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Hotel Borg
Informazioni su questo libro
Una solitudine dolorosissima che segue tanta smodata compagnia: l'orchestra e il coro davanti e, dietro, il pubblico. Migliaia di occhi che erano avidi soltanto della sua musica, ma non di lui. Pensò: "Adesso non sono più niente: appena la musica finisce, anch'io finisco".
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9788804546771eBook ISBN
9788852072062PARTE PRIMA
ATTO PRIMO
La noia
(…)
Adesso Oscar è fermo: sembra il soldato d’onore di una qualche monarchia da operetta. Indossa la giubba di velluto rosso, i bottoni sono dorati sul doppio petto e i guanti, bianchissimi, sistemano un poco il berretto rotondo. Anche i pantaloni sono rossi: Oscar li ha stirati per bene questa mattina, prima di recarsi al lavoro. In viaggio, sull’autobus, per paura di sgualcirli, è rimasto in piedi: ma l’autobus che prende lui – il numero 36 – è vecchio e talmente instabile che ci vuole un talento da equilibrista a star fermi. Mentre rimane immobile, Oscar osserva i colleghi più esperti servire il tè ai tanti tavoli e pensa che, un giorno, anche a lui sarà concesso di portare il vassoio ovale pieno di tartine e quello ancora più grande dove si mostrano i pasticcini guarniti di panna e di frutta tropicale.
La responsabile delle assunzioni era stata chiara in proposito. Gli aveva detto: «I primi mesi saranno difficili e pieni di noia. Per tutto il tempo dovrai rimanere fermo all’ingresso della Promenade e salutare con un inchino i clienti che arrivano e quelli che vanno via. Soltanto in seguito, quando avrai preso confidenza con la sala e con le maniere degli altri camerieri, anche tu potrai cominciare a servire il tè, gli scone con la marmellata d’arance e tutto il resto». Oscar aveva ascoltato quella donna in silenzio e, senza prendere sul serio il suo avvertimento, s’era convinto che venir pagati per salutare i ricchi era un buon affare e che la noia, di certo, non l’avrebbe spaventato.
Lo turbava, invece, l’immagine del bambino ucciso, malamente appiccicata ai pali della luce nel quartiere di Peckham, dove lui abitava: “ASSASSINATO” si leggeva, in rosso, e, poi, poco più sotto: “Se potete aiutare a trovare il colpevole telefonate alla Polizia”.
Ogni mattina, mentre lui andava al lavoro, la fotografia di quel bambino ormai morto, ma stranamente sorridente, lo guardava e gli suggeriva pensieri tristi. Oscar cercava sempre di non farci caso, ma era impossibile perché la fotografia del bambino morto non la si poteva evitare. Si trovava dappertutto: nelle vetrine dei negozi, sugli autobus e anche nella biblioteca di quel quartiere molto pericoloso, ma a buon mercato, in cui qualche famiglia tormentata dai debiti offriva di affittare la stanza piccola della mansarda a giovani studenti per meno di 50 sterline la settimana.
Peckham, però, era un luogo tetro: nei suoi negozi si vendevano strane radici, unghie finte e telefonini rubati, e i polli – tenuti a lungo fuori dal frigorifero dopo la consegna del mattino – giacevano sul marciapiedi antistante le rivendite in un mucchio assurdo, sormontato da un cartello che diceva: “Polli a scelta £ 3”.
Fu certamente un gioco ironico del destino che Oscar, una volta a Londra, si fosse trovato a vivere, nell’arco della medesima giornata, due realtà tanto diverse fra loro e contrastanti: svegliarsi, la mattina, nel quartiere popolare di Peckham, e, quasi subito dopo, accedere alla magnificenza dorata dell’hotel Dorchester che aveva perfino le colonne corinzie, e i pavimenti composti da un antico mosaico orientale. Tanto contrasto lo divertiva: alla sera, infatti, quando non ne poteva più della luce ovattata e dei clienti della Promenade, Oscar era felice di ritornare a Peckham tra i rumori dei Caraibi e le fragranze accese di spezie che, appena sceso dall’autobus, lo assalivano mischiandosi insieme fino a confondersi nella sua testa.
(…)
Oscar è nato a Göteborg, proprio dove la Svezia del Sud incontra la Norvegia. Contrariamente a quanto si dice intorno ai paesi nordici, Göteborg è una città felice e, la mattina, i bambini avvicinano le labbra al vetro del tram per fare la nuvoletta di vapore. Fuori fa freddo: il tram è bianco e blu. A Oscar il tram piace: è lento e fa un rumore antico, mentre cammina.
Il padre di Oscar è un fioraio. A dire il vero, quest’uomo è il più importante fioraio di tutta la città e ha il negozio nella Kungsgatan che, appunto, significa “viale del re”.
È molto alto, indossa occhiali grandi dalla montatura nera un po’ fuori moda ed è talmente orgoglioso del proprio negozio che spesso, la sera, quando ritorna a casa, è triste di trovarsi a tavola insieme alla propria famiglia e di avere davanti a sé la minestra densa di cavoli, anziché i suoi fiori.
