On the Road. Il "rotolo" del 1951
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On the Road. Il "rotolo" del 1951

  1. 504 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Tra il 2 e il 22 aprile 1951, racconta Jack Kerouac a Neal Cassady, «ho scritto un romanzo su una striscia di carta lunga 120 piedi... infilata nella macchina da scrivere e senza paragrafi... fatta srotolare sul pavimento e sembra proprio una strada». Con questo "rotolo" ha inizio la vicenda di On the road. Composto, secondo la leggenda, sotto l'effetto della benzedrina e con il sottofondo del bebop, il romanzo - che narra i viaggi compiuti da Kerouac negli Stati Uniti e in Messico tra il 1947 e il 1950 - vedrà la luce, in una versione ampiamente rimaneggiata, solo nel 1957. Secondo alcuni critici quello del 1951, finora inedito in italiano, è il vero testo di On the road: ben più lungo di quello pubblicato nel 1957, contiene numerose scene che Kerouac deciderà poi di tagliare e risulta più cupo, spigoloso e disinibito. La scrittura vi appare intima, colloquiale, sfrenata e "vera", fatta di periodi che si sovrappongono e si accavallano come onde, trascinando il lettore alla bruciante scoperta di una strada che è la vita stessa.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852072338
Print ISBN
9788804599289

On the Road

Il “rotolo” del 1951
Quando conobbi conobbi Neal mio padre era morto da poco...Ero appena guarito da una malattia grave della quale mi limiterò a dire che aveva certamente qualcosa a che fare con la morte di mio padre e la mia atroce sensazione che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Neal cominciò davvero quella parte della mia vita che potremmo chiamare la mia vita sulla strada. Prima di allora avevo sempre sognato di andare nel West, vedere il paese, ma erano sempre progetti vaghi e non ero mai partito. Neal è il compagno perfetto per la strada perché ci è nato sulla strada, mentre i suoi genitori erano di passaggio a Salt Lake City nel 1926, su un’auto scassata, in viaggio per Los Angeles. Il primo a parlarmi di Neal fu Hal Chase, che mi aveva mostrato certe sue lettere scritte in un riformatorio del Colorado. Rimasi straordinariamente colpito da quelle lettere perché con tanta ingenuità e tenerezza chiedevano a Hal di insegnargli tutto su Nietzsche e tutte quelle meravigliose cose intellettuali per le quali Hal era giustamente famoso. A un certo punto Allen Ginsberg e io parlammo di quelle lettere e ci domandammo se mai avremmo conosciuto quello strano Neal Cassady. Tutto questo succedeva molto tempo fa, quando Neal non era com’è adesso, quando era un giovane carcerato avvolto nel mistero. Poi arrivò la notizia che Neal era uscito dal riformatorio e stava venendo a New York per la prima volta; si diceva anche che avesse appena sposato una ragazza di 16 anni di nome Louanne. Un giorno mentre bighellonavo per il campus della Columbia Hal e Ed White mi dissero che Neal era appena arrivato e stava nell’appartamento senz’acqua calda di un certo Bob Malkin a East Harlem, la Harlem spagnola. Neal era arrivato la sera precedente, per la prima volta a NY, con la sua bella e vivace pollastrella Louanne; erano scesi dal Greyhound alla 50a e avevano girato l’angolo in cerca di un locale per mangiare qualcosa e si erano infilati da Hector, e da allora la tavola calda di Hector è rimasta un grande simbolo di NY per Neal. Avevano speso una bella cifra in meravigliose paste glassate e bignè alla panna. Per tutto il tempo Neal aveva ripetuto a Louanne cose tipo, “Dunque tesoro eccoci qui a Ny e anche se non ti ho detto proprio tutto quello che avevo in mente mentre attraversavamo il Missouri e soprattutto nel momento in cui siamo passati davanti al riformatorio di Bonneville che mi ricordava il mio problema carcerario ora è assolutamente necessario rimandare tutte le questioni rimaste in sospeso riguardo ai nostri affari di cuore e cominciare subito a pensare ciascuno alla propria vita lavorativa...” e così via