Non fu un parto facile, per la principessa dal viso di bambola. Non sentire le sue urla era impossibile, neppure i giardini del palazzo offrivano scampo. E la Fata Oscura era là, segretamente in ascolto, odiando ciò che provava per quei gemiti e lamenti. Sperava che Amalia morisse. Naturalmente. Se l’era augurato fin dal giorno in cui Kami’en aveva pronunciato il suo sì davanti a quella sposa dall’abito insanguinato. Ma c’era di più: un incomprensibile struggimento per il bambino che strappava quelle grida alla stupida boccuccia di Amalia.
Solo i suoi magici poteri l’avevano tenuto in vita per tutti quei mesi. Il bambino che non avrebbe dovuto esistere. «Lo salverai. Promettimelo!» Ogni volta la stessa supplica a fior di labbra, dopo l’amore. Era solo per questo che Kami’en, ogni notte, tornava ancora nel suo letto. Il desiderio di fondere le sue carni di pietra con quelle umane lo rendeva così indifeso.
Oh, come urlava la bambola, come se per tirarle fuori quel figlio le squarciassero con un coltello il ventre, che solo un fiore di giglio aveva reso desiderabile. E allora adesso uccidila, Principe Senza Pelle. Chi le dà il diritto di farsi chiamare mamma? Sarebbe marcito nelle viscere di Amalia come un frutto proibito: ancora vivo solo grazie al potente incantesimo che lei gli aveva tessuto intorno come un bozzolo. Sì, era un maschio. La Fata Oscura lo aveva visto in sogno.
Kami’en non tornò, neppure per cercare il suo aiuto. Non quella notte. Inviò il suo segugio, la sua ombra di diaspro dagli occhi lattescenti. Come al solito, una volta al suo cospetto, Hentzau evitò di guardarla in faccia.
— La levatrice dice che perderà il bambino.
Perché accettò di andare con lui?
Per il bambino.
Il fatto che il figlio di Kami’en avesse scelto la notte per venire al mondo riempiva la fata di intima soddisfazione. Sua madre temeva così tanto le tenebre che teneva la camera da letto costantemente rischiarata da una decina di lampade a gas, anche se quei riverberi lattiginosi facevano dolere gli occhi al consorte.
Kami’en era al capezzale di Amalia. Quando entrarono i servitori della sua amante, si voltò. Per un attimo alla fata parve di ravvisare nel suo sguardo un’ombra dell’antico amore. Amore, speranza, paura: tutti sentimenti pericolosi per un re, ma la pelle di pietra aiutava Kami’en a dissimularli. Assomigliava sempre di più a una di quelle statue che i suoi nemici umani erigevano per i loro sovrani.
All’avvicinarsi della fata, dallo spavento, la levatrice rovesciò una bacinella piena di acqua insanguinata. Persino i dottori indietreggiarono alla sua vista. Medici goyl, umani e nani. Nei loro camici neri, parevano uno stormo di corvi attirati dall’odore della morte, e non dalla prospettiva di una nuova vita.
Il viso di bambola di Amalia era gonfio, stravolto dai dolori e dalla paura. Le ciglia e gli occhi azzurri dai riflessi violetti erano impastati di lacrime. Gli occhi che le aveva donato la magia dei gigli... Alla Fata Oscura sembrava di guardare nell’acqua del lago che li aveva generati.
— Sparisci! — La voce di Amalia era rauca, dopo tutto quell’urlare. — Che cosa vuoi qui? Ti ha fatto chiamare lui?
La Fata Oscura prese a fantasticare su come quegli occhi dal colore intenso avrebbero potuto spegnersi mentre quella pelle, che Kami’en amava così tanto accarezzare, diventava sempre più fredda e floscia. La tentazione di farla morire aveva un sapore così dolce. Davvero un peccato dovervi rinunciare, perché l’altra si sarebbe portata via anche il figlio di Kami’en.
