Il rinomato catalogo Walker & Dawn
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Il rinomato catalogo Walker & Dawn

  1. 328 pagine
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Il rinomato catalogo Walker & Dawn

Informazioni su questo libro

Te Trois, Eddie, Tit e Julie non potrebbero essere piu diversi, e neppure piu amici. In comune hanno un catalogo di vendita per corrispondenza, tre dollari da spendere e una gran voglia di scoprire il mondo. E quando, anziche la rivoltella che hanno ordinato, arriva un vecchio orologio che nemmeno funziona, i quattro non ci pensano due volte e partono verso Chicago, per farselo cambiare. Fra un treno merci e un battello a vapore sul Mississippi, si troveranno alle prese con un cadavere nelle sabbie mobili, imbroglioni e bari di professione, poliziotti corrotti, cattivi che sembrano buoni e buoni che non lo sono affatto… per non parlare di un delitto irrisolto e di molti, molti soldi! Un'avventura con quattro protagonisti che avrebbero potuto essere i migliori amici di Tom Sawyer.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852072383
Print ISBN
9788804660934
PARTE 1

IL BAYOU

1

ESCA DEL PESCE FANTASMA

Esca del pesce fantasma
Tutto cominciò con l’assassinio di Mister Darsley.
Anzi no. A pensarci bene, tutto cominciò qualche settimana prima, il pomeriggio in cui finimmo di costruire la canoa.
Era proprio una bella canoa. Avevamo cercato l’albero giusto per mesi, finché non avevamo trovato un grande cipresso robusto che cresceva in acque fonde. L’avevamo abbattuto a colpi d’accetta (o almeno, l’avevo fatto io e un pochino anche Julie, mentre Eddie si lamentava che una femmina non dovrebbe tagliare gli alberi e Tit ci guardava senza dire niente. Non che Tit dica mai qualcosa, per la verità).
Dopo aver tagliato il cipresso avevamo scavato il tronco per ricavarci quattro posti comodi per noi, e avevamo piallato lo scafo e l’avevamo passato con la sabbia dall’inizio alla fine, strofinando fino a farci venire fuori il sangue dalle mani.
C’erano voluti dei mesi per finire il lavoro, anche perché avevamo deciso di custodire la canoa nel Rifugio, e il Rifugio era piuttosto lontano da casa e io potevo andarci solo al tramonto o quando la mamma mi dava il permesso. Cioè quasi mai.
Quel pomeriggio, per dire, avevo deciso di scappare. Avevo raccontato alla mamma che dovevo andare alla fattoria dei Fabron per aiutarli a riparare il fienile, e invece ero corso subito al Rifugio.
Era una capanna che io e gli altri della banda avevamo costruito l’estate precedente. Stava proprio ai margini del bayou, la grande palude, ed era tutta nascosta da un intrico di liane penzolanti, e da sciami di zanzare grosse come rondini.
Il Rifugio non era poi granché, aveva il tetto sbilenco e il pavimento in terra battuta, ma nessuno sapeva che c’era a parte noi ed era questa la cosa più bella. Pian piano lo avevamo arredato con un mucchio di roba utile, e ci si poteva arrivare in barca oppure superando il Ponte Fragile e un tratto di sabbie mobili pericolosissimo, dove si diceva che fossero morte decine di persone.
Anche per questo amavo quel posto. Ogni volta, arrivarci era un’avventura (e poi ovviamente noi conoscevamo il passaggio segreto di terra stabile, nascosta nel pantano).
Comunque sia arrivai alla capanna poco dopo l’ora di pranzo e trovai Julie e Tit che stavano già lavorando alla canoa, per finire gli ultimi ritocchi.
Julie e Tit erano fratelli, ma chi non li conosceva bene non l’avrebbe mai potuto scoprire.
