Nessuno conosce il suo vero nome, dov'è nato e quanti anni ha. È taciturno, e come tutti i marinai è superstizioso e terrorizzato dalla terraferma. La sera in cui, navigando verso i mari dell'India, viene trovato ubriaco fradicio, il capitano del veliero gli impone una punizione esemplare: per dodici sere dovrà narrare all'equipaggio le storie più belle che sa. Con la pipa accesa e una bottiglia in mano, Mastro Catrame inizia un viaggio fantastico nella memoria, popolato da vascelli fantasma, mostri oceanici, naufraghi e sirene…

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Le novelle marinaresche di Mastro catrame
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L’APPARIZIONE DEL NAUFRAGO

La condanna di papà Catrame stava per terminare; ancora una novella e poi la sua lingua, dopo tanto lavoro, doveva alfine riposare, e molto probabilmente per un bel pezzo. Era però tempo: poiché la nostra nave stava per avvistare le coste indiane, e se il vento avesse continuato a mantenersi buono, il giorno seguente dovevamo scoprire le vette delle grandi montagne.
Disgraziatamente per mastro Catrame, che calcolava appunto su quel vento per giungere in India prima della sera e quindi evitare la novella che gli restava da raccontare, alla notte successe una calma quasi completa, che durò per tutto il giorno.
Quando il sole scomparve, eravamo ancora assai lontani dalla costa, forse un trecento miglia. Papà Catrame parve dapprima contrariato e tardò una buona mezz’ora prima di lasciare la cala; ma finalmente risalì sul ponte e non ci sembrò di cattivo umore.
Forse si consolava pensando che era l’ultima sera. Chissà però se invece non gli spiacesse di finire la pena, addolcita dalle eccellenti bottiglie del nostro capitano? Amava tanto quel delizioso Cipro, che non gli si faceva ingiuria a pensarlo.
— Animo, papà Catrame, — disse il capitano, quando lo vide seduto sul famoso barile: — Tira fuori la tua miglior novella, allegra o funebre non importa; ma bada che sia interessante. Se piacerà a tutti, in compenso ti regalerò… Indovina.
— Due bottiglie, — rispose il mastro, leccandosi le labbra.
— No: il barile che ti serve da trono.
— Cosa volete che ne faccia?
— Per Giove! Lo spillerai, vuotandolo un po’ per sera, ma senza ubriacarti, veh!…
— Me lo darete pieno? — chiese il vecchio, i cui occhi brillarono di cupidigia.
— Pieno, e di quel Cipro che tanto ti piace.
— Ventre di balena! Mi ubriacherò un’altra volta per guadagnare un altro barile.
— Alto là! papà Catrame: ché alla seconda sbornia ti cambio pena e ti carico di ferri per un mese. Sai il proverbio: «Uomo avvisato…» con quel che segue. Ora lasciamo le chiacchiere e narraci la tua ultima novella.
— Il titolo! — esclamarono tutti.
— L’apparizione del naufrago, — rispose papà Catrame. — Fate silenzio e lasciatemi parlare.
Stava per aprire la bocca, quando lo vedemmo improvvisamente trasalire e poi diventare pallido pallido, mentre la fronte gli si imperlava di sudore. Il suo viso manifestava una viva ansietà.
— Cosa avete? — chiedemmo.
— Ti senti male, papà Catrame? — domandò alla sua volta il capitano alzandosi.
Il mastro non rispose: pareva che ascoltasse con profondo raccoglimento.
— Non avete udito nulla? — chiese egli, dopo qualche istante.
— Nulla, — rispondemmo stupiti.
Egli mandò un gran sospiro, poi, tergendosi il sudore, mormorò:
— Mi pareva di averla udita.
— Che?… — chiese il capitano.
— La voce di mastro Aniello.
— Chi è questo Aniello?…
— Un mio amico morto sul mare… To’! È strano… si direbbe che è una mania… eppure mi pare sempre di udire quel grido tutte le volte che penso a lui!… Quanti misteri nasconde questo mare!…
Papà Catrame tacque: pareva che ascoltasse ancora: ma non si udivano che i sibili del venticello notturno attraverso l’attrezzatura e il gorgoglìo dell’acqua, tagliata dall’acuto sperone del veliero.
Nessuno di noi osava rompere il silenzio di quel vecchio originale: si sarebbe però detto che una vaga paura ci aveva invasi, e anche il capitano pareva, forse per la prima volta, impressionato.
Finalmente papà Catrame si scosse, si passò una mano sulla fronte quasi volesse cacciare lontano da sé non so quale doloroso ricordo, poi cominciò:
— Non avete mai udito parlare dell’apparizione dei naufraghi? Io non avevo mai creduto che un amico affezionato o un parente adorato potesse ricomparire dopo la sua morte; ma ho dovuto arrendermi all’evidenza di questo strano fenomeno, se fenomeno può chiamarsi.
— Le leggende del mare sono piene di tali apparizioni, e, per quanto sembrino incredibili, vennero registrate da molti e molti autori.
— I bretoni affermano che, quando un marinaio muore durante una tempesta, comparisce la notte seguente sulle spiagge del paese natio e ne dà l’annuncio con grida lamentevoli; che quando una moglie muore nella propria casa, apparisce al marito che si trova lontano, sullo sterminato mare, fra le onde del primo uragano.
— Anche gl’inglesi credono a queste apparizioni: è nota la storia dell’apparizione di una giovane donna, annegatasi sul mare e che per lungo tempo fu vista aggirarsi sulle spiagge gallesi coperta di alghe e di conchiglie, e si dice che ancora oggi, durante certe notti oscure e tempestose, se ne odono i lamenti; ed è pure nota e ancora commentata in tutta la marina britannica la fine miseranda d’uno dei più brillanti e audaci ufficiali di mare, diventato pazzo in seguito ad un bacio ricevuto da sua sorella morta in Inghilterra, la quale gli era apparsa nella cabina nello stesso momento in cui cessava di vivere.
— Se dovessi citare tutti i racconti che corrono fra gli equipaggi dei due mondi, non finirei più. Mi contenterò di raccontarvi ciò che toccò a me, alcuni anni or sono, nell’Atlantico settentrionale, a mille e duecento miglia dalle coste europee.
— Vi presento un bel tipo di marinaio innanzi tutto: mastro Aniello. Eravamo cresciuti assieme, ci eravamo imbarcati come mozzi assieme e sullo stesso vascello, e ci volevamo un gran bene, come se fossimo fratelli.
— Quando giungevamo in qualche porto, scendevamo sempre in compagnia, e che bevute, figlioli miei! Erano bei tempi quelli: le tasche sempre piene, e poi giovani tutti e due. Del vino ne abbiamo ingollato tanto da far navigare una corvetta di prima classe.
— Un giorno però, il diavolo volle metterci la sua coda, e la nostra amicizia subì un fiero colpo. Mastro Aniello aveva messo gli occhi su di una bruna figlia della sua terra natìa; il suo cuore prese fuoco come le ardenti lave dell’Etna… e la sposò. Pare impossibile! Un marinaio di quello stampo, innamorarsi di una donna!… Uh! quando ci penso, getterei in mare il mio berretto!…
— Ci lasciammo, amici sempre, ma non più fratelli come prima. La donna gli aveva rubato il cuore, e per me non ne restava che un briciolo grosso quanto il salivagnolo che tengo in bocca. Passarono parecchi anni senza che io nulla sapessi di lui, quando me lo vidi giungere sul vascello che montavo, non ricordo più se in un porto della Turchia o della Spagna. Si era arruolato in qualità di quartiermastro fra il nostro equipaggio.
— Ma non era più il mio Aniello d’un tempo, allegro, buono, senza pensieri pel capo. Era invecchiato di dieci anni, triste, taciturno, d’un umore sempre nero.
— La sua donna era morta, la sua barca da pesca era andata a picco in una notte tempestosa, ed egli era ridiventato marinaio; ma si vedeva che ancora piangeva la bruna figlia del paese natìo, e come la piangeva!… Guardate un po’ cosa doveva toccare a quel lupo di mare!… Ventre di foca… Non l’avesse mai veduta quella donna!…
— Dunque mastro Aniello era diventato irriconoscibile: parlava solo di rado, viveva da parte e non beveva quasi più. Eh! se avesse vuotato delle bottiglie, l’umor nero se ne sarebbe andato qualche volta; ma non c’era verso che volesse arrendersi ai miei ottimi consigli.
— Bei consigli d’ubriacone! — esclamò il capitano.
Papà Catrame finse di non intendere e continuò:
— Una sera ci trovavamo circa trecento miglia lontano dalle coste dell’America settentrionale. Il tempo era cattivo: soffiava un ventaccio rigido che veniva dai banchi di Terranova e le onde montavano all’assalto del nostro vascello come un branco di molossi affamati, urlando su tutti i toni.
— Io ero di guardia alla ruota del timone e mi affaticavo a mantenere il legno sulla buona rotta, quando vidi avvicinarsi a me mastro Aniello, col viso scomposto e gli occhi stravolti.

