Le montagne ghiacciate di Kolyma
eBook - ePub

Le montagne ghiacciate di Kolyma

  1. 456 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Le montagne ghiacciate di Kolyma

Informazioni su questo libro

Nel 2014, la prestigiosa casa editrice Faber & Faber ripubblica Kolymsky Heights, il romanzo di spionaggio che Lionel Davidson scrisse nel 1994. Il successo, a distanza di vent'anni, è immediato e rivela al mondo uno scrittore.

È stato detto che Le montagne ghiacciate di Kolyma è un capolavoro, il miglior thriller mai scritto (Pullman), ma perché?

Per il suo impianto classico innanzitutto. Uno scienziato morente, imprigionato in un laboratorio sovietico perduto in un'immensa e desolatissima Siberia, fa pervenire un disperato messaggio in codice a Johnny Porter, indigeno canadese del popolo Gitskan, erudito, scienziato e profondo conoscitore dei dialetti siberiani: lo supplica di raggiungerlo in segreto, a tutti i costi, lui, lui solo. E Porter, agente dei servizi segreti americani, accetta la sfida; compie un viaggio impensabile, rischia la vita per un segreto cifrato e poi tenta la più grande fuga di tutti i tempi, quasi impossibile. Andata e ritorno perciò, non diversamente da tanti altri romanzi. Ma pochi sono gli scrittori che, come Davidson, riescono a incastrare i dettagli nella storia con tanta intelligenza, passione e necessità. Basta leggere di come Porter riesce a infiltrarsi su una nave giapponese sostituendosi a un marinaio coreano - la sua bravura nel parlare esattamente quel particolare dialetto coreano, la sua capacità di imparare a memoria le mappe della nave, come si sostituisce in modo perfettamente plausibile, invisibilmente, al marinaio di cui prende il posto e di come, infine, si procura i documenti e i falsi permessi senza lasciare tracce, senza che nessuno si accorga di nulla...

E ancora - episodio destinato a rimanere celebre nella letteratura di spionaggio -di come Porter si procura il mezzo per percorrere le migliaia di chilometri della fuga. Una jeep che si costruisce da solo in una caverna di ghiaccio a 50 gradi sotto zero, nella desertica regione di Kolyma, lavorando giorno e notte e rischiando di morire di fame, avvitando ogni singolo pezzo e bullone con tale perizia ingegneristica che ci si domanda se davvero Davidson non abbia prima provato a costruire quella jeep nel suo garage e soltanto in seguito, verificata la possibilità reale, abbia deciso di metterla nel suo libro.

E poi il paesaggio, impressionante per come si presenta agli occhi e ai sensi del lettore, un inferno di ghiaccio eterno nelle notti senza fine della Siberia.

E poi le figure femminili, indimenticabili per la loro tenerezza e, certe volte, per la loro spudoratezza.

E ancora la paura, il coraggio, l'ambientazione selvaggia, l'intreccio romanzesco, i dialoghi sofisticati, le invenzioni narrative.

Imperdibile, parola di Robert Harris.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852070938
Print ISBN
9788804658917
PARTE SETTIMA

