Lettera d'amore e d'addio
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Lettera d'amore e d'addio

  1. 240 pagine
  2. Italian
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Lettera d'amore e d'addio

Informazioni su questo libro

Come nelle pagine del suo romanzo più amato, Il dolore perfetto, in queste storie Ugo Riccarelli cerca l'epica nel quotidiano. Uomini che scrivono lettere d'amore come se fosse l'ultimo gesto di una vita; campioni dell'esistenza o dello sport – come Fausto Coppi, come Omar Sivori – che quasi sfidano le leggi della fisica; figure leggendarie come Mozart, Thelonious Monk o Pasolini che si mettono alla prova dei giorni qualunque. Uomini e donne senza nome pronti a difendere sé stessi e il poco che hanno dall'assedio della Storia.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804660323
eBook ISBN
9788852071812

RESISTENTI

Culla il tuo bambino

Alla nascita di un bimbo
il mondo non è mai pronto.
WISŁAWA SZYMBORSKA
Marta raccolse con fatica il secchio del pastone. Lo afferrò con la destra, mentre con l’altra mano si resse la schiena che ancora le doleva. Ogni volta che il babbo la picchiava, le si acuiva quel dolore fastidioso tra le reni, come se a ogni movimento, a ogni fiato persino, qualcosa si divertisse a tormentarla con un coltello.
Anche portare il secchio del pastone fino al pollaio, allora, diventava un problema da risolvere a piccoli passi, respirando tra uno e l’altro come avrebbe fatto una donna per controllare i morsi che danno i figli, quando dalla pancia vogliono uscire nel mondo. Lei era ancora troppo giovane, ma un figlio, davvero, l’avrebbe voluto, una cosina piccola e calda, tutta per lei, qualcosa che fosse più tenero e amorevole delle galline e dei conigli che il babbo le aveva dato da accudire.
Lei aveva visto come nascevano i figli, la volta che la mamma aveva messo al mondo suo fratello, e la cosa non le era piaciuta per niente, con tutte quelle urla e il sangue che se ne usciva da sotto alla pancia di sua madre come fosse una fontana. Loro abitavano già vicino alla miniera, senza nessuno attorno, perché il babbo non voleva altri che si intromettessero nei suoi affari, così se n’era rimasto immobile di fronte al letto, senza riuscire a dare un aiuto alle preghiere della mamma. Solo dopo un po’ di ore, quando sia lei che il nuovo fratellino avevano smesso di lamentarsi, il babbo s’era mosso: li aveva presi dal letto e li aveva posati sulla carretta con cui portava gli attrezzi al lavoro, le aveva detto di andarsene a dormire che lui sarebbe tornato più tardi.
Marta s’era rinchiusa in camera, s’era messa sotto le coperte tirandosi il lenzuolo fin sopra la testa, così da ripararsi da ogni pericolo e cercare di tener lontane le urla e i pianti che ancora sentiva girare nella baracca. Ma piangere, lei non aveva pianto, perché sapeva che il babbo non voleva sentire piagnistei, e già s’era stupita di come non si fosse arrabbiato a tutti quegli strepiti che la mamma aveva fatto, non s’era tolto la cinghia dai pantaloni e non l’aveva picchiata.
Al pensiero del babbo che si levava la cinghia, ogni volta Marta rabbrividiva. Il sibilo del cuoio nell’aria poco prima che si abbattesse su di lei le provocava un vuoto in fondo allo stomaco mentre la pelle si raggrinzava, percorsa da un tremito. Era quello che la impauriva, più del dolore delle botte, che dopo un po’ smettevano di essere morsi di serpente e diventavano un abbraccio caldo. Piuttosto il giorno dopo, quando le ore della notte erano scivolate sui colpi, il caldo se ne andava e lasciava il posto a un dolore sordo e lungo, buono soltanto a rendere più faticosi i lavori da fare. Meno male che la mamma prima di morire le aveva lasciato la ricetta di un unguento capace di addormentare il ricordo delle cinghiate sulla pelle.
Marta, andando col secchio del pastone verso le galline, ripassò nella mente gli ingredienti della ricetta, consolandosi con l’idea che appena sbrigate le faccende oltre la rete del pollaio si sarebbe messa a preparare l’unguento. Sarebbe scesa fino al ruscello, a staccare dal sambuco un paio di rami, li avrebbe spellati e, messe a bollire le scorze, dopo la cottura, avrebbe mischiato il succo filtrato con un po’ di cera di api, aggiungendo un battuto di prezzemolo e un pezzetto di lardo di maiale.
Stava cercando di ricordare se avesse ancora da parte del lardo sufficiente, quando il sibilo familiare del cuoio che percuote l’aria le fece accapponare la pelle. Lasciò andare il secchio del pastone e si portò le braccia attorno al capo, gli occhi stretti ad aspettare lo schiocco e poi il morso della cinghia. Invece del dolore sentì soltanto uno starnazzare di pollame. Il sibilo era stato lungo, molto più lungo di quello che la cinghia faceva prima di abbattersi su di lei. E alla fine del sibilo, invece della voce rabbiosa del babbo, il silenzio, poi il chiasso.
