Eugenio tirò un grosso sospiro, quindi bussò alla porta. Conosceva a malapena il rettore, e non era mai stato convocato nel suo studio. Aveva passato tutta la notte a domandarsi cosa volesse da lui.
“Vedrai che si tratterà di una banale questione amministrativa, o forse vuole chiederti di partecipare a qualche attività divulgativa” aveva cercato di tranquillizzarlo Mara, la sua compagna. “Oppure…” aveva aggiunto esitando “… si è aperta la possibilità di un avanzamento di carriera.”
Eugenio aveva ridacchiato sarcastico.
“Sì, e magari la candidatura al Nobel.”
Qualche anno prima, in occasione di una riforma del sistema universitario, molti suoi colleghi avevano beneficiato di un’inaspettata promozione. Per un attimo anche lui ci aveva sperato, ma la bassa considerazione di cui godeva tra quelle mura, nonché la segretezza delle ricerche che assorbivano buona parte del suo tempo, avevano fatto sì che restasse al palo. Da quel momento, non aveva neppure più osato immaginare che la situazione potesse evolvere.
La voce del rettore gli giunse ovattata.
«Avanti.»
Eugenio aprì la porta e fece timidamente capolino. Davanti ai suoi occhi si spalancò una stanza immensa. Da sola, la scrivania a cui era seduto il rettore sembrava grande quanto il suo studio, all’edificio Sogene, dove aveva sede la facoltà di Fisica. In un flash Eugenio rivide il suo angusto laboratorio segreto, nel sottoscala dell’università, e lo confrontò con quell’enorme sala di rappresentanza. Altro che il suo triste scantinato: quello, in confronto, era l’Iperuranio, il posto in cui gli studiosi con una reputazione meno compromessa della sua si dedicavano alla scienza vera, o almeno quella ritenuta ufficiale.
Il rettore alzò la testa. Era un uomo alto e magro, sulla sessantina, con un volto severo che tuttavia non incuteva timore, ma trasmetteva competenza e autorevolezza.
«Dottor Serravalle… si accomodi, prego.»
Eugenio si fece avanti, cercando nel percorso fino alla scrivania di decifrare il tono del rettore. Era arrabbiato? Conciliante? Indignato?
Su un lato dello studio si apriva un’ampia vetrata, che offriva una vista invidiabile su tutto il complesso di Tor Vergata. Si scorgevano la facoltà di Lettere, quella di Ingegneria, in lontananza il Policlinico e parte della facoltà di Medicina. Sembrava davvero di stare in cima al mondo. La parete opposta era occupata da una libreria alta fino al soffitto, stipata di tomi disposti in ordine perfetto, e quella dietro la scrivania era drappeggiata da due grosse bandiere, italiana ed europea.
Eugenio si fece coraggio e si sedette. La poltrona in pelle cigolò, e lui iniziò ad agitarsi. Si spostò in avanti, di lato, si appoggiò a un bracciolo, si appollaiò su un fianco. Il rettore, immobile sul suo scranno, gli lanciò un’occhiata nervosa, e finalmente Eugenio si fermò, rassegnato a restare nella posizione più scomoda possibile.
Un silenzio indecifrabile scese nella stanza, rotto solo dal graffiare ritmico della stilografica del rettore su alcuni documenti. Apponeva firme, in rapida successione, con un gesto automatico. Quando ebbe finito mise i fogli da parte, incrociò le dita e fissò lo sguardo nei fondi di bottiglia che Eugenio aveva al posto delle lenti. Lui cominciò a strizzare gli occhi a più non posso.
«Dunque» esordì il rettore. «Ammetto che fino a qualche giorno fa non avevo la più pallida idea di chi lei fosse.»
Non un buon inizio, pensò Eugenio, mentre una goccia di sudore gli scendeva lungo il collo. Si limitò ad annuire con sussiego, incapace di capire quale reazione il rettore si aspettasse da lui.
«E invece, qualche giorno fa, mi hanno parlato di lei e delle sue… ricerche.»
Eugenio impallidì.
