Niente inizia e niente finisce. Il sole sorge e tramonta ogni giorno, le stagioni vanno e vengono. I giorni, i mesi e gli anni vedono alternarsi sole, pioggia, grandine, vento, neve e ghiaccio. Le foglie cadono ogni autunno e spuntano ogni primavera. La terra ruota nell’immensità dello spazio. L’erba va e viene con il calore del sole. Le fattorie e le greggi restano, più della vita di una singola persona. Nasciamo, viviamo, lavoriamo e moriamo, spazzati via come le foglie di quercia portate dal vento sulla nostra terra in inverno. Ciascuno di noi è una minuscola parte di qualcosa che permane, qualcosa che è solido, reale e vero. Il nostro stile di vita rurale ha radici che affondano da oltre cinquemila anni nel suolo di questa regione.
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Sono nato verso la fine del luglio 1974 in un mondo che ruotava attorno a un vecchio e alle sue due fattorie. Era un fiero allevatore di nome William Hugh Rebanks, «Hughie» per gli amici, «nonno» per me. La sua barba ispida ti graffiava il volto quando gli davi il bacio della buonanotte. Puzzava di pecore e bestiame e aveva un unico dente ingiallito, ma sapeva spolpare una costoletta d’agnello come uno sciacallo.
Aveva tre figli: due femmine, che avevano sposato dei bravi allevatori, e mio padre. Papà era il più giovane, quello destinato a portare avanti la fattoria. Io ero il nipote più piccolo, ma l’unico che portava il suo cognome. Dai miei primi ricordi fino al giorno della sua morte, ho sempre ammirato mio nonno. Anche da piccolo, vedevo che era il re del suo regno, come un patriarca biblico. Non si levava mai il cappello per nessuno. Non si faceva dare ordini da nessuno. Viveva una vita modesta ma era libero, orgoglioso e indipendente, con un portamento che ti faceva capire che si trovava al suo posto nel mondo. Nei miei primi ricordi c’è lui, e la consapevolezza che un giorno avrei voluto essere esattamente come lui.
Viviamo e lavoriamo nella nostra piccola fattoria sulle colline del lontano Nordovest dell’Inghilterra, nel Lake District. Siamo in una valle chiamata Matterdale, situata tra i primi due fells (montagne) smussati che compaiono alla vostra sinistra quando andate verso ovest lungo la strada principale da Penrith. Dalla cima della montagna dietro casa nostra si può vedere la Scozia, a nord, oltre il luccichio argentato del lontano estuario del Solway. Ogni anno, all’inizio dell’estate, salgo in cima a questa montagna e mi concedo una mezz’ora in cui mi siedo insieme ai miei cani e contemplo la visuale. A est si possono vedere i Pennini, la spina dorsale dell’Inghilterra, con i bei pascoli dell’Eden Valley che si aprono più in basso. Sorrido al pensiero che l’intera storia della nostra famiglia si è svolta nei campi e nei villaggi che si estendono ai piedi di questa montagna, tra il Lake District e i Pennini, per almeno sei secoli e probabilmente anche più. Abbiamo plasmato questo paesaggio e lui a sua volta ha plasmato noi. I miei antenati hanno vissuto, lavorato e sono morti là sotto per generazioni e generazioni. Questa terra è quella che è grazie a loro e a quelli come loro.
È, soprattutto, una terra popolata. Ogni ettaro è stato scolpito dall’operato di uomini e donne nel corso dei diecimila anni precedenti. Anche le montagne erano crivellate di miniere e punteggiate di cave; un tempo il terreno boschivo apparentemente selvaggio che c’è dietro di noi era sfruttato e tagliato in modo intensivo. Quasi tutte le persone a cui sono imparentato e a cui voglio bene vivono nei dintorni di questa montagna. Quando la chiamiamo la «nostra» terra, ci riferiamo a una realtà sia fisica, sia mentale. Non è una questione di scelte. Questa terra è la nostra casa, raramente ci allontaniamo o resistiamo a lungo altrove prima di fare ritorno. Qualcuno potrebbe dire che è per mancanza d’immaginazione o di spirito di avventura, ma non m’importa. Amo questo posto; per me rappresenta il mondo intero, e ogni altro luogo non mi dice nulla.
