1938, Appennino tosco-emiliano. Un prete viene ritrovato morto in un fiume. Sembra un incidente, ma un maresciallo dei carabinieri dovrà affrontare altre morti inquietanti prima di risolvere un mistero che affonda le sue radici in un passato di dolori e miserie.
Un eclettico cantautore e un noto giallista danno vita a un indimenticabile romanzo poliziesco.

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- Italian
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PRIMA PARTE
il passato e il presente
Prologo
Il 15 di agosto 1938 don Quinto Magnanelli lasciò presto la canonica. Aveva finito di dire la prima messa e appena terminato di fare colazione.
«Vado giù al paese vicino, al mio paese» disse alla Perpetua. «Oggi là c’è la festa, sapete.»
La Perpetua borbottò qualcosa di assenso. Lo sapeva, era tradizione che don Quinto, ogni anno, per la grande festa patronale del paese vicino vi si recasse, celebrasse la Messa Solenne cantata con il locale parroco don Enrico e si fermasse là a mangiare, invitato a pranzo dal collega.
Don Quinto spolverò la tonaca da alcune briciole. «Be’, vado» disse. «Tornerò nel tardo pomeriggio, per il Rosario. Questa sera starò leggero, un po’ di verdura, una fetta di prosciutto, poca roba, tanto mangerò oggi. Vi saluto.»
S’incamminò per la mulattiera a passo spedito. C’era solo un chilometro di strada e il tempo era ancora fresco, ma lo aspettavano diversi tratti in salita da fare e il prete non era più giovane, anche se ancora saldo e abituato a girare per quelle montagne. Un omone aitante e di gamba buona. Difatti non ci mise tanto ad arrivare, ma era accaldato e si fermò un momento prima di prendere la discesa finale che lo avrebbe portato dritto alla chiesa.
Si tolse l’ampio rotondo cappello e con un fazzolettone colorato si asciugò il sudore sulla testa quasi calva. Guardò un momento i boschi all’intorno.
«Non c’è più la luce di luglio» brontolò. «Fra qualche giorno i primi acquazzoni e poi giù, tempo in discesa fino al prossimo maggio. Questi monti non sono proprio aiutati dal clima. Mah!» Poi si mosse e arrivò alla canonica.
La chiesa era gremita di gente per la Messa, le donne da una parte, gli uomini dall’altra, tutti goffamente indomenicati di povera eleganza. La Messa cantata era però molto più lunga, e a don Quinto, all’Ite missa est, sembrò di sentire un sospiro di sollievo.
«Povera gente» disse a don Enrico mentre entrambi si toglievano i paramenti sacri. «Hanno voglia di correre a tavola. Non è che mangino spesso da festa, come oggi. Be’, andiamo anche noi a fare il nostro dovere.»
Il pranzo fu lungo e cospicuo: tortellini in brodo e tagliatelle al ragù, cappone arrosto e manzo lesso con le salse. Tutto bagnato da un vino toscano che si lasciava bere, e se don Quinto al voto di castità non aveva mai disobbedito, consolava spesso la solitudine di quelle montagne con la compagnia di un fiasco, di cui vedeva ogni volta il fondo. E anche quel giorno non fece nulla per far tacere le dicerie che correvano su di lui e su quella sua caratteristica.
Arrivarono poi, con la bracciatella, le bottiglie di albana-trebbiano della pianura, tenute in fresco nel pozzo.
Don Quinto guardò il liquido dorato e frizzante. «Alla salute!» brindò, già allegro.
«Sia lodato Gesù Cristo!» rispose un fraticello francescano che era della compagnia.
«Certo, certo, sia lodato, ci mancherebbe!» rispose don Quinto, e finì un altro bicchiere.
Quando fu il momento del caffè, apparve in tavola una bottiglia di liquore alle erbe che aveva portato il frate. Don Quinto lo assaporò da intenditore.
«Buono, proprio buono» commentò. «Quello che ci voleva per digerire. Col vostro permesso» sorrise ampio all’altro prete «me ne faccio un altro.»
