Io canto il corpo elettrico!
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Io canto il corpo elettrico!

Racconti

  1. 200 pagine
  2. Italian
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Io canto il corpo elettrico!

Racconti

Informazioni su questo libro

Un'antologia di racconti fulminanti e tesissimi in cui Bradbury riesce a far coesistere gli incubi visionari indotti dalla società tecnologica e le memorie di una provincia americana immobile e assopita. Situazioni surreali, raccontate in uno stile raffinato e poetico, che si rivelano illuminanti allegorie del mondo contemporaneo e di quello a venire. Da uno dei più innovativi autori di fantascienza viventi, un libro che travalica la narrativa di genere per approdare alla grande letteratura.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804490791
eBook ISBN
9788852071317

Io canto il corpo elettrico!

Nonna!
Ricordo la sua nascita.
Ehi, un momento, dirà qualcuno, nessun uomo ricorda la nascita di sua nonna.
Ma, sì, noi ricordiamo il giorno in cui è nata.
Perché siamo stati noi, i suoi nipoti, a chiamarla in vita. Timothy, Agatha, e io, Tom, abbiamo alzato le mani e le abbiamo poi abbassate con uno schiocco! Abbiamo frullato insieme i pezzi e pezzetti, le parti e i campioni, i gusti e le trame, gli umori e i distillati che avrebbero messo l’ago della sua bussola verso nord per rinfrescarci e calmarci, verso sud per confortarci e circondarci di calore, verso est e ovest per viaggiare intorno a un mondo sconfinato, che avrebbero fatto luccicare i suoi occhi per riconoscerci, che avrebbero dato movimento alla sua bocca per cantarci la ninna nanna per farci addormentare alla sera, e che avrebbero messo in moto le sue mani per toccarci e risvegliarci all’alba.
Nonna, oh caro e stupendo sogno elettrico…
Quando i lampi dei temporali attraversano il cielo creando i corti circuiti fra le nuvole, il nome mi passa come un fulgido bagliore all’interno delle palpebre.
Qualche volta mi sembra ancora di sentire il suo ticchettare, il suo lieve ronzio al di sopra dei nostri letti nella penombra. Passa come l’ombra di un meccanismo a orologeria nei lunghi androni della memoria, come un alveare di api intellettuali che sciamano dietro allo spirito delle Estati Perdute. Qualche volta mi sembra ancora di sentire il sorriso che ho imparato da lei, stampato sulla mia guancia alle tre nell’oscurità della notte…
Va bene, va bene! griderete voi. Ma com’era il giorno in cui questa vostra fantastica e stupenda-incredibile-adorabile nonna nacque?
Fu la settimana in cui finì il mondo…
* * *
Nostra madre era morta.
Un pomeriggio, sul tardi, un’automobile nera depose mio padre e noi tre davanti al viale d’ingresso della nostra casa. Ci trovammo tutti a fissare l’erba, pensando:
Questa non è l’erba del nostro giardino. Ecco laggiù le mazze, le palle, i cerchi del croquet, sì, proprio come sono stati abbandonati tre giorni fa quando papà è uscito barcollando sul prato, a darci la notizia piangendo. E ci sono gli schettini che appartenevano a un ragazzo, a me, che non sarò mai più giovane e bambino come allora. Ed ecco sì, c’è anche l’altalena fatta con quei vecchi pneumatici di automobile appesa alla vecchia quercia, ma Agatha ha paura di salirci e di mettersi a dondolare. Si romperebbe senz’altro. Cadrebbe.
E la casa? Oh, Dio…
Andammo a darle un’occhiata dalla porta d’ingresso, timorosi degli echi che avremmo potuto sentir ripercuotersi in quelle stanze; quel rumore che si sente quando tutti i mobili vengono portati fuori e non esiste più nulla che attutisca il fiume di parole che scorrono in qualsiasi casa a ogni ora del giorno. E adesso il mobile più bello, morbido, caldo, il più importante se ne era andato per sempre.
La porta si spalancò.
Ne uscì il silenzio. In un luogo imprecisato, la porta di una cantina si era aperta e un vento forte soffiava su dall’umida terra al di sotto della casa.
Ma, pensai, noi non abbiamo una cantina!