Julie aveva la mia età ed era molto bella. Non dico che ne ero innamorato o roba simile, ma era proprio una cosa che capivano tutti, e infatti in paese la chiamavano Jolie che significa “bella”. Jolie Julie. Joju. Aveva i capelli rossi e le lentiggini, gli occhi scuri e i denti con una buffa fessura sul davanti.
Tit invece aveva la pelle color cioccolato e i capelli riccissimi. Era piccolo, non solo perché era piccolo d’età ma anche perché era proprio uno scricciolo, e per questo tutti lo chiamavano Petit che significa appunto “piccolo”.
Julie era bianca e Tit era nero, e il fatto che comunque erano fratelli rendeva la madre di Joju una poco di buono e una sgualdrina, come diceva mio fratello Chuck, e secondo lui era per questo che Tit era venuto fuori mezzo scemo.
Ma io sapevo che erano tutte balle: Tit era molto intelligente, altroché. Solo che preferiva non parlare. Guardava, ascoltava, e stava sempre zitto. Forse aveva capito che quelli che parlano molto sono gli sciocchi.
Per dire, mio fratello Chuck non gli riusciva di star zitto un momento.
Tit se ne stava seduto su un vecchio ceppo, e Julie lavorava con il coltello lungo sullo scafo della canoa. Stava finendo di inciderci sopra il nome, EFFRAYANTE e cioè “la Terribile”.
Io non li salutai nemmeno, invece senza fare rumore entrai nel Rifugio che puzzava di umido e di fango marcito. Joju aveva lasciato per terra la sua borsa di canapa, e io ci frugai dentro e trovai del tabacco trinciato e mi preparai una bella pipata.
Poi uscii e mi sedetti davanti al Rifugio con la pipa, sorridendo tutto beato. Fu allora che Tit si accorse di me, l’ho detto che è intelligente, e mi puntò il dito contro.
Julie smise di lavorare e si asciugò la fronte sudata con un lembo della gonna, rivelando per un attimo due gambe pallide che mi rimescolarono dentro. A volte Joju aveva questo potere su di me.
«Te Trois!» gridò. «Chi ti ha dato il permesso di prendere il mio tabacco?»
Te Trois sono io, infatti mi misi a sogghignare come un diavolo dei crocicchi e saltai in piedi.
«Dai su» risposi «la pipa non l’ho manco accesa. Invece lasciami il coltello, se no finiamo domani mattina.»
Ma figurarsi se Joju era disposta a lasciarmi il coltello, neanche morta, e così dopo aver insistito un po’ non mi restò che rassegnarmi e mettermi a piallare il remo.
Intanto era arrivato anche Eddie. Eddie Grillo o Eddie Occhiostorto, il mio migliore amico. Aveva un anno più di me ed era bello alto, ma era anche magrolino e infatti lo battevo sempre nella lotta. Aveva i capelli biondi, del colore stopposo della canna da zucchero, e un paio di vecchi occhiali con le asticelle tenute su con lo spago. Nel bayou nessuno aveva gli occhiali tranne Eddie, perché suo padre era il dottore ed era andato a comprarglieli apposta fino a New Orleans.
«Non mi sento tanto bene» esordì Eddie, sedendosi sul ciocco di legno accanto a Tit. «Credo di avere la febbre.»
Eddie aveva sempre la febbre. Stava male in continuazione, e quando delirava diceva che sentiva le voci della palude e poteva capire il linguaggio segreto degli animali, anche se era chiaro che erano tutte fanfaronate.
Fatto sta che quando diceva di avere la febbre non c’era verso di costringerlo a lavorare, così io e Julie ci guardammo negli occhi e finimmo la canoa da soli, e ci vollero alcune ore ma prima del tramonto era pronta ed era una vera bellezza, una barca precisa che poteva battere in velocità i vascelli oceanici, poco ma sicuro.
Ovviamente siccome la canoa l’avevo costruita io spettava a me metterla in acqua, ma Joju non voleva saperne e Eddie nemmeno, e Tit per qualche motivo era già salito a bordo e non si riusciva a farlo scendere.