I monti del Kolyma

51

Alle dieci di mattina, dopo aver percorso solo quarantadue chilometri, stando al quadrante sul cruscotto, scoprì per quale motivo il letto del torrente era impraticabile per i camion. Non superava mai l’ampiezza di due metri ed era costellato di massi ghiacciati, ricoperti di neve, sui quali aveva dovuto faticosamente arrampicarsi, quando non riusciva ad aggirarli. Purtroppo alcuni non erano visibili, sotto la neve, e su quelli aveva cozzato come contro un muro. Procedeva ancora in prima, aguzzando lo sguardo oltre il raggio dei fari. Riteneva di avere coperto all’incirca la metà del tragitto, che sulla carta non sembrava superiore agli ottanta chilometri. Il potente sistema di riscaldamento teneva i finestrini liberi dal ghiaccio, ma non si riusciva a vedere niente se non ciò che veniva colpito dalle luci del bobik.
Ben presto, non riuscendo neanche a capire con certezza se quello fosse il torrente giusto, si fermò e scese per arrampicarsi sulla sponda, che non era troppo alta. Tra una raffica e l’altra di vento gelido, gli apparvero le sagome delle montagne, che continuavano a salire. Non gli dicevano nulla, quindi tornò a bordo per riprendere il viaggio.
Poco dopo l’una, vedendo profilarsi davanti a lui una sagoma scura, spense i fari e scese per ispezionarla: era un ponte che attraversava il torrente.
Arrampicatosi sulla riva, si ritrovò sulla strada per Bilibino.
Non poteva essere altro che la statale per Bilibino: larga sei metri, pianeggiante, una strada vera. Ma in che punto si trovava? Se andava a sinistra avrebbe raggiunto Cersky, se invece svoltava a destra, Bilibino: ma quali erano le distanze? Non riusciva a ricordare la posizione sulla mappa. Durante il viaggio con il convoglio aveva superato decine e decine di ponti del genere.
Sulla statale non c’era alcun veicolo in vista.
Ridiscese e portò il bobik sulla strada, che correva diritta, senza alcun riverbero visibile. Per la prima volta poté ingranare correttamente le marce, passando alla seconda, poi alla terza, infine alla quarta; e per la prima volta il motore del bobik cominciò a ronzare regolarmente. Continuò così, a settanta chilometri l’ora, che poi divennero ottanta e ottantacinque. Osservò l’ago del tachimetro e si ricordò di come aveva dovuto staccare lo scheletro dell’automezzo dal terreno gelato, si ricordò di come ne aveva avvitato ogni bullone. «Caro piccolo bastardo» disse rivolto al bobik.
I grandi autocarri non si fermavano, lo sapeva, limitandosi a far lampeggiare i fari; ma non circolavano soltanto camion. Nel viaggio precedente aveva incontrato ogni tanto un automezzo di soccorso, o qualche bobik carico di rifornimenti, e li aveva visti fermi, con i conducenti intenti a chiacchierare. Be’, se ne vedeva qualcuno davanti a sé, avrebbe dovuto decidere se lasciare la strada, oppure proseguire rischiando di destare dei sospetti.
Prima o poi avrebbe dovuto fermarsi a riposare. Sulla strada c’erano le aree di parcheggio, ma non poteva fermarsi lì, dove avrebbero sostato anche altri veicoli, e non poteva fermarsi neppure alle stazioni di servizio. Avrebbe dovuto allontanarsi dalla carreggiata, ma tra le montagne non c’era nessuna possibilità di farlo. Doveva riposare prima di raggiungere le montagne, a patto di sapere dove si trovavano e di riuscire prima a stabilire la sua posizione.
La prossima stazione sulla strada poteva fornirgli un indizio, ma senza una mappa anche quello era incerto. L’atlante scolastico non serviva a niente: per quell’area di massima sicurezza non indicava i particolari, ma solo i fiumi principali, le città, la linea rossa della strada statale e nient’altro.
Poco dopo vide le luci di una stazione di servizio, poco più avanti, e spense i fari. Avvicinandosi spense anche le luci di posizione e si accostò lentamente.
Un gruppo di grossi autocarri, bobik, un automezzo di soccorso. Tutto tranquillo. Spense il motore e aprì il finestrino. Dalla baracca di tronchi proveniva una musica fioca. Aguzzò lo sguardo: le baracche erano molto simili, le prime tutte di legno e solo alcune, più avanti lungo la strada, di cemento. Questa era una delle prime stazioni costruite, forse addirittura la più antica.
