Doromizu - Acqua torbida
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Doromizu - Acqua torbida

  1. 372 pagine
  2. Italian
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Doromizu - Acqua torbida

Informazioni su questo libro

Venticinquenne squattrinato con la passione per il cinema, Alex Merisi vive a Tokyo da due anni con un visto di studio. Lavoretti saltuari come fotografo o cameraman gli permettono di sbarcare il lunario, ma non colmano certo il vuoto che ha spinto un ragazzo italiano cresciuto in Inghilterra e rimasto presto orfano di madre a cercare nella terra del Sol Levante l'opportunità di costruirsi un futuro.

Poi, all'improvviso, Alex riesce a mettere le mani su una grossa somma di denaro, che potrebbe cambiargli la vita. L'inaspettata ricchezza coincide con la sua prima occasione di fare l'aiuto regista in produzioni cinematografiche giapponesi, naturalmente partendo dal gradino più basso, quello dei film a luci rosse.

Comincia così il viaggio iniziatico di Alex nel ventre di una Tokyo d'inizio millennio tenebrosa e tentacolare, che in breve tempo lo inghiottirà, trascinandolo nel gorgo dell'"acqua torbida", della pornografia. Un universo popolato da personaggi tanto demoniaci quanto, a tratti, infantili e giocosi: tatuatori che sono anche maestri di vita, esponenti della yakuza. E da donne immortalate spesso in situazioni estreme, figure femminili che incarnano, con le loro stridenti contraddizioni, le diverse anime di una civiltà dove il contrasto fra luce e ombra risulta talvolta accecante: ed ecco emergere quindi la malinconica arrendevolezza di Aya, il doloroso coraggio di Megumi, la granitica saggezza di Tomomi.

Con uno stile essenziale e al contempo avvolgente, Mario Vattani mette in scena una realtà oscura e sensuale, così lontana da sembrare quasi paradossale e forse per questo ancor più realistica. E poco alla volta, senza accorgercene, noi lettori stabiliamo con parole, sapori, regole di comportamento un legame talmente vivo che l'esperienza giapponese di Alex diventa un po' anche la nostra.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071263
Print ISBN
9788804659006

