Siamo stati in silenzio, siamo stati un casino "Ci sono persone che dopo un po', non riescono più a farsi ascoltare, anche se urlano, persone che non hanno più nulla da dirsi e continuano a stare insieme nonostante tutto, perché Credono nelle sconfitte incoraggianti. Che poi l'errore sta nel credere di essere simili solo perché si è stati vicini. Coppie che ricordano l'Inghilterra e l'Australia, paesi affini nelle tradizioni forse, nelle abitudini, dove si parla la stessa lingua, ma che si trovano comunque in due continenti diversi."
Di questo parla Distefano nel suo nuovo romanzo: di Enrico e Irene, che provano a stare insieme, si dicono "ti amo" senza sapere davvero cosa significhi e restano sempre un passo indietro l'uno rispetto all'altro. E di Gianluca e Alda, i genitori di Enrico, due che si sono ostinati ad amarsi a tutti i costi, fino al punto di farsi solo del male. Per rendersene conto quando ormai è troppo tardi, quando l'amore si è trasformato in indifferenza, il suo contrario.
In Prima o poi ci abbracceremo, con le sue frasi brevi, musicali e cariche di immagini, l'autore compie "l'autopsia" di due storie d'amore disfunzionali. E nel ripercorrere le cause della loro morte cerca di capire la vera natura del sentimento che più ci tiene vivi: l'amore.

- 200 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Prima o poi ci abbracceremo
Informazioni su questo libro
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Eri una Pace violenta
Lambrate è poco illuminata.
Tu abiti qui.
La notte è silenziosa qui.
Chissà quante volte avrai guardato questa rotonda e aspettato questi autobus.
Tu che amavi così tanto camminare, sicuramente sarai scesa a compromessi per esplorare questa città troppo grande anche per te.
C’è poca gente in giro.
Fumo, mi trema la mano.
Sono teso.
Penso a tutto per cercare di non pensarti, ma tu sei tutto e in tutto.
Prendo il telefono dalla tasca.
Scrivo a tua sorella “sono qui, poi ti dico” e intanto rileggo il suo messaggio: “Arrivi a Milano Centrale, prendi la metro verde, scendi alla fermata Lambrate, da lì a casa sono cinque minuti a piedi, stammi bene e buona fortuna. P.S. Tienimi aggiornata”.
Ogni passo pesa.
Ho paura, come chi va in guerra da solo.
Il cuore corre, io cammino piano.
“Lei è a casa, le ho appena scritto. Buona fortuna Enrico. P.S. Manuel non c’è.”
In pochi mi chiamano Enrico. Tu mi chiamavi “ehi”, “mi ascolti?”, “vieni qui”.
Io ti chiamavo Ire oppure Pace, in base ai momenti.
erI una pace violenta.
Chissà com’è arredata casa tua, se c’è qualcosa di mio che dici che è tuo e lo sai solo tu. Qualcosa che ti ricorda il mio nome.
Sono in ansia, come la prima volta che abbiamo fatto l’amore.
Mi tratterai allo stesso modo quando mi vedrai?
Io ti dicevo in continuazione “stai tranquilla, se vuoi mi fermo”.
Tu no, tu non mi tratterrai.
27.
Questo è il tuo palazzo. Faccio un passo indietro, socchiudo gli occhi e cerco di capire quale potrebbe essere la tua finestra.
Se sei sola.
Ma da qui è impossibile capirlo.
Suono un citofono a caso.
“Chi è?”
“Scusi ho scordato le chiavi potrebbe aprirmi?”
Quando scordavo le chiavi da piccolo, lo facevo sempre. I miei vicini di casa ormai avevano capito che ero io, perché ero l’unico del palazzo con quella voce così giovane e che dimenticava le chiavi così spesso. Di notte, addirittura qualcuno lasciava la porta aperta per non essere disturbato. Papà la sera dopo cena non c’era quasi mai perché usciva, e mamma, se la disturbavo, poi per giorni mi rimproverava. Lei era una che le cose te le ripeteva anche cento volte. E pur di non sentirla ci sono state volte che ho dormito fuori dal portone.
Il portone scatta.
Hanno esitato un po’, prima di aprire.
Salgo le scale, mi fermo a ogni porta e controllo il nome sulla targhetta, senza accendere la luce.
Secondo piano.
Vitale.
Tu abiti qui.
Premo il campanello senza pensarci, perché ho paura di tornare indietro.
“Perché suoni? Non hai preso le chiavi?”
Le tue parole attraversano la porta blindata. La tua voce mi è così famigliare che vorrei risponderti “no! Le ho lasciate a casa”.
Ma non parli con me. Io non sono nemmeno più un’idea.