Da questa montagna vedo un territorio forgiato dal lavoro di uomini in gran parte dimenticati. È un artefatto unico, un paesaggio diviso e definito da campi, muretti, siepi, fossati, strade, ruscelli, canali, fienili, cave, boschi e sentieri. Vedo i nostri campi e i mille lavori che dovrei fare invece di stare a poltrire quassù. Vedo alcune pecore che scavalcano un muretto per entrare in un campo di fieno, e so che dovrei smetterla di perdere tempo, di fantasticare come un dannato poeta o un turista, che dovrei rimboccarmi le maniche. A ovest vedo i massicci del Lake District, spesso coperti di neve per metà dell’anno; dal più alto di questi si può vedere il mare d’Irlanda. Verso sud le montagne coprono la visuale, ma so che dall’altra parte si apre il resto dell’Inghilterra. Il Lake District è relativamente piccolo, con un’area di soli 2000 km2 circa. Così, se guardaste la nostra regione dallo spazio, vedreste che ci troviamo al margine orientale di un piccolo gruppo di vallate montane. La nostra valle è piccola, anche per gli standard del Lake District: un bacino di terreni e campi recintati, circondato da montagne e punteggiato da piccole fattorie. Per attraversarla in macchina da un’estremità all’altra bastano cinque minuti. Guardo i terreni dei miei vicini sull’altro lato della valle, a un chilometro e mezzo di distanza, e posso sentirli radunare le loro pecore sui pendii. La valle dove viviamo e lavoriamo si allunga sotto di me come le mani a coppa di un vecchio.
C’è qualcosa di questo paesaggio che la gente ama. D’estate quasi tutti lo troverebbero straordinariamente verde e rigoglioso. È un «paesaggio pastorale» e «temperato», un luogo di piogge abbondanti ed estati calde: un ottimo posto, quindi, perché in estate cresca l’erba. Come gli scrittori hanno notato da tempo, è un paesaggio intimo e a dimensione umana. Fattorie imbiancate a calce abbracciano i pendii appena sotto gli antichi terreni comuni dei fells. Altre fattorie, compresa quella dove viveva mio nonno, costellano il fondovalle in posizioni rialzate, o pianori, che spuntano tra i giunchi dei terreni paludosi. La nostra è una delle forse trecento famiglie di allevatori che tengono viva questa terra e il suo antico stile di vita.
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Mio nonno era nato nel 1918 in una famiglia di pastori del tutto anonima e ordinaria, che all’epoca viveva e lavorava per lo più nel cuore dell’Eden Valley. Le testimonianze scritte, per quello che valgono, indicano che i suoi avi avevano battagliato per generazioni e generazioni, assurgendo di tanto in tanto al rango di agricoltori relativamente benestanti, prima di risprofondare nella condizione di fittavoli, braccianti, o di finire all’ospizio per i poveri, se non peggio. La narrazione scritta termina con un documento illeggibile del XVI secolo che parla di nascite, morti e matrimoni, conservato negli archivi parrocchiali dei villaggi vicini a dove tuttora vivono e lavorano i loro discendenti. Mio nonno, semplicemente, fa parte di quella vasta, silenziosa e dimenticata maggioranza di persone che hanno vissuto, lavorato, amato e sono morte senza lasciare molte tracce scritte della loro presenza. Sostanzialmente era, come lo siamo noi discendenti, un perfetto sconosciuto per il resto del mondo. Ma è questo il punto. Le terre come la nostra sono state create, e sopravvivono, grazie agli sforzi di perfetti sconosciuti. Per questo a scuola ero rimasto così scioccato dalla versione della storia che ci veniva raccontata. Questa è una terra di genti umili e lavoratrici. La vera storia della nostra terra dovrebbe essere la storia dei suoi perfetti sconosciuti.
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La sveglia vibra sul comodino. Allungo una mano e la spengo: le quattro e trenta del mattino. Ero mezzo sveglio, comunque. La stanza è già rischiarata dalle prime luci dell’alba. Vedo la spalla di mia moglie, la sua gamba piegata sopra il lenzuolo e mio figlio di due anni sdraiato in mezzo a noi, dov’è venuto a rannicchiarsi durante la notte. Esco senza fare rumore, arraffando i vestiti. Presto sorgerà il sole oltre il ciglio della montagna.
In cucina, tracanno un cartone di latte. Mi vesto meccanicamente, mezzo addormentato. Ho ancora mezz’ora prima dell’appuntamento al cancello della montagna. Andiamo a radunare il gregge per la tosatura. La mia mente spunta le voci da una lista come se avesse una specie di pilota automatico.
