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Percoco
Informazioni su questo libro
Il mio nome sarebbe entrato nel linguaggio comune come "carta", "pane", "acqua" evocando terrore e morte. Io sono Franco Percoco e questa è la mia storia.
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Informazioni
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9788804661061eBook ISBN
9788852072284IL TRUCE
Quattordici
Quarantacinque sessantesimi. Franco il Truce prese quarantacinque agli esami di maturità e avrebbe anche potuto aspirare a un voto migliore se all’orale non fosse stato assalito da uno dei suoi tremori, così tanto evidenti da mettere in allarme anche la commissione.
Lo avevano fatto accomodare in un’altra aula e i suoi sudori freddi avevano scioccato gli esaminatori esterni che si guardavano con espressioni di angoscia mista a preoccupazione per quel ripetente con i capelli nerissimi e le pupille dilatate che solo dopo una ventina di minuti avevano cominciato a tornare di un diametro accettabile. L’orale venne ripreso, ma i presupposti erano del tutto diversi. I professori adesso non vedevano più un esaminando davanti, ma un ragazzo che aveva evidenti problemi nel controllo dell’ansia da prestazione; gli posero un paio di domandine ancora e fecero finta di accontentarsi delle farraginose risposte che Franco riuscì a balbettare comprimendosi le tempie con le mani che ancora sudavano. Una volta alzatosi da quella sedia, cercò di mettere a fuoco la schiera di professori che aveva davanti: gli parvero una vecchia carta da parati aggredita dalla muffa che spegne i colori e, quando percorse il corridoio principale del primo piano del liceo, lo colse un ennesimo rimorso, facendolo sentire come un borseggiatore sensibile dopo aver derubato un pensionato.
Il Truce era un abitudinario patologico e questo occorre ricordarlo fino allo sfinimento. I suoi pensieri tristi vertevano sulla constatazione che non avrebbe mai più visto da studente quel pavimento grezzo e scheggiato, quelle mura color caffelatte, le scritte nei cessi che aveva imparato a memoria perché le aveva lette ogniqualvolta si era resa necessaria una pisciata.
“In questo luogo di fetido asilo feci uno stronzo che pesava un chilo”, Petrarca. Questa lirica era stampata sulla cassetta dello sciacquone, in alto rispetto a chi si poneva davanti alla tazza, e le faceva subito eco una seconda vigorosa risposta di Tasso: “… ed io per imitare l’opre tue ne feci uno che ne pesava due”.
La querelle tra grandi autori non si esauriva certo a Torquato e Francesco, ma coinvolgeva anche Ludovico e Alessandro, sebbene non fosse stata minimamente curata la coerenza storico-temporale: “Per fare uno stronzo di cotale peso ci vuole almeno un culo offeso”, Manzoni.
“È la rabbia che ti fa parlare, perché sei stitico e non puoi cacare”, Ariosto.
La tenzone letteraria si concludeva dunque con la definitiva asserzione di Ludovico Ariosto.
Ancora spossato dalla crisi che aveva patito durante gli orali Franco decise che sarebbe entrato a salutare i suoi amici scrittori nel bagno per un’ultima volta. Lo fece e si sporse alla finestra che si affacciava sulla palestra in cui un paio di palloni conversavano, mezzi sgonfi e bellissimi, vicino a una porta da calcio improvvisata.
L’aria di quella mattina di luglio era dolce e fresca, un po’ salata dal mare che non distava più di trecento metri, e lui, poggiati i gomiti sul davanzale, si perse in mille pensieri che alla fine confluirono tutti in un unico interrogativo: e adesso?
«E adesso?» domandò a tavola, mentre la madre scodellava il pranzo.
«Adesso devi decidere che facoltà fare, Franco» rispose suo padre. «Sei bravo in matematica e disegno. Fai Ingegneria. Ti piacerebbe?» continuò poi. «Oppure potresti…»
«Perché non ti iscrivi alla scuola di architettura di Napoli?» lo interruppe Eresvida. «Sarebbe meraviglioso se diventassi un architetto e poi quella è una delle facoltà migliori d’Italia!» aggiunse, già pregustando il piacere di vantare un figlio iscritto a quell’università così blasonata.
«Io credo… credo sia più giusto per me fare Ingegneria come dice papà. Peraltro a Napoli non ci vorrei stare» replicò lui che, ancora profondamente deluso dalla mancata risposta di Maria Panebianco, associava Napoli a quel dolore ineludibile.
Sua madre tacque come se avesse ricevuto la più ignobile e bassa delle offese, tirò su con il naso e mutò l’espressione entusiastica di un secondo prima in un broncio paragonabile a quello di un bambino che non trova le caramelle nel solito cassetto.
Il resto del pranzo scorse muto, se non per il frusciare delle pagine della “Gazzetta” che Vincenzo aveva preso a leggere anche a tavola, e qualche suono sordo di Giulio che giocava da solo con la forchetta, tenendo sempre la testa bassa e non finendo mai ciò che aveva nel piatto.