«Beh…» disse papà.
Nessuno di noi si mosse. La zia Clara arrivò in macchina su per il viale, nella sua enorme berlina color canarino.
Facemmo un balzo attraverso la porta. E corremmo nelle nostre stanze.
* * *
Li sentimmo parlare e gridare e poi gridare e poi ancora parlare: lascia che i bambini vengano a vivere con me! diceva zia Clara. Piuttosto preferirebbero essere morti! replicava papà.
Si sentì sbattere una porta. La zia Clara se n’era andata.
Per poco non ci mettemmo a ballare dalla gioia. Poi ci tornò in mente quello che era successo e scendemmo al pianterreno.
Papà era seduto da solo e parlava a se stesso o a quello che restava dello spirito della mamma dopo quei giorni che avevano preceduto la sua malattia, ma che fu immediatamente lacerato e disperso dallo sbattere della porta. Mormorava alle sue mani, alle palme vuote:
«I bambini hanno bisogno di qualcuno. Io li amo, ma riconosciamolo, devo lavorare per mantenere tutti. Tu li ami, Ann, ma te ne sei andata. E Clara? Impossibile. Anche lei ama ma soffoca. E quanto a donne di servizio, bambinaie…?»
Qui papà sospirò e anche noi sospirammo con lui, ricordando.
La fortuna che avevamo avuto con le donne di servizio o le insegnanti che vivevano presso di noi o le baby-sitter, era stata al di là del tollerabile. Non ce ne era stata una che non si potesse paragonare a una sega da boscaiolo che lavorasse controvoglia. Sarebbe stato meglio descriverle come accette taglienti o come tornado. O al contrario, invece, potevano essere paragonate a una zuppa inglese troppo liquida, o a un soufflé afflosciato. Noi bambini eravamo come mobili che non si vedevano, sui quali sedere, o che dovevano essere spolverati o mandati a essere ricoperti di nuovo nella prossima primavera o nel prossimo autunno, con la pulitura annuale alla spiaggia.
«Quello di cui noi abbiamo bisogno,» disse papà «è una…»
Ci tendemmo tutti in avanti, verso il suo mormorio.
«… nonna…»
«Ma,» osservò Timothy, con la logica dei nove anni «tutte le nostre nonne sono morte.»
«Sì, sotto un certo punto di vista; no, sotto un altro.»
Che cosa misteriosa e bella da dire, da parte di papà.
«Ecco» disse infine.
E ci allungò un opuscolo ripiegato più volte, a colori vivaci. Lo avevamo visto nelle sue mani, di quando in quando, per parecchie settimane, e spessissimo durante gli ultimi giorni. E adesso ci bastò una sola occhiata, mentre ci passavamo quell’opuscolo da mano a mano, per capire perché la zia Clara, insultata, offesa, se ne era andata tempestosamente da casa nostra.
Timothy fu il primo a leggere a voce alta quello che vedeva sulla prima pagina:
«Io canto il Corpo Elettrico!»
Poi rivolse un’occhiata a papà, strizzando gli occhi. «E che cosa diavolo vuol dire?»
«Vai avanti a leggere.» Agatha e io ci gettammo un’occhiata colpevole intorno, come se avessimo paura che la mamma potesse comparire all’improvviso e trovarci di fronte a questa cosa blasfema, ma poi facemmo segno a Timothy, che continuò a leggere:
«“Noi Fanto…”»
«Fantoccini» lo aiutò papà.
«“Noi Fantoccini Ltd. incarniamo… la risposta a tutti i vostri problemi più pressanti. Un solo modello, al quale possono essere aggiunte, sottratte, suddivise, per migliaia di volte, un migliaio di variazioni, indivisibile, con Libertà e Giustizia per tutti.”»
«Dove dice questo!» gridammo tutti, in coro.
«Non lo dice.» Timothy sorrise per la prima volta da vari giorni. «Sono stato io che ce l’ho messo. Aspettate.» E continuò a leggere: «“Per voi che vi preoccupate per le baby-sitter disattente, le bambinaie di cui non ci si può fidare e con le quali è necessario fare un segno alle bottiglie di liquore, e agli zii e le zie piene di buone intenzioni…”».
«Piene di buone intenzioni, ma…!» disse Agatha, e io le feci eco.
«“Noi abbiamo creato e perfezionato il primo tipo a mini-circuito, di genere umanoide, di Nonna Elettrica ricaricabile AC-DC marca V…”»
«Nonna!?»
L’opuscolo scivolò sul pavimento. «Papà…?»