Marta si sciolse dall’abbraccio con cui era pronta a ripararsi dalle botte, e con cautela sbirciò oltre la rete, dove un gruppo di galline stava unito, fitto attorno a qualcosa. Allora, lentamente, aprì la porta del pollaio ed entrò avviandosi verso gli animali. All’arrivo della ragazza la maggior parte delle galline si allontanò, lasciando libero alla vista quello che prima attorniava con curiosità.
Era un bimbo piccolissimo, disteso supino. Doveva essere appena nato, perché attaccato al ventre aveva ancora un lungo pezzo di cordone ombelicale. Se ne stava tranquillo, pareva quasi sorridente, gli occhi puntati verso il cielo.
Marta sentì un tuffo al cuore. Seguì lo sguardo del bambino scrutando il cielo, ma vide solo chiazze d’azzurro e qualche nuvola bianca, d’ovatta, null’altro che potesse tranquillizzare la paura dentro di lei. Si voltò attorno. Non c’era traccia di nessuno, se non delle stupide galline che, dalla porta da lei lasciata socchiusa, se n’erano uscite verso il secchio del pastone rovesciato, giudicato senz’altro più interessante di quel coso sdraiato in mezzo al pollaio.
Lei allora si abbassò, si inginocchiò accanto all’esserino e, con le mani tremanti, lo raccolse e se lo accostò al petto. La paura in un attimo si sciolse, lasciando il posto a qualcosa che Marta non aveva mai provato, qualcosa che saliva dal fondo del suo stomaco, che stracciava il vuoto che lei provava prima delle botte, che annullava il buio della sua stanza e le mani pesanti del babbo, quando le ordinava di lasciarsi fare le carezze. Qualcosa che assomigliava alla felicità, alla contentezza per essere stata ascoltata nel suo desiderio di avere un bimbo da accudire, qualcuno da cullare con cui dividere la solitudine della baracca.
Alzò ancora gli occhi verso il cielo, per accertarsi che non ci fosse nessuno a reclamare quel bimbo che, chissà, magari era scivolato per incuria o per sbadataggine, o forse per stanchezza, come capitava a lei quando, spossata dal lavoro della giornata, la sera stentava a reggere gli oggetti con le mani, deboli come fossero fatte di neve. Non vide nessuno, e allora si convinse che era stato un regalo e con quel regalo stretto tra le braccia Marta si avviò verso la baracca.
Aveva una confusione felice nella testa, un groppo di idee che si intrecciavano, saltabeccavano e sprizzavano come zampilli d’acqua. Allora aprì la porta della baracca e, dopo averla richiusa, vi si appoggiò contro un minuto, a rifiatare, cercando di fare ordine in quel guazzabuglio: avrebbe dovuto curare il suo bambino, tagliargli il cordone all’ombelico e trovare qualcosa da mangiare, poi qualcosa per coprirlo e soprattutto un posto per farlo dormire. E doveva far tutto in fretta, prima che il babbo tornasse dalla miniera.
Così andò al suo letto, mise il cuscino lungo la sponda e appoggiò il bimbo vicino alla parete. In cucina rimediò un po’ di latte, accese la stufa e lo scaldò. Intanto aveva posto sulla fiamma un coltello e con quello era tornata in camera e aveva tagliato il cordone, legandolo con un pezzetto di spago. Nella cassa della mamma trovò una camicina di quando lei era piccola, e con quella avvolse il suo bambino, e poi provò a dargli un po’ di latte tiepido da una scatolina alla quale aveva legato un pezzo di tela arrotolato per far filtrare il liquido.
Marta lo teneva stretto. Lo sentiva succhiare quella tettarella improvvisata e si sentiva forte come una donna vera. Alzò di nuovo gli occhi al cielo, come per assicurarsi che tutto fosse reale, che nessuno volesse giocarle uno scherzo, ma che fosse soltanto l’esaudirsi della preghiera che per mesi lei aveva ripetuto mentre lavorava, mentre da sola accudiva le galline, mentre dormiva accanto al babbo, mentre rimaneva a guardare la strada della miniera sperando che prima o poi lui non tornasse.
Alzando gli occhi vide, sopra le travi che reggevano il tetto della baracca, la cassa di legno in cui il babbo teneva gli stivali di ricambio. Marta aspettò che il bimbo finisse il suo pasto e quindi, montando sopra il tavolo, la tirò giù. Le sembrò perfetta, della giusta misura e resistente. Prese un lenzuolo e lo tagliò in due. Una parte la piegò più volte ponendola sul fondo, come un materassino. L’altra le servì come copertina. Poi prese dello spago e lo legò agli angoli della cassetta, per passare le corde sopra le travi, accanto al letto, nella sua stanza. Il risultato le sembrò fantastico. Prese il bimbo e lo pose nella cassa, lo coprì con il pezzo di lenzuolo e dette alla scatola una leggera spinta. Questa si mosse lieve, come un pendolo, dondolando in un respiro quieto.