Erano quasi le quattro del pomeriggio quando si alzarono da tavola e don Quinto si accomiatò: «Faccio un giro per il paese» disse «che è anche il mio paese, non scordiamolo, e poi torno alla mia chiesa per il Rosario».
Don Enrico lo vide assai malfermo sulle gambe e si alzò anche lui. «Se permettete, don Quinto, io vi accompagno per un tratto di strada» disse.
«Non preoccupatevi don Enrico. Traballo sempre quando mi alzo da tavola dopo un buon pasto.» Si allontanò borbottando: «Poi passa, poi passa. Un po’ d’aria fresca e poi passa».
Don Enrico lo accompagnò ugualmente. Intanto perché di aria fresca, in quel pomeriggio, proprio non ce n’era e il caldo di agosto si faceva sentire bene. Ma aveva ragione don Quinto che si dimostrò abbastanza in gamba e abituato a quelle condizioni per girare dritto, senza segni evidenti di alterazione.
L’uno accanto all’altro, i due parroci bighellonarono per la modesta fiera guardandosi attorno. Il banco dei venditori di brigidini, i famosi biscottini di Lamporecchio che spargevano un odore di dolce e di anice; il tiro a segno, i venditori di giocattoli, e poi il palo della cuccagna, ben spalmato di grasso di maiale dalla base fino alla punta, che attendeva i concorrenti attirati dai premi appesi alla ruota di carro fissata sulla cima: un prosciutto, due fiaschi di vino, due fiaschi di olio, una pentola di rame che conteneva altri generi alimentari: formaggio, salame e cotechini, un ben di dio che avrebbe permesso a una modesta famiglia del paese di arrivare con tranquillità alla fine dell’anno. Per questo sarebbero stati in molti a tentare di raggiungerlo quel ben di dio.
Don Quinto salutava tutti i conoscenti. Praticamente ogni persona che incontrava. Finse sorpresa quando si trovarono dinanzi all’osteria. La indicò a don Enrico e disse:
«Quasi quasi mi faccio un bicchiere e poi prendo la via di casa.»
«Se io fossi in voi, don Quinto…» tentò di suggerire l’altro parroco.
Don Quinto lo interruppe indicando un uomo che si stava avvicinando. Alto di una testa e una spalla sopra gli altri, la barba scura e folta gli copriva il volto ed era forata dagli occhi di un azzurro intenso. Secco, duro e forte come il manico di una vanga.
«Guarda, guarda» borbottò fra sé. «Ma io quello lo conosco.» Gli andò decisamente incontro: «Scusate voi,» gli disse «ma io vi conosco?».
L’uomo lo guardò in viso, scosse il capo e si allontanò senza parlare. Don Quinto lo guardò fino a che si perse fra la gente. Poi borbottò:
«Eppure, eppure quel viso e quegli occhi…»
«Non credo lo abbiate mai visto» disse don Enrico. «È uno di fuori, non è di qui.»
«Forse avete ragione voi ed è meglio che non ne beva un altro. Ho già le traveggole. Andiamo, va’.» Salutò con un gesto il collega e si mise in cammino.
Quella sera stessa, un paio d’ore più tardi, Bastiano il mugnaio ispezionava la sua gora, vicino al fiume. Contro la grata che separava lo stretto canale dal più ampio vaso del bottaccio, lì messa per impedire che ramaglie o tronchi o carogne finissero contro le pale, scorse qualcosa di grosso e nero:
«O cos’è?» si chiese. E girò quella cosa con un bastone. «’Orco cane!» esclamò. «Ma è il sor Priore!» e corse a chiamar gente.
Il maresciallo dei carabinieri si chiamava Bargellaux, veniva dal Piemonte e la sua famiglia aveva origini francesi; era in paese da pochi mesi perché da pochi mesi era stata aperta la caserma. Fece rapidi accertamenti, interrogò la Perpetua, sentì alcuni parrocchiani e, in giornata, chiuse la faccenda. Il vecchio prete aveva bevuto, e molto… Che beveva lo sapevano tutti. Tornando a casa, nell’attraversare uno dei numerosi fossi che intersecavano la mulattiera, era scivolato, era caduto battendo la testa, e l’acqua lo aveva trasportato al fiume e da lì lo aveva fatto finire contro la grata del mulino di Bastiano.