Si sentì sprofondare al pensiero che così fosse. Probabilmente le cose stavano proprio così. Si rammentò di colpo che solo dopo la prima stazione erano cominciati i tornanti; finora non aveva superato nessun tornante. Quella era la prima stazione sulla strada, e gli restavano ancora seicento chilometri da percorrere.
Rimise in moto, riflettendo. Il contachilometri indicava centottanta chilometri: il torrente doveva essere lungo il doppio di quanto aveva calcolato. Aveva consumato molto carburante, soprattutto sul terreno accidentato; ma del resto quel grosso motore consumava parecchio in ogni caso. Anche nelle condizioni migliori con un litro percorreva appena sette chilometri. Continuando così, non sarebbe arrivato da nessuna parte: non poteva raggiungere Bilibino con il carburante che aveva.
La strada cominciava a sembrargli familiare, e si rammentò che quello era il tratto nel quale aveva guidato lui; aveva preso il volante dopo la prima stazione di servizio. Sotto la tutela di Vania, aveva inserito il grosso automezzo nella fila del convoglio. Fra poco sarebbe cominciata la ripida ascesa fino ai passi di montagna, e poi la discesa.
E ben presto arrivò il primo passo, con le vette ai lati ormai invisibili nell’oscurità di mezzo inverno. Davanti a lui la strada ghiacciata scintillava limpida per chilometri e chilometri, senza nessun automezzo. Superato il passo, si ritrovò su un altopiano pianeggiante, dove fermò il bobik per scendere con la torcia in mano.
Un vento crudele minacciò di staccargli la testa. Dovette ingobbirsi per raggiungere il margine della strada, protetto da solidi guardrail di metallo. Alla luce della torcia vide scintillare soltanto pendii di roccia ghiacciata, mentre in basso regnava l’oscurità. Si trovava a oltre milleseicento metri d’altezza, e sotto di lui si apriva una gola. C’era un primo compito da sbrigare.
Tornato al bobik, raccolse tutti i rifiuti, l’imballaggio del motore, il paranco, le scatole e i bidoni, tutto ciò da cui si poteva risalire alla sua origine, e in tre viaggi gettò tutto di sotto, insieme con la giacca da taglialegna di Ponomarenko, il berretto di visone, la balaklava, la stufa.
Era affamato, quindi mangiò e ingurgitò il caffè del thermos, sempre tenendo d’occhio la strada da una parte e dall’altra; poi riprese il viaggio.
Tra poco sarebbero cominciati i tornanti, dove lo attendeva la stazione stradale numero due. Lì doveva sbrigare un altro compito; poi era la volta di un’altra tappa, un posto dove riposare prima del labirinto fra le montagne. Il piccolo bobik affrontava la strada con disinvoltura sempre maggiore. Gli scossoni sul torrente gli avevano fatto bene; il timbro del motore cominciava ad assestarsi e rispondeva con un uggiolio ansioso quando lui pigiava sull’acceleratore. Inoltre procedeva a un’ottima velocità: non c’erano veicoli carichi di legna e la strada era sgombra.
Arrivò il tratto che aspettava: salite e discese, salite e discese, un nastro di ghiaccio che correva diritto e, poco dopo, la stazione stradale numero due. Spense le luci, avvicinandosi con cautela, e rimase a osservarla per un po’.
Finestre illuminate, musica appena percettibile e il parcheggio buio affollato di camion e bobik. Accostatosi lentamente, spense il motore.
Dal retro prese due taniche vuote, il tubo di plastica e una chiave inglese. I camion avevano un motore diesel, quindi non servivano a niente. Tenendo d’occhio la porta della capanna, cercò di aprire il tappo del serbatoio del primo bobik: ghiacciato. Usò la chiave inglese per svitarlo, inserì il tubo e succhiò finché il sifone non cominciò a funzionare, riempiendo le taniche. Un attimo dopo era già lontano.
Due taniche non sarebbero bastate.
Venti litri corrispondevano a centoventi, centoquaranta chilometri; gliene servivano di più. Quello che aveva nel serbatoio lo avrebbe portato oltre la prossima stazione stradale, poi avrebbe fatto rifornimento dalle taniche appena trovava un posto dove riposare.
Ora si vedevano le stelle; le nubi si erano disperse. Era entrato in un altro sistema climatico, quindi doveva aver percorso un buon tratto. Accese una sigaretta per restare sveglio e, in quel momento, vide un veicolo avvicinarsi da lontano.