Tornato dalla sua galera in manicomio da qualche mese, Giulio era molto cambiato. Non aveva mai più chiesto di giocare a guardie e ladri, non aveva più manifestato il desiderio della Coca-Cola e aveva fatto a pezzi le scatole di fiammiferi vuote che erano rimaste ad aspettarlo. Parlava da solo e aveva assunto un atteggiamento curvo e ripiegato su se stesso, come se cercasse di diventare una sfera per rotolare via, oltre quel corso grande e pieno di vita che lui poteva guardare solo dalla finestra. La sua esistenza, che già prima non veniva certo pubblicizzata, era diventata una vera e propria ignominia da tenere nascosta in tutti i modi, a cominciare dal divieto assoluto di mettere il naso fuori casa.
Del resto i coniugi Percoco erano così.
Non affrontavano la realtà delle loro disgrazie, semplicemente negavano a loro stessi e al mondo che li circondava che queste disgrazie esistessero. Avevano cancellato Vittorio dai loro discorsi, dalle loro emozioni, quasi anche dai loro affetti, e ora facevano lo stesso con Giulio. Con il suo sguardo diluito lui guardava corso Cavour per giornate intere e, ogni volta che sentiva nominare le guardie, i ladri, la Coca-Cola e le scatole di fiammiferi, correva a nascondersi nell’armadio a muro in camera dei suoi genitori, perché nel suo cervello embrionale quelle erano le parole chiave che significavano internamento nel manicomio statale di Bisceglie.
Il suo comportamento profondamente mutato dopo quell’esperienza traumatica irritava la madre che passava buona parte della giornata a sgridarlo e a sfogare i nervi, mentre il suo mondo fatto di ottanta metri quadri di casa gli si chiudeva addosso per proteggerlo.
Parlava spesso con una pianta di geranio che avevano nel salottino e la innaffiava con tanto zelo che probabilmente in Puglia non ce n’era una che godesse miglior salute e maggiore bellezza.
Suo padre, ogni tanto, cercava di fermarsi con lui, di scherzarci magari, ma era troppo impressa nella memoria del ragazzino la sequenza di quel famoso pomeriggio in cui era stato allontanato, rinchiuso, picchiato, legato, lasciato giorni su un tavolaccio mentre si faceva pipì e tutto il resto addosso, implorando che sua madre venisse a prenderlo, e chiedendosi perché gli facessero tutto questo.
Giulio era malato, ma di ragionamenti elementari ne faceva eccome.
Il pranzo si concluse con il Truce che non aveva toccato il secondo e, quando si rivolse a suo fratello perché gli passasse la bottiglia dell’acqua, lui ebbe una reazione esagerata: si mise a urlare di no e fuggì in camera sua. Non lo seguì nessuno e anzi Franco fu contento nel constatare che, da quando era tornato dal manicomio, aveva smesso con le sue richieste ossessive, preferendo la finestra su corso Cavour e il geranio con cui passava pomeriggi in discussioni che capivano solo loro due.
Giulio aveva avuto una crisi isterica perché sua madre, scopando il pavimento del salottino, aveva inavvertitamente spezzato un ramo alla pianta e lui, che ormai interagiva soltanto con quella, aveva sentito quel dolore come fosse suo. Eresvida aveva risolto la cosa urlando più forte ancora e coprendo i suoi lamenti fino a che, piangendo, lui non si era addormentato, ma senza il maglione materno che adesso rifiutava, nemmeno si trattasse di olio di ricino.
L’estate che seguì gli esami di maturità non fu proprio una di quelle memorabili per il Truce che aveva ripreso a soffrire dei suoi mal di testa. La parte restante di luglio e tutto agosto era riuscito a evitare una nuova visita dal dottor Fato, ma a settembre, essendo divenuti sempre più paralizzanti, dovette suo malgrado farsi prescrivere nuove cure per il redivivo esaurimento.
Quindici
I farmaci stavolta non ebbero effetto. Le cure ricostituenti del dottor Fato non funzionavano più e anzi i tremori di Franco erano sempre più frequenti, specie quando studiava per il suo primo esame di Ingegneria: disegno. Se ne stava nello studio del padre fino a notte fonda a tracciare proiezioni ortogonali e prospetti per progetti edili, mentre la poca luce del lume rendeva chiari solo alcuni particolari della casa che assumeva sempre più l’aspetto tetro di una chiesa sconsacrata.
Erano tutti infelici.
Quella era una chiesa sconsacrata circondata da un muro alto che non faceva trapelare la galera di Vittorio, le mattane di Eresvida, i cromosomi di Giulio, l’esaurimento di Franco. Un muro che solo lui avrebbe potuto abbattere dando sfogo e seguito alle aspettative della famiglia Percoco che erano integralmente poggiate sulla sua schiena, sul suo culo bucherellato da inutili ricostituenti, sulle dispense consumate e poco chiare su cui adesso boccheggiava, chiedendosi perché non fosse nato in un altro posto, in un’altra famiglia, in un’altra città.
