L'ultima occasione
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L'ultima occasione

Alla ricerca di specie animali in via d'estinzione

  1. 240 pagine
  2. Italian
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L'ultima occasione

Alla ricerca di specie animali in via d'estinzione

Informazioni su questo libro

L'estinzione di piante e animali ha seguito il suo corso per milioni di anni, al ritmo di una specie ogni secolo. La maggior parte, però, si è estinta negli ultimi cinquant'anni, e l'accelerazione è terrificante: ogni anno oltre un migliaio di specie diverse scompare. La conservazione è una corsa contro il tempo, prima che l'inquinamento, la caccia, i pesticidi e la progressiva distruzione di habitat naturali e del loro sempre più fragile equilibrio ecologico segnino un punto di non ritorno. Per tutti noi presto potrebbe essere l'«ultima occasione» non solo per scongiurare la scomparsa di piante e animali sempre più rari, ma anche, semplicemente, per poterli osservare in tutta la loro struggente o maestosa bellezza.

E L'ultima occasione, appunto, è il libro che Douglas Adams, il celebre scrittore di fantascienza e autore della Guida galattica per gli autostoppisti, e Mark Carwardine, zoologo, hanno dedicato agli animali in via d'estinzione: dal terribile varano di Komodo in Indonesia all'indifeso kakapo della Nuova Zelanda, dagli imponenti rinoceronti africani ai delfini baiji del Fiume Azzurro, dall'aye-aye del Madagascar alle volpi volanti di Rodrigues. Un indimenticabile diario di viaggio intorno al mondo alla ricerca di creature esotiche minacciate da un imminente pericolo; un libro geniale, profondo e struggente, spesso esilarante nel tratteggiare personaggi, circostanze e incontri paradossali e assurdi, e al tempo stesso venato di una pacata tristezza per la superficialità, la stupidità e la cupidigia con cui gli uomini guardano al regno animale e, più in generale, alla natura. Anche se poi sono gli uomini, dalla Cina all'Africa a Mauritius, a condurre ogni giorno la lotta per la conservazione degli ultimi esemplari delle specie più rare, curandoli, proteggendoli, sperimentando sul campo strategie di salvaguardia quasi sempre tardive eppure molto spesso efficaci.

Nato come serie radiofonica per la BBC e considerato ormai un «classico» della divulgazione scientifica, L'ultima occasione ci restituisce uno sguardo appassionato e acuto – oltreché informato – sulla bellezza e la fragilità del mondo naturale, sulle piccole e apparentemente insignificanti catastrofi che ogni giorno si verificano nelle nostre foreste, negli oceani, nei deserti. E ci lascia un monito definitivo: per quanto rara e marginale, ogni specie animale è importante e la sua scomparsa renderà il mondo un luogo più povero, più tetro e molto più solitario.

Douglas Noël Adams (1952-2001) è stato uno scrittore di fantascienza, sceneggiatore e umorista britannico. Nel 1979 ha pubblicato Guida galattica per gli autostoppisti, nato da una serie di grande successo trasmessa dalla BBC. Fra i suoi libri ricordiamo La vita, l'Universo e tutto quanto (Mondadori 2003), Il salmone del dubbio (Mondadori 2002), Addio e grazie per tutto il pesce (Mondadori 2005), La lunga oscura pausa caffè dell'anima (Mondadori 2011), Ristorante al termine dell'universo (Mondadori 2012).

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852072864
Print ISBN
9788804661412
III