— Io so perché non lasci uscire il tuo bambino — bisbigliò ad Amalia la Fata Oscura. — Hai paura di guardarlo in faccia. Ma non permetterò che lo soffochi con il tuo corpo morente. Deciditi a metterlo al mondo o ti faccio aprire in due per cavartelo dalla pancia.
Come la fissò la bambola! La fata non capiva bene se l’odio nel suo sguardo esprimesse più paura o gelosia. Forse l’amore dava frutti ancora più velenosi della paura.
Amalia spinse fuori il bambino e il volto della levatrice si contrasse in una smorfia di ribrezzo e orrore. Per le strade del regno era già stato ribattezzato il Principe Senza Pelle, ma una pelle ce l’aveva. Grazie alla magia della fata. Era soda e liscia come la pietra di luna, e altrettanto trasparente. Lasciava intravedere tutto: ogni tendine, ogni vena, il piccolo cranio, i bulbi oculari. Il figlio di Kami’en pareva la morte fatta persona o il suo seme più acerbo.
Amalia si premette le mani sulla bocca con un gemito. L’unico che guardava il neonato senza provare repulsione era Kami’en, e la fata racchiuse il corpicino viscido fra le sue mani a sei dita e prese a sfregare la pelle diafana fino a donarle il rosso opaco di quella del padre. Conferì alla faccina una tale bellezza che gli sguardi distoltisi poc’anzi per il raccapriccio, fissavano ora incantati i lineamenti del piccolo principe e Amalia tese le braccia verso il suo bambino. Ma la Fata Oscura ficcò il pargolo in braccio al padre. Nel farlo, non lo degnò di uno sguardo e, quando si precipitò fuori sul corridoio buio, lui non la trattenne.
A metà strada dovette uscire su un balcone per prendere fiato. Le mani le tremavano mentre se le puliva e ripuliva sulla veste per non sentire più la sensazione di quel corpo caldo che aveva toccato.
Nella sua lingua non esisteva una parola per “bambino”. Non più, da molto tempo.
John Reckless era già stato una volta nella sala delle udienze del Gobbo. Con un altro volto e un altro nome. Quanti anni prima, cinque? Gli veniva difficile pensare che non fossero di più, ma nell’ultimo periodo aveva imparato molto sul tempo... Su giorni lenti come anni e anni che passavano rapidi come fossero giorni.
— Saranno migliori? — s’informò il Gobbo, aggrottando irritato la fronte all’ennesimo sbadiglio che l’erede al trono cercò di nascondere con la mano. Non era un segreto per nessuno che suo figlio Louis soffriva della Letargia di Biancaneve. La casa reale manteneva uno stretto riserbo su dove e quando il principe ereditario si era preso quella malattia (gli effetti della magia nera venivano definiti “malattie” in nome del progresso). Ma al parlamento di Albione si discutevano già i rischi (e i vantaggi) di un re di Lutis che, in qualsiasi momento, avrebbe potuto cadere addormentato per giorni. Secondo i servizi segreti albionici, il Gobbo aveva persino fatto ricorso ai rimedi di una mangiabambini per guarire il rampollo: senza successo, a giudicare dagli sbadigli che, ogni dieci minuti, Louis tentava di celare dietro le maniche rosso vino.
— Avete la mia parola e quella di Wilfred di Albione, Vostra Maestà. Le macchine che vi costruirò non voleranno solo più veloci e più in alto degli aerei dei Goyl, ma saranno anche dotate di armi più potenti.
John omise di precisare che ne era così sicuro perché anche gli aerei dei Goyl li aveva progettati lui. Neppure Wilfred di Albione conosceva il passato del suo illustre ingegnere. Il nome di cui si era indebitamente appropriato e il volto nuovo avevano impedito in modo efficace che la sua vera identità venisse scoperta, anche dai Goyl che, a quanto pareva, lo stavano sempre cercando. Un altro naso e un mento diverso erano un prezzo irrisorio per vivere senza ansie. Le notti, invece, erano ancora troppo spesso tormentate dai brutti sogni lasciatigli in regalo dagli anni di prigionia sotto i Goyl, ma aveva imparato a farsi bastare poche ore di sonno. L’esperienza della prigionia gli aveva insegnato molto. Non lo aveva reso migliore – era sempre un codardo egoista mosso dall’ambizione (certe verità, bisognava guardarle in faccia) – tuttavia, oltre a chiarirgli questo punto, si era rivelata inestimabile per tutto ciò che aveva appreso su questo mondo e sui suoi abitanti.