in quel suo modo di parlare che aveva allora. Andai all’appartamento senz’acqua calda coi ragazzi e Neal venne alla porta in mutande. Louanne saltò rapidamente giù dal letto; probabilmente lui se la stava scopando. Non faceva altro. C’era anche l’altro tipo che era il proprietario dell’appartamento Bob Malkin ma sembrava che Neal lo avesse spedito in cucina, probabilmente a fare il caffè mentre lui si dedicava ai suoi affaridamore...per lui il sesso era l’unica cosa sacra e importante della vita, anche se doveva sudare e bestemmiare per tirare avanti, e così via. A una prima occhiata Neal mi sembrava un Gene Autry giovane---azzimato, fianchi stretti, occhi azzurri, con un vero accento dell’Oklahoma. In effetti di recente aveva lavorato in un ranch, quello di Ed Uhl a Sterling Colo. prima di sposare L. e arrivare nell’Est. Louanne era una creaturina graziosa e dolce, ma terribilmente stupida e capace di cose orribili, come dimostrò poco dopo. Parlo di questo primo incontro con Neal solo per via di quello che faceva. Quella sera bevemmo tutti birra e io mi ubriacai e bla-bla-blai un po’, dormii sull’altro divano, e al mattino, mentre ce ne stavamo seduti in silenzio a fumare i mozziconi dal portacenere nella luce grigia di una giornata cupa Neal si alzò nervosamente, si mise a camminare avanti e indietro sovrappensiero, e decise che la cosa da fare era chiedere a Louanne di preparare la colazione e spazzare il pavimento. Poi me ne andai. Non sapevo altro di Neal in quei primi tempi. La settimana seguente però confidò a Hal Chase che doveva assolutamente imparare a scrivere da lui; Hal gli disse che lo scrittore ero io e che avrebbe dovuto chiedere consiglio a me. Intanto Neal aveva trovato lavoro in un parcheggio, aveva litigato con Louanne nel loro appartamento di Hoboken Dio sa perché ci si erano trasferiti e lei piena di furia vendicativa lo aveva denunciato alla polizia, una folle accusa falsa inventata e isterica, e Neal aveva dovuto battersela da Hoboken. Insomma era rimasto senza casa. Neal venne dritto a Ozone Park dove abitavo con mia madre, e una sera mentre lavoravo al mio libro o dipinto o come volete chiamarlo qualcuno bussò alla porta ed ecco Neal, che fece un inchino, strascicò ossequioso i piedi nel buio dell’ingresso, e disse “Cia-o, ti ricordi di me, Neal Cassady? Sono venuto a chiederti di insegnarmi a scrivere.” “E Louanne dov’è?” gli chiesi, e Neal disse che a quanto pareva aveva messo insieme qualche dollaro battendo o qualcosa del genere ed era tornata a Denver...“che puttana!” Così andammo a farci qualche birra perché non potevamo parlare liberamente davanti a mia madre, seduta in soggiorno a leggere il giornale. Le era bastata un’occhiata a Neal per decidere che era pazzo. Non immaginava che anche lei avrebbe sfrecciato più di una volta in auto con lui nella folle notte americana. Al bar dissi a Neal, “Per lamordidio amico so benissimo che non sei venuto da me solo perché vuoi fare lo scrittore e dopo tutto che ne so io della scrittura se non che bisogna darci dentro con l’energia di un benzedrinomane,” e lui disse, “Sì certo, so esattamente cosa intendi e in effetti questi problemi me li sono già posti ma quello che vorrei comprendere sono quei fattori che se si facesse assegnamento sulla dicotomia schopenaueriana per ogni cosa compresa interiormente...” e via di questo passo, cose di cui io non capivo un’acca e neppure lui, voglio dire, in quei giorni non sapeva di cosa parlava, cioè, era un giovane avanzo di galera tutto preso dalle meravigliose possibilità di diventare un vero intellettuale e gli piaceva parlare nel tono e usando le parole ma in modo confuso che aveva sentito dai “veri intellettuali” anche se intendiamoci non era così ingenuo in tutte le altre cose, e gli ci vollero solo pochi mesi con Leon Levinsky per sentirsi completamente dentro i termini e il gergo e lo stile degli intellettuali. Ciononostante lo adoravo per la sua follia e ci ubriacavamo insieme al bar Linden dietro casa