La vera Justine
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La vera Justine

  1. 276 pagine
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La vera Justine

Informazioni su questo libro

Michael Coolidge non può dimenticare Justine. L'ha incontrata in un bar, insieme hanno passato quattro giorni di sconvolgente intimità, poi lei è scomparsa. Nove mesi dopo, la riconosce mentre litiga con un uomo in mezzo alla strada. Il giorno dopo lo stesso uomo viene trovato morto per overdose. Michael ne è turbato e intrigato, e decide di mettersi sulle tracce della ragazza. Ma come fare a trovarla? Tutto quello che possiede è una sua fotografia.

Ricerca dopo ricerca, Michael si addentra sempre più nel mistero di chi sia veramente Justine e del perché sembra essere svanita nel nulla, ma quello che scopre va al di là di qualsiasi immaginazione: ogni cosa che Justine gli aveva raccontato nei quattro giorni trascorsi insieme era totalmente falsa. La sofisticata esperta del mondo dell'arte potrebbe non essere altro che la vittima innocente di una serie intricata di manipolazioni e menzogne. E quando finalmente Michael riesce a trovarla, Justine non solo non gli sfugge, ma lo rende suo complice nel tentativo di salvarsi da qualcosa che sembra minacciarla dal passato.

Ma siamo sicuri che questa volta Justine stia raccontando la verità? È davvero chi dice di essere? È qualcuno di cui potersi fidare o di cui avere paura? A ogni pagina il lettore è spiazzato, costretto a rivedere tutte le proprie certezze seguendo Stephen Amidon nelle pieghe più nascoste dei suoi personaggi, in una storia mozzafiato che sorprende fino all'ultima pagina.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804660262
eBook ISBN
9788852072291