Procedeva in fretta, non era un camion; i fari si spostavano rapidamente su e giù lungo il tornante. Man mano che si avvicinava, vide che era un bobik, e che stava rallentando per fermarsi. Avevano abbassato entrambi i fari, ma ora lui li alzò, facendoli lampeggiare prima di proseguire, e nello specchietto retrovisore vide che l’altro veicolo aveva ripreso la marcia. Incrociandosi, avevano alzato la mano per salutarsi: tutto a posto. L’altro bobik non veniva da Cersky; aveva un altro tipo di targa.
Si accorse all’improvviso che lui non l’aveva: senza la targa, non poteva entrare a Bilibino.
Meditò su quel problema, ma aveva già trovato una soluzione prima ancora di vedere le luci della stazione successiva, in una depressione del terreno poco più avanti: la stazione stradale numero tre.
Si fermò sulla collina che la sovrastava, spense le luci e prese gli arnesi dal retro. Poi si avvicinò, scendendo lungo il pendio fino a entrare nel parcheggio buio.
Prima il carburante, che ricavò da un bobik. Il mezzo era accostato a un banco di neve; troppo accostato per sbrigare l’altro lavoro. Aveva deciso che gli bastava una sola targa, ed era meno probabile che si notasse la mancanza di quella posteriore.
Individuato il bersaglio, si mise al lavoro. Dal momento che le viti erano ghiacciate, non perse tempo a svitarle: avvolse uno scalpello in uno straccio e vi batté sopra con la chiave inglese. In pochi minuti aveva staccato la targa, che trasferì sul suo bobik.
Stazione stradale numero tre, addio. Erano le cinque del pomeriggio.
Viaggiava veloce, ma si stancava anche in fretta: undici ore di guida da quando aveva lasciato la caverna, e tra poco sarebbero cominciate le montagne. Doveva trovare al più presto un posto per riposare.
Guidò lentamente, cercando. Se avesse rimandato troppo, poteva fare manovra e tornare indietro verso un posto che aveva già individuato, ma non fu necessario. Dalla sommità della collina alla luce delle stelle vide un posto adatto in fondo al pendio, un avvallamento buio nella vasta distesa bianca. Scese per controllare.
Per chi percorreva la strada era quasi invisibile; una piccola cunetta con un ponte sopra, uguale a tante altre. Nell’oscurità sottostante c’era un torrente gelato, un paio di metri al di sotto della strada, simile a quello che aveva lasciato qualche ora prima. Il ponte era largo quanto la strada: il bobik vi sarebbe rimasto nascosto comodamente.
Il pendio non era troppo ripido. Porter scese sul letto del torrente e si nascose sotto il ponte.
Dormì due ore, con il riscaldamento spento per risparmiare carburante. Quando uscì dal sacco a pelo il bobik era ghiacciato, quindi accese subito il motore e il riscaldamento: erano le otto.
Scartò il pane con il salame. Quando Tania glielo aveva portato, le fette erano incartate separatamente; ora invece erano saldate dal ghiaccio in un unico foglio di carta ruvida. Mangiò, bevendo qualche sorso di caffè dal thermos, poi diede un’occhiata alla targa con la torcia.
Si notava ancora un bullone deformato, ma nella cassetta degli attrezzi ne aveva di ricambio. Tutto quel veicolo ingegnoso era stato messo insieme con pochi tipi di bulloni. Poco dopo segò quello che c’era, quindi uscì per fissare la targa sul davanti. Da ultimo riempì il serbatoio e soddisfece le sue esigenze naturali.
Non si lavava da quando era partito da casa, venerdì, e ormai era lunedì notte. Staccò un pezzetto di ghiaccio, facendo del suo meglio per ripulirsi le mani e il viso, e poi i denti, dopodiché risalì a bordo e diede un’occhiata alla strada: via libera.
Alle dieci, nonostante il continuo zigzagare fra le montagne, aveva superato la stazione stradale numero quattro.
Lì aveva deciso di prendere quattro taniche di benzina, che dovevano bastargli fino a Bilibino, con una piccola scorta in caso di deviazioni. Non aveva mai visto l’aeroporto locale: e poteva essere piuttosto distante dalla zona montagnosa.
Entr...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LE MONTAGNE GHIACCIATE DI KOLYMA
  4. PROLOGO
  5. PARTE PRIMA. Il postino e il professore
  6. PARTE SECONDA. Il Corvo
  7. PARTE TERZA. Sulla rotta nord-nordovest
  8. PARTE QUARTA. Le pallide donne della Siberia
  9. PARTE QUINTA. La casa della dottoressa Komarova
  10. PARTE SESTA. L’anello e il libro
  11. PARTE SETTIMA. I monti del Kolyma
  12. EPILOGO
  13. Copyright