Il sole scintillava sull’orologio di vetro decorato con il disegno di una principessa e una strega che ballavano il valzer. Le sette erano ormai passate da un po’, e all’alba ormai lontana era seguito un freddo mattino di dicembre.
Distesa sul letto completamente vestita, Sophie guardava Agatha immersa nel sonno. Beatrix era già scesa a fare colazione. Le due Ragazze erano sole.
I polsi e le caviglie di Sophie dolevano ancora nei punti in cui gli aculei degli spirick l’avevano bloccata; i polpacci le pulsavano per aver corso, invisibile, dalla Scuola dei Ragazzi fino alla vecchia balconata degli insegnanti che affacciava sulla Radura, oltre i due posti di guardia dei Sempre e lungo i contrafforti, attraversando poi la Galleria Arborea delle Ragazze e raggiungendo la propria camera, mentre la mosca Agatha si faceva ancora strada a fatica nel cunicolo ostruito dai massi della Galleria maschile. A quel punto, Sophie aveva ficcato il mantello e l’uniforme di Hort sotto il letto di Beatrix e si era infilata tra le lenzuola nel preciso istante in cui aveva sentito Agatha entrare ronzando dalla finestra aperta…
E adesso erano lì, di nuovo umane e tranquille, una accanto all’altra come tante altre volte.
Solo che, ormai, tutto era cambiato.
Sophie studiò attentamente il volto di Agatha, cercando la fanciulla del cimitero che, un tempo, conosceva tanto bene. Ma ciò che vide fu un naso da principessa… una carnagione bianca come la neve… labbra delicate che si protendevano verso quelle del suo principe…
Un principe che non l’aveva baciata.
Per colpa mia.
Sophie si sentì male per la vergogna. Aveva impedito che il desiderio di Agatha diventasse realtà. Aveva spezzato il cuore della sua migliore amica.
Ricacciò indietro le lacrime. Si era tanto impegnata per essere Buona ma, nell’istante in cui aveva creduto di perdere Agatha – quell’istante così reale e insopportabile – era tornata Cattiva. E, così, aveva rovinato un Lieto Fine proprio come avrebbe fatto la strega che era stata un tempo.
Eppure, proprio quando il senso di colpa stava per sopraffarla, d’improvviso Sophie vide un barlume di speranza…
«Ho bisogno di qualcosa di più di un’amica» aveva detto Agatha.
E se fosse riuscita a rendere Agatha di nuovo felice? Se le avesse dimostrato che non aveva bisogno di Tedros? Che la loro amicizia era più grande di qualsiasi Lieto Fine insieme a un principe?
E se le insegnassi quello che un tempo lei ha insegnato a me?
In quel caso, tenere Agatha lontana da Tedros avrebbe avuto senso, si disse Sophie, animata da una nuova speranza. Tutto quello che aveva fatto la notte prima avrebbe assunto significato. Perché Agatha avrebbe desiderato un Lieto Fine con lei e ne sarebbe stata convinta.
Se solo riuscissi a riconquistarla!
In quell’istante, Agatha aprì gli occhi. Vide Sophie che la fissava e si ritrasse.
«Com’è andata ieri notte?» le domandò Sophie, schiarendosi la voce.
«Oh… Ie-ieri notte?» Agatha si voltò e cominciò a raccattare pezzi di uniforme da terra. «È stata lunga… sai… Dot parla un sacco…» Esitò. «Non ci hai… ehm… non ci hai tenute d’occhio, alla fine?»
«Mi sono addormentata» rispose Sophie, osservandola. «Ma tanto non avevo motivo di preoccuparmi, vero?»
Agatha s’irrigidì da capo a piedi.
«Pfff, qui dentro c’è un odoraccio! Sembra di stare in una fornace…» buttò lì Sophie, mentre si abbottonava una delle lunghe cappe di Beatrix sopra l’uniforme. «È senza dubbio il fumo che sale dalla cucina. Per quel che ne sappiamo, ormai le Sempre potrebbero addirittura mangiare pancetta a colazione…»
«Sophie?»
«Mmm?»
«Devo dirti una cosa.»
Lentamente lei alzò gli occhi.
Proprio allora, urla e strepiti da far gelare il sangue esplosero nell’atrio, facendo indietreggiare entrambe le Ragazze. Poi Agatha si gettò verso la porta e la spalancò. Un fumo denso invase la stanza mentre, all’esterno, sagome di Ragazze e farfalle fuggivano veloci, seguite da ninfe fluttuanti che strillavano come ossesse per lo spavento.
«Cosa succede?» chiese Sophie agguantando Mona per un braccio.
«I principi! Hanno sfondato lo sbarramento!»
Sconvolte, Sophie e Agatha si girarono l’una verso l’altra.
La voce di Polluce strombazzò da un megafono lontano. «Tutte le Ragazze si portino alla Galleria! Usate le Vie della Brezza, non l’atrio! Ripeto: non passate per l’atrio!»
Agatha e Sophie corsero dietro a Mona verso il passaggio che collegava la Torre dell’Onore a quella del Valore, quasi soffocando per il fumo acre che lo riempiva.
«Ma da dove viene?» tossì Sophie, sventolando la mano per disperderlo. L’azzurra Via della Brezza che si apriva di fronte a lei era zeppa di persone e le farfalle svolazzavano sopra le loro teste.
«Andiamo!» la spronò Agatha, trascinandola verso le scale. «Passeremo per l’atrio…»
«Ma Polluce ha detto di non farlo!»
