cuore, mi illudevo che, se fossi rimasta da sola, forse lui sarebbe tornato per festeggiare i suoi diciotto anni e tutto sarebbe ricominciato da dove lo avevamo interrotto. Avremmo frequentato insieme l’ultimo anno di liceo, fatto domanda per entrare allo stesso college, partecipato alle ultime feste studentesche e, dopo aver lanciato in aria il cappello, il giorno del diploma, ci saremmo baciati sotto il sole.
Lui però non è tornato, così mi sono infilata la felpa che conservava ancora un vago sentore del suo profumo, o forse era solo il frutto della mia immaginazione. Me la sono stretta addosso e ho espresso il desiderio di non dover fare nessuna di quelle cose senza di lui. E sono stata esaudita. L’ultimo anno di liceo rimane avvolto nella nebbia. Non ho spedito domande di iscrizione al college, non sono andata a comprare un vestito per il ballo. Mi sono persino dimenticata dell’esistenza di un cielo e di un sole sotto cui baciarsi.
I giorni sono trascorsi, l’uno dopo l’altro, in una successione ininterrotta, infinita. Sembravano eterni e invece passavano in un batter d’occhio, come le onde che si frangono sulla riva, come le stagioni.
Come il battito di un cuore.
Trent aveva un cuore da atleta: forte, regolare, con una frequenza di dieci pulsazioni al minuto inferiore alla mia. A volte, petto contro petto, io rallentavo il respiro per adeguarmi al suo e cercavo di convincere il mio cuore a fare altrettanto; ma non funzionava mai. Anche dopo tre anni insieme, il solo stargli vicino mi faceva venire il batticuore. Eppure avevamo trovato una sincronia: il suo cuore pulsava a un ritmo lento e regolare, il mio riempiva gli spazi.
Quattrocento giorni e troppi battiti da contare.
Quattrocento giorni e troppi posti e momenti in cui Trent non c’è più. E ancora nessuna risposta da uno dei pochi luoghi in cui ancora esiste.
Il suono di un clacson alle mie spalle scaccia quei pensieri e il senso di nausea che mi sale dallo stomaco. Nello specchietto retrovisore vedo l’uomo alla guida che, mentre sorpassa, mi maledice con un gesto rabbioso della mano, formulando attraverso il parabrezza la silenziosa domanda: “Che diavolo stai facendo?”.
Me lo sono chiesta anch’io quando sono salita in macchina. Non so bene che cosa sto facendo, so solo che devo farlo, devo vederlo con i miei occhi. A causa di quello che ho provato nel vedere gli altri.
Norah Walker è stata la prima ricevente a mettersi in contatto con i genitori di Trent, anche se loro hanno saputo il suo nome solo in seguito. I riceventi e le famiglie dei donatori possono comunicare in qualsiasi momento tramite il coordinatore dei trapianti ma, quando è arrivata, la lettera ha colto tutti di sorpresa. La madre di Trent mi ha chiamato il giorno stesso e mi ha chiesto di andare da lei; siamo rimaste sedute nel luminoso salotto di quella casa che conserva mille ricordi, a partire dal giorno in cui gli ero passata davanti di corsa per ben cinque volte, sperando che lui si accorgesse di me.
Al rumore dei suoi passi avevo rallentato, in modo che potesse raggiungermi. La sua voce, che all’epoca non mi era familiare, si sforzava di formulare le parole nonostante il fiato corto.
“Ehi!”
Respiro.
“Aspetta!”
Respiro.
Avevamo quattordici anni. Eravamo stati due perfetti sconosciuti fino a quel momento. Fino a quelle due parole.
A casa di Trent, seduta con sua madre sul divano dove un tempo io e lui guardavamo film e mangiavamo popcorn dalla stessa ciotola, sono state le parole di un’estranea, e la gratitudine che esprimevano, a strapparmi dal luogo buio e isolato in cui mi ero rinchiusa da tempo. La lettera di quella donna, scritta con mano malferma su una bella carta, mi ha in qualche modo confortato. Il tono era umile. Addolorato per la morte di Trent. Riconoscente per la vita che lui le aveva donato.