Così alla fine decidemmo di inaugurarla tutti quanti insieme, e spingemmo la canoa in acqua e galleggiava bene e anzi stava più alta del previsto, e ci saltammo sopra uno alla volta. Io mi sistemai in piedi e cominciai a remare a colpi lenti, schivando gli isolotti di quella parte del bayou e i tronchi sommersi che affioravano come dita dall’acqua stagnante.
Era una giornata calda come un forno, e umida, con il sole che restava imprigionato tra le foglie e colorava la palude di ombre spezzate.
Remai finché il Rifugio non sparì da qualche parte dietro di noi, poi mi stancai e mi sedetti per fumare la pipa che non avevo ancora acceso da prima.
«Passala a me» disse Joju. «Dopotutto è il mio tabacco.»
«Io invece non fumo perché ho la febbre» disse Eddie.
Mentre Joju accendeva la pipa preparai le canne da pesca con la mia famosa esca del pesce fantasma, che avevo costruito io, ma che era più bella di quelle del Catalogo.
«Attento» disse Eddie. «Questa zona del bayou è pericolosa, sento strani sussurri nell’acqua.»
«Non è vero» disse Joju.
«Invece sì» rispose Eddie. «Sussurri e mormorii e fischi. Secondo me sono dei mocassini, e sono centinaia.»
I mocassini acquatici sono serpenti molto pericolosi e se ti mordono rischi di morire. Ma io non pensavo che ce ne fossero davvero centinaia come diceva Eddie, e poi la mia esca del pesce fantasma non era roba da attirare i serpenti.
Però qualche pesce gatto sì, e magari bello grosso.
Così lanciai la lenza e mi misi comodo ad aspettare, chiacchierando del più e del meno con gli altri.
Eddie raccontò che quella notte la signora Boucher aveva avuto le doglie ed era nata una femminuccia, ma era nata con sei dita della mano sinistra e questo era segno di sventura. Mai saputo di qualcuno che credeva a tante scemenze come Eddie Grillo.
Joju invece disse che aveva quasi catturato una tartaruga gigante, che per poco non le aveva strappato un piede con un morso. Se una cosa simile l’avesse detta un’altra ragazza avrei pensato che stava inventando tutto, ma conoscevo Joju e se lo diceva lei, era vero.
In quel momento la canna diede uno strappo e per poco non cadde fuori dalla canoa, ma io la afferrai giusto in tempo.
«Ho preso qualcosa!» annunciai. «Da come tira deve essere un vero mostro!»
Eddie si alzò per darmi una mano, ma gli ordinai di non muoversi, ci mancava solo che facesse ribaltare la canoa e spedisse tutti in acqua. Dopotutto i mocassini potevano esserci davvero.
Invece mi piazzai a gambe larghe, strinsi bene la canna e tirai preparandomi a una lunga lotta. Era un pesce gatto enorme, poco ma sicuro. Il più grande pesce gatto mai visto da quel lato del bayou.
Ma mi sbagliavo. L’esca tornò in superficie al primo strattone, e appeso all’amo non c’era nessuna preda ma un barattolo bucato e sporco di fango.
«Puah! È solo una latta di zuppa di pomodoro, buttala via» disse Eddie.
«Scemo» rispose Julie. «Quella latta ci può essere utile, possiamo farci una lanterna per il Rifugio.»
«Così veniamo qui anche di notte» suggerii.
«Ma di notte ci sono i folletti» squittì Eddie.
«Non è vero» disse Joju.
«Sì che ci sono» continuò Eddie. «Girano per la palude come fiamme azzurrine sull’acqua.»
Quei due rischiavano di mettersi a litigare, ma il piccolo Tit mugolò qualcosa, allungò le dita e afferrò per primo il barattolo. Che tintinnò.
«Dai qua, fai vedere» dissi io.
Tolsi la latta dalle mani del ba...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PARTE 1. Il bayou
  4. PARTE 2. Il fiume e la strada
  5. PARTE 3. La città
  6. PARTE 4. La grande casa
  7. Ringraziamenti
  8. Copyright