Mi comperai la vita con i canti e i sorrisi.
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Dimostro di avere sempre avuto, sia da giovane che da anziano, pochissime idee ma in compenso fisse.
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Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volervelo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera.
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Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.
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Gli artisti, maledizione! Un intellettuale integrato, poverino, io lo capisco: è uno che legge dentro le righe e capisce quello che succede molto più degli altri. Capisco che se non è artista, se non riesce a trasformare quello che capisce in qualcosa d’altro che arriva ancora meglio, deve integrarsi: l’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l’abbiamo nel culo!
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Difficilmente vado in cerca di un’idea: aspetto pazientemente di esserne aggredito.
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Raramente un artista è stato un eroe. Più spesso vive isolato e come timidissimo coniglio.
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Si comincia col prendere una chitarra e si finisce col prendere della fica.
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Quando si comincia ad usare la chitarra per fare canzoni si perde amore per lo strumento e lo strumento ti contraccambia come una moglie trascurata; bisogna sottoporsi a grossi recuperi e a vistosi corteggiamenti.
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Una canzone, come ogni altra forma di espressione artistica o parartistica, deve servire a qualcosa: può servire a creare un attimo di distensione, un momento di spensieratezza e certe volte può essere utile a far pensare, meditare su determinati problemi.
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Il dato più certo che emergeva dalle canzoni di Luigi [Tenco], soprattutto da quelle a sfondo sociale e, per chi lo conosceva bene, anche dal suo comportamento e dai suoi discorsi, era una sorta di orrore per l’ingiustizia: di solito però questo disgusto per l’ingiustizia, soprattutto sociale, era accompagnato da una ferma volontà di cambiare le cose e questo secondo dato, sicuramente positivo, era quello che lo faceva agire, scrivere canzoni, lo sollevava da un certo pessimismo di fondo, lo confortava di un certo ottimismo.
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Di un omicidio sono responsabili soltanto gli autori del crimine ed eventualmente i loro mandanti; di un suicidio, invece, è generalmente responsabile tutta la società o almeno quella microsocietà che lo ha reso possibile.
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Questo nostro mondo è diviso in vincitori e vinti, dove i primi sono tre e i secondi tre miliardi. Come si può essere ottimisti?
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Saremmo messi bene se ci dovessimo accontentare delle chiose socio-politiche di De André. Anche ammesso, e per niente concesso, un paritetico livello culturale con uno Sciascia, mi pare ci siano anni luce di distanza tra la mia e la loro [di Sciascia e altri intellettuali] capacità di analisi, tra i miei versi per canzone e la loro forza letteraria. Il problema è che con la loro scomparsa siamo rimasti orfani dei migliori polemisti nazionali e gli spazi vuoti, si sa, bisogna riempirli in qualche modo, magari con surrogati meno tristi dell’orzo, per esempio ascoltandosi un disco di De André o di De Gregori, oppure appendendosi alle bretelle sempre più scolorite di Ferrara. Rimane il conforto di Gianni Borgna, che se da un lato mi meraviglia, dall’altro appaga il mio sfrenato narcisismo.
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Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo Stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni.
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Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura.
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Le vere domande e le vere risposte non sono fatte di parole: sono fatte di azioni, di gesti, di atti, di opere in cui possono anche essere comprese le parole. Eppure ogni cosa fatta, in qualche modo la si paga in ansia, in insuccesso e, se tutto va bene, in nostalgia.
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Sono le persone che creano i problemi che non cambiano.
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Certe volte mi chiedo se noi che cantiamo insieme al pubblico non siamo rimasti per caso un «club» di signorine romantiche che giocano a «palla a mano» fra le mura di un giardino di melograni mentre fuori la gente si sbrana.
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È molto più difficile essere capiti facendo del bene che del male.
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La sinistra non deve dare ai vecchi un «passato», ma un futuro.
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Il capitalismo non può essere democratico.
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Il denaro la attrae, signor De André?
Sì, sono io che non sono mai riuscito ad attrarre lui.
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Cosa farò dei soldi di questo disco? Non so se spenderli nel farmi tirare la faccia per sembrare più giovane, o se usarli per concedermi il tempo di scrivere qualcosa di serio, per sembrare più vecchio.
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La musica non è simbolica. La musica rappresenta se stessa. È un fenomeno protomentale, anticipa la ragione. Evoca, ma non simbolicamente.
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Il canto ha ancora oggi, in alcune etnie cosiddette primitive, il compito fondamentale di liberare dalla sofferenza, di alleviare il dolore, di esorcizzare il male.
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Anche la canzone, nella sua parte letteraria e con l’aiuto della magia della musica e della suggestione del canto, può esprimere punti di vista differenti e talvolta divergenti da alcune verità che si vorrebbero spacciare per assolute e incontrovertibili. Il testo di una canzone, come di qualsiasi altro genere letterario, ma forse più sbrigativamente, anche se in modo necessariamente meno approfondito, può riuscire a far comprendere che di verità assolute non ne esistono, che tutto ciò che si vuole spacciare per assolutamente vero è un inganno da parte di chi vuole tutto ordinare per poter meglio controllare.
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Con la sua poesia diede alla morte l’idea di intervenire.
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Chi aveva interesse a truccare i dadi spargeva la voce che Cristo, tra i brigatisti delle trincee, era in realtà un volgare bandito.
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Se i cosiddetti «migliori» di noi avessero il coraggio di sottovalutarsi almeno un po’ vivremmo in un mondo infinitamente migliore.
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L’emarginazione ti sottrae a...