«Ah, ma lei è un uomo!»
«Eh sì, effettivamente.»
La cameriera con il viso da elfo fa un risolino, poi si inchina due volte rapidamente e mi fa segno di seguirla, infilandosi in un corridoio con le pareti di pietra grigia, illuminate a filo da spot debolissimi.
Sento avvicinarsi un brusio di voci, dev’essere il bar. È lì che devo incontrare Aya.
Mentre cammina davanti a me, a passetti minuscoli, la cameriera-elfo si volta per spiegarmi che non devo offendermi, ma che la prenotazione le risultava per due signore.
«Vede, ecco. Qui c’era scritto Alex. Alex san?»
Mi interroga con gli occhi.
«Sì, sono io.»
«Heeee! Alex è un nome maschile?»
«Sì, certo. Mi chiamo così. È l’abbreviazione di Alessandro.»
«He? A-re-san-du-ro?» cerca di ripetere, sempre proseguendo a piccoli passi.
«È davvero un nome molto lungo.»
«È italiano. Sono italiano.»
Si volta ancora, per verificare.
«Heeee! Italiano? Che forza.»
Arriviamo in una sala lunga e stretta, anch’essa illuminata in modo soffuso, dove tre baristi, in camicia bianca impeccabile, si danno da fare per servire una decina di clienti. Il bancone, ricavato da un unico tronco d’albero, fa un effetto impressionante.
Aya ha scelto davvero bene, dovrò dirglielo. Le ho chiesto di suggerire un posto nella zona di Roppongi, o di Nishi Azabu. Innanzitutto, dal poco che ho potuto capire di lei, le zone come questa, dove si vedono in giro anche molti stranieri, devono essere quelle che preferisce. È originaria di Hamamatsu, e c’entra ben poco con la Tokyo profonda e meno cosmopolita di Shinjuku, quella che negli ultimi tempi sto frequentando così tanto.
E poi non volevo rischiare nemmeno lontanamente di incontrare Tomomi, che per fortuna frequenta quartieri diversi, e abita con la madre downtown, dopo Ginza.
«Ecco, se vuole intanto può accomodarsi qui al bar.»
Mi siedo sull’elegante sgabello di ferro battuto.
«Mi dispiace ancora per il disguido. Il barman aveva già preparato per voi gli ingredienti per un cocktail speciale, che facciamo solo qui, ma forse per lei è un po’ troppo femminile.»
«In che senso? Di che si tratta?»
«È un cocktail a base di acquavite e di konyaku, una patata.»
«Sì, conosco il konyaku. Va benissimo, grazie.»
«Davvero? Anche se è un drink da signora?»
«Non si preoccupi, basta che non mi faccia crescere qui.»
E faccio il gesto di spremermi il petto con le mani.
Lei ride, e i suoi occhi, già finissimi, spariscono quasi dal volto.
«Ah ah! Non c’è pericolo, magari fosse così facile!»
Prima di allontanarsi, con lo stesso sorriso scherzoso si accosta un poco, come per confessarmi un segreto.
«Guardi me, che sono di Gunma, e lì il konyaku lo produciamo. Sono più piatta di mio fratello!»
Aya ha stile. Mi accorgo del suo arrivo da come si volta uno dei tre baristi.
Con degli stivali che le arrivano al ginocchio, si avvicina a grandi passi dietro la stessa cameriera che ha accompagnato anche me.
I suoi jeans scuri fanno intuire quel leggero inarcamento delle gambe che è comune in molte giapponesi, e che io ho sempre trovato attraente, nonostante i commenti banali di tanti stranieri.
Quando mi raggiunge al bancone, non mi dice nulla, sorride e basta.
Che bella ragazza, penso. E probabilmente sto sorridendo anche io.
Lei si arrampica con leggerezza sullo sgabello e consegna il cappotto alla cameriera-elfo, la quale ora si comporta con me in modo completamente diverso, distante, e fa bene attenzione a non incrociare mai lo sguardo con il mio. Teatro.