PARTE PRIMA

1

La vide per puro caso. Se non si fosse girato a guardare verso Water Lane, quello sarebbe stato un giorno come tanti, un altro giorno in cui non sapeva più nulla di lei. E anche dopo aver guardato, inizialmente notò solo una donna che litigava con un uomo in giacca di pelle. Erano vicino a una Mercedes bianca parcheggiata alla meglio in quella stradina stretta. La luce del tardo pomeriggio, già schermata dall’ombra di grosse nuvole immobili nel cielo, li raggiungeva a malapena. Se proprio pensò qualcosa fu: “Gente di città. Gente di Brooklyn trapiantata qui, o vacanzieri del fine settimana con la seconda casa vicino al fiume”.
Solo dopo cinque o sei passi qualcosa lo fece fermare. Una sensazione, allo stesso tempo potente e oscura. Will, impigrito dalla pizza e dalla corsa di quel giorno, continuava a camminare.
«Fermo» gli disse Michael.
Suo figlio si voltò, pronto a protestare, Michael però stava già tornando indietro. La donna adesso era girata dall’altra parte, ma ciononostante lui capì che si trattava di Justine. L’uomo insieme a lei era grande e grosso, ben oltre il metro e ottanta, con due spalle larghe sotto la giacca di pelle segnata da crepe. Aveva un codino sfatto, con i ciuffi che uscivano da tutte le parti. Il lato destro del collo era coperto dal tatuaggio di quello che pareva un serpente. Emanava un’aura di violenza. Sembrava capace di fare del male.
Michael si avviò lungo Water Lane ma, prima ancora di muovere due passi, vide Justine che dava uno schiaffo all’uomo. Il colpo fu forte, ma l’uomo non batté ciglio. Lei fece per dargliene un altro, ma lui l’afferrò per un polso, facendola quasi girare su se stessa. Lei lottò invano per liberarsi dalla presa. E poi parlò.
«Stai rovinando tutto!»
A quel punto Michael si mise a correre. Avvicinandosi, notò che l’uomo era davvero in pessimo stato. Aveva i capelli lunghi e sporchi, la faccia scavata, gli occhi infossati nel cranio.
«Ehi!» gridò Michael.
Alla vista dello sconosciuto che andava verso di loro a grandi passi, gli occhi dell’uomo ebbero un guizzo. Sollevò la mano libera.
«Tutto a posto» disse con una voce che era un ringhio strozzato. «Nessun problema.»
In quell’istante anche Justine si accorse di lui. Gli occhi erano pieni di rabbia e di paura. Non avevano niente degli occhi che Michael ricordava. Ci mise qualche istante a capire chi era.
«Michael.»
Il modo in cui pronunciò il suo nome comunicava una serie di cose. Riconoscimento, disperazione, un monito.
«Non ti preoccupare» disse. «È solo…»
«Infatti» aggiunse l’uomo. «Va tutto bene.»
Michael lo guardò di nuovo.
«Forse però dovrebbe toglierle le mani di dosso.»
Le parole gli uscirono di bocca da sole. Su Michael, quell’uomo aveva un vantaggio di almeno dieci centimetri e una quindicina di chili, e dava l’idea di sapere cosa succede quando due uomini si trovano faccia a faccia in un vicolo.
«Ok, ti concedo zero secondi per toglierti dal cazzo.»
«Non vado da nessuna parte se lei non mi assicura di star bene.»
«Michael, è tutto a posto, solo che… no!»
L’ultima parola era rivolta all’uomo, che nel frattempo l’aveva lasciata andare, ma solo per afferrare Michael per la giacca a vento. Aveva una forza incredibile nelle mani. La sua faccia era vicinissima. Gli occhi erano di un giallo malato. Il respiro febbricitante; emanava una puzza di prodotti chimici e di marciume.
«Levati dai coglioni subito o ti rovino a vita.»
Ci fu un momento di sospensione. E poi Michael fece una cosa che sorprese prima di tutto lui stesso. Gli sferrò un sinistro. La parte del suo cervello che tirò il pugno probabilmente stava pensando a una specie di mossa di karate; in realtà, colpì l’uomo nella parte bassa della mascella sortendo più o meno lo stesso effetto dello schiaffo di Justine. Sentì una scossa di dolore irradiarsi nell’indice. Davanti agli occhi gli lampeggiavano le parole “grosso sbaglio”. L’uomo lasciò andare Michael con uno spintone. Strinse la mano a pugno. Justine afferrò prontamente l’uomo per le spalle e cominciò a tirarlo, invano. “Sto facendo a pugni” pensò Michael. “Finalmente ho trovato Justine e sto facendo a pugni in Water Lane con uno sconosciuto che fra poco mi rovinerà. A vita.”
«Smettetela!»
Justine e l’uomo si girarono. Michael seguì il loro sguardo. A pochi metri da lì c’era Will. Con i capelli arruffati e i pantaloni larghi della tuta sembrava un essere ancora informe, in uno stato larvale. Nei suoi occhi c’era un lampo di terrore, ma teneva in mano il cellulare e la mascella mostrava risolutezza.
«Sto chiamando il 911.»
«No!»
Fu Justine a dirlo, con una voce carica di panico. Scuoteva la testa con gli occhi spalancati e un’aria di supplica.
«Michael, digli di non farlo.»
«Noi ce ne andiamo» disse l’uomo. «Forza.» Afferrò il braccio di Justine. Non c’era nessuna violenza in quel gesto, che anzi aveva qualcosa di protettivo. Mentre l’uomo la portava alla macchina e la spingeva sul sedile, Justine guardava Michael e continuava a scuotere la testa, come a pregarlo di non seguirli. L’uomo sbatté lo sportello e raggiunse di corsa il lato del guidatore. Appariva molto diverso adesso. Dalla lotta era passato alla fuga.
«Aspettate» disse Michael. «Justine…»
Ma loro non aspettarono. Il motore si avviò con un rombo e l’auto fece marcia indietro traballando. Michael si scansò e cercò suo figlio. Will si era già appiattito contro il muro. La macchina sfrecciò via. Per un istante Justine fu così vicina che avrebbe potuto toccarla se non ci fosse stato il vetro scuro a separarli. Teneva gli occhi fissi sul cruscotto, come evitando volontariamente di guardarlo. Sempre a marcia indietro, la macchina raggiunse la via principale, sbandando in modo folle e rischiando di colpire il muro. Il guidatore si immise su River Street quasi senza fermarsi. Sterzò con forza a destra, imboccando la carreggiata diretta verso nord. Si sentì un clacson, ma nessun rumore di scontro. E così scomparvero. Nel vicolo cadde il silenzio. L’aria era piena di vapori di diesel.
«Papà?»