Un cappello di pelle di leopardo

Stupimmo noi stessi arrivando nello Zaire con un volo di missionari, il che non era nelle nostre intenzioni iniziali. Tutti i voli regolari per e da Kinshasa erano stati cancellati per via di una feroce scaramuccia tra lo Zaire e i suoi ex padroni coloniali, i belgi, e solo una serie di ingegnose manovre di Mark, che per tutta la notte aveva mandato telex da Godalming, ci avevano assicurato questo ingresso nel paese dalla porta di servizio, via Nairobi.
Eravamo venuti a cercare i rinoceronti: i rinoceronti bianchi del Nord. Nello Zaire ne sono rimasti solo ventidue esemplari, in Cecoslovacchia otto. Naturalmente quelli in Cecoslovacchia non sono allo stato brado, e si trovano lì solo grazie all’opera di un fanatico collezionista cecoslovacco di rinoceronti bianchi del Nord, all’inizio del Novecento. Ce n’è anche un piccolo numero nello zoo di San Diego, in California.
Nell’avvicinarci al paese dei rinoceronti avevamo deciso di prendere la via larga in modo da vedere anche qualcos’altro durante il tragitto.
Il velivolo aveva sedici posti, tre dei quali occupati da noi – Mark, Chris Muir, il tecnico del suono della BBC, e io – e da tredici missionari. O meglio, non proprio tredici missionari, ma un misto di missionari, insegnanti di scuole missionarie, e una coppia di anziani americani interessati al lavoro nelle missioni. I due indossavano cappelli di paglia presi a Miami, macchine fotografiche, e vuote espressioni affabili che indirizzavano a tutti, che lo volessero o no.
Avevamo passato due ore sotto il sole cocente, scivolando pigri intorno agli uffici scalcagnati in un angolo remoto dell’aeroporto Wilson di Nairobi, cercando di identificare il nostro aereo e di capire chi sarebbero stati i nostri compagni di viaggio. È difficile riconoscere un missionario a prima vista, ma chiaramente c’era qualcosa di strano nell’aria perché l’unico luogo per sedersi era una piccola panca a tre posti ombreggiata da un tettuccio, e tutti si preoccupavano di cedere il posto agli altri, al punto che alla fine quella rimase vuota mentre noi restavamo in piedi a strizzare gli occhi e sudare nella prorompente calura estiva. Dopo un’ora di questi convenevoli Chris borbottò tra sé e sé qualcosa in scozzese, posò la sua roba a terra, si sdraiò sulla panca vuota e si addormentò finché non fu ora di partire. Avrei voluto averci pensato io.
Da diverse osservazioni che aveva fatto, sapevo che Mark non provava una gran simpatia per i missionari. Li aveva incontrati più volte sul campo in Africa e in Asia, e mi sembrava teso e taciturno più del solito mentre attraversavamo la pista bollente e guadagnavamo i nostri piccoli e scomodi sedili. Poi mi innervosii io stesso mentre l’aereo si dirigeva sulla pista di decollo, perché il solito annuncio preliminare del pilota includeva una descrizione della rotta, una spiegazione degli strumenti di salvataggio, e una breve preghiera.
A inquietarmi non fu «Oh Signore, ti ringraziamo per il dono di questo Tuo giorno»; ma «Oh Signore, rimettiamo le nostre vite nelle Tue mani», che non è precisamente la frase che fa piacere sentire da un pilota mentre questi già stringe la cloche. Percorremmo la pista aggrappati stretti ai braccioli delle poltroncine – le nocche bianche – e, mentre salivamo in cielo, incrociammo un aereo Dakota, grande, vecchio, modellato a forma di sigaro, che stava atterrando e che sembrava essere stato trattenuto nella Great Rift Valley per almeno trent’anni dal brutto tempo.
A dispetto di ogni ragionevole cognizione di geografia e geometria, il cielo sopra il Kenya appare molto più grande che altrove. Mentre ti ci immergi, sei quasi soverchiato dall’eccitante timore per quell’orizzonte sconfinato.
D’altra parte, l’atmosfera all’interno dell’aereo era simpaticamente claustrofobica, e faceva quasi venire la nausea. Tutti erano gentili, tutti sorridevano, tutti ridevano di quel riso benevolo e dimesso che fa venire i nervi. E tutti (questo sì era strano) portavano gli occhiali. Che non erano dei semplici occhiali. Erano di quel tipo con la montatura nera di sopra e trasparente di sotto, come li portano solo i parroci inglesi, gli insegnanti di chimica e, naturalmente, i missionari. Noi restammo seduti e cercammo di comportarci bene.