mia e acconsentii a farlo stare a casa mia finché non avesse trovato un lavoro e inoltre decidemmo di fare un viaggio nel West prima o poi. Era l’inverno del 1947. Poco dopo aver conosciuto Neal cominciai a scrivere o dipingere il mio enorme Città e Metropoli, avevo quasi finito il quarto capitolo una sera, che Neal venne a cena da me, e aveva già un nuovo lavoro da parcheggiatore a NY, all’hotel NYorker sulla 34 st., si chinò sopra le mie spalle mentre battevo a macchina rapidamente e disse, “Avanti amico, quelle ragazze non ci aspettano, sbrigati,” e io dissi “Solo un attimo, lasciami finire questo capitolo,” e lo finii ed era uno dei capitoli migliori del libro. Poi mi vestii e corremmo a NY a incontrare alcune ragazze. Come sapete per andare da Ozone Park a New York ci vuole un’ora in sopraelevata e metropolitana, e mentre la El1 passava sopra i tetti di Brooklyn noi gomito a gomito agitavamo le dita e strillavamo e parlavamo emozionati e io cominciavo ad andare su di giri come Neal. Tutto sommato, Neal non era che un ragazzo tremendamente entusiasta della vita, e anche se era un imbroglione lo faceva perché aveva l’ansia di vivere e di mescolarsi a gente che altrimenti non gli avrebbe dato retta. Stava cercando di imbrogliare anche me, per così dire, lo sapevo, e sapevo che lo sapeva (è sempre stata questa la base del nostro rapporto) ma non m’importava e stavamo bene insieme. Cominciavo a imparare da lui quanto lui probabilmente imparava da me. Riguardo al mio lavoro diceva, “Continua così, tutto quello che fai è grandioso.” Andammo a New York, non ricordo la situazione, due ragazze---non c’erano ragazze là, aveva appuntamento con loro o qualcosa del genere ma non c’erano. Andammo al suo parcheggio dove aveva alcune faccende da sbrigare---cambiarsi in una baracca sul retro e farsi bello davanti a uno specchio incrinato eccetera, e poi via. Fu quella sera che Neal conobbe Leon Levinsky...voglio dire Allen Ginsberg ovviamente. Due menti acute come le loro non potevano non intendersi all’istante. Due occhi penetranti che fissavano due occhi penetranti...il santo imbroglione e quel grande dolente imbroglione poetico che è Allen Ginsberg. Da quel momento vidi pochissimo Neal e un po’ mi dispiaceva...Le loro energie si incontrarono frontalmente. Al confronto io ero uno zotico; non riuscivo a stargli dietro. Il folle vortice di tutto ciò che stava per accadere iniziò allora che avrebbe travolto tutti i miei amici e ciò che restava della mia famiglia in una grande nube di polvere sopra la notte americana---parlavano di Burroughs, Hunkey, Vicki, ...Burroughs in Texas, Hunkey a Riker’s Island, Vicki all’epoca infatuata di Norman Schnall...e Neal raccontò ad Allen di gente del West come Jim Holmes il gobbo re delle sale da biliardo e giocatore di carte e santo finocchio...gli raccontò di Bill Tomson, di Al Hinkle, dei suoi amici d’infanzia, gli amici della strada...correvano insieme giù per la strada assorbendo ogni cosa a quel loro vecchio modo che ora è diventato tanto più triste e acuto.. però danzavano giù per la strada leggeri come piume e io gli arrancavo dietro come sempre come ho fatto per tutta la vita con le persone che mi interessano, perché le uniche persone che mi interessano sono i pazzi, i pazzi della vita, pazzi delle parole, quelli che vogliono tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai cose banali.. ma bruciano, bruciano, bruciano come candele romane nella notte. Allen era strano in quei giorni, faceva esperimenti estremi su se stesso, e Neal lo vedeva, e in quanto ex prostituto adolescente nella notte di Denver, disperatamente ansioso di imparare a scrivere poesie come Allen, in men che non si dica saltò addosso ad Allen con uno slancio erotico di quelli che solo un imbroglione può avere. Io ero nella stessa stanza, li sentivo nel buio e meditavo fra me “Hmm, c’è qualcosa di nuovo nell’aria, ma non voglio averci a che fare.” Così non li vidi per quasi due settimane durante le quali cementarono