Apri.
Hai un’espressione sconcertata. Tieni gli occhi fissi su di me e io non so dove guardare.
Sei appoggiata alla porta e la socchiudi un po’, come se fosse uno scudo.
Per un po’ nessuno dice niente. È un silenzio che avevo previsto.
Porti al collo delle grandi cuffie. Cosa stavi ascoltando?
Hai capelli più corti che ti finiscono lo stesso sugli occhi. Sei dimagrita.
Ti accorgi che guardo il tuo corpo e ti fai vedere il meno possibile. Ora intravedo solo un ginocchio.
Finalmente hai trovato un posto dove nessuno ti dice quanto devi mangiare. Dove nessuno ti chiede perché ti chiudi in bagno.
Ma lui ti guarda?
Non nota che perdi le foglie?
È come se dentro di te fosse autunno.
Hai una maglia che ti arriva sotto le ginocchia.
Mani piccole.
Avevi progetti grandi.
Così bella che ti vorrei solo per me.
“Mi spieghi che ci fai qui?” dici con sufficienza. “Non sperare che ti faccia entrare.”
Credevo che mi avresti chiuso la porta in faccia e invece sei ancora qui, mi guardi in attesa che dica qualcosa, che ti dia un motivo per farlo.
“Non voglio entrare” rispondo con qualche ferita addosso.
Sospiri con aria di sfida.
“E allora che sei venuto a fare?” Alzi il tono quanto basta per tenermi lontano e non disturbare i vicini.
Per te la vita è sempre stata così: o dentro o fuori, sì o no, bianco o nero, o di sinistra o di destra. Non esistono mezze misure, per te.
La suoneria del tuo cellulare copre i nostri brevi silenzi, come in passato.
Per un attimo, non è cambiato niente.
Ti stanno scrivendo su WhatsApp.
“Non serve che alzi la voce, ti ho semplicemente portato una cosa, ora me ne vado.”
Abbassi gli occhi e li allontani.
Chissà a cosa stai pensando.
“Ire, non è un regalo, so che convivi con lui.”
Non lo so dire il suo nome.
Annuisci.
“Va bene” dici in fretta, come a voler cambiare discorso.
Ti allungo la busta.
La prendi.
Le nostre mani si sfiorano.
Tu eviti il contatto.
“Che cos’è?” chiedi e spalanchi un po’ gli occhi.
Ti sposti i capelli dietro l’orecchio e la porta non ti fa più da scudo, perché hai le mani occupate. Sei davvero dimagrita, ma che io ti guardi non t’importa più.
“Se ti va, leggi” dico e mi volto verso le scale per andarmene, ma la tua voce mi segue.
“Aspetta... come stai?”
Io sto che giro intorno alle cose e non arrivo mai al punto. Sto che vorrei un po’ di libertà e trovo so...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prima o poi ci abbracceremo
- Poi non ci siamo parlati più
- Tu per me non sei nessuno
- Siamo conseguenze
- Avevi grandi progetti e mani piccole
- Basta voler stare insieme per riuscirci
- Winston blu
- L’amore parla piano
- A Parigi la primavera non esiste
- Mi chiamo Enrico Pezzi
- Di più non so
- Io ero un tre, tu un nove
- Non so dove, ma insieme
- Sei il passato che ho addosso
- Se sapessi cosa mi manca, avrei tutte le risposte
- Tu valevi di più
- Mi hai in pugno, ti ho nel cuore
- Non soffrire per me, ci penso io
- Ti avrei amata anche senza amore
- Morirò e non finirò sui giornali
- Si sono arresi
- L’amore è esserci, la felicità è accompagnare
- L’amore non promette risultati
- Finché la vita ci unisce
- Siamo stati in silenzio, siamo stati un casino
- Quando mi guardavi contavo qualcosa
- Stare male non cambia il risultato
- C’è un particolare che tengo sempre per me
- In amore nessuno dovrebbe perdere
- Ti amo anche se non vorrei averne voglia
- Il sesso non è un peccato, il peccato è lasciarsi per il sesso
- Sono quella parte di te che non sa aspettare
- Confondevo il tabellone degli arrivi con quello delle partenze
- Quei bravi ragazzi
- L’amore è indipendenza
- Io non sono uno sbaglio
- Il meglio ce l’avevi tra le mani
- A volte i figli si fanno per giustificare le relazioni
- Buona fortuna Enrico
- Forse non ci sono nemmeno io
- Eri una Pace violenta
- Manchi di più a me
- Prima o poi ci abbracceremo
- Fumi sempre le stesse sigarette
- Ciao Irene
- 13 Giugno 2015
- Ringraziamenti
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