La grande Giò
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La grande Giò

  1. 406 pagine
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La grande Giò

Informazioni su questo libro

Battezzata Grande Giò dall'uomo che più ha amato, la splendida figura femminile di Bevilacqua sollecita sogni e passioni, e attraverso le sue mille avventure combatte la banalità quotidiana di un mondo precipitato nel caos.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852065712
Print ISBN
9788804334392

Capitolo ottavo

La Grande Giò era venuta a comunicarmi la sua partenza. Due giorni prima e semplicemente:
«Devo andarmene.»
A Roma, aveva rovesciato le montagne perché la realtà che aveva trovato, tornando, fosse come se l’era aspettata. Avrebbe cercato di fare lo stesso lassù, sul palcoscenico più recondito di Contarina, dove comunque la recita si annunciava non meno ricca di sorprese, non meno decisiva.
Le chiesi:
«Per cominciare, poi, un’altra delle tue mille vite?»
«Contarina mi aiuterà a capirlo.»
Era, più che mai, la seducente figura che, fino ad allora, mi si era prestata sia come donna che come personaggio. Questa ambivalenza non aveva più posto nella storia.
Saremmo rimasti legati dal reciproco desiderio che avevamo animato dandogli forme a nostra immagine e somiglianza. Il rapporto fra noi, personale e dunque in gran parte segreto, parallelo all’altro, che l’aveva coinvolta con la sua scena e il suo pubblico, rappresentava un viaggio in una dimensione incancellabile dove anche a me, forse, restava ancora qualche scoperta o qualche passo da compiere.
Sono casi in cui ci si accorge di aver provato, per una donna, qualcosa che supera l’affetto e l’amore stesso, fino a sconfinare in un profondo e comune sentimento del tempo. E si cercano espedienti per illudersi che ci sia tempo, una distanza dalla sua fine.
Così si arriva a una svolta in cui succede, fra due amanti che sanno di non poter continuare: di trovarsi stretti, addirittura l’uno dentro l’altra, a misurare, nel massimo della compenetrazione, il senso della lontananza che fra poco li separerà. Ci si serve dei propri corpi non più per inseguire un’identità sessuale, ma per mantenere sospeso a mezz’aria l’addio, come l’alma grimétta di cui parlava il Moresco, un’essenza di comunione che diventa una piuma, di quelle che scendono dal cielo di Contarina dopo che gli uccelli si sono azzuffati e, fuggendo, della loro lotta non hanno lasciato che quel segno, immacolato e solitario, che ondeggia nel crepuscolo sul fiume.
L’idea della piuma, degli uccelli, mi portò a fantasticare. Mi chiesi se mi sarei spinto, un giorno, a salire le scale di Casa Leoni.
Non esiste malinconia più sottile di quando ci si ricorda che è il compleanno di un’amante scomparsa da tempo, chissà dove, e si torna a salire le scale, ci si ferma davanti alla porta dell’appartamento, ora abitato da altri, in cui lei viveva, si suona il campanello, con l’impressione di riudire i suoi passi frettolosi, dopo che aveva aspettato il nostro arrivo...
Poi si corre giù, perché non si sa cosa dire al volto sconosciuto che si affaccia fra i battenti.
Il tempo si riduceva. Era il momento.
Quante ore vissute, con fatti e sorprese, per portarsi infine nella memoria un istante di quelli che si ricordano per la bellezza con cui non accade nulla, immersi nella calma, tutta femminile, di una compagna appagata.
La Grande Giò fu sulla porta. Mi guardava con l’intensità di chi teme che la grande fiducia che esprime il suo sguardo, possa scomparire dagli occhi.
«Ci rivedremo?»
Mi disse:
«Pensami, qualche volta.»
Chiuse lentamente.
Più tardi arrivò la Violante.
Quando ancora si insinuava da me a mia insaputa, io l’avevo scoperta, con sorpresa, entrando a caso in una stanza, e lei si era girata scrutandomi con un sorriso, come se fossimo stati amici da sempre. Aveva letto nel mio sguardo interrogativo e mi aveva risposto porgendomi la mano stretta a pugno. Aperte le dita, era apparsa sul palmo la chiave dell’ingresso. Mi ero chiesto se fosse un gesto di restituzione o, al contrario, un’affermazione di possesso con cui intendeva farmi capire che d’ora in poi, e a suo piacimento, sarebbe tornata a insinuarsi nella mia vita.
«Tienila» le avevo concesso.
Era venuta a restituirmi la chiave.
«Tienila» le dissi.
Di una cosa, ero certo: alla fine, una delle due, volendo, sarebbe tornata a disporre del diritto di entrare in casa mia, a suo piacimento.
«Chi delle due?» mi domandò. «Io o la Grande Giò?»
«Questo ce lo dirà la conclusione della storia.»
«Sarà quella che desideri?»
Sinceramente lo ignoravo.
«Solo una, comunque, di noi due?»
«Sì» le risposi «solo una.»

1

Contarina era, di fronte a loro, una di quelle nebbie sconfinate che chiamano vaghèzie.
La loro vaghezza significa tutto: il capriccio con cui, senza rispettare stagioni, cancellano il cielo e la terra; la mobilità con cui si spostano; la paurosa bellezza con cui provocano sgomento in chi si avventura; la mutevolezza con cui il vento cambia suono, ora terribile, ora giocoso. Un tempo, vi si aggiravano i “Pasiensa”, addestrati all’invisibile, che agitavano campanacci e avvertivano che da una vaghèzia si può anche non fare ritorno, ritrovandosi direttamente nell’Oltre.
Dentro il macchinone, costretto ad arrestarsi, la Grande Giò