Roma, venerdì 5 giugno 1903
Tra il primo e il secondo piano la ragazza si fermò e socchiuse gli occhi per un attimo. Il marmo degli antichi gradoni procurava ai suoi piedi nudi una piacevole sensazione di fresco e di pulito. Come la veste di lino che le aveva cucito la madre con vecchie pezze del suo corredo, mai utilizzate. Durante il breve tragitto da via del Falco al palazzo Vaticano un sottile vento di ponente, che aveva temperato i primi caldi di giugno, le si era infilato con malizia nelle nuove culottes alla moda francese. Le aveva viste su una rivista che si chiamava “Frou Frou”, dal rumore che fa la seta quando struscia, e le aveva volute a tutti i costi malgrado costassero dodici lire. Quella notte tuttavia, salvo un caso eccezionale, non se le sarebbe sfilate. Non più.
Era stata perfino incerta se tenersi addosso l’odore di pesce, al fine di risultare più sgradita, ma alla fine si era immersa nella tinozza, cedendo alle preghiere di sua madre, che l’aveva strofinata con energia e spruzzata appena di lavanda. Se n’era andata con le sue lamentele nelle orecchie, che avere come protettore un uomo così potente era una benedizione del cielo e che magari ci avrebbe pensato lui, un giorno, a trovarle un marito adeguato.
Guardò dal finestrone: Roma sembrava deserta e solo qualche rada luce dava l’idea che non fosse morta. La città dormiva ignara, senza immaginare che tra le sacre mura, al centro del suo cuore, il diavolo si divertisse a fornicare. Sbatté il piede sul pavimento, sua madre non poteva, o meglio non voleva, comprendere a quale caro prezzo pagava i vantaggi di cui l’intera famiglia godeva, dall’acquisto di tutto il pescato ai prestiti senza interesse che mai sarebbero stati restituiti.
Dopo le prime volte, in cui aveva subìto intimorita le attenzioni del cardinale, si era persino divertita a esercitare il potere della donna sull’uomo, ma ormai quel gioco l’aveva stancata. No, per togliersi le culottes quella notte non le sarebbe bastato vederlo in ginocchio a leccarle i piedi. Né sarebbero state sufficienti promesse o minacce, non era stupida come lui pensava. Lo avrebbe fatto forse solo per un gioiello: non un anellino come già le aveva regalato, ma uno di quelli belli, con tanto oro e con gli smeraldi e i rubini, anche solo quella croce che portava al collo e baciava ogni volta che se la toglieva, prima di riporla con la faccia del Cristo sul cuscino.
Si sistemò il seno sotto il vestito e salì un’altra rampa di scale. Oltre ancora, al piano di sopra, riposava quell’ometto simpatico del papa, quel Leone che una volta le aveva dato la mano guantata da baciare e le aveva perfino fatto una carezza sulla testa. Sembrava un vecchio nonno, di quelli leggeri come piume e buoni come il pane appena uscito dal forno. Se però avesse saputo che cosa combinavano al piano di sotto i suoi nipoti, come li chiamava, non avrebbe dato loro un buffetto su una guancia, ma li avrebbe strigliati a dovere e non sarebbe davvero bastato un rosario per ottenere il suo perdono.
Camminando rasente i muri, con gli zoccoli in mano, arrivò davanti a una porticina e bussò piano. Restò in attesa qualche secondo, poi riprovò, più forte. Le prese un’ansia immotivata e si dette della sciocca. Era nel palazzo più sicuro al mondo e le sarebbe bastato chiamare ad alta voce il nome del suo protettore per far accorrere le guardie svizzere, che ormai la conoscevano e facevano finta di sonnecchiare quando passava. Al terzo tentativo provò ad abbassare la maniglia e la porta si aprì. La luna filtrava dalle finestre e colorava le pareti della stanza di una luce azzurrognola. Poggiò gli zoccoli sul divano di velluto rosso e si diresse verso la finestra alla sua sinistra, lontano dal grande scrittoio dietro il quale troneggiava una pittura antica, simile a quelle fotografie che aveva visto una volta al mercato di Campo de’ Fiori, e che il venditore le aveva mostrato di nascosto.
Una donna nuda in mezzo a degli uomini che cercavano di toccarla. Susanna e i vecchioni si chiamava, e quando con malizia aveva chiesto spiegazioni al cardinale, questi le aveva raccontato che si trattava di un episodio della Bibbia, la storia di un ricatto di due vecchi ai danni di una giovane sposa. Se non si fosse concessa a entrambi, l’avrebbero accusata di adulterio e sarebbe stata lapidata. Susanna non aveva ceduto ed era stata quindi calunniata e condannata a morte. Ma il giovane profeta Daniele era riuscito a salvarla, scoprendo l’inganno e facendo giustiziare al suo posto i due vecchi laidi. Furbi quei due, aveva sempre pensato, e chissà se era veramente esistito Daniele. Comunque, il lieto fine apparteneva solo alle favole.