— «Catrame», — mi disse, — «credi tu che i morti ritornino?»
— «Che ubbìe ti saltano pel capo?» — risposi. — «Ti pare che questo sia il momento di parlare di cose così lugubri? Va’ a bere una bottiglia, Aniello, e scaccia le melanconie».
— Egli crollò il capo e riprese:
— «Dunque tu non credi?»
— «No», — risposi.
— «E cosa diresti se io ti dicessi che poco fa, dinanzi alla prua della nave, fra due onde, ho veduto apparire la mia donna?»
— Lo guardai rabbrividendo; mi ricordavo della storia dell’ufficiale inglese, e non ignoravo le dicerie dei marinai bretoni.
— «Hai veduto male, Aniello», — diss’io, cercando di apparire calmo.
— Egli mandò un profondo sospiro e mi lasciò, mormorando non so quali parole.
— L’indomani, quando lo rividi sul ponte, mi parve che fosse più triste del solito. Salì sul castello di prua senza guardarmi in viso, e stette lì parecchie ore, immobile, col viso alterato, gli occhi fissi fissi sulle onde e le braccia strettamente incrociate.
— Povero Aniello!… Cercava fra quelle onde l’apparizione veduta nella notte? O forse il suo cervello non era più fermo come prima e gli danzava nella zucca? Lo lasciai fare, ma non lo perdetti d’occhio, poiché...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Un lupo di mare
- Il vascello maledetto
- Il passaggio della linea
- La campana dell’inglese
- La croce di Salomone
- I fantasmi dei mari del Nord
- I fuochi misteriosi
- Il vascello dei topi
- Le sirene
- Il serpente marino
- Le murene
- La nave-feretro sul mare ardente
- L’apparizione del naufrago
- Copyright