«Non guardatemi in questo modo» disse papà. «Sono quasi pazzo per il dolore, e non meno disperato pensando a domani e al giorno dopo ancora. Qualcuno raccolga quel foglio da terra. E finitelo.»
«Lo farò io» dissi e così feci:
«“Il Giocattolo è più di un giocattolo, la Nonna Elettrica Fantoccini è costruita con amorevole precisione perché offra l’incredibile precisione dell’amore ai vostri bambini. Il bambino che si trovi a suo agio con la realtà del mondo e con le ancor più grandi realtà dell’immaginazione, è il suo scopo.
«“È stata studiata dai nostri calcolatori in modo da poter insegnare dodici lingue simultaneamente, ed è capace di passare da una lingua all’altra senza pausa in un millesimo di secondo, possiede una conoscenza completa delle storie religiosa artistica e politico-sociale del mondo selezionate nella sua arnia principale…”»
«Magnifico!» esclamò Timothy. «Da quel che dice è come se dovessimo allevare delle api! delle api colte!»
«Sta zitto!» disse Agatha.
«“Soprattutto”,» continuai a leggere «“questo essere umano, perché sembra umano, questa incarnazione delle arti umanistiche in un fac-simile elettro-intelligente, ascolterà, conoscerà, parlerà, e agirà e amerà i vostri bambini nel modo in cui grossi Oggetti come questo, simili Giocattoli fantastici, si può dire che sappiano amare, o si può immaginare sappiano aver cura di qualche cosa. Questo compagno miracoloso, stimolato all’incontro col mondo grande e quello piccolo, il mare interno e l’universo esterno, trasmetterà per mezzo del tatto e della parola, i suddetti Miracoli ai vostri Piccoli Bisognosi.”»
«I nostri Bisognosi» mormorò Agatha.
Perché, pensammo amaramente tutti, si tratta di noi, oh sì, si tratta di noi.
Terminai:
«“Non vendiamo la nostra creazione a famiglie complete dove i genitori sono disponibili e pronti ad allevare, educare, dare un’impronta, cambiare, amare i loro bambini. Niente può sostituire il genitore nella casa. Tuttavia ci sono famiglie in cui la morte o la cattiva salute o l’infermità può minare il benessere dei bambini. Gli orfanatrofi non sembrano la risposta adatta. Le bambinaie hanno una tendenza a essere egoiste, trascurate, o a soffrire di gravi afflizioni nervose.
«“E quindi, con la massima umiltà, e riconoscendo la necessità di ricostruire, ripensare e riprogrammare le nostre concezioni da un mese all’altro, da un anno all’altro, noi offriamo la cosa più affine all’insegnante ideale-amico-compagno-relazione-di-sangue. Si può predisporre un periodo di prova per…”»
«Basta» disse papà. «Non andare avanti. Perfino io non posso sopportarlo.»
«Perché?» domandò Timothy. «Cominciavo a interessarmi adesso.»
Ripiegai l’opuscolo. «Ma hanno davvero cose di questo genere?»
«Non parliamone più» disse papà, coprendosi gli occhi con una mano. «È stato un pensiero pazzesco…»
«Non così pazzesco» dissi gettando un’occhiata a Tim. «Voglio dire, perbacco, che se ci si sono provati, qualsiasi cosa abbiano costruito non potrà mai essere peggio della zia Clara, vero?»
E allora scoppiammo tutti a ridere. Erano mesi che non ridevamo così. E adesso le mie semplici parole avevano fatto ridere tutti, e tutti singhiozzavano e ululavano e scoppiavano dal ridere. Anch’io aprii ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Io canto il corpo elettrico!
  4. La macchina del Kilimangiaro
  5. Il terribile incendio lassù al castello
  6. Il bambino del futuro
  7. Donne
  8. Il Motel dei Polli Ispirati
  9. A Gettysburg, sottovento
  10. Sì, ci troveremo al fiume
  11. Il vento freddo e il vento caldo
  12. Telefonata notturna
  13. Lo spettro della casa nuova
  14. Io canto il corpo elettrico!
  15. Il giorno che si aprirono le tombe
  16. Tutti gli amici di Nicholas Nyckleby sono amici miei
  17. Il peso massimo
  18. L’uomo con la camicia Rorschach
  19. Enrico IX
  20. La città perduta di Marte
  21. Cristo Apollo
  22. Copyright

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