Il bambino magico
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Il bambino magico

  1. 300 pagine
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Il bambino magico

Informazioni su questo libro

Questa storia inizia in una notte africana, sotto l'albero delle parole. Qui, dove di giorno gli uomini del villaggio si raccolgono per ragionare, nel buio crepitante di lampi un bambino di cinque anni stringe al petto un fagotto. Il bambino si chiama Gora, è figlio di Ibrahima Diop il lottatore e, tra le braccia, regge un neonato con la pelle bianca come il latte di capra. È uno zeruzeru: un africano albino. Una sventura. Un bambino magico. Ma per Gora è soltanto Moussa, suo fratello.

Il villaggio di Marindo-Ta, una manciata di capanne e campi di arachidi nel cuore della savana, custodisce il segreto del figlio bianco. Tra le lezioni alla scuola coranica e le scorribande al vecchio recinto, Gora e Moussa crescono inseparabili: un bambino nero e la sua ombra bianca. Ai loro giochi selvaggi si unisce Miriam, che preferisce le corse sfrenate alle bambole di stracci. È testarda, disobbediente e visionaria. Miriam è il primo amore, vissuto con la convinzione assoluta dei bambini, accompagnato dalla promessa folle dell'indissolubilità: insieme, noi tre, sempre. Miriam è il desiderio che spinge a infrangere i divieti, che allarga l'orizzonte delle avventure, oltre il perimetro del villaggio, oltre il confine dell'Africa e dell'infanzia. Fino all'Europa, all'Italia, alle strade di una Milano distratta, dove, ventenni, approdano come migranti, stranieri, ultimi tra gli ultimi. Nel loro sguardo si specchia un'Italia sognata come l'El Dorado che si svela nelle sue contraddizioni, ostilità, solitudini, ma che è anche capace di gesti inattesi di immaginazione e generosità.

Con voce limpida e ispirata, Maria Paola Colombo attinge alla potenza del mito e all'incanto della fiaba per raccontarci una vicenda attualissima. E ci conduce nel cuore meraviglioso e combattuto di ogni uomo in cammino verso la felicità: lì, dove siamo fragili e diversi, lì è la fonte segreta del nostro più grande potere.

Questa è la storia di tre bambini che, con gli occhi ancora colmi di stelle selvagge e il cuore educato alla lotta, si affacciano sulla durezza, ma anche sulle immense possibilità, dell'età adulta. Questa è la storia dell'incontro con il bambino magico che vive dentro ciascuno di noi.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852071201
Print ISBN
9788804658924