Solo dopo aver visto per la seconda volta il terrore negli occhi di suo figlio, Michael si rese conto del proprio spavento. Il sudore gli gelava la pelle, l’adrenalina gli ribolliva nello stomaco e nel petto. Il dito aveva cominciato a pulsare e a fargli male, tanto che si chiese se non fosse fratturato.
«Che cavolo è successo?» disse Will. «Chi era quello?»
«Un pazzo.»
«Sì, ma tu gli hai dato un pugno.»
La voce di suo figlio era un misto di biasimo, preoccupazione e meraviglia.
«Volevo solo…»
Finire quella frase avrebbe richiesto una quantità d’aria maggiore di quella che Michael riusciva a incamerare nei polmoni in quel frangente. Aveva un bisogno disperato di sapere dove stava andando Justine, aveva bisogno di chiederle cosa diavolo stava succedendo. Faceva fatica a tenere sotto controllo le reazioni del suo corpo. Ripensò agli occhi gialli e collerici dell’uomo, alla puzza del suo alito caldo e si appoggiò al muro per non cadere.
«Papà?»
«Scusa, solo un attimo.»
Dopo vari secondi, Michael prese il figlio e lo condusse fuori dal vicolo. Quando si avvicinarono a River Street, Will ebbe un momento di esitazione temendo che l’uomo con la giacca di pelle fosse tornato indietro. Ma, come Michael sospettava, la Mercedes era ormai chissà dove. La sua macchina era parcheggiata tre isolati più in là, troppo lontano per lanciarsi in un inseguimento. Non avrebbe mai fatto nulla del genere con Will presente. “Un inseguimento” pensò. “Fare a pugni.” L’assurda, folle sconsideratezza della situazione in cui si era andato a cacciare gli piombò addosso come un violento attacco d’influenza. Non avrebbe mai dovuto sfidare quell’uomo, specialmente in un vicolo appartato e in presenza del figlio quattordicenne. Solo che Justine gli si era materializzata davanti dopo nove mesi di assoluto silenzio, nove mesi durante i quali ogni tanto lui aveva provato a cercarla, nove mesi in cui non aveva mai smesso di pensare a lei. Justine che schiaffeggiava un pazzo a poche centinaia di metri dal posto dove lui l’aveva conosciuta.
Michael guidava lentamente lungo River Street, in direzione nord, cercando segni della presenza di Justine. Will rimaneva in silenzio e ogni tanto lanciava qualche sguardo di sottecchi al padre. La Mercedes non si vedeva. Non era nelle traverse di River Street e nemmeno posteggiata lungo il marciapiede. Justine era scomparsa. Di nuovo. Michael strinse la mano e provò a muovere il dito. Se ci riusciva allora significava che non era rotto. O così dicono. Almeno per quanto riguarda le ossa.
Guardava nei vialetti d’accesso alle abitazioni e nei parcheggi. Ripercorse River Street verso sud, pensando che magari la Mercedes avesse fatto inversione senza che loro se ne fossero accorti e si fosse diretta verso New York, dove Justine aveva detto di abitare. Michael si pentì di non aver avuto la presenza di spirito di prendere nota della targa. Ma era un pensiero assurdo. Cosa poteva mai fare con la targa? Googlarla? Chiedere a qualcuno di svolgere delle ricerche per lui?
«Papà, cosa stai facendo?»
«No, è che…»
Ma non aveva spiegazioni da dare a suo figlio, perlomeno nessuna che volesse rischiare di far arrivare anche alla sua ex moglie. La scazzottata nel vicolo sarebbe stata difficile da spiegare. E così tornò a casa. Will scese nella stanza dei giochi, il suo rifugio. Andò a piazzarsi davanti all’enorme schermo al plasma e diventò l’unico sopravvissuto a un disastro che vagava in un paesaggio di devastazione. In teoria non avrebbe dovuto giocare con i videogiochi, ma Michael glielo lasciò fare. Aveva bisogno di riflettere. Doveva capire cosa era appena successo. Per un po’ pensò di chiamare la polizia, ma non avrebbe avuto idea di cosa raccontare. Lei conosceva quell’uomo, questo era chiaro. E poi aveva detto espressamente di non volere l’intervento di nessuno. E con lei non era stato violento. A essere violenta casomai era stata Justine. E Michael.
Si controllò il dito. Adesso era un po’ ingrossato, le giunture gonfie, la pelle tirata. Si versò un generoso bicchiere di whisky, riempì di ghiaccio un sacchetto di plastica e andò nello studio, dove crollò sul vecchio divano di recupero. Aveva gestito male la situazione. Aveva agito senza riflettere. C’era poco da dire. Ma lei gli era parsa davvero disperata, a pezzi. Prima, quando la immaginava, la vedeva muoversi senza peso per New York, elegante e sicura di sé. E non certo con le spalle al muro in un vicolo. Era quello il tizio di cui gli aveva parlato, quello che non riusciva a lasciare, quello che lei amava fino a odiare se stessa? Michael ripensò all’aspetto malandato e sudicio di quell’uomo. La cosa non sembrava possibile. Ma c’era stato quel gesto protettivo della mano sul braccio, mentre la riportava verso la macchina, una venatura di intimità in quella voce rude. Se non era il suo uomo, era comunque una persona che le era molto affezionata.
Erano passati nove mesi da quando Justine era scomparsa all’improvviso. L’ultima volta che l’aveva vista, gli sorrideva stiracchiandosi nel suo letto, splendidamente nuda, di una bellezza incredibile; gli prometteva che sarebbe stata lì al suo ritorno. Michael l’aveva conosciuta quattro lunghi giorni prima, un lunedì sera in cui non si aspettava di incontrare nessuno. Erano da poco finite le vacanze, che aveva trascorso da solo. Non era un bel periodo per lui, quello, probabilmente il peggiore della sua vita. Le giornate con il figlio stavano diventando sempre più difficili, ora che Will cominciava a inoltrarsi nella foresta della pubertà e dei continui sbalzi di umore. La libera professione si stava rivelando un anonimo labirinto dal quale non riusciva a venir fuori. Era stato da poco lasciato da Penny, la sua fidanzata perfetta in tutto e per tutto: lei gli aveva chiesto di andare a vivere insieme e lui aveva rifiutato. Aveva preso a bere un po’ troppo. Le notti di sonno ininterrotto erano ormai ricordi lontani. Gli si prospettava un lungo anno di solitudine. Dopo il lavoro era rientrato in una casa gelida e vuota. Erano passate da poco le cinque, eppure cominciava già a fare notte. Il giorno prima erano caduti una quindicina di centimetri di neve, che però si erano sciolti...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La vera Justine
  4. PARTE PRIMA
  5. PARTE SECONDA
  6. Copyright