«Yoga significa incontrare il Reale per ciò che è, al di là di qualsiasi proiezione della mente.» Con il suo commento ai sutra sullo yoga del grande maestro Patanjali, Osho aiuta l'uomo contemporaneo a cogliere un messaggio che trascende ogni appartenenza culturale o religiosa, e rende accessibile al lettore occidentale la grandezza di una scienza del mondo interiore frutto del genio dell'intero popolo indiano. Una sapienza che qui offre intuizioni fondamentali per risolvere alla radice quel problema di sradicamento che sembra affliggere l'uomo del nostro tempo. Yoga per il corpo, la mente e lo spirito è un'opera non solo filosofica, ma pratica e attuale, efficace e immediata soprattutto nei capitoli in cui Osho risponde direttamente ai suoi interlocutori, affrontando gli interrogativi più diversi che affiorano in chi si avvia alla riscoperta della propria fonte originale: là dove ci si ritrova tutti «uniti» e partecipi dell'esistenza.

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Yoga per il corpo, la mente e lo spirito
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Theology & ReligionCategoria
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Il significato del samadhi
Il samadhi con seme, samprajnata samadhi, è accompagnato dal ragionamento, dalla riflessione, dalla beatitudine e da un senso di puro essere.
Nel samadhi senza seme, asamprajnata samadhi, si ha un arresto di ogni lavorio della mente, e la mente conserva solo impressioni non manifeste.
L’asamprajnata samadhi è conseguito dai videha e dai prakriti-laya, in quanto essi hanno smesso di identificarsi con il loro corpo, nella loro vita precedente. Essi tornano a nascere, in quanto hanno conservato i semi del desiderio.
Altri conseguono l’asamprajnata samadhi mediante la fede, lo sforzo, la rimembranza, la concentrazione e il discernimento.
Patanjali è il più grande scienziato del mondo interiore mai esistito. Il suo è l’approccio di una mente scientifica: egli non è un poeta. In questo senso è qualcosa di molto raro, in quanto chi entra nel mondo interiore di solito è un poeta, mentre chi si occupa del mondo esterno di solito è uno scienziato.
Patanjali è un fiore rarissimo: ha una mente scientifica, ma il suo viaggio è interiore. Ecco perché è diventato la prima e ultima parola: egli è l’alfa e l’omega.
In cinquemila anni nessuno è riuscito a superarlo; anzi, sembra impossibile che si possa migliorare il suo lavoro: egli rimarrà sempre l’ultima parola, perché combinare insieme un approccio scientifico e un viaggio interiore, sembra essere veramente impossibile. Patanjali parla come un matematico, un logico: parla come Aristotele, mentre invece è Eraclito.
Cerca di comprendere ogni singola sua parola. Sarà difficile, perché Patanjali userà il linguaggio della logica, della ragione, ma lo farà per indicare l’amore, l’estasi, Dio. Il suo è un linguaggio da laboratorio scientifico, ma egli lavora in un laboratorio interiore. Quindi non farti ingannare dal suo linguaggio, ricordati che egli è un matematico della poesia suprema.
Patanjali è un vero paradosso, ma non usa un linguaggio paradossale, non può: si mantiene sempre legato al contesto della logica. Analizza, seziona, ma il suo scopo è la sintesi; analizza solo per sintetizzare. Per cui ricordati sempre che il suo scopo è raggiungere l’Assoluto, attraverso un approccio scientifico; non farti ingannare dal sentiero che percorre.
Per questo motivo Patanjali ha avuto un forte impatto sulla mente occidentale. Egli influenza facilmente: chi l’ha letto, ne è stato influenzato perché è facile da capire; ma capirlo non è sufficiente. È facile capirlo, com’è facile capire un Einstein. Egli parla alla mente, ma il suo scopo, la sua meta, è il cuore: devi ricordartelo.
Ci muoveremo su un terreno pericoloso: se ti dimentichi che egli è anche un poeta, verrai fuorviato. In questo caso presterai un’attenzione eccessiva alla sua terminologia, al suo linguaggio, al suo modo di ragionare e dimenticherai il suo scopo.
Egli vuole portarti oltre la mente, ma lo fa usando la ragione: è una via… puoi stancare la mente al punto da trascenderla. Passi attraverso il ragionamento, non lo eviti; lo usi come un gradino per andare oltre.
Ora ascolta le sue parole: ognuna di esse dev’essere analizzata.
Il samadhi con seme, samprajnata samadhi, è accompagnato dal ragionamento, dalla riflessione, dalla beatitudine e da un senso di puro essere.
Patanjali divide il samadhi, l’Assoluto, in due fasi.
L’Assoluto non può essere diviso, è indivisibile e, in realtà, non esistono fasi. Tuttavia, per aiutare la mente, il ricercatore, egli lo divide in due passi: il primo, lo definisce samprajnata samadhi, un samadhi in cui la mente è presente in tutta la sua purezza.