Durante le lezioni del primo anno Franco aveva conosciuto un tale simpatico con il quale, nonostante il suo carattere chiuso, aveva familiarizzato senza però mai aprirsi. Vincenzo Bellomo, detto Enzo, era un giovane di bella presenza, figlio di un ingegnere, e si era iscritto alla stessa facoltà del padre per perpetuare la tradizione familiare che, a partire dal suo bisnonno, aveva regalato al capoluogo pugliese validi professionisti.
Più alto di Franco di cinque o sei centimetri, Enzo aveva un fisico asciutto ma massiccio al contempo, capelli castani e crespi e un gran senso dell’umorismo che spesso lo portava a eccedere, però sempre bonariamente.
I due si completavano; le loro rispettive esagerazioni caratteriali erano diametralmente opposte e, in virtù di questo, tendevano ad annullarsi a vicenda lasciando spazio a un unico essere perfettamente equilibrato.
A Capodanno del 1951 Franco aveva avuto eccezionalmente il permesso dai genitori di stare fuori casa fino alle due, e lui ed Enzo si erano subito dati da fare per cercare una festa in cui poter degnamente salutare l’anno che nasceva sulle ceneri di quello che salutava malinconicamente perché sapeva che non sarebbe tornato mai più.
La ricerca fu breve anche perché il Bellomo era un viveur a tutti gli effetti e in genere con un paio di telefonate era capace di pianificare divertimenti per settimane intere.
In questo caso si trattava di una serata danzante sul grande terrazzo coperto a casa di un suo amico, o meglio dell’amico di un suo amico, Antonio Di Modena.
Franco ed Enzo si presentarono vestiti di tutto punto, salutarono il padrone di casa cui Franco si presentò non celando un certo imbarazzo. Gli occhi azzurri dell’aspirante avvocato, iscritto al primo anno di Giurisprudenza, lo inquietavano, così come lo inquietava quel genere di situazioni.
In realtà, lui non avrebbe voluto essere lì, ma non riusciva ad arginare l’enorme voglia di vivere di Enzo Bellomo e in parte la subiva, trovandosi poi il più delle volte contento.
A quella festa, dove gli uomini sedevano sul lato destro e le donne su quello sinistro del terrazzo, Franco scolò quanto più cognac possibile nella speranza che da alticcio potesse risultare meno impacciato. Al terzo bicchiere era avvilito, al quarto irascibile, al quinto prevenuto, al sesto finalmente rilassato. Poggiato a una parete, guardava gli altri invitati che ballavano sulle note di un giradischi che ogni tanto si incantava e gli pareva di diventare sempre più piccolo. Sempre più piccolo… fino ad assumere le dimensioni di una mela.
Al settimo bicchierino il Truce era alto otto centimetri e fissava scarpe giganti che rischiavano di schiacciarlo, gambe infinite, lacci che erano funi da attracco e una formica che lo invitava a salirgli in sella per portarlo via da quei rischi terrificanti. Lui salì sull’insetto che iniziò ad attraversare la sala da ballo improvvisata seguendone la diagonale, mentre i tonfi secchi dei passi di danza lo facevano sobbalzare e lui si stringeva al collo della formica per non essere disarcionato.
Giunti alla fine della diagonale, Franco scese da quella schiena nera e liscia di cheratina, ringraziò la formica che gli regalò un cristallo di zucchero e cercò di nascondersi sotto il battiscopa, ma uno scarafaggio nero lo spinse fuori ammonendolo.
«Non c’è spazio per te qui.»
Allora, in preda al panico, lui iniziò a correre all’impazzata, senza direzione, evitando le scarpe, evitando le sedie, evitando di guardare in su, mentre una voce familiare lo rincorreva. «Percoco, dove vai… devo mangiarti. Non scappare, ho fame, ho fame ho fame ho fame…» tuonava la voce del Bellomo, e intanto una grande mano, con pollice e indice enormi, sollevava il minuscolo Franco dal pavimento, prendendolo per il colletto della camicia e facendolo dondolare sull’ugola.
«Ho fame… ho fame…» continuò quella voce lasciando la presa e facendo sì che lui precipitasse nel cavo orale, rimbalzando da una tonsilla all’altra prima di sparire in un buco nero.
«Nooooooooo!» urlò Franco coprendosi la faccia con le mani. E quando quelle stesse mani sentirono la pressione di qualcuno che le forzava, aprì gli occhi serrati che erano tornati di dimensioni normali, con il Bellomo che lo guardava interrogativo masticando un panino al prosciutto.
«No che? Hai fame, Franco? Vuoi mangiare qualcosa?» chiese l’amico un po’ sbigottito.
«No… non ho fame, grazie» rispose lui, ritrovando un po’ di lucidità e sedendosi sulla prima sedia libera che trovò a disposizione.
La serata sfilò via tra brindisi, spumante, auguri per l’anno nuovo e la solita contraerea di mezzanotte in cui i palazzi si dichiaravano guerra per dieci minuti, affrontandosi a ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Percoco
- VITTORIO E FRANCO
- FRANCO
- IL TURCO
- IL TRUCE
- L’ESAURITO
- Nota dell’autore
- Ringraziamenti
- Copyright