PARTE SECONDA

JOM - LA DIGNITÀ

Tutto intorno è buio. Si trova in una capanna che è come un pozzo, un ventre di terra e squame. Il cielo è lontanissimo, un’unghia di luce. Presto lui tornerà. Deve trovare il modo di uscire da lì.
Il buio si gonfia, si rapprende. Vive. Preme contro il suo corpo. Lei si rannicchia a terra per proteggersi dalle ombre che la artigliano.
Presto lui tornerà per divorarla.
«Miriam!»
Solleva la testa al suono del proprio nome, la rovescia mento in su: nel cerchio di luce si affaccia il volto lunare di Moussa.
«Sono qui!» grida Miriam tirandosi in piedi, tendendo le braccia. «Lancia una corda!»
Nel buio Miriam sente lo schiocco della fune. A tentoni ne cerca il capo. Lo afferra tra le mani. Prende ad arrampicarsi. Più sale, più le sembra di udire il rumore della creatura che, annaspando e strisciando nei cunicoli, sopraggiunge. Il cuore le martella nelle tempie, negli occhi. I muscoli si tendono nello sforzo. Poi sente quello strappo verso il basso, uno strattone che quasi le fa perdere la presa.
«Moussa!» grida terrorizzata.
«Taglia la corda» dice Moussa. Il suo volto, ora più vicino, è senza paura.
Miriam si ricorda del pugnale che porta legato alla cintola, reggendosi con una mano sola lo libera dalla guaina. Sega la fune, in tensione per il peso della creatura che la sta risalendo dal basso. Quando l’ultima fibra cede al passaggio della lama, sente un boato. Lo spostamento d’aria la sbalza lontano. Chiude gli occhi. Mi sfracellerò contro il suolo, pensa.
Quando li riapre è sdraiata pancia a terra su una pietra liscia, alle sue spalle l’acqua della cascata gorgoglia precipitando nella conca cobalto. Al suo fianco c’è Moussa, la guancia poggiata sulla pietra, il volto sereno, le ciglia lucenti di fiume.
«Oh, Moussa», resta immobile, ha paura a toccarlo, paura che lui sparisca. «Ho fatto un sogno orribile. Ho sognato che partivo su una barca per l’Europa e, durante il viaggio, non c’era né acqua né cibo e gli uomini che mi avevano promesso un lavoro mi prendevano contro le assi. Mi rubavano l’onore e la purezza per vendermi nelle strade, come una capra o un’asina. Non potrei continuare a vivere se accadesse una cosa simile.»
L’intensità dello sguardo di Moussa la stordisce, il suo volto è un fiore di luce. «Non temere, Miriam» dice, e i denti e le labbra sono candidi come il latte e gli occhi sono due soli. «Tu vivrai. Due volte vivrai: per te e per il tuo bambino.»
Miriam sente nella pancia poggiata contro il sasso un sussulto, un battito d’ali.
«Di chi è figlio?»
«Di Dio, come tutti i figli.»
«Tu come lo sai, Moussa?» si stupisce. «Come sai tutte queste cose?»
«Io sono libero.» Gli occhi di Moussa si sono riempiti di lacrime, che gli rigano di chiarore le guance. «Ora devo andare.»
«Non lasciarmi.» Miriam si drizza a sedere. Il rumore della cascata è stato sostituito da un rombo meccanico, violento. Tutto intorno a loro passano automobili. Non ci sono alberi, ma palazzi. «Ti prego, non lasciarmi. Gora dov’è?»
Miriam tende le mani, cerca di afferrare il corpo lunare di Moussa. Sfiora la sua pelle e le sembra di toccare il petto di un uccello, lieve di piume.
«Io non ti abbandonerò mai.» Moussa è un soffio di vento, una stella ascendente.
«Quanto?» dice la voce, sconosciuta, arrogante. «Bellezza, lavori o no?» aggiunge.
Miriam apre gli occhi sull’asfalto, sul transito notturno di fanali della Binasca. Li solleva, stupiti, al piombo del cielo.
«Allora, quanto vuoi senza preservativo?» L’uomo le sta parlando dal finestrino abbassato.
Lei non guarda il suo volto. Non lo guarderà neppure dopo quando lui le sarà addosso, dentro. Poserà gli occhi sui tergicristalli, o sulla maniglia della portiera, li incuneerà in un profilo di gomma. Lì andrà a nascondere quel poco che resta di lei.
Barcollando si solleva dallo sgabello su cui si è addormentata. Il sogno le è rimasto incollato alle palpebre. Miriam si passa una mano sulla faccia. È stato solo uno stupido sogno, una bugia crudele.
Ronda e le altre stanno mangiando dai cartocci di alluminio e carta oleata. L’odore di fritto impregna la stanza, mescolandosi a quello dei profumi scadenti di cui si sono asperse, dei vestiti sporchi, del loro fiato e delle loro flatulenze. La finestra è stata murata, perché non si facciano venire strane idee. La stanza prende aria dalla porta che dà sul corridoio, che conduce ad altre stanze ugualmente sbarrate.
«Miriam, tu non mangi?» chiede Ronda. «Neppure ieri sera hai mangiato. Non è che stai male?»
«Non ho fame.» Miriam è sdraiata su una branda, supina, fissa una macchia di muffa sul soffitto.
Ronda le si avvicina, il materasso si incurva sotto il suo peso massiccio. Le tocca la fronte con le mani grasse, materne.
«Devi mangiare qualcosa.»
Miriam scuote la testa.