In questa prima fase la mente deve essere raffinata e purificata: non la si può lasciare semplicemente cadere. Patanjali sostiene che è impossibile abbandonarla, in quanto le sue impurità tendono ad aggrapparsi. Ed è possibile lasciarle cadere solo quando la mente è assolutamente pura… è così raffinata e così sottile da perdere qualsiasi tendenza all’attaccamento.
Egli non dice di abbandonare la mente, come fanno i Maestri Zen. Afferma che è impossibile e che parlarne è assurdo; è una verità, ma non è possibile farlo, perché una mente impura ha un peso: simile a una pietra, essa grava su di noi. Una mente impura è piena di desideri: possiede milioni di desideri incompleti che chiedono di essere soddisfatti, che aspettano di essere appagati; milioni di desideri giacciono in lei, irrealizzati, come puoi abbandonarla? Ciò che è incompleto chiede sempre di essere completato.
Ricorda: Patanjali afferma che si può abbandonare qualcosa solo quando è stato completato. Ci hai mai fatto caso? Se sei un pittore e dipingi, sai che non potrai abbandonare l’idea del quadro che stai facendo, fino a quando non l’avrai finito. Continui a pensarci, ti perseguita. Non riesci a dormire bene… ci pensi sempre. La sua presenza è simile a un flusso mentale sotterraneo… persiste, chiede di essere completato! Ma una volta ultimato, svanisce; puoi dimenticartene. La mente ha una tendenza alla completezza: è una perfezionista; quindi, se qualcosa è incompleto, è in tensione.
Patanjali afferma che non puoi abbandonare il pensiero, a meno che non sia così perfetto da non richiedere più miglioramento alcuno: allora, puoi semplicemente abbandonarlo e dimenticartene.
Questo approccio è diametralmente opposto a quello Zen, e a quello di Eraclito. Il primo samadhi, che è tale solo di nome, è detto samprajnata samadhi: in esso si ha una mente sottile e pura. Il secondo samadhi è detto asamprajnata samadhi, il samadhi senza mente. Ma Patanjali afferma che perfino quando la mente scompare, anche se non ci sono più pensieri, nell’inconscio rimangono alcuni semi sottili del passato.
La mente cosciente si divide in due parti. La prima, detta samprajnata, è la mente in uno stato di purezza, simile al burro più raffinato. Ha una sua bellezza, ma, in quanto mente, è sempre presente. E per quanto sia meravigliosa, è qualcosa di brutto; per quanto possa essere pura e silenziosa, la mente in sé è sempre un fenomeno impuro. Non puoi rendere puro un veleno: rimane sempre ciò che è. Anzi, più lo purifichi, più lo rendi velenoso. Può apparire molto bello, magnifico, può avere colori e sfumature particolari, ma resta comunque impuro.
Come prima cosa occorre purificare la mente, poi si può trascenderla. Ma anche allora il viaggio non è finito, perché tutto questo avviene nella mente cosciente. Che cosa farai con l’inconscio? Dietro gli strati più sottili della mente cosciente si stende il continente sconfinato dell’inconscio: in esso si annidano i semi di tutte le tue vite passate.
E Patanjali divide l’inconscio in due parti. Sabeej samadhi è il samadhi in cui esiste ancora l’inconscio, ma in cui la mente è stata lasciata cadere in modo cosciente. È un samadhi con semi, sabeej. Quando quei semi vengono anch’essi bruciati, si raggiunge il samadhi perfetto – il nirbija samadhi – il samadhi senza semi.
Quindi, sia la mente cosciente sia l’inconscio sono divisi in due parti. E quando compare il nirbija samadhi, l’estasi suprema, senza semi interiori che possano germogliare e fiorire, conducendoti in viaggi ulteriori nell’esistenza… allora scompari.
In questi sutra Patanjali dice: Il samadhi con seme, samprajnata samadhi, è accompagnato dal ragionamento, dalla riflessione, dalla beatitudine e da un senso di puro essere.
Ma questo è il primo passo, e molti ne vengono ingannati: essi pensano che sia l’ultimo, a causa della sua purezza. Ti senti così beato e così estatico, che pensi non ci sia altro da raggiungere. Se chiedessi a Patanjali, ti risponderebbe che il satori dello Zen corrisponde al primo samadhi. Non è l’ultimo, l’Assoluto. L’Assoluto è ancora molto lontano.
È molto difficile tradurre in inglese le sue parole con esattezza, in quanto il sanscrito è una lingua di gran lunga più perfetta: nessun altro linguaggio lo eguaglia, neppure lontanamente; pertanto devo fare alcune precisazioni. La parola usata da Patanjali è vitarka: in inglese viene tradotta con “ragionamento”, un termine che ne impoverisce il significato. È importante comprendere questa parola: tarka significa logica, ragionamento, e Patanjali afferma che esistono tre tipi di logica. Una è detta kutarka, il ragionamento orientato verso la negazione: si pensa sempre in termini di no, di negazione, di dubbio. È un atteggiamento nichilista.