Vestiti giusti: fatto.
Colazione: fatto.
Panini: fatto.
Scarponi: fatto.
Quando arrivo al fienile, i miei cani Floss e Tan saltano, si agitano e guaiscono finché non li slego. Sanno che andremo in montagna. Do loro da mangiare, così che più tardi avranno le energie necessarie. Un pastore non è niente senza un bravo cane, o dei bravi cani. Le pecore di montagna sono semiselvatiche, sanno fiutare la debolezza, si metterebbero a scappare e a seminare il caos senza bravi cani da pastore. A differenza dei cani, gli uomini non possono arrivare in molti posti, come dirupi e ghiaioni rocciosi, per acciuffare le pecore. Quando esco, Tan si precipita verso la porta del fienile e salta sul quad. Floss lo segue.
Dare da mangiare ai cani e prenderli: fatto.
Quad: fatto.
Benzina: fatto.
Le rondini schizzano fuori dalla porta del fienile, disturbate dai cani. Hanno messo le piume un paio di giorni fa e ora intere famiglie volano fuori verso i campi, dove volteggiano tutto il giorno come falchi sopra l’erba e i cardi.
Lingue di luce rosa e arancione cominciano a strisciare lungo i versanti della montagna. È l’alba.
Sono i giorni più caldi dell’estate. Mentre procedo lungo la strada, sento il calore salire dall’asfalto. Sole. Polvere. Mosche. Cieli blu. Nelle ore centrali del giorno fa troppo caldo per spostare le pecore, cosa che ci era sembrata impensabile negli ultimi otto o nove mesi di clima freddo e umido. Entro mezzogiorno le pecore sarebbero affannate o nascoste dentro a fessure e crepacci in cerca d’ombra, e ce ne sfuggirebbero parecchie. Fa troppo caldo anche per i cani. Rischi di ucciderli, obbligandoli a faticare con il caldo e l’umidità. Per questo facciamo in modo di cominciare presto e di finire prima che il sole sia alto nel cielo.
Fino a ieri sera non sapevo che saremmo andati a radunare le pecore. Ero nella vasca da bagno quando è squillato il telefono. Mia moglie me l’ha portato e ho fatto finta di non essere in bagno. Era il mio vicino Alan, un allevatore più anziano e molto rispettato che ha un mucchio di pecore in montagna e fa questo mestiere da molto più tempo di me. È il capo, il saggio del gruppo, se vogliamo, e organizza il lavoro collettivo dei commoners, di quelli cioè che hanno diritto allo sfruttamento delle terre comuni. Coordinare i pastori di montagna non è facile, e non lo invidio nemmeno un po’. È un uomo di poche parole.
«Domani raduniamo le pecore.»
«Ok.»
«Fatti trovare al cancello alle cinque.»
«D’accordo.»
Poi riaggancia per chiamare qualcun altro.
Sapevo che era imminente, visto il periodo e visto che era ora di tosare le pecore, ma è un lavoro collettivo che richiede il clima giusto e che gli uomini non siano impegnati in altre cose. Così è un po’ come aspettare il D-Day: non sai nulla finché non ricevi la telefonata o finché non senti Alan gridare per strada: «Si fa domani».
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Il raduno è un’antica attività collettiva e prevede che chiunque abbia diritto a pascolare le pecore sui terreni comuni non recintati richiami le greggi dalle montagne con l’aiuto dei cani. Ci sono circa dieci greggi diverse sulla nostra montagna, in un vasto territorio aperto di brughiere e alpeggi. Non essendoci grossi predatori, le pecore vengono lasciate pascolare da sole, ma devono essere portate a valle più volte all’anno per l’agnellatura, la tosatura e altre attività fondamentali per la vita del gregge. Al di là delle nostre terre comuni ci sono altri pascoli non recintati e altre montagne utilizzati da altri commoners, quindi in teoria le nostre pecore potrebbero vagare liberamente per tutto il Lake District. Ma non lo fanno perché sanno qual è il loro posto sulle montagne. Sono hefted, come diciamo da queste parti, ovvero stanziali, e hanno imparato il senso di appartenenza alla terra dalle loro madri, secondo una catena mai spezzata in migliaia di anni. Così è impossibile vendere una pecora e allontanarla dalla sua montagna senza spezzare quel legame antico. Si dice che qui da noi ci sia la più alta concentrazione di terreni comuni dell’Europa occidentale; su di essi si pratica ancora un sistema di allevamento più antico di quello che c’è attualmente in molte parti del mondo.