«Sì» mormorò. «Come lei sa mi muovo in due campi diversi, la bioarcheologia e la fisica. Ma in ambo gli ambiti…»
Si zittì di colpo, arrossendo per il bisticcio di parole. “Ambo gli ambiti.” Quando si agitava gli uscivano sempre le parole sbagliate.
«Mi piacerebbe davvero discutere con lei del suo ultimo articolo che, vedo» lo interruppe il rettore, sfogliando alcuni documenti raccolti in un faldone, «risale a tre anni fa, se ci si riferisce alla fisica teorica» e lo guardò severo. «Cinque, se passiamo alla bioarcheologia.» Eugenio sentì la gola seccarsi. «Ma non siamo qui per questo.»
Eugenio temette di avere compreso il motivo della convocazione, e le mani cominciarono a tremargli. Le strinse l’una nell’altra per nascondere l’imbarazzo.
«No. Siamo qui per parlare di… questo.» Il rettore gettò sul tavolo un plico di fotografie. Eugenio vide il mondo farsi bianco e nero, come le immagini che aveva davanti. Lo ritraevano mentre si intrufolava nel suo laboratorio sotterraneo, e poi mostravano Sam che entrava furtivo. Infine, c’era una bella foto in grandangolo di tutto il laboratorio. In primo piano, una pila di libri sul paranormale, pescati tra la peggior robaccia reperibile in libreria.
«Posso spiegare…» disse Eugenio con un filo di voce.
Lo sguardo del rettore lo trapassò come un dardo. «Gradirei sentirla, questa spiegazione.»
Il problema era che Eugenio non poteva spiegare. A differenza di Mara, era riuscito a sopravvivere dentro l’università unendosi a gruppi di ricerca con i quali pubblicava, sporadicamente, articoli in cui non era che un nome tra tanti, e conducendo le sue ricerche sul paranormale in clandestinità. Il rettore l’aveva colto impreparato, e ora non aveva idea di come giustificarsi.
«Chi… le ha dato quelle foto?» balbettò.
Il rettore batté la mano sul tavolo.
«Le pare questo il problema? Lei sta sfruttando le risorse dell’università per scopi personali!»
«Non è così, posso assicurarglielo… Non ho speso un centesimo dei fondi universitari per il laboratorio, è solo frutto dei miei sforzi e…»
«Da chi ha ricevuto l’autorizzazione a costruirsi un laboratorio privato, al quale avete accesso soltanto lei e un minorenne? Un laboratorio nel quale si dedica a ricerche di cui né io né il preside della sua facoltà siamo al corrente?»
«Io… in verità… sono cose…» improvvisò Eugenio, ormai completamente nel pallone.
«Mi prende in giro?» tuonò il rettore. «Conosco le cose di cui parla. Se non erro, il predecessore dell’attuale preside di Fisica ne aveva già discusso con lei. O non se lo ricorda?»
Eccome se lo ricordava. Era stata una delle esperienze più umilianti della sua vita. Lui, giovane dottorando, che subiva una lavata di capo per le sue ricerche “balzane e del tutto antiscientifiche” che gettavano il ridicolo sull’università. Era stato allora che aveva deciso di continuare i suoi studi in privato.
«Universi paralleli connessi da fantomatiche porte spirituali che permetterebbero l’accesso a demoni e creature mitologiche, deliranti spiegazioni a fenomeni per i quali non esiste alcuna prova, e via di assurdità in assurdità, in una scala in cui non c’è limite al peggio.»
«Wormhole…»
«Che cosa?»
«Non si chiamano porte spirituali… quello è un termine pseudoscientifico che non usiamo mai… wormhole è il termine corretto» disse Eugenio a mezza voce. Il rettore, sempre più adirato, diventò paonazzo.
«Non mi interessano i nomi che date alle vostre buffonate da ciarlatani! Quel che mi interessa è che la smetta immediatamente. Voglio tutta la sua roba fuori da quel laboratorio, ed esigo da lei almeno una pubblicazione all’anno di cui sia il primo autore. Mi creda, non ci penserei due volte a non rinnovarle il contratto.»