il loro rapporto fino a proporzioni folli. Poi venne il momento di partire, la primavera, e tutti nella banda sparpagliata si preparavano a questo o quel viaggio. Io lavoravo sodo al mio romanzo e quando arrivai a metà, dopo un viaggio nel Sud con mia madre per fare visita a mia sorella, mi preparai per il mio primo viaggio nel West. Neal era già partito. Allen e io l’avevamo accompagnato alla stazione della Greyhound sulla 34a strada. Al primo piano c’era un posto dove potevi fare fotografie per un quarto di dollaro. Allen si tolse gli occhiali e assunse un’aria sinistra. Neal si fece una foto di profilo guardandosi timidamente intorno. Io mi feci una foto frontale che mi faceva somigliare, come disse Lucien, a un italiano di 30 anni pronto ad ammazzare chiunque parlasse male di sua madre. Questa foto Allen e Neal la tagliarono a metà per il lungo con un rasoio e ciascuno infilò la propria metà nel portafoglio. Le due metà le vidi in seguito. Neal si era vestito da vero uomo d’affari del West per il suo grande ritorno a Denver; la sua prima avventura a New York era finita. Dico avventura ma in realtà non aveva fatto altro che lavorare come un cane nei parcheggi, il posteggiatore più fantastico del mondo, riesce a entrare in retromarcia a quaranta miglia all’ora in un buco stretto e fermarsi a un pelo dal muro, saltare fuori, farsi largo tra i paraurti, saltare su un’altra auto, girarla a cinquanta miglia all’ora in uno spazio limitato, cambiare marcia, infilarsi in un altro buco a marcia indietro lasciando pochi pollici da una parte e dall’altra e bloccare l’auto bruscamente con il freno a mano; poi sparire nella guardiola con uno scatto da atleta, staccare un biglietto, saltare su un’auto appena arrivata prima che il conducente abbia il tempo di scendere, infilarsi letteralmente sotto di lui mentre esce, avviare l’auto con la portiera che sbatte e schizzare rombando verso la piazzola libera più vicina: lavora così senza sosta otto ore per notte, nelle ore di punta la sera e dopo il teatro, in pantaloni da ubriacone, giubbotto foderato di pelliccia tutto sdrucito e ciabattanti scarpe sfondate. Ora per il ritorno si era comprato un vestito nuovo; blu gessato, gilet e tutto il resto, con orologio e catena da orologio, e una macchina da scrivere portatile con la quale voleva cominciare a scrivere in una pensione di Denver non appena trovato lavoro. Dopo una cena d’addio a base di salsicce e fagioli in un Riker’s sulla 7a Avenue Neal salì sull’autobus con sopra scritto Chicago e con un rombo sparì nella notte. Mi ripromisi di seguirlo quando la primavera fosse sbocciata davvero e avesse schiuso la terra. Così se ne andò il nostro cowboy. E fu quello il vero inizio della mia esperienza sulla strada e le cose che sarebbero successe dopo sono troppo fantastiche per non raccontarle. Ho parlato di Neal solo in via preliminare perché all’epoca non sapevo altro di lui. Sulla sua relazione con Allen non sono aggiornato ma come venne fuori in seguito, Neal si stufò, in particolare del fatto che fosse un finocchio e tornò alle sue tendenze naturali, ma questo non conta. Nel mese di luglio, 1947, terminata una buona metà del mio romanzo e risparmiati quasi cinquanta dollari sul sussidio di reduce mi preparai a partire per la West Coast. Il mio amico Henri Cru mi aveva scritto da San Francisco per dirmi che dovevo imbarcarmi con lui su un transatlantico che faceva il giro del mondo. Giurava che sarebbe riuscito a farmi assumere in sala macchine. Io gli risposi che mi bastava un vecchio mercantile purché potessi fare qualche bel giro nel Pacifico e tornare a casa da mia madre con abbastanza soldi per mantenermi mentre finivo il libro. Lui scrisse che aveva una baracca a Marin City e che là avrei avuto tutto il tempo che volevo per scrivere mentre sbrigavamo la trafila per trovare una nave. Viveva con una ragazza di nome Diane, diceva che era una cuoca strepitosa e che tutto sarebbe andato liscio come l’olio. Henri era un vecchio