Quando sono rincasata, quella sera, le ho risposto subito, ringraziandola per il senso di leggerezza che era riuscita a trasmettermi con le sue parole. La sera dopo ho scritto a un altro ricevente, poi a un altro ancora: cinque in tutto. Lettere anonime a persone anonime che volevo conoscere. E quando le ho spedite al coordinatore dei trapianti perché le inoltrasse, l’ho fatto con la segreta speranza di ricevere una loro risposta. Desideravo che mi prendessero in considerazione, come aveva fatto Trent quel giorno.
Mi giro ed eccolo lì, sorridente, che stringe un girasole più alto di me, con tanto di radici e tutto il resto.
“Mi chiamo Trent” dice. “Mi sono appena trasferito in questa via, un po’ più avanti. Abiti in zona, giusto? Ti ho visto correre tutte le mattine questa settimana. Vai veloce.”
Mentre camminiamo fianco a fianco, mi mordo il labbro trattenendo un sorriso. Non voglio confessare di aver conservato ogni giorno le forze per correre veloce nel tratto di strada davanti a casa sua fin da quando il camion dei traslochi ha imboccato il vialetto e io l’ho visto per la prima volta.
“Mi chiamo Quinn.”
Respiro.
Scrivere quelle lettere mi permetteva di respirare ancora. Raccontavo di Trent, di tutto quello che mi aveva dato quando era vivo. La sensazione di essere onnipotente. La felicità. L’amore. Quelle lettere erano un modo di onorare la sua memoria e di sperare in qualcosa di più. Una mano anonima tesa nel vuoto, in cerca di un contatto. Di una risposta.
Rido perché lui, ancora con il fiatone, sembra essersi dimenticato dell’enorme girasole che gli penzola dalle mani.
“Oh” esclama seguendo il mio sguardo “l’avevo preso per te. Io…” Si passa nervoso le dita fra i capelli. “Io… ehm… l’ho preso là, vicino alla staccionata.”
Mi porge il girasole e ride. È un suono che voglio continuare a sentire.
“Grazie” rispondo allungando la mano per prenderlo. Il suo primo regalo in assoluto.
Ho ricevuto quattro risposte dalle persone a cui Trent ha fatto un regalo.
Dopo 282 giorni, diversi scambi epistolari, moduli di consenso da firmare e sedute di sostegno psicologico in preparazione agli incontri, io e sua madre siamo andate insieme alla sede dell’Associazione donatori di organi e ci siamo sedute una accanto all’altra in attesa che arrivassero. In attesa di vederli di persona.
Proprio come era stata la prima a raggiungerci con le sue parole, Norah è stata la prima a tendere la mano e, nonostante avessi cercato centinaia di volte di immaginare quell’incontro, niente avrebbe potuto prepararmi alla sensazione che ho provato stringendo la sua mano nella mia e guardandola negli occhi, consapevole che davanti a me c’era una parte di Trent. Una parte che le aveva salvato la vita e dato la possibilità di continuare a essere la madre della bambina tutta riccioli che faceva capolino da dietro le sue gambe e la moglie dell’uomo che le stava accanto, in lacrime.
Quando ha fatto un profondo respiro con i polmoni di Trent e si è portata la mia mano al petto, per farmi sentire come si gonfiavano riempiendosi d’aria, anche il mio cuore si è gonfiato.
Con gli altri è andata allo stesso modo: Luke Palmer, sette anni più di me, che per ringraziarci del rene che Trent gli aveva dato ci ha suonato una canzone alla chitarra; John Williamson, un uomo timido ma affettuoso sulla cinquantina, che ha scritto bellissime lettere poetiche riguardo a come ricevere un nuovo fegato gli avesse cambiato la vita, anche se poi, nella saletta in cui ci siamo incontrati, non è riuscito a trovare le parole per esprimere la sua gratitudine; Ingrid Stone, una donna dagli occhi azzurro chiaro, diversissimi da quelli castani di Trent, che tuttavia grazie a lui era tornata a vedere il mondo e a dipingerlo in colori vivaci sulle sue tele.