Eugenio incassò la testa nelle spalle. E ora, cosa ne sarebbe stato della sua vita? Il laboratorio era tutto ciò in cui credeva, lo scopo per cui si alzava ogni mattina, nella speranza di poter un giorno smentire chi riteneva i fenomeni paranormali roba da creduloni.
«Senta…» cominciò, con la voce che tremava. «Capisco che, di primo acchito, i miei studi possano sembrare poco ortodossi. Anch’io la pensavo così, all’inizio. Ma le giuro che le mie ricerche sono ispirate al più rigoroso metodo scientifico. Sono uno scienziato, e sono devoto ai fatti.»
«E quali sarebbero questi fatti?» lo incalzò il rettore.
Eugenio fece per rispondere, ma le parole gli morirono in gola. Non poteva certo parlare di Sam e Pam. Ne sarebbe andato della loro missione.
«Ne ho abbastanza» tagliò corto il rettore. «Domani darò ordine di liberare il suo laboratorio, se non lo farà prima lei entro stasera. Mi sono spiegato?»
Eugenio stava per annuire, ma qualcosa lo spinse a tentare il tutto per tutto.
«Quel posto… è la mia vita» disse d’un fiato.
Il rettore sospirò, appoggiandosi allo schienale dello scranno.
«Senta, Serravalle. Io so che lei è una brava persona. È persino un ottimo scienziato, a quel che ho sentito. In passato ha dato contributi di assoluto rilievo alla ricerca, e, prima di convocarla, ho parlato con i suoi colleghi, che mi hanno detto un gran bene di lei. Ma mi hanno anche riferito che lei è sempre distratto, e che dà molto meno di quel che potrebbe. Io mi chiedo, perché? Perché un uomo brillante come lei deve perdere tempo in vaneggiamenti senza costrutto? Lei potrebbe essere un ricercatore stimato, e invece vivacchia ai margini della comunità scientifica, sprecando il suo talento dietro teorie discutibili.»
Eugenio chiamò a raccolta il poco coraggio che aveva, cercando, per una volta in vita sua, di lottare per difendere ciò in cui credeva.
«Perché quelle teorie discutibili hanno un fondamento, e riguardano tutti noi.»
«Mi faccia un esempio, mi produca un caso in cui i “fenomeni” che studia siano rubricabili sotto qualcosa di diverso da “allucinazione collettiva”.»
Eugenio pensò a pochi mesi prima, quando Sam e Pam avevano fatto irruzione nella sua vita e Roma era stata invasa dagli esseri posseduti da Mashbir, l’angelo che prende le anime degli animali. Quella non era stata affatto un’allucinazione collettiva: il rischio era stato reale e concreto, eppure, dopo che l’Angelo della Morte era stato rinchiuso nello scrigno da cui era uscito, gli abitanti non ricordavano più nulla. Certo, questa sarebbe stata una prova inconfutabile, se avesse potuto produrla di fronte al rettore. Ma non poteva. Scosse la testa, quindi sollevò uno sguardo da cane bastonato.
«Forse ha ragione, forse inseguo solo fantasmi. Farò come vuole. Entro domani il laboratorio sarà vuoto.»
Mentre si alzava, la poltrona emise un ultimo, pietoso cigolio. Il rettore gli allungò una mano con cordialità.
«Mi creda, Serravalle. È la cosa migliore per tutti. Sono convinto che troveremo il modo di collaborare proficuamente in futuro.»
Eugenio ricambiò debolmente la stretta, quindi si avviò verso l’uscita.
Era uno splendido pomeriggio d’inizio primavera. Sebbene facesse ancora fresco, c’era una nota dolce nell’aria, un vago profumo di glicine e terra. Mai come in quel momento, a tutto quel sole e a quello splendore Eugenio avrebbe preferito il buio e l’odore stantio del laboratorio. Solo nel suo covo sotterraneo si sentiva davvero se stesso.
Si avviò pensieroso verso l’edificio Sogene. Doveva spicciarsi, perché sbaraccare tutto non sarebbe stata un’operazio...