Disgrazia, accidente.
Ma come aveva fatto a morire proprio così, se tutti sanno benissimo che, nel mese d’agosto, i fossi sono quasi a secco e l’acqua che vi scorre, quando vi scorre, è ridotta ad un puro rivolo, del tutto incapace di trasportare fino al fiume un omone come il povero don Quinto Magnanelli?
I
1884: un venditore di fantasia
Proprio un bel soggetto, il Toscanino. Quell’anno, era il 1884, arrivò in ritardo rispetto ai passaggi degli anni precedenti, tanto che in paese già si pensava che fosse morto, che lo avessero trovato stecchito, ancora seduto sul carro e con le briglie in mano mentre Caterina, la cavalla, mangiava tranquilla l’erba sul bordo della strada. Ma non era morto, non ancora, e si presentò con un mese di ritardo e quando la neve era già nell’aria; in piedi sul carro percorse la strada principale del paese cantando stornelli a squarciagola e arrivato sul sagrato tirò le briglie e la cavalla si fermò. Saltò giù da cassetta, aprì i battenti del carro e cominciò a gridare:
«Donne, gente, è arrivato il ciapo!» Così, in paese, chiamavano i venditori ambulanti toscani. «Donne, gente, correte che c’è il ciapo. C’è il Toscanino, gente!» E presto fu folla.
Minuto, tutto pelle e ossa, eppure con la forza di un bue. Nessuno sapeva di dove venisse e in paese lo chiamavano il Toscanino per la cadenza così marchiante del suo parlare. Ma era il Toscanino anche per gli altri paesi che andava toccando nei suoi viaggi. Di qua passava due volte l’anno: in primavera per andare a nord e in inverno diretto a sud. Un carretto sempre pieno di mercanzia e trainato da una cavalla asmatica ma che doveva avere una gran forza dal momento che riusciva a trascinare il peso lungo i tornanti, non certo facili, di quei monti.
Il carretto era un magazzino ambulante: c’era naturalmente tutto il sacro armamentario degli attrezzi agricoli, le ampie falci da fieno e quelle più anguste e secche da grano, le forbici da potare, i pennati e i maracci, mazze e punte da scalpello di vario tipo e misura, chiodi e martelli; ma poi anche pentole, stoffe, cotoni, formaggi, farina, scarpe, filo spinato, cuoio, pellami, indumenti intimi che nessuno comprava ma che donne e uomini guardavano con curiosità, lana, piatti, forchette, tovaglie, lenzuoli, calzoni, giacche, capparelle dal collo di pelo o senza pelo, bottoni, pasta secca, bottiglie, tappi, imbuti. Se la merce non era in vista, bastava chiedere e lui ci pensava un po’, annuiva, s’intrufolava nel carro strisciando fra la mercanzia, lo si sentiva borbottare all’interno e quando usciva aveva fra le mani l’oggetto richiesto.
Chi non aveva soldi poteva pagare con altra merce. C’era anche chi gli affidava cose da vendere altrove: pelli di coniglio, formaggi, castagne secche e farina di castagne. Ma anche, in stagione, fragole, mirtilli, lamponi e funghi. La miseria che si riusciva a spremere da quella terra di sassi, di strapiombi, di torrenti, di sterpi. I conti si facevano quando il Toscanino ripassava, sei mesi dopo. E non c’era verso che sbagliasse o dimenticasse qualcosa, anche se nessuno segnava. Da quelle parti erano in pochi a saper scrivere.
Di solito restava in paese tre giorni in modo da permettere anche a chi abitava lontano, fra i dirupi e i boschi, di avere notizia del suo arrivo e di scendere a fare le provviste per sei mesi. La notte dormiva in osteria, che aveva anche un paio di camere per i rarissimi viandanti.
Per i ragazzi furono altre tre sere straordinarie, attese da sei mesi.
Seduto al tavolo dinanzi alla mescita, il Toscanino si fece servire il solito f...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Macaronì
- PRIMA PARTE. il passato e il presente
- SECONDA PARTE. il presente ovvero 1940: il punto d’incontro
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