Gli alpeggi su cui oggi raduniamo le pecore non appartengono a noi, ma al National Trust. Altre montagne appartengono ad altri proprietari terrieri, ma abbiamo un antico diritto legale di farci pascolare un certo numero di pecore. Molte di queste terre sono state comprate e cedute al National Trust da ricchi benefattori come Beatrix Potter perché fosse garantita la salvaguardia dell’ambiente e del suo stile di vita unico. Spesso tali lasciti erano accompagnati dalla clausola che le greggi dovessero continuare a essere di pura razza Herdwick.
Esistono diversi tipi di proprietà fondiaria. I diritti di pascolo sulla nostra montagna sono suddivisi in «porzioni» (una quota dei diritti comuni); in ogni porzione posseduta o presa in affitto si è autorizzati a far pascolare un certo numero di pecore (sei per porzione sulla nostra montagna). Compriamo, vendiamo e affittiamo porzioni in modo tale che i pastori più anziani possano andare in pensione e i loro diritti di pascolo e le loro greggi possano passare alla generazione successiva. A volte il proprietario di una montagna non detiene nessuna porzione e quindi non può pascolare le greggi sulla sua terra a meno che non ci siano dei diritti di pascolo in eccedenza. I diritti di pascolo sono condivisi tra i vari commoners. Qui da noi il termine commoner, che ha anche un’accezione di «persona comune», non è affatto offensivo, anzi, chiamarsi così è motivo di orgoglio. Significa che si ha diritto a una cosa di valore, che si contribuisce alla gestione delle montagne e si partecipa al locale stile di vita alla pari con gli altri pastori. Se si allevano pecore Herdwick o Swaledale che sono stanziali sui pascoli comuni di montagna, allora, per definizione, spesso si appartiene a un’associazione di commoners. Si tratta di uno strano strascico di un passato medievale in cui pagavamo i nostri tributi (compreso quello di prendere le armi) al signore feudale in cambio del diritto a pascolare le greggi sui brulli pascoli montani. Ma ormai questi tributi sono un ricordo lontano. Gli aristocratici sono scomparsi, oppure non si sono presi la briga di contestare i nostri diritti, perché quando ci intralciano sappiamo essere assai testardi e molesti. Non ne valeva la pena e così noi, i contadini, l’abbiamo avuta vinta. Siamo una piccola parte di un antico sistema e stile di vita rurale che in qualche modo è sopravvissuto tra queste montagne in virtù della loro povertà storica, del relativo isolamento e perché è stato protetto dal cambiamento dall’emergere del movimento ambientalista.
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Le mie pecore e i miei agnelli sono in montagna da quasi otto settimane. Sono pecore Herdwick, native delle montagne del Lake District e abituate da secoli a questo ambiente, a questo clima e a questo tipo di pastorizia. Hanno due compiti: sopravvivere agli inverni e ai periodi più duri, e nei mesi primaverili ed estivi partorire agnelli sani e crescerli sulle montagne così che il gregge sia alimentato da agnelle giovani e le fattorie dispongano di un certo sovrappiù di agnelli da vendere.
In queste otto settimane non ho visto spesso le mie pecore. Si sono arrangiate mangiando l’abbondante erba estiva. La nostra cultura pastorizia prevede periodi in cui le pecore possono pascolare in montagna senza il nostro controllo. Solo le pecore con dei gemelli restano sui pendii più bassi nei nostri terreni recintati, chiamati «lotti o terreni acquisiti», perché per crescere i loro piccoli hanno bisogno di un’alimentazione più ricca di quella che offrono le montagne. Perciò sono impaziente di rivederle e di controllare che stiano bene. Soprattutto, sono curioso di vedere quanto siano cresciuti gli agnelli da quando li ho portati quassù a maggio, a solo un mese di vita. Adesso è la seconda settimana di luglio. Vedo la foschia che aleggia negli avvallamenti mentre salgo verso il cancello della montagna. Ha già cominciato a dissiparsi con il sorgere del sole.
Sono il secondo a presentarsi al cancello. C’è un pastore che arriva sempre per primo. Temo che soffra d’insonnia.
Giungere al cancello in orario: fatto.
Poco dopo, davanti al cancello ci sono otto o dieci uomini e donne. Un branco assortito di cani da pastore e meticci volenterosi ci girano attorn...