All’inizio degli anni Settanta – quando Oscar non era ancora nato – l’attrice Greta Garbo era stata brevemente nel suo negozio ed egli, da allora, aveva preso l’attività di fioraio molto seriamente, dedicandovi un’attenzione anormale, quasi ossessiva. Era novembre e non c’erano clienti, perché ancora nessuno ordinava le decorazioni natalizie. Ecco, a un certo punto il padre di Oscar smette di leggere il quotidiano e solleva lo sguardo verso la porta: una lunga automobile nera si sta fermando proprio lì davanti. Pochi istanti dopo, l’autista, lasciato con rapidità il posto di guida, apre la portiera di dietro.
Scende, con grazia, una donna: è Greta Garbo.
Il padre di Oscar vede l’attrice entrare nel suo negozio e camminare lentamente verso il bancone con un sorriso che quasi non c’è. Sono solo pochi istanti, eppure, nella loro brevità, hanno su quest’uomo un effetto grandioso. Greta Garbo è ancora bella: ha la fronte alta e gli occhi pieni di mistero. Ed è proprio mentre il padre di Oscar sta scolpendo nella memoria quello sguardo giottesco che l’attrice, lentamente, gli parla. Domanda: «Vorrei inviare dei fiori a Stoccolma: dodici rose. Dodici rose bianche». Poi aggiunge: «È possibile?».
«Ma certo che è possibile… Qui abbiamo l’Interflora» le risponde lui con orgoglio e, subito, prende in mano il modulo per la consegna internazionale. Inizia a riempirlo sotto dettatura, ma è talmente emozionato che sbaglia scrivendo il nome del destinatario e anche l’indirizzo. La Garbo nota di aver causato tanta agitazione e se ne compiace. Il padre di Oscar, nel frattempo, ha un’idea: vuole impadronirsi di quel momento e domanda all’attrice di poterle scattare una fotografia.
Lei, senza nemmeno accorgersene, accetta. Da allora, la sua immagine si trova esposta in bella vista nel negozio e tutti coloro che vi entrano per la prima volta non possono fare a meno di notarla e di domandare con curiosità: «Ma la Garbo è stata sua cliente?». Il padre di Oscar, allora, sente una specie di emozione lungo la schiena e, respirando un poco più profondamente del solito, risponde: «Sì, la signora Garbo è stata mia cliente per lungo tempo». Nel dire questo sa di mentire un poco, ma lo fa ugualmente perché, in fondo, non c’è niente di male e soprattutto perché Greta Garbo, sebbene per una volta sola, era entrata nel suo negozio e aveva ordinato che dodici rose bianche fossero spedite a Stoccolma, nella casa dell’Ambasciatore di Danimarca.
Il padre di Oscar ha raccontato quell’episodio più di mille volte ormai: eppure non ne è stanco. Lo racconterebbe con piacere ancora e ancora. Perché nella sua vita ci sono state poche emozioni e, fra tutte, questa è certamente la più importante.
(…)
Londra, in principio, sembrò facile. Oscar andò ad abitare nell’ostello di Oval e condivise la camera con tre ragazzi francesi molto disordinati, che, spesso, facevano a meno di dormire. Furono loro – stanchi delle sue lamentele – a suggerirgli di comprare il “Loot”, un giornale colorato pieno di inserzioni e di annunci che, allora come oggi, offrivano l’impensabile: automobili d’epoca, sedie a dondolo, attrezzi per il giardinaggio, tartarughe marine e – volendo – anche compagnia per la sera. A Oscar piacque l’idea di cercare casa tra le righe di un giornale del genere, e, lasciata l’edicola per il tavolo angusto d’un caffè, cominciò a leggere i tanti avvisi. Era fiducioso, ma finì col deludersi: tutti volevano troppi soldi. Specialmente nei quartieri di Kensington e Knightsbridge dove un monolocale costava quanto una gran villa nell’arcipelago di Göteborg.
Nel continuare la sua ricerca, Oscar s’accorse presto del quartiere di Peckham, e, con impazienza, lesse alcuni degli annunci che proponevano sistemazioni a buon mercato, poi, attratto da uno in particolare, cercò un telefono pubblico e s’informò: rispose una donna.
La camera in subaffitto era ancora disponibile e lei lo invitò per mezzogiorno: «Devi prendere l’autobus 36 e scendere davanti alla stazione di Queens Road: io ti aspetterò là fuori». Oscar si era recato all’appuntamento e aveva incontrato la donna, una signora di Trinidad che camminava velocemente e parlava con parsimonia. «Dobbiamo sbrigarci» gli disse lei quasi subito, senza bisogno di precisare che il quartiere di Peckham era assai vivace, e che in un posto del genere sarebbe stato impossibile annoiarsi.