Marta allora si stese nel suo letto e controllò che con la mano potesse arrivare alla cassa per controllarne il movimento. Vide che era possibile, che poteva guardare il suo bimbo oscillare vicino a lei e decidere come cullarlo. Capì di aver costruito una culla e si sentì davvero felice. Pensò a come migliorarla, a come trovare dei colori per dipingerla e il filo per ricamare le lenzuola. Pensò anche che avrebbe potuto ornare le corde con dei fiori freschi e prendere nel pollaio qualche piuma morbida di gallina per farne un buon cuscino per il suo bambino.
Poi, in fretta, si alzò per prepararsi all’arrivo del babbo. Chiuse la porta della stanza e si mise a lavorare in cucina. Quella sera, Marta fu con lui più gentile del solito. Gli sorrise nel salutarlo al suo arrivo e lo servì con lena prevenendo ogni sua richiesta. Gli aveva già fatto trovare pronta l’acqua per lavarsi, tiepida al punto giusto, e gli asciugamani stirati e caldi, come piaceva a lui. A tavola era stata precisa e veloce, tagliando in tempo il pane e senza rovesciare neanche una goccia di minestra. E anche a letto, più tardi, quando era venuto il momento delle carezze, si era lasciata toccare senza irrigidirsi e aveva lasciato che lui facesse quello che faceva alla mamma, stando ben attenta a non lasciarsi scappare un lamento o una lacrima, per non farlo imbestialire e costringerlo, come lui diceva, a far cantare la cinghia. Non era stato troppo difficile, questa volta, perché la testa non era impegnata nella preghiera, in una speranza che però ogni tanto lasciava alla realtà qualche spazio nel quale vedere la faccia del babbo troppo vicina alla sua, sentirne l’odore e il peso delle mani che frugavano il suo ventre. Adesso la realtà nella sua testa era un bimbo che era cascato dentro il suo pollaio. Il suo bambino da cullare, nella culla che lei aveva costruito per lui, nell’altra stanza.
Ma proprio questa realtà la tradì. Durante la cena, con una scusa o l’altra, era andata spesso nell’altra stanza a controllare che il bimbo dormisse, e anche durante la notte s’era alzata in quattro o cinque occasioni, in un andare e venire che insospettì il babbo. Prima che finisse la colazione, infatti, se lo trovò ritto dietro di lei, sulla porta della stanza, proprio mentre per l’ennesima volta lei andava a controllare il dondolare della culla.
«Quello dove l’hai preso?» domandò il babbo.
«È caduto dal cielo» Marta rispose.
«Non voglio che giochi con quegli affari» disse l’uomo secco, «oggi lo prendo e lo porto nella miniera.»
Marta si inginocchiò per terra e urlò, dimenticò che il babbo non amava vederla frignare e scoppiò in un pianto dirotto anche se, mentre sentiva le lacrime scenderle sulle guance come un fiume, sapeva bene che nulla sarebbe servito a fargli cambiare decisione e a impedirgli di togliere la cinghia dai pantaloni.
Così riconobbe ancora una volta lo schiocco del cuoio nell’aria, pochi istanti prima di sentirne il morso sulla carne una, due, tre volte, e poi, sdraiata sul pavimento, sentì lo stesso schiocco ripetersi verso la culla che lei aveva costruito, colpirla e farla dondolare forsennatamente, e lasciare sulle lenzuola delle strisce rosse di sangue, molto diverse dalle trame che lei avrebbe voluto ricamarvi sopra.
Il babbo non disse altro. Si rimise soltanto la cinghia nei passanti e finì di fare colazione. Poi scavalcò lei ancora distesa sul pavimento della stanza, prese le lenzuola appallottolate, rosse di sangue, e se ne uscì dalla porta.
Marta aspettò ancora un po’. Pensò che avrebbe dovuto sbrigarsi a rifare l’unguento con la ricetta di sua madre, prima che il caldo delle botte si tramutasse in un dolore di marmo. Distesa com’era riusciva a vedere la culla che aveva costruito la sera prima. Ancora dondolava appesa al soffitto. Era una bellissima culla e con orgoglio ne fissò il movimento, rimanendo quasi ammaliata. Il dondolio le riportò alla mente il calore del bimbo raccolto nel pollaio, il suo sguardo tranquillo, il suo corpo tiepido e morbido. Desiderò fortemente di averlo ancora lì, nella baracca, nella culla che gli aveva preparato. Lei e il suo bambino da cullare.
Mentre ancora fissava il dondolio, da fuori, dov’era il pollaio, sentì arrivare lo schiocco del cuoio che percuote l’aria, un rumore più lungo di quello che di solito faceva la cinghia del babbo. Lo stesso schiocco annunciato da un sibilo che lasciava il posto al silenzio e, dopo un momento, al rumore delle galline che starnazzavano attorno a qualcosa.