Anche se qualche tempo prima aveva davvero conosciuto una specie di Daniele. Ancora si trattava di un gioco di sguardi, qualche parola quando lo vedeva passare carico di quarti di bue sulle spalle, intrigante, sorridente e malizioso. Di nome faceva Rocco e sapeva che in giro aveva già chiesto di lei, se fosse fidanzata o avesse spasimanti. Tre giorni prima sua madre lo aveva cacciato dalla pescheria e lui se n’era andato con uno sberleffo. Ma da dietro il banco lei aveva risposto al suo sorriso piegando la testa e guardandolo di sottecchi. Forse non era il partito giusto, forse avrebbe dovuto aspettare, ma aveva già sedici anni e la prospettiva di maritarsi con un giovane che la facesse divertire e la sapesse prendere con la forza di un torello le sorrideva come il sole del mattino.
La pendola batté due colpi, la ragazza sussultò. Le arrivò alle spalle un refolo freddo e si strinse le braccia, il salotto sembrava deserto, eppure non si era sbagliata, il biglietto la invitava alle due di notte del cinque giugno. A meno che non intendesse il giorno prima, in effetti dopo la mezzanotte si era già nel sei. Se fosse stato così, pazienza, anzi meglio: lui avrebbe inteso che quella storia doveva finire in qualche modo. Ancora qualche minuto e se ne sarebbe andata, magari avrebbe bussato alla bottega di macelleria, dove sapeva che dormiva il suo Daniele, e se l’avesse fatta entrare la notte sarebbe finita molto meglio. Tanto sua madre la sapeva dal cardinale e prima delle sette non era mai rientrata.
Tirò un gran respiro e si avviò verso l’uscita, passando dietro lo schienale di una poltrona su cui, le aveva detto il cardinale, sedeva spesso il papa.
«Dove vai, Rosa?»
Una voce suadente la fece trasalire e restò immobile. Non le aveva mai giocato uno scherzo simile e non le piacque per nulla.
«Monsignore? Dove siete?» la voce le tremò appena, ma non voleva mostrargli che si era spaventata.
«Mi sei passata vicino. Vieni Rosa, non avere timore.»
Fece il giro della poltrona e lo vide seduto, con un leggero sorriso sul volto.
«Non ho paura di niente io» gli rispose, piantandoglisi di fronte a gambe larghe.
Il cardinale sollevò una mano e la mosse appena, a sottolineare la sciocchezza che la ragazza aveva appena detto. Gli piaceva quella sfrontatezza, a patto che non superasse mai i limiti dovuti.
«Questa sera ho una sorpresa per te, ragazza mia, che credo ti farà piacere, molto piacere.»
Gli occhi di Rosa puntarono la fastosa croce d’oro che il cardinale portava al collo e lui se ne accorse.
«Piccola impertinente, che cosa hai pensato? Che ti donassi questa sacra immagine? È un regalo del papa in persona, e tu hai osato pensare... ah, ti dovrei sculacciare per questo.»
La ragazza avvampò e abbassò la testa, senza tuttavia smettere di guardarlo. Forse i cardinali sono così vicini a Dio che hanno il potere di leggerti dentro. Ebbene, che leggesse pure, non si sarebbe più accontentata di qualche regaluccio di poche lire.
«No» continuò il cardinale, «la sorpresa è un’altra. Vieni, Gustav, fatti vedere.»
Una mano scostò una tenda e nella penombra avanzò di qualche passo un uomo, nudo come l’Adamo di tanti dipinti. Si copriva il sesso con le mani e si stringeva nelle spalle. Non appena i loro occhi si incrociarono, lui abbassò la testa e si fermò. Rosa indietreggiò fino a trovarsi addossata alla scrivania. Il petto, che in quel momento avrebbe voluto meno prosperoso, si abbassava e si alzava a ogni respiro. La paura, più che lo stupore, le si insinuò dentro come un serpente e le avvolse il cuore tra le sue spire. Guardò la porta da cui era entrata e l’istinto le suggerì di fuggire.
«Prendila!» ordinò il cardinale.
Un istante dopo due braccia robuste l’avevano immobilizzata da dietro, mentre una mano le tappava la bocca impedendole di gridare. Il cardinale si alzò, le si avvicinò e le strinse il mento nella mano.
«Rosa, piccola Rosa, non devi avere timore. Ti ho mai fatto del male, io? No, solo del bene, a te e alla tua famiglia. Vedi, stasera sono stanco, molto stanco. Ho dovuto ricevere i diplomatici di due Stati, e uno voleva il contrario dell’altro. Capisci le mie responsabilità? No», le sorrise e si allontanò da lei, «tu non puoi capire. Sei troppo ignorante. Tuttavia» alzò le braccia «puoi almeno capire come un uomo nella mia posizione abbia il diritto di concedersi delle distrazioni che lo elevino da questa valle di lacrime e gli offrano qualche momento di gioia. Questo ragazzo, al mio servizio, sarà il tuo e il mio divertimento. Sarebbe come dire che, non potendo celebrare la messa, mi limiterò ad assistervi. Desidero dunque che vi accoppiate, come due amanti o come due cani, a vostro piacimento. Senti come è forte, scommetto che già desideri che ti penetri. Io» sussurrò «vi guarderò con quella benevolenza che un padre riserva ai suoi figli. Spero non mi negherai questo piccolo piacere.»