Oscar si guardò intorno: vide bancarelle che vendevano la tapioca, strane botteghe allestite con ogni sorta di verdura e cataste di enormi banane andate a male, ma anche una panetteria, che vendeva pure medicine. C’era perfino un negozio nella cui vetrina sfilavano una serie di tavolini da salotto a forma di leopardo. Proprio lì accanto si trovava la sua nuova casa: Oscar entrò e, subito, si levò le scarpe.
La camera da letto era all’ultimo piano e, come prometteva l’annuncio, a guardar bene dalla finestra – molto in lontananza – si poteva scorgere la cupola della cattedrale di San Paolo. C’erano pochi mobili semplici e le pareti erano rivestite da un’assurda carta da parati con pavoni azzurri e verdi.
Si accordarono per 48 sterline a settimana, che era davvero poco. «Ma dovrai badare al gatto quando – il giovedì – andrò a Cambridge da mia sorella» gli aveva detto lei senza ammettere repliche.
A Oscar Londra apparve subito incoerente e sporca: un luogo privilegiato, ma di nessuno, in cui gli eventi importanti accadono e presto vengono dimenticati. Forse per questo, la prima volta che la attraversò in autobus non riuscì a emozionarsi.
Più tardi avrebbe scritto nel suo diario:
Londra è una città fin troppo grande: brutta, ma bella da abitare. È come uno stagno con il fondo basso: sopra ci sono le ninfee e, sotto, i rospi grassi e molli.
(…)
A Göteborg la vita di Oscar trascorreva piano e piano lo lambiva, di giorno in giorno, sempre nello stesso modo. È così Göteborg: una città lenta in cui le luci dei lampioni, la notte, illuminano soltanto cose belle. Oscar la amava molto soprattutto d’estate, quando, per qualche giorno, si recava in visita da un amico. La sua casa affacciata sull’arcipelago era tutta in legno, e bianca, ma il tetto, color nocciola, portava evidenti i segni della neve passata: macchie rotonde, come di bolle scomparse. Anche le pareti soffrivano l’umidità a causa della vicinanza con la spiaggia, che era vasta e molle. Il sole tramontava sempre molto tardi e Oscar, per godere al meglio di quella luce prolungata, rimaneva immobile, disteso sulla sabbia ad ascoltare il peso dell’onda breve che il mare portava a lambirgli le caviglie nude.
Tutti i pensieri gli si presentavano e, nella pace di quelle serate, assumevano forme oblunghe e filiformi: quasi irriconoscibili. Era la serenità della noia: Oscar la assaporava, con parsimonia, fino a che il freddo scendeva a precedere la notte e le stelle cominciavano ad apparire nel cielo ormai scuro. In quei momenti Oscar pensava che non sarebbe mai andato via da Göteborg e che, un giorno, avrebbe comprato una casa vicino al mare per colorarla con le note di Capriccio di Strauss e dello Stabat Mater di Pergolesi, le sue opere musicali preferite, lontanissime nel tempo, ma molto vicine nel suo cuore di romantico.
Il destino, però, non si lascia mai prevedere con facilità e in autunno aveva riservato a Oscar una sorpresa: è la fine di settembre, fa già molto freddo in città e le persone camminano rapidamente avvolte nella nuvola del loro respiro. Oscar sta attraversando Drottningatan, quando, d’un tratto, si accorge che il termometro pubblico segna cinque gradi sotto lo zero. Accade in quel momento. Forse per suggestione, o per un altro meccanismo inconscio della mente, egli sente le mani intorpidirsi dal gelo. Allora entra nel negozio di vestiti usati e rovista in un cesto pieno di guanti e cappellini. Subito l’odore di vecchiaia sale, stantio, dalla lana infeltrita di quegli indumenti. È un odore spaventoso: Oscar lo sente arrampicarsi fin dentro le narici, graffiare piano la polpa molle della gola, e prova disgusto. In un istante, poi, s’accorge che Göteborg è una città adatta a chi ha molti ricordi e ha bisogno di un luogo sereno in cui goderli. S’accorge anche che lui di ricordi ne ha ben pochi e che continuare a vivere a Göteborg sarebbe un atto di superbia verso le possibilità che il mondo, altrove, gli potrebbe offrire. Rimanere a Göteborg per sempre, insomma, significherebbe vivere dentro a un vaso, magari bello, ma stretto, e troppo alto per riuscire a scorgerne la bocca. Quanta vita mancherebbe di conoscere in un luogo così protetto e quanto dolore, d’altra parte, si risparmierebbe: perché a Göteborg la scala del dolore, e quella della felicità, sono irrimediabilmente limitate dalla sua piccolezza e tutti si trovano a esistere in bilico tra una forma lieve di malumore e una vaga serenità.
A questo pensava Oscar mentre rientrava a casa, quel giorno. Suo padre e sua madre, intanto, preparavano la cena e discutevan...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Hotel Borg
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- PARTE TERZA
- DOPO IL CONCERTO
- Nota
- Ringraziamenti
- Copyright