— Se il vostro Stato Maggiore dovesse avere delle riserve sulla possibilità che gli aerei non siano la giusta risposta alla superiorità militare dei Goyl, posso assicurarvi che anche il parlamento di Albione condivide questa preoccupazione. E proprio per dissipare i dubbi mi ha dato il permesso di presentare alla Lotaringia due delle mie invenzioni più recenti.
In effetti, era stato il re a concedergli l’autorizzazione, ma era meglio salvare le apparenze. Albione era orgogliosa delle sue tradizioni democratiche sebbene, in definitiva, il potere fosse ancora nelle mani del monarca e della nobiltà. In Lotaringia non era diverso; tuttavia qui il popolo aveva una visione meno romantica dei suoi principi e delle sue teste coronate: uno dei motivi delle rivolte armate che martoriavano la capitale.
Louis stava già sbadigliando di nuovo. L’erede al trono aveva la nomea di essere sciocco proprio come sembrava. Sciocco, lunatico e con una propensione alla crudeltà che inquietava persino suo padre – e Carlo di Lotaringia stava invecchiando, anche se si tingeva i capelli di nero ed era ancora un bell’uomo.
John fece cenno di avvicinarsi a una delle guardie che lo avevano scortato da Albione. Il Tricheco (il soprannome di Wilfred Primo era così azzeccato che John temeva sempre, un giorno o l’altro, di rivolgersi inavvertitamente così al suo mecenate) lo teneva sotto stretta sorveglianza. Il re di Albione, nonostante la nota avversione di John per le navi, aveva insistito affinché fosse il suo ingegnere migliore a recarsi di persona dal Gobbo per rendergli allettante l’idea di una coalizione. I progetti che la guardia passò all’attendente, John li aveva stesi appositamente per questa udienza, tralasciando qualche dettaglio che avrebbe ultimato alla consegna, non appena fosse stato suggellato l’accordo. Gli ingegneri del Gobbo non se ne sarebbero assolutamente accorti. Dopotutto, John li metteva di fronte alla tecnologia di un altro mondo.
— Li ho battezzati “carri armati”. — John dovette reprimere un sorrisino quando la concorrenza locale si chinò sui disegni con un misto di invidia e incredulo stupore. — Persino la cavalleria dei Goyl è impotente contro queste macchine.
Il secondo progetto mostrava missili con testate esplosive. C’erano senz’altro momenti in cui la sua coscienza lo metteva sul banco degli imputati. In fin dei conti, avrebbe potuto donare a questo mondo anche invenzioni che l’avrebbero reso più sano e giusto per i suoi abitanti. Di solito la metteva a tacere con una generosa elargizione a un orfanotrofio o al movimento delle suffragette di Albione, sebbene ciò evocasse anche troppo facilmente i ricordi di Rosamund e dei suoi figli.
— Chi produrrà queste valvole?
John tornò al presente nel quale era un uomo senza figli e la donna della sua vita, di quindici anni più giovane, era la figlia di un diplomatico di Leonia.
— Se ad Albione sono in grado di realizzarle... — inveì il Gobbo contro l’ingegnere che aveva posto dubbioso la domanda — ... allora possiamo farle tranquillamente anche noi. O, in futuro, devo mandare i miei ingegneri a studiare alle università di Pendragon e Londra?