Aya indossa una blusa di seta dai colori accesi, che lascia scoperta la sua lunga schiena bianca. Mentre fa una leggera contorsione per appendere la borsa allo schienale, una manica le si abbassa leggermente a scoprire la spalla, e sento il profumo della sua pelle.
Poi però si ferma un attimo, e alza con entrambe le mani la sua borsa davanti a me.
«Hai visto?»
Mi guarda con gli occhi pieni di orgoglio. Si capisce subito che è un oggetto di valore.
«Hai visto che bella? È italiana, l’ho scelta apposta per te.»
La cameriera ritorna con il cocktail al konyaku, e spiega brevemente di cosa si tratta. Chiede a me, che ormai ho già finito il mio, se voglio qualcos’altro da bere. Cerco nei suoi occhi una traccia della nostra precedente intesa, ma la sua gentilezza è impassibile.
«Volentieri, un whisky con acqua, grazie.»
Aya si sistema la manica della blusa, e nel frattempo mi squadra.
«Ma che bel ragazzo che sei! Sei diverso dall’altra sera.»
«Non mi prendere in giro. Ho solo fatto un po’ di shopping. Non avevo più vestiti.»
Mentre lei solleva il suo bicchiere, mi sporgo a stringere con la mano la sua coscia.
«Piuttosto, sei tu che sei bellissima. Sono molto contento di rivederti.»
Lei beve un sorso, poi si avvicina talmente da sfiorarmi le labbra.
«Vedrai come si mangia bene qui.»
Ho lasciato che ordinasse tutto lei, perché è un piacere vederla scegliere.
Come è un piacere vederla mangiare, questa donna.
Anche quando l’ho conosciuta, nel ristorante di Kagurazaka, ci avevo fatto caso. Aya ha gusto, si entusiasma per i sapori, conosce gli ingredienti, e a tavola le sue mani, le sue braccia fini, la sua bocca, si muovono tutte a un ritmo leggero, che si adatta di volta in volta ai colori del cibo, alla sua temperatura, alla vitalità che ancora rimane imprigionata nelle sue fibre. Mangiare insieme a lei è come trovarsi accanto a un elegante predatore, metodico e spietato.
Ci siamo spostati dal bar alla grande sala del ristorante, poco più illuminata, con un ampio pavimento di tatami punteggiato da tanti tavolini bassi, ognuno incassato in un horigitatsu.
Ma Aya e io abbiamo scelto di sederci da un lato della sala, a un lungo bancone quasi identico a quello del bar, da dove vediamo la cucina. Così siamo uno accanto all’altro, e lontani dalle voci delle due coppie francesi che altrimenti avremmo avuto come vicini.
Lei ha capito subito che io non voglio parlare né di Tom, né di Anthony, della cui morte evidentemente non ha saputo ancora nulla.
E non voglio nemmeno discutere della mia scelta di andare via da Ebisu e di trasferirmi al nordovest di Tokyo, verso Gokokuji o Ikebukuro. Ormai è deciso, domani faccio i bagagli e trasloco.
«Voglio solo dire, Alex, che queste dove siamo adesso sono zone che conosci. Ebisu, Azabu, Aoyama. Guardati intorno, lo vedi che questa è tutta gente che può capire come sei.»
«Ah sì? Può capire che sono straniero, e basta. E quello lo capiscono anche nell’ultima isola del Pacifico.»
«Intendo che sono persone abituate ad avere a che fare con gli stranieri. Per te la vita qui è più facile. Anche i negozianti, in questo quartiere, sanno trattare con i gaijin.»
«Appunto, Aya san. Io non voglio più vivere con gli stranieri. Ma se a te piace, continua pure così.»
Mi osserva, immobile, con un sorriso appena accennato, aspettando che si manifesti il paradosso annidato nella frase che ho appena pronunciato. Accorgendomi che non riesco a rimanere serio, mi volto dall’altra parte, ma lei mi fa il solletico.
Quando mi giro è di nuovo luminosa, e mi fa segno di non muovermi, come se avessi qualcosa sulla fronte. Avvicina la...