Si dice che il tempo curi ogni ferita ma, per quanto mi riguarda, a guarirmi è stato l’incontro di quel pomeriggio con una sorta di famiglia composta da estranei accomunati da un’unica persona.
Ecco perché, passati tanti giorni senza aver avuto risposta dall’ultimo ricevente, ho cominciato a cercarlo. Ecco perché ho fatto le mie indagini – combinando date, notizie sui giornali e informazioni dagli ospedali – e l’ho trovato, quasi troppo facilmente. Ecco perché, davanti agli altri, ho finto di comprendere i motivi del suo silenzio. La donna dell’associazione ci aveva spiegato che certe persone non rispondono mai, è una loro decisione.
Mi comporto come se non pensassi a lui ogni singolo giorno e non mi interrogassi sulle ragioni della sua scelta. Come se mi fossi rassegnata. Ma nelle interminabili ore notturne non posso fingere: la verità è che non trovo pace. E forse non la troverò mai se non faccio quello che devo.
Se Trent lo sapesse, chissà cosa penserebbe. Se in qualche modo potesse vedere, chissà cosa direbbe. Ma ormai sono passati quattrocento giorni. Forse capirebbe, almeno spero. Per tanto tempo il suo cuore l’ho avuto io. Voglio solo vedere dove è adesso.

2

“Il cuore ha le sue ragioni, ignote alla ragione: lo constatiamo in mille cose.”
BLAISE PASCAL
Se anche lo volessi, su questa strada non c’è modo di fare inversione. La ripida discesa attraversa un pendio di querce coperte di muschio che svettano tra l’erba alta e dorata dell’estate. Prosegue così per chilometri, snodandosi fino alla costa dove lui abita da quando è nato, diciannove anni fa. Ci separano sessanta chilometri.
Quando gli alberi lasciano finalmente il posto all’ampia distesa azzurra di oceano e cielo al margine della cittadina, le mani mi tremano così tanto che sono costretta ad accostare nel punto panoramico dell’area di sosta. Un leggero sbuffo di nebbia, appeso all’orlo della scogliera, si sta dileguando sotto i raggi del primo sole che illumina l’acqua più sotto. Spengo il motore ma non scendo. Abbasso il finestrino e respiro. Inspiro ed espiro lentamente per cercare di calmarmi.
Sono già stata molte volte a Shelter Cove. Sono passata davanti a questo punto, diretta alla cittadina costiera, in giornate primaverili ed estive, ma oggi provo qualcosa di diverso. Non c’è traccia di quell’attesa spasmodica che elettrizzava me e mia sorella Ryan mentre eravamo in macchina con i nostri genitori, sedute dietro, gli asciugamani da spiaggia e le tavole da surf nel portabagagli e il frigo zeppo di tutte le schifezze che a casa non avevamo il permesso di mangiare, né del senso di libertà che ho sperimentato quando ci sono stata con Trent, sul suo pick-up. Lui aveva appena preso la patente e avevamo deciso di passare una giornata romantica qui. Oggi c’è solo una sgradevole risolutezza, con l’inevitabile tensione che l’accompagna.
Guardo verso l’acqua e mi assale un pensiero: chissà se una delle tante volte che sono venuta a Shelter Cove ho visto Colton Thomas. Chissà se io e Trent lo abbiamo incontrato per strada, incrociando per un attimo il suo sguardo in modo del tutto casuale, come succede tra perfetti sconosciuti, ignari che un giorno fra noi ci sarebbe stato un legame. Prima che succedesse tutto. Prima dell’incidente di Trent, di scrivere le l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PRIMA IL CUORE
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. RINGRAZIAMENTI
  39. Copyright