Ronda si china su di lei, ha la bocca lucida di unto. Una briciola di fritto sulla punta del naso. «È sbagliato» le dice.
«Cosa?»
«Lo sai cosa. Te l’ho detto molte volte» abbassa un poco la voce che è scura, vibrante, «fare pensieri di tristezza.»
Miriam fa uno sbuffo con il naso, una specie di risata soffiata.
«Tu non pensare. Dài retta a me: bisogna stare allegri. Sempre allegri.» Ronda la abbraccia, curva su di lei. «La tristezza puzza e chiama gli avvoltoi. L’allegria profuma e attira le api. Tu devi immaginare cose belle. Quando io sono un po’ giù, penso a quando ero bambina e mia nonna preparava il dolce di latte e datteri...»
«Smettila.» Si tappa le orecchie con le mani, si volta di schiena. «Smettila.»
«Come vuoi.» Ronda si alza.
Miriam sente il materasso che perde l’inclinazione, alleggerito del suo peso. Poi di nuovo si incurva: si è rimessa seduta. Figurati se la lasciava davvero in pace.
«Che c’è?»
«Dio ci ama» la rimprovera affettuosamente Ronda. «Tutto questo passerà. Dobbiamo tenere saldo il cuore, per dopo.»
Dopo.
Non c’è nessun dopo, vorrebbe dirle. Nessun posto dove andare. Nessuna casa a cui tornare. Se anche riuscissero a fuggire, come potrebbero tornare alle famiglie? Miriam preferirebbe morire, piuttosto. La cosa che lei è ora non ha legami con la persona che è stata. Quella cosa è nata sul marciapiede, plasmata dai corpi estranei che cozzano contro il suo. Così ha imparato a conoscere il perimetro del suo esistere: comincia e finisce nel punto dell’urto.
Da quando si è imbarcata, le pare che sia trascorso un unico, infinito giorno. Un tempo senza segni, senza attese. Un tempo sospeso, come un ponte che non parte da nessuna sponda e a nessuna conduce. Un tempo che è un luogo in cui si può sopravvivere solo nudi, della memoria di ciò che si è perduto, della speranza di un futuro diverso dal presente.
Eppure Moussa l’ha raggiunta in sogno. E qualcosa di quel transito le è rimasto impigliato dentro, come un granello di sabbia nelle valve di un’ostrica: un fastidio pungente che la desta dal torpore, che la rende insofferente a se stessa e brusca. Improvvisamente indocile.
«Mangia» si impunta Ronda. Ha avuto una figlia molti anni fa. I servizi sociali gliel’hanno portata via ed è stata data a una famiglia italiana che vive a Genova. Ma non passa un giorno senza che Ronda pensi a lei. È felice che sua figlia abbia una madre e un padre che non le fanno mancare niente, cose che Ronda non avrebbe mai potuto darle. È grata alla donna che sta crescendo sua figlia. Per questo si prende cura di Miriam, perché al mondo ci sono madri che ti generano e altre che si prendono cura di te. Ronda affonda il cucchiaio di plastica nel riso alla cantonese, poi lo preme contro le labbra serrate di Miriam.
«C’è maiale...» fa per protestare lei, ma Ronda ha sfruttato l’istante in cui ha schiuso la bocca per parlare e Miriam si ritrova fra lingua e palato la cucchiaiata unta. E resta immobile, senza masticare, con quel boccone in gola che è come la sua vita, immondo, e non va né su né giù.
«Cos’ha?» domanda uno dei padroni a Ronda. Si è dovuto fermare mentre le accompagnava al lavoro perché Miriam si è sentita male.
«Ci fate mangiare cibo cattivo» dice Ronda.
«Ah sì?» La voce del padrone è insinuante, sospettosa. Tira una boccata della sua sigaretta, tamburella con le dita sul volante.
Miriam rimonta in macchina. Chiude la portiera. Tiene la testa fuori dal finestrino abbassato per respirare.
«Vedi di non sporcarmi i sedili» dice il padrone.
«Va meglio?» chiede Ronda, che si sente un po’ in colpa. Che il maiale davvero faccia male alle persone che credono in Maometto? Prende a scrutare Miriam, il suo volto estenuato e le ombre scure sotto gli occhi.
No, non va meglio. Lo stomaco di Miriam è rovesciato, la nausea la afferra a ondate. Si sente stanchissima, senza forze, come se le avessero sfilato la spina dorsale.
Il padrone le scarica vicino ai cassonetti. Riparte. Tra poco ripasserà a controllare che ciascuna di loro sia al proprio posto. Che tutto fili liscio.
«Miriam», Ronda la ferma, afferrandola per un braccio, le è venuto un pensiero diverso. «Quando è stata l’ultima volta che hai perso sangue?»
Miriam guarda la bocca ingrommata di rossetto da cui sono venute quelle parole. Per un momento le torna alla mente la madre, il fiuto infallibile con cui coglieva sul volto delle ragazze del villaggio i segni, prima che loro stesse sapessero. «Da cosa lo capisci?» le aveva chiesto una volta. «Dagli occhi» aveva risposto. «Gli occhi delle donne che portano una vita sono come il cielo del primo mattino c...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL BAMBINO MAGICO
  4. PARTE PRIMA
  5. PARTE SECONDA
  6. PARTE TERZA
  7. Ringraziamenti
  8. Copyright