La ragazza tentò di mordere la mano che le tappava la bocca, con il solo risultato di sentirsi soffocare ancora di più. Si accorse però che l’uomo che la stringeva tremava forse più di lei. Provò così a girare la testa e guardarlo negli occhi, per cercare in lui un qualche aiuto, ma quello continuava a tenere il capo chino e le palpebre abbassate. Non le fu difficile provare a ricorrere al pianto. Il cardinale allora le si avvicinò, lei sentì il suo fiato entrarle nelle narici e provò ancora più forte quel senso di soffocamento che la terrorizzava più di ogni altra cosa.
«Se mi prometti che non gridi, gli dirò di lasciarti respirare.»
Gli fece cenno di sì con la testa e l’uomo le liberò la bocca.
«La prego, monsignore, mi lasci andare, mia mamma mi aspetta.»
«Eminenza, figlia mia, eminenza. Monsignori sono i vescovi. Vedi la fodera del mio abito? Non è rossa come per il vescovo, ma ponsò. Un buffo nome, vero, per un colore?»
«Sì, eminenza, ma la prego...»
«No, no, possibile che tu sia così ignorante! Non si prega un cardinale, si prega Dio, e le grazie si ottengono da lui, tramite Maria Vergine. Ma tu vergine non sei più, non è vero? Allora datti da fare, sto cominciando a innervosirmi.»
Gridare non sarebbe servito a niente, Rosa era sicura che sarebbe stata imbavagliata e quindi presa con la violenza. Di cedere, tuttavia non se ne parlava nemmeno. Il porco non avrebbe avuto quella soddisfazione. Si sforzò di mostrarsi accondiscendente e si tenne pronta. Come la giovane guardia svizzera allentò la presa e, quasi con delicatezza, cominciò a sfilarle la spallina della veste, gli piantò una gomitata nello stomaco e si mise a correre.
Il nome di Gustav uscì dalla bocca del cardinale come un ruggito, Rosa sentì i suoi passi dietro di lei, ma aveva già raggiunto la porta. Il tempo di aprirla le fu fatale, e per la foga entrambi si ritrovarono nel corridoio, sdraiati a terra. Lui impiegò un attimo a torcerle il braccio dietro la schiena e immobilizzarla di nuovo. La faccia schiacciata a terra, vide le scarpe lucide del cardinale avvicinarsi e fermarsi a pochi centimetri dal naso: l’odore del grasso di foca le procurò un conato.
«Lecca» le ordinò il prelato, «lecca e chiedi perdono.»
Rosa gli sputò invece sulle scarpe e cominciò a piangere lacrime di rabbia e di paura. Un istante dopo un calcio nella pancia le procurò il dolore più grande che avesse mai provato in vita sua, così acuto che la mente rifiutò di combatterlo. Iniziò a perdere i sensi.
«Eminenza, non così, per favore. Rischia di ammazzarla.»
«Stai zitto, idiota, o ti rimando a mungere le vacche.»
«Non sta bene, forse è meglio che la porti in infermeria.»
«Non la porti da nessuna parte, riconducila dentro e fai quello che devi fare. Sono sicuro che adesso non si opporrà.»
«Ma sta male, respira appena, potrebbe soffocare.»
«Chi può dire quando sarà la nostra ora!» Il cardinale sorrise: «Pensa a quella Maria Goretti uccisa lo scorso anno da un pazzo che voleva violentarla. Prima o poi la faremo santa, magari anche Rosa lo diventerà. Ora basta, obbedisci o chiamo le guardie e racconto che vi ho sorpresi a fornicare e tu mi hai aggredito.»
Gustav lo guardò senza alcuna espressione. Capì di essere in un vicolo cieco, una Sackgasse. Quando l’orso sceglie una pecora nel gregge, inutile opporglisi, gli diceva sua madre, lascialo in pace e pensa a mettere in salvo le altre. Ma quando è il padrone del gregge a spingere il cane ad azzannare le pecore, vuole dire che è pazzo, e prima o poi ucciderà anche la bestia più fedele. Prese tra le braccia la ragazza, che ormai sembrava non respirasse più, e si diresse verso lo studiolo. Come entrò, invece di obbedire si mise a correre verso la finestra, la sfondò e, chiedendo perdono a sua madre, si gettò di sotto.
Il rumore dei vetri infranti infastidì il cardinale, che poco dopo si affacciò con prudenza alla finestra, quel tanto da essere rassicurato. Sotto i due corpi si allargava una chiazza scura, da quell’altezza il selciato non li aveva perdonati. E nemmeno lui lo avrebbe fatto, se fossero sopravvissuti.