Qualunque cosa si dica, l’uomo che vive con un’attitudine di pensiero negativa, kutarka, cercherà sempre di negarla, si sforzerà di opporvi un no: egli mette a fuoco ciò che è negativo, si lamenta sempre, borbotta… ha sempre la sensazione che, da qualche parte, qualcosa sia sbagliato… sempre! E non puoi modificare questa sua prospettiva, in quanto è la sua rotta. Se gli dici di guardare il sole, non lo vedrà: ne vedrà le macchie scure, perché è abituato a guardare la parte più scura delle cose: questo è kutarka. Kutarka è un “falso ragionamento”, è sbagliato, ma sembra anch’esso un modo di ragionare.
In ultima analisi conduce all’ateismo. A quel punto negherai Dio, infatti se non sei in grado di vedere il bello, se non sai vedere la parte più luminosa, più sottile della vita, come potresti vedere Dio? Ti limiterai a negarlo e, in questo modo, l’intera esistenza diventa oscura: tutto sarà sbagliato e tu potrai creare l’inferno intorno a te. Se tutto è sbagliato, come puoi essere felice? E si tratta di una tua creazione… inoltre è sempre possibile trovare qualcosa di sbagliato, perché la vita è formata da una dualità.
In un cespuglio di rose ci sono fiori bellissimi, ma ci sono anche le spine. Un uomo che ragiona nella modalità kutarka conterà le spine e ne concluderà che le rose debbano essere illusorie: non possono esistere! Come può esistere una rosa in mezzo a tante spine, tra milioni di spine? È impossibile. Quella stessa evenienza viene negata… qualcuno sta tentando di trarci in inganno!
Mulla Nasruddin era molto triste. Andò dal prete e, come al solito, si sfogò: «Cosa devo fare? Il mio raccolto è andato distrutto un’altra volta: non è piovuto!».
Il prete lo consolò: «Non essere triste, Nasruddin. Guarda il lato bello della vita. Puoi essere felice, perché ancora possiedi molte cose… abbi sempre fede in Dio, egli si prende cura di te. Non provvede forse agli uccelli? Perché ti angosci?».
E Nasruddin amaramente commentò: «Certo, provvede…, nutrendoli con il poco granoturco rimastomi!».
Non capisce: il suo raccolto è distrutto da questi uccelli, a cui Dio provvede… «Il mio raccolto viene comunque distrutto!»… questo tipo di mente troverà sempre qualcosa che non va e sarà sempre tesa. L’ansia la seguirà come un’ombra. Patanjali definisce questa attitudine kutarka: una logica negativa, un modo negativo di ragionare.
Quindi viene tarka: il puro ragionamento. Il ragionamento in sé non porta da nessuna parte. Si muove in cerchio, perché non ha meta alcuna. Puoi continuare a ragionare in eterno, senza arrivare mai a una conclusione. Un ragionamento può avere una conclusione solo se fin dall’inizio ha una meta. Se hai una rotta, puoi raggiungere il tuo scopo; se invece ti muovi verso mille direzioni – a volte verso sud, altre volte verso est, altre volte ancora verso ovest – perdi solo energia.
Ragionare senza scopi viene definito tarka; ragionare con attitudini negative è definito kutarka; ragionare su basi positive è definito vitarka. Quindi vitarka indica un ragionamento speciale ed è il primo elemento del samprajnata samadhi. Una persona che vuole conseguire la pace interiore deve essere allenata nel vitarka: un modo di ragionare speciale.
Una persona di questo tipo guarda sempre la parte luminosa della vita, il suo aspetto positivo: conta i fiori e si dimentica delle spine. Questo non vuol dire che non ci siano, semplicemente egli non se ne preoccupa. Se ami i fiori e li conti, viene il momento in cui non puoi credere nelle spine: com’è possibile che possano esistere delle spine là dove esistono fiori così belli? Deve trattarsi di un’illusione!
La persona ferma in kutarka conta le spine… e il fiore diventa un’illusione. La persona che possiede vitarka, conta i fiori e le spine diventano illusorie. Ecco perché Patanjali afferma che vitarka è il primo elemento: solo in questo caso la beatitudine diventa possibile. Attraverso di esso si raggiunge il paradiso… ciascuno di noi ha la possibilità di creare il proprio paradiso intorno a sé. Ciò che conta è il tuo punto di vista. Tutto ciò che ti circonda è una tua creazione, sia esso un paradiso o un inferno. E Patanjali afferma che puoi andare al di là della logica e del ragionamento solo grazie a un ragionamento positivo.
Ragionando in modo negativo non pot...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prefazione. Facile e impossibile
- Yoga per il corpo, la mente e lo spirito
- 1. Il significato del samadhi
- 2. L’attrazione per il difficile
- 3. Sforzo totale o abbandono
- 4. Trova il fiore eterno
- 5. Il Maestro dei Maestri
- 6. L’inizio di un nuovo sentiero
- 7. Ostacoli alla meditazione
- 8. Io sono un caos!
- 9. Coltiva le attitudini giuste
- 10. L’alfa e l’omega
- Yoga: una via di risveglio
- Piano dell’opera
- Sull’Autore
- Per approfondire
- Copyright
Domande frequenti
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