«E da quando in qua stiamo a sentire Polluce?»
Mentre, procedendo a tentoni nel fumo, scendevano la scalinata dell’Onore, oltre le pareti di vetro Agatha intravide uno scorcio della Baia di Mezzo. In lontananza, i principi in armi sciamavano attraverso una breccia aperta nella barriera, scavalcando i cancelli della Selva Infinita e irrompendo sulla riva sotto la Scuola dei Ragazzi. Agatha s’immobilizzò, in preda al terrore. Visto ciò che era accaduto la notte precedente, quella coincidenza non poteva essere casuale. Ma Sophie la investì da dietro e, arrancando alla cieca giù per l’ultima rampa, Agatha raggiunse l’atrio.
Il fumo filtrava nelle torri a partire da là. La cupola apribile del tetto era stata colpita e mandata in pezzi, e in ciascuna delle pareti erano conficcate centinaia di frecce con le punte infuocate. Le ninfe fluttuavano in cerchio intorno alle scalinate delle quattro torri, lanciando incantesimi che mandavano zampilli d’acqua per spegnere i focolai più piccoli, mentre qui e là, negli angoli della sala, si alzava il fumo delle farfalle morte, colpite dal tiro incrociato dei dardi.
«Ma non ha alcun senso» mormorò Sophie, afferrandosi alla balaustra di vetro. «Perché stanno bersagliando l’atri…?»
Mentre le fiamme si spegnevano, le Ragazze videro che in ciascuna freccia ormai spenta e gocciolante era infilzato qualcosa: un rotolino di carta che, strappato via, aveva lasciato brandelli di pergamena attaccati alle punte dei dardi.
«Guarda, Sophie.»
Sophie seguì lo sguardo dell’amica verso un punto in ombra sul pavimento dietro le scale. Là c’era un rotolino caduto, bruciacchiato ma ancora intatto. Mentre le ninfe spazzavano via la cenere e staccavano le frecce dalle pareti, Agatha balzò rapida oltre la balaustra e lo agguantò. Il rotolino era sigillato con cera di serpente color sangue. Sophie si precipitò accanto a lei e guardò da sopra la sua spalla man mano che Agatha srotolava i bordi bruciacchiati del papiro. Nascoste dietro la scala, ne lessero il contenuto.
Sophie strinse il foglio con una tale violenza che le nocche le divennero livide.
«Agatha?» mormorò, guardandola. «Cosa stavi per dirmi?»
Ma Agatha stava ancora fissando la pergamena.
Il suo sguardo aveva di nuovo un’espressione cupa. Il colore era svanito dalle sue guance. Era tornata a essere la fanciulla del cimitero, ogni desiderio ormai dimenticato. Alzò gli occhi tristi e vuoti su Sophie.
«Avrei dovuto darti ascolto» mormorò con voce rotta.
Prudentemente, Sophie fece una breve pausa.
«Sei andata da lui?»
Agatha si asciugò le lacrime, incapace di guardarla.
«E lui ti ha aggredita, vero?» proseguì Sophie.
L’amica pianse più forte. «Come fa-fai a s-sape…»
«Ti avevo avvertita» sussurrò lei. «Ti avevo detto come si comportano i Ragazzi.»
Agatha crollò tra le sue braccia singhiozzando. «Mi dispiace… Mi spiace tanto…»
Sophie l’abbracciò stretta, scacciando il senso di colpa.
Non era stata un’azione da Cattiva impedire quel bacio la notte prima. Alla fine, il risultato era stato Buono.
La sua amica era tornata da lei.
Dalla finestra del Gran Maestro, Tedros osservava la truppa dei cappucci rossi di Aric ispezionare la masnada di principi ammassati intorno alla breccia nello sbarramento, e lasciar passare soltanto i più robusti o i meglio armati. In piedi accanto a lui, Aric contrasse la mascella.
«Con il dovuto rispetto, signore, questa Sfida è un trucchetto da codardi» sbottò sprezzante. «Con i numeri che abbiamo, dovremmo dare l’assalto al loro castello…»
«Non dopo quel che è successo la notte scorsa. Quelle Ragazze sono troppo scaltre per riuscire a batterle nel loro territorio» ribatté Tedros. «E poi, schierate con loro ci sarebbero anche le insegnanti. La Sfida, invece, ci mette allo stesso livello.»
«Allo stesso livello!» sbraitò Aric. «Ho portato i principi attraverso la barriera perché mi avevi assicurato che ci sarebbe stata una guerra!»
«Qui si tratta di salvare la nostra scuola da due Ragazze che hanno intenzione di distruggerla. Non di una sporca e brutale carneficina.»
«Quando i nostri insegnanti torneranno, ti puniranno per quel che stai facendo» lo rimbeccò Aric.
Tedros lo sbatté violentemente contro il davanzale della finestra e la testa di Aric penzolò nel vuoto. «Stai al tuo posto, selvaggio! Sono io che ti ho permesso di entrare in questa scuola. E posso benissimo sbatterti fuori.»
Aric lo fissò con gli occhi spalancati.
Tedros lo riportò dentro e distolse lo sguardo. In silenzio, i due Ragazzi guardarono altri principi bellicosi attraversare il passaggio aperto nella barriera.
«Sei riuscito a sfondarla, devi essere quasi un mago» commentò Tedros alla fine. «Lo scudo è stato generato da un sortilegio di Lady Pocus in persona.»
Aric non rispose.
«Ascolta, Aric, voglio soltanto i migliori a combattere con noi» disse Tedros, voltandosi verso...