Cavallo

«Ah, ma lei è un uomo!»
«Eh sì, effettivamente.»
La cameriera con il viso da elfo fa un risolino, poi si inchina due volte rapidamente e mi fa segno di seguirla, infilandosi in un corridoio con le pareti di pietra grigia, illuminate a filo da spot debolissimi.
Sento avvicinarsi un brusio di voci, dev’essere il bar. È lì che devo incontrare Aya.
Mentre cammina davanti a me, a passetti minuscoli, la cameriera-elfo si volta per spiegarmi che non devo offendermi, ma che la prenotazione le risultava per due signore.
«Vede, ecco. Qui c’era scritto Alex. Alex san?»
Mi interroga con gli occhi.
«Sì, sono io.»
«Heeee! Alex è un nome maschile?»
«Sì, certo. Mi chiamo così. È l’abbreviazione di Alessandro.»
«He? A-re-san-du-ro?» cerca di ripetere, sempre proseguendo a piccoli passi.
«È davvero un nome molto lungo.»
«È italiano. Sono italiano.»
Si volta ancora, per verificare.
«Heeee! Italiano? Che forza.»
Arriviamo in una sala lunga e stretta, anch’essa illuminata in modo soffuso, dove tre baristi, in camicia bianca impeccabile, si danno da fare per servire una decina di clienti. Il bancone, ricavato da un unico tronco d’albero, fa un effetto impressionante.
Aya ha scelto davvero bene, dovrò dirglielo. Le ho chiesto di suggerire un posto nella zona di Roppongi, o di Nishi Azabu. Innanzitutto, dal poco che ho potuto capire di lei, le zone come questa, dove si vedono in giro anche molti stranieri, devono essere quelle che preferisce. È originaria di Hamamatsu, e c’entra ben poco con la Tokyo profonda e meno cosmopolita di Shinjuku, quella che negli ultimi tempi sto frequentando così tanto.
E poi non volevo rischiare nemmeno lontanamente di incontrare Tomomi, che per fortuna frequenta quartieri diversi, e abita con la madre downtown, dopo Ginza.
«Ecco, se vuole intanto può accomodarsi qui al bar.»
Mi siedo sull’elegante sgabello di ferro battuto.
«Mi dispiace ancora per il disguido. Il barman aveva già preparato per voi gli ingredienti per un cocktail speciale, che facciamo solo qui, ma forse per lei è un po’ troppo femminile.»
«In che senso? Di che si tratta?»
«È un cocktail a base di acquavite e di konyaku, una patata.»
«Sì, conosco il konyaku. Va benissimo, grazie.»
«Davvero? Anche se è un drink da signora?»
«Non si preoccupi, basta che non mi faccia crescere qui.»
E faccio il gesto di spremermi il petto con le mani.
Lei ride, e i suoi occhi, già finissimi, spariscono quasi dal volto.
«Ah ah! Non c’è pericolo, magari fosse così facile!»
Prima di allontanarsi, con lo stesso sorriso scherzoso si accosta un poco, come per confessarmi un segreto.
«Guardi me, che sono di Gunma, e lì il konyaku lo produciamo. Sono più piatta di mio fratello!»
Aya ha stile. Mi accorgo del suo arrivo da come si volta uno dei tre baristi.
Con degli stivali che le arrivano al ginocchio, si avvicina a grandi passi dietro la stessa cameriera che ha accompagnato anche me.
I suoi jeans scuri fanno intuire quel leggero inarcamento delle gambe che è comune in molte giapponesi, e che io ho sempre trovato attraente, nonostante i commenti banali di tanti stranieri.
Quando mi raggiunge al bancone, non mi dice nulla, sorride e basta.
Che bella ragazza, penso. E probabilmente sto sorridendo anche io.
Lei si arrampica con leggerezza sullo sgabello e consegna il cappotto alla cameriera-elfo, la quale ora si comporta con me in modo completamente diverso, distante, e fa bene attenzione a non incrociare mai lo sguardo con il mio. Teatro.
Aya indossa una blusa di seta dai colori accesi, che lascia scoperta la sua lunga schiena bianca. Mentre fa una leggera contorsione per appendere la borsa allo schienale, una manica le si abbassa leggermente a scoprire la spalla, e sento il profumo della sua pelle.
Poi però si ferma un attimo, e alza con entrambe le mani la sua borsa davanti a me.
«Hai visto?»
Mi guarda con gli occhi pieni di orgoglio. Si capisce subito che è un oggetto di valore.
«Hai visto che bella? È italiana, l’ho scelta apposta per te.»
La cameriera ritorna con il cocktail al konyaku, e spiega brevemente di cosa si tratta. Chiede a me, che ormai ho già finito il mio, se voglio qualcos’altro da bere. Cerco nei suoi occhi una traccia della nostra precedente intesa, ma la sua gentilezza è impassibile.
«Volentieri, un whisky con acqua, grazie.»
Aya si sistema la manica della blusa, e nel frattempo mi squadra.
«Ma che bel ragazzo che sei! Sei diverso dall’altra sera.»
«Non mi prendere in giro. Ho solo fatto un po’ di shopping. Non avevo più vestiti.»
Mentre lei solleva il suo bicchiere, mi sporgo a stringere con la mano la sua coscia.
«Piuttosto, sei tu che sei bellissima. Sono molto contento di rivederti.»
Lei beve un sorso, poi si avvicina talmente da sfiorarmi le labbra.
«Vedrai come si mangia bene qui.»
Ho lasciato che ordinasse tutto lei, perché è un piacere vederla scegliere.
Come è un piacere vederla mangiare, questa donna.
Anche quando l’ho conosciuta, nel ristorante di Kagurazaka, ci avevo fatto caso. Aya ha gusto, si entusiasma per i sapori, conosce gli ingredienti, e a tavola le sue mani, le sue braccia fini, la sua bocca, si muovono tutte a un ritmo leggero, che si adatta di volta in volta ai colori del cibo, alla sua temperatura, alla vitalità che ancora rimane imprigionata nelle sue fibre. Mangiare insieme a lei è come trovarsi accanto a un elegante predatore, metodico e spietato.
Ci siamo spostati dal bar alla grande sala del ristorante, poco più illuminata, con un ampio pavimento di tatami punteggiato da tanti tavolini bassi, ognuno incassato in un horigitatsu.
Ma Aya e io abbiamo scelto di sederci da un lato della sala, a un lungo bancone quasi identico a quello del bar, da dove vediamo la cucina. Così siamo uno accanto all’altro, e lontani dalle voci delle due coppie francesi che altrimenti avremmo avuto come vicini.
Lei ha capito subito che io non voglio parlare né di Tom, né di Anthony, della cui morte evidentemente non ha saputo ancora nulla.
E non voglio nemmeno discutere della mia scelta di andare via da Ebisu e di trasferirmi al nordovest di Tokyo, verso Gokokuji o Ikebukuro. Ormai è deciso, domani faccio i bagagli e trasloco.
«Voglio solo dire, Alex, che queste dove siamo adesso sono zone che conosci. Ebisu, Azabu, Aoyama. Guardati intorno, lo vedi che questa è tutta gente che può capire come sei.»
«Ah sì? Può capire che sono straniero, e basta. E quello lo capiscono anche nell’ultima isola del Pacifico.»
«Intendo che sono persone abituate ad avere a che fare con gli stranieri. Per te la vita qui è più facile. Anche i negozianti, in questo quartiere, sanno trattare con i gaijin
«Appunto, Aya san. Io non voglio più vivere con gli stranieri. Ma se a te piace, continua pure così.»
Mi osserva, immobile, con un sorriso appena accennato, aspettando che si manifesti il paradosso annidato nella frase che ho appena pronunciato. Accorgendomi che non riesco a rimanere serio, mi volto dall’altra parte, ma lei mi fa il solletico.
Quando mi giro è di nuovo luminosa, e mi fa segno di non muovermi, come se avessi qualcosa sulla fronte. Avvicina la...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Doromizu
  4. Maguro
  5. Klub Kitty
  6. Lady Oscar
  7. Terao
  8. Adidas
  9. Cometa
  10. Uzumaki
  11. Seven Stars
  12. Mangiacane
  13. Orpheus
  14. Fiume nero
  15. Monete
  16. Sette quattro sette
  17. Mosaico
  18. Emma
  19. Tubo
  20. Fred Perry
  21. Cavallo
  22. Gompachi
  23. Palo
  24. Vocina
  25. Salamandra
  26. Madre patria
  27. Caccia
  28. Suite 1201
  29. Il sogno del serpente
  30. Carota
  31. All night
  32. La volpe e la luna
  33. Koyama
  34. Emerald Mountain
  35. Onegai
  36. Copyright