Quando mi sforzo di comportarmi bene finisco sempre per canticchiare tra me e me a bocca chiusa. Questo evidentemente seccava il missionario che mi sedeva vicino. Me lo fece capire con quell’orrendo modo di ridere sommesso e terribilmente affabile, finché cominciai a desiderare di zittirlo a morsi.
Non mi piace il concetto di «missionari». Di fatto, l’intera faccenda della religione mi mette in allarme. Non credo in dio, almeno non in quello che noi inglesi abbiamo inventato per soddisfare i nostri tipici bisogni da inglesi. E non credo in quegli dèi che hanno inventato in America e che a quanto pare forniscono i loro profeti di parrucchini, stazioni televisive e soprattutto numeri di telefono a chiamata gratuita. Vorrei tanto che la gente che crede in queste cose se le tenesse per sé e non esportasse le sue idee nei paesi in via di sviluppo. Guardai i due tipi di Miami con gli strani cappelli, che a loro volta ammiravano l’Africa fuori dal finestrino. Se ne stavano lì, in equilibrio tra le due immensità della terra e del cielo, senza capire, e sorridevano a un continente intero. Credo che Conrad abbia detto qualcosa di simile a proposito di una barca.
Sorridevano al monte Kenya, erano raggianti di fronte al Kilimangiaro, e si mostravano pieni di benevolenza verso l’intera Great Rift Valley, la quale si estendeva maestosa ai nostri piedi. Erano perfino terribilmente felici e compiaciuti di fare scalo a Mwanza, in Tanzania, ben più di noi, come del resto risultò dai fatti.
Sobbalzando, l’aereo si fermò fuori da una specie di fermata d’autobus che risultò essere l’aeroporto di Mwanza. Ci dissero che dovevamo scendere a terra per una mezz’ora e attendere nella «sala di transito internazionale».
Questa consisteva in una grande costruzione di cemento con due stanze ampie collegate da un corridoio. Sembrava che l’edificio fosse stato appena bombardato. Alcune pareti erano davvero malridotte e mostravano rattoppi di ferro arrugginito che sporgevano dalle crepe, attraverso vecchi manifesti che vi erano stati appiccicati sopra e che pubblicizzavano l’Italia. Entrammo, abbandonammo a terra borse e materiale fotografico e ci accomodammo sulle sedie di plastica scassate. Io scovai una sigaretta e Mark tirò fuori la sua Nikon F3 con motore MD-4 per fotografarmi mentre fumavo. Non ci restava molto altro da fare.
Dopo un minuto o due un uomo con una tuta marrone mise dentro la testa, ci guardò, non gli piacque quello che vide e ci chiese se fossimo passeggeri in transito. Rispondemmo di sì. Scosse il capo con infinita amarezza e ci disse che se eravamo passeggeri in transito allora dovevamo trasferirci nell’altra sala. Ovviamente eravamo pazzi o completamente stupidi se non l’avevamo capito da soli. Se ne stette appoggiato allo stipite della porta, manifestando il suo disprezzo con le sopracciglia sollevate, finché non raccogliemmo tutta la nostra roba e non la trascinammo lungo il corridoio fino nell’altra stanza. Ci guardò passare scuotendo la testa con stupore e rassegnazione per la stupida futilità della condizione umana in generale, e della nostra in particolare, e infine chiuse la porta alle nostre spalle.
La seconda stanza era identica alla prima. Identica in tutto tranne che per una cosa: c’era un’apertura nel muro. Una ragazza grassa e con lo sguardo vacuo era appoggiata coi gomiti sulla cassa e i pugni affondati nelle guance. Osservava delle mosche che si arrampicavano sul muro, non certo con grande interesse, dal momento che le mosche non facevano niente di speciale. Ma almeno stavano facendo qualcosa. Dietro di lei c’era un tavolo ingombro di biscotti, tavolette di cioccolata, Coca-Cola e una caraffa di caffè. Ci lanciammo avanti come un sol uomo, ma non facemmo in tempo ad arrivare perché un tipo con una tuta blu di poliestere ci sbarrò il passo e ci chiese che cosa diavolo pensavamo di fare lì. Gli spiegammo che eravamo passeggeri in transito e che stavamo andando nello Zaire. Ci guardò come se avessimo perso totalmente l’uso della ragione.