L’ingegnere cambiò colore e i consiglieri del Gobbo soppesarono John con freddezza. Tutti i presenti avevano capito che la risposta del re significava una cosa sola. Il dado era tratto: Albione e la Lotaringia avrebbero stretto un patto di alleanza contro i Goyl. Una decisione storica per questo mondo. Due nazioni, che da secoli non tralasciavano alcun pretesto per dichiararsi guerra, adesso si univano contro il nemico comune. Il vecchio gioco.
John decise di scrivere il dispaccio che avrebbe informato il re e il parlamento di Albione del suo successo diplomatico nei giardini del palazzo, anche se non era facile trovare una panchina accanto alla quale non ci fosse una statua. La fobia delle effigi di pietra era un altro fastidioso effetto collaterale della prigionia.
Mentre redigeva il messaggio che avrebbe scosso i rapporti di forza di questo mondo, i suoi sorveglianti in uniforme trascorrevano il tempo a fissare con interesse le dame che passeggiavano fra le siepi potate con cura. I loro sguardi confermavano le voci che il Gobbo avesse l’ambizione di radunare presso la sua corte le più belle donne del paese. John trovava rassicurante che Carlo di Lotaringia fosse un marito peggiore di lui. Dopotutto, non aveva mai tradito Rosamund prima di trovare lo specchio e, quanto alle sue avventure amorose a Schwanstein, Vena e Blenheim, si poteva sicuramente discutere se delle relazioni in un altro mondo fossero da considerarsi adulterio. Sì, John, lo sono.
Nell’apporre la firma in fondo al dispaccio (con una stilografica che aveva modernizzato in modo discreto, stufo di avere sempre le dita sporche d’inchiostro), sui vialetti di ghiaia bianca vide affrettarsi nella sua direzione un uomo che aveva visto nella sala del trono in piedi di fianco al principe. L’inaspettato visitatore indossava una giacca a lunghe falde dalla foggia antiquata ed era poco più alto di un nano adulto. Gli occhiali che si raddrizzò sul naso, nel fermarsi davanti a John, avevano lenti così spesse che i suoi occhi apparivano sporgenti come quelli di un insetto. Con le pupille appropriatamente nere e lucide da scarafaggio.
— Monsieur Brunel? — Un inchino, un sorriso zelante. — Permettete. Arsene Lelou, tutore di Sua Altezza, il principe ereditario. Posso... — si schiarì la voce come se la sua richiesta gli ostruisse la gola come una scheggia — ... ehm... disturbarvi con una preghiera?
— Naturalmente. Di cosa si tratta?
Che Monsieur Lelou avesse bisogno di un chiarimento su una delle innovazioni tecniche? Non era di certo facile essere il precettore di un futuro re in un mondo che progrediva a ritmo vertiginoso. Tuttavia, la domanda di Arsene Lelou non aveva niente a che vedere con la nuova magia, come venivano chiamate la scienza e la tecnica oltre lo specchio.
— Il mio... ehm... allievo reale ha fatto fare, da qualche mese, delle ricerche su dove risieda un uomo che, fra l’altro, ha lavorato anche per la casa reale di Albione — spiegò con una marcata esse blesa. — Visto che voi andate e venite frequentemente dall’isola, volevo approfittare dell’occasione per chiedervi, a nome di Sua Altezza, di prestarci il vostro aiuto per trovare questa persona.
John aveva udito brutte storie sui sistemi che Louis di Lotaringia adottava con i suoi nemici. L’uomo su cui Arsene Lelou voleva informazioni aveva la sua più profonda compassione.
— Certo. È lecito sapere di chi si tratta? — Fingersi disponibili non poteva nuocere.
— Il suo nome è Reckless. Jacob Reckless. È un famoso cacciatore di tesori, per non dire famigerato che, fra l’altro, è stato al servizio anche della decaduta imperatrice d’Austria.
John si accorse con irritazione che, nell’allungare il dispaccio firmato a una delle sue guardie, aveva la mano che gli tremava. Con che facilità ti tradiva il corpo.
Arsene Lelou aveva notato il tremore.
— La pu...