compagno della scuola preparatoria, un francese tutto matto cresciuto a Parigi e in Francia---quanto fosse matto non lo sapevo ancora. E così si aspettava di vedermi arrivare entro una decina di giorni. Io gli scrissi per conferma...ignaro di quanto la strada mi avrebbe travolto. Mia madre era assolutamente d’accordo sul mio viaggio nel West, diceva che mi avrebbe fatto bene, che avevo lavorato troppo tutto l’inverno, sempre chiuso in casa; non disse nemmeno granché quando le spiegai che avrei dovuto fare un po’ di autostop, di solito la spaventava, pensava che mi avrebbe fatto bene. Le interessava solo che tornassi tutto intero. E così lasciato il mio grosso manoscritto incompleto sulla scrivania, e ripiegate le comode lenzuola del mio letto per l’ultima volta una mattina, presi la borsa di tela nella quale avevo messo poche cose essenziali, lasciai un biglietto a mia madre, che era al lavoro, e partii per l’Oceano Pacifico come un vero e proprio Ismaele con cinquanta dollari in tasca. In che guaio mi cacciai all’istante! Se ci ripenso non mi capacito di poter essere stato così idiota. Per mesi a Ozone Park avevo studiato le carte degli Stati Uniti, avevo perfino letto libri sui pionieri e assaporato nomi come Platte e Cimarron e così via, e sulla carta stradale c’era una lunga linea rossa chiamata Route Six che portava dalla punta di Cape Cod fino a Ely Nevada e qui scendeva in picchiata verso Los Angeles. “Rimarrò sulla six fino a Ely,” dissi a me stesso e partii fiducioso. Per raggiungere la six dovevo salire fino a Bear Mtn. New York. Pieno di sogni su cosa avrei fatto a Chicago, a Denver, e poi finalmente a San Fran, presi la metropolitana sulla 7a avenue fino al capolinea sulla 242a strada, proprio vicino alla Horace Mann la scuola preparatoria dove avevo conosciuto Henri Cru che di lì a poco avrei rivisto, e qui presi un tram per Yonkers; nel centro di Yonkers presi un altro tram e arrivai ai confini della città sulla sponda orientale del fiume Hudson. Se lasci cadere una rosa nella misteriosa bocca dell’Hudson su vicino a Saratoga pensa a tutti i posti che toccherà nel suo tragitto senza ritorno verso il mare.. pensa alla meravigliosa valle dell’Hudson. Cominciai a risalirla in autostop. Cinque passaggi diversi mi portarono fino all’agognato ponte di Bear Mtn. dove la Route 6 arrivava dal New England disegnando un arco. Ne avevo avuto qualche visione, non immaginavo che fosse così. Quando mi lasciarono giù cominciò a piovere a dirotto. Era una zona montagnosa. Non solo non passavano auto ma la pioggia cadeva a catinelle e non avevo riparo. Dovetti correre a rifugiarmi sotto una macchia di pini; non servì a niente; mi misi a piangere e imprecare e darmi pugni in testa per la mia idiozia. Mi trovavo una quarantina di miglia sopra New York, per tutto il viaggio mi ero preoccupato perché quel giorno, il primo e il più importante, continuavo ad andare a nord invece che verso l’agognato West. E ora ero bloccato all’estremo settentrionale della mia disavventura. Corsi un quarto di miglio fino a una graziosa stazione di servizio abbandonata stile inglese e mi riparai sotto la grondaia sgocciolante. Alta sopra la mia testa la grande mole irsuta della Bear Mtn. sputava tuoni che mi incutevano un timor sacro. Non vedevo altro che alberi nebulosi e il lugubre pendio selvaggio che si alzava verso il cielo. “Cosa diavolo ci faccio quassù?” sbraitai invocando Chicago... “In questo momento si staranno divertendo tutti come matti, faranno cose insieme, io non ci sono, e chissà quando ci arriverò!” e così via....Finalmente un’auto si fermò alla stazione deserta, l’uomo e la donna a bordo volevano studiare una cartina. Io mi avvicinai di corsa gesticolando nella pioggia; si consultarono; sembravo un pazzo ovviamente con i capelli fradici le scarpe inzuppate...le scarpe, maledetto idiota che non sono altro, erano huaraches messicane che, come poi mi disse un tizio nel Wyoming, se le avessi piantate avrebbero germogliato---colabrodi