«Passeggeri in transito?» disse. «Non è permesso ai passeggeri in transito stare qui.» Con un ampio gesto ci allontanò dalla cassa, ci fece raccogliere le nostre cose e ci condusse di nuovo nella prima stanza dove, un minuto più tardi, l’uomo in tuta marrone ci trovò di nuovo.
Ci guardò.
Fu investito da un’ondata di incomprensione, seguita da tristezza, rabbia, frustrazione profonda, e dalla sensazione che il mondo fosse stato creato apposta per angariarlo. Appoggiò la schiena al muro, sospirò, chiuse gli occhi e si prese il ponte del naso fra due dita.
Disse semplicemente: «Siete nella sala sbagliata. Siete passeggeri in transito. Per favore, andate nell’altra sala».
In queste situazioni capita di sentirsi pervasi da una calma meravigliosa, soprattutto se c’è di mezzo il banco del buffet. Annuimmo, raccogliemmo i bagagli con una pazienza in stile zen e ripercorremmo il corridoio fino alla seconda stanza. Qui l’uomo in blu ci venne di nuovo incontro, ma noi gli spiegammo con serenità che poteva anche andare a farsi fottere. Avevamo bisogno di cioccolata, di caffè, magari anche di un rigenerante pacchetto di biscotti, e li avremmo avuti. Gli voltammo le spalle, mollammo le borse, ci dirigemmo con passo deciso alla cassa e ci scontrammo con un ostacolo imprevisto e non irrilevante.
La ragazza non volle venderci niente. Sembrò sorpresa che osassimo insistere. I pugni sempre affossati nelle guance, scosse lentamente la testa e continuò a osservare le mosche sul muro.
A fatica, dopo una conversazione che fluì lenta come gomma dal tronco di un albero, ci chiarì la questione: poteva accettare soltanto moneta tanzaniana. Sapeva, senza bisogno di chiedere, che non ne avevamo, per la semplice ragione che nessuno ne aveva mai. Eravamo nella sala d’attesa di un transito internazionale e in tutto l’aeroporto non c’era uno sportello di cambio, perciò nessuno poteva mai avere con sé moneta tanzaniana; perciò lei non vendeva mai niente a nessuno.
Dopo pochi minuti di inutile discussione dovemmo rassegnarci alla disarmante ovvietà delle sue motivazioni. Perciò ce ne restammo lì seduti con aria cupa, occhieggiando il caffè e la cioccolata, con le tasche che ci scoppiavano di inutili dollari, sterline, franchi francesi e scellini kenioti. La ragazza fissava attonita le mosche, rassegnata a non vendere mai nulla a nessuno. Dopo un po’ cominciammo anche noi a interessarci alle mosche.
Infine ci dissero che il nostro volo era pronto a ripartire, e tornammo alla compagnia dei missionari.
Ci chiedevamo dove fossero stati per tutto questo tempo. Però non facemmo domande. Dopo un’oretta atterrammo infine a Bukavu e mentre ci avvicinavamo al terminal dell’aeroporto, l’aereo risuonò di grida festose: «Oh, che meraviglia, il vescovo è venuto ad accoglierci!». Ed eccolo, il vescovo: imponente e radioso nella tunica viola, portava occhiali con la montatura nera di sopra e trasparente di sotto. I missionari, gli insegnanti di scuole missionarie e la coppia di americani interessati al lavoro nelle missioni scesero tutti insieme dall’aereo sorridendo, e noi, che avevamo tirato fuori da sotto i sedili le macchine fotografiche, li seguimmo.
Eravamo nello Zaire.
Penso che la cosa migliore per spiegare che cosa va storto in questo paese sia descrivere una certa tessera che un funzionario dell’ufficio turistico ci consegnò qualche giorno più tardi.
Una parte era scritta in inglese, ed era quella riservata ai turisti. Diceva:
Signora, Signore,
Da parte del Presidente-Fondatore della MPR, Presidente della Repubblica, del suo governo e dei miei concittadini, mi è gradito augurarvi un meraviglioso soggiorno nella Repubblica dello Zaire.
In questo Paese scoprirete paesaggi maestosi, una flora lussureggiante e una fauna di rara bellezza.
La gentilezza e l’ospitalità del popolo zairese vi faciliteranno la conoscenza delle sue tradizioni e del suo folklore.
La nostra giovane nazione farà tesoro dei vostri consigli e vi ringrazia fin d’ora per l’aiuto che le darete, caldeggiando la visita dei suoi luoghi anche da parte dei vostri amici. Ci impegniamo a trattarli in modo sempre migliore.
Il Ministro dell’ECNT.