Via dei Falegnami

Il ragazzo se ne stava fuori dalla porta della drogheria, all’inizio di via dei Falegnami. Indossava un grembiule da lavoro e cantava a mezza voce una canzone dalla melodia struggente, lieve e triste allo stesso tempo, così dolce da rendere armoniose persino le dure parole tedesche del testo. Fu per quello che il dottor Haller gli si fermò vicino, fingendo di guardare la vetrina ma, in verità, per ascoltare quella canzone sconosciuta e quindi trovare il coraggio di domandare dove lui l’avesse imparata.
«Eh...» sospirò il ragazzo mentre agitava la mano sopra la spalla quasi a evocare un tempo lontano.
«È una storia triste. Di bello è rimasta solo questa canzone.»
Haller si incuriosì e rimase un attimo ancora di fronte a quel ragazzo, il quale, come interpretando il suo desiderio, continuò: «Tutto è cominciato qui, in via dei Falegnami poco prima della Seconda guerra mondiale. Tutto quanto qui era diverso, sa? Quello che vediamo oggi è solo un pallido ricordo della vita che questa strada e questo quartiere ha conosciuto» disse agitando le braccia come a comprendere in un abbraccio strade e case.
«Ogni via qui intorno ha ancora il nome di artigiani o di commercianti, falegnami, barbieri, chiavàri, di quelli che davvero animavano il cuore del ghetto e di Roma.»
Poi tacque e indicò verso una casa.
«Lei abitava là» riprese, «ma nessuno si accorse quando arrivò, neanche fosse comparsa dal nulla, come compaiono le fate nelle fiabe. E davvero sembrava una fata, alta, bionda, e soprattutto un paio di occhi azzurri che mandavano uno sguardo di cielo.»
Il ragazzo si zittì per un attimo e sorrise, come se cercasse davvero nella memoria quello sguardo e quel cielo.
«E lui lavorava qui» disse facendo un gesto leggero sulle sue spalle. «Se...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Lettera d’amore e d’addio
  4. In discesa e in salita. Paolo Di Paolo
  5. INNAMORATI
  6. SOGNATORI, FOLLI E VISIONARI
  7. RESISTENTI
  8. PAZIENTI
  9. STREGONI
  10. Nota ai testi
  11. Copyright