inadatti alla piovosa notte americana e alla dura notte sulla strada. Comunque mi presero a bordo, e mi portarono indietro fino a Newburgh che era un’alternativa migliore rispetto a quella di restare intrappolato nel nulla di Bear Mtn tutta la notte. “Inoltre disse l’uomo non passano auto sulla six...se vuoi andare a Chicago farai meglio ad attraversare l’Holland tunnel a NY e poi prendere per Pittsburgh” e sapevo che aveva ragione. Era il mio sogno che andava a farsi fottere, la stupida idea da pantofolaio che sarebbe stato meraviglioso seguire una grande linea rossa da una parte all’altra dell’America invece di provare varie strade e percorsi. Eccola la mia tragica route Six--e non era nemmeno tutto, per giunta. A Newburgh non pioveva più. Camminai giù fino al fiume, e tra le altre cose fui costretto a tornare a NY in autobus con una delegazione di insegnanti reduci da un weekend sulle Mont.- - chiacchiere e bla-bla-bla per tutto il viaggio e io che imprecavo per il tempo e il denaro che avevo sprecato e mi dicevo “Volevo andare a ovest e invece ho passato un giorno e una notte ad andare su e giù, nord e sud, come un meccanismo che non riesce a mettersi in moto.” E giurai che sarei arrivato a Chicago l’indomani mattina; e per sicurezza presi un autobus per Chicago, spesi quasi tutti i soldi che avevo, non me ne fregava niente, mi importava solo di essere nella maledetta Chicago il giorno dopo. L’autobus partì alle 2 del mattino dalla stazione sulla 34a St. sedici ore dopo che l’avevo più o meno incrociato salendo verso la Route Six. E ora il mio stupido culo veniva timidamente portato a ovest. Ma almeno finalmente avevo preso quella direzione. Non descriverò il viaggio per Chicago, fu un comunissimo viaggio in autobus con bambini piagnucolosi e a tratti sole caldo e gente di campagna che saliva città dopo città in Penn,2 e così via, finché non arrivammo nella pianura dell’Ohio e cominciammo a correre davvero, su oltre Ashtabula e dritti nella notte verso Chicago passando per l’Indiana. Arrivai a Chicago la mattina presto, presi una stanza allo Y,3 e andai a letto con pochissimi dollari in tasca per colpa della mia idiozia. Dopo una bella dormita andai a esplorare Chicago. Il vento del Lago Michigan, la stradale, il bop al Loop, le lunghe passeggiate dalle parti di So. Halsted e No. Clark e una lunga passeggiata dopo mezzanotte nei quartieri malfamati dove un’auto della polizia mi seguì come fossi un sospetto. A quei tempi, nel 1947, il bop impazzava in tutta l’America, ma non era ancora quello di oggi. I ragazzi del Loop suonavano, ma con un’aria stanca, perché il bop era a metà strada tra il periodo Ornithology di Charley Parker e un altro periodo inaugurato da Miles Davis. E mentre me ne stavo là seduto ad ascoltare quel sound della notte che è ormai il bop per tutti noi, pensavo ai miei amici sparsi per il paese e a come in realtà fossero tutti nello stesso cortile ad agitarsi in preda a una frenetica convulsione. E per la prima volta nella mia vita, l’indomani pomeriggio, raggiunsi il West. Era una giornata calda e perfetta per l’autostop. Per uscire dagli impossibili meandri del traffico di Chicago presi un autobus fino a Joliet, Illinois, passai davanti al penitenziario di Joliet, e mi sistemai appena fuori città, dopo una passeggiata per le ombrose e sconnesse strade di periferia, che mi indicavano la via. Da New York a Joliet in autobus, e mi restavano quasi 20 dollari. Il primo passaggio me lo diede un camion carico di dinamite con una bandierina rossa, quasi trenta miglia dentro il grande e verde Illinois, e il camionista mi indicò il punto in cui la Route 6 che stavamo percorrendo intersecava la Route 66 prima che entrambe schizzassero a ovest per distanze incredibili. Verso le tre del pomeriggio dopo una fetta di torta di mele con gelato in un chiosco lungo la strada una donna si fermò a bordo di una piccola coupé. Con uno slancio di gioia erotica corsi verso l’auto. Ma era una donna di mezz’età, madre di figli miei coetanei, e cercava un compagno di viaggio per l’Iowa. Fantastico. Iowa! non troppo lontano da Denver, e una volta arrivato a Denver potevo rilassarmi. Guidò lei per qualche ora; a un certo punto insistette per visitare una chiesa antica non so dove, come se fossimo turisti, poi presi io il volante, e anche se non sono un granché alla guida proseguii fino al confine dell’Illinois e poi a Davenport, Iowa, passando per Rock Island. E qui per la prima volta nella mia vita vidi il mio amato Fiume Mississippi---asciutto nella foschia estiva, quasi in secca, con quell’intenso e penetrante odore che sembra l’odore del corpo nudo dell’America perché la lava tutta. Rock Island---rotaie, baracche, il piccolo centro; e oltre il ponte fino a Davenport, stesso tipo di città, tutta odore di segatura nel caldo sole del Midwest. Qui la donna doveva deviare verso la sua città nell’Iowa; e io scesi. Il sole tramontava. Mi avviai, dopo qualche birra ghiacciata, verso la periferia della città, e fu una lunga camminata. Tutti gli uomini tornavano dal lavoro in auto..con berretti da ferroviere, berretti da baseball, berretti di ogni genere, come in qualsiasi altra città dopo il lavoro. Uno di loro mi diede un passaggio su per la collina e mi lasciò a un bivio solitario al limitare della prateria. Era bello quel posto. Dall’altra parte della strada c’era un Motel, il primo dei molti motel che avrei visto nel West. Le sole auto che passavano erano auto di contadini, mi lanciavano occhiate sospettose, proseguivano sferragliando, le vacche rientravano nella stalla. Nessuna traccia di camion. Qualche auto sfrecciò via. Un ragazzo a bordo di un’auto truccata filò via con la sciarpa sventolante. Il sole tramontò del tutto e io restai solo nell’oscurità violacea. Ora avevo paura. Non c’erano nemmeno luci nella campagna dell’Iowa; in men che non si dica nessuno sarebbe più riuscito a vedermi. Per fortuna un uomo che tornava a Davenport mi diede un passaggio giù in città. Ma ero di nuovo al punto di partenza. Andai a sedermi alla stazione degli autobus e mi misi a pensare. Mangiai un’altra fetta di torta di mele con gelato, praticamente non mangiai altro durante il viaggio da un capo all’altro del paese, sapevo che era nutriente e ovviamente era deliziosa. Decisi di rischiare. Presi un autobus nel centro di Davenport, dopo aver passato mezz’ora a guardare una cameriera al caffè della stazione, e scesi alla periferia della città, ma stavolta vicino alle aree di servizio. I grossi camion passavano rombando, vrrummm, e due minuti dopo uno si fermò sferragliando a raccogliermi. Corsi verso di lui pazzo di gioia. E che guidatore...un camionista grande grosso e rude con gli occhi sporgenti e la voce rauca che a suon di pugni e pedate rimise in moto il suo bestione praticamente senza guardarmi così potei riposare un po’ la mia anima stanca...perché una delle maggiori seccature dell’autostop è che bisogna parlare con innumerevoli persone, convincerle che non hanno sbagliato a prenderti su, addirittura intrattenerle in un certo senso, il che è una gran fatica quando fai una tirata unica senza fermarti a dormire negli alberghi. L’omone urlava sopra il rombo del motore e io dovevo urlare di rimando, e ci rilassammo. E cavalcò il suo bestione fino a (Rapid City Iowa) strillandomi storie esilaranti su come fregava l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Stavolta veloce: Jack Kerouac e la composizione di “Sulla strada” di Howard Cunnell
  4. Riscrivere l’America: Kerouac e la nazione dei “mostri sotterranei” di Penny Vlagopoulos
  5. «Nel cuore delle cose»: Neal Cassady e la ricerca dell’autentico di George Mouratidis
  6. «La linea retta ti condurrà solo alla morte»: il rotolo originale e la teoria letteraria contemporanea di Joshua Kupetz
  7. Cenni bibliografici
  8. Ringraziamenti
  9. Nota al testo
  10. ON THE ROAD. Il “rotolo” del 1951
  11. Appendice
  12. Note del traduttore
  13. Postfazione di Fernanda Pivano
  14. Copyright