Fin qui tutto bene. Ma è l’altra parte che ti fa dubitare su quello che troverai. Ti consigliano di farla leggere a ogni zairese che incontri; e dice così:
ZAIRESI, AIUTATE I VISITATORI
Il possessore di questa tessera sta visitando il nostro Paese. È nostro ospite.
Se vuole fare fotografie, siate gentili e amichevoli con lui. Fate del vostro meglio perché trascorra un piacevole soggiorno, e lui ritornerà portando con sé i suoi amici.
Aiutando lui, aiutate il vostro Paese. Non dimenticate che il turismo ci fornisce guadagni che ci permettono di creare nuovi posti di lavoro, di costruire scuole, ospedali, fabbriche ecc.
Dal benvenuto che il nostro ospite avrà ricevuto dipende il futuro del nostro turismo.
Ora, a parte il fatto piuttosto allarmante di ritenere necessaria una simile esortazione, la cosa preoccupante è che questo paragrafo è scritto solo in inglese. Nessuno zairese, o zairois, come si chiamano tra loro, parla inglese, o quasi.
Il sistema vigente nello Zaire era molto semplice, e questa tessera costituiva uno dei tentativi perfettamente inutili di modificarlo. In questo paese, ogni funzionario che incontrerete vi renderà la vita il più spiacevole possibile, fino a quando non lo pagherete – in dollari americani – perché la smetta. Dopodiché vi passerà al funzionario successivo, che sarà con voi altrettanto sgradevole, e così via. Alla fine del nostro viaggio questo tipo di procedura avrebbe assunto proporzioni angoscianti. In compenso, il nostro primo ingresso nello Zaire fu un sistema di assuefazione relativamente dolce, e consistette soltanto in un paio d’ore trascorse sotto la pioggia e in miserabili capanne.
La prima cosa che vedemmo alla dogana fu una fotografia che ci diede l’idea di come sarebbe andata a finire la nostra spedizione per trovare le specie selvatiche in pericolo d’estinzione. Era il ritratto di un leopardo. O meglio, di un pezzo di leopardo, confezionato a foggia di un elegante cappello rotondo con calotta piatta, tipo fez, che adornava la testa del maresciallo Mobuto Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga, presidente della Repubblica dello Zaire. Il presidente ci guardava con una calma serafica, mentre i suoi ufficiali ci lavoravano per benino.
Uno di loro era un uomo grande ed espansivo, che continuava a offrirci sigarette. L’altro era un bassetto furfante, e faceva di tutto per rubarci le nostre. Ma questa naturalmente era una procedura da manuale, il classico interrogatorio fatto apposta per condurre la vittima al crollo emotivo. Una tecnica che a loro volta hanno imparato da altri. Di fatto, quello che volevano da noi era solo il nostro nome, il numero del passaporto e il numero di serie di ogni singolo pezzo di equipaggiamento che ci eravamo portati appresso.
L’uomo grande, in particolare, non sembrava avere niente di personale nei nostri confronti, mentre ci trascinava delicatamente attraverso quella procedura assurda che era tenuto a compiere. Mi venne in mente lo strano sentimento che si sviluppa quando il torturatore e la sua vittima, o il rapitore e il rapito finiscono con lo stringere rapporti di solidarietà. È la sensazione di essere tutti sulla stessa barca. I moduli che dovevamo compilare erano intestati «Congo belga», ma la scritta era stata cancellata, e qualcuno a matita aveva scritto «Zaire»; quindi erano vecchi di almeno diciotto anni. L’unico modulo che non sembravano possedere era quello che noi desideravamo sopra ogni altra cosa. Alcuni amici ci avevano avvertiti che avremmo dovuto compilare una dichiarazione di possesso di valuta non appena avessimo messo piede nel paese, o saremmo andati incontro a delle noie. Ne chiedemmo una più volte, ma ci risposero che le avevano finite. Ci dissero che ne...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione di Richard Dawkins
  4. L’ultima occasione
  5. I. La tecnologia del ramoscello
  6. II. Qui ci sono i polli
  7. III. Un cappello di pelle di leopardo
  8. IV. Batticuore nella notte
  9. V. Terrore cieco
  10. VI. Rari, o quasi rari?
  11. VII. Frugando tra le braci
  12. VIII. A Mark l’ultima parola
  13. Ringraziamenti
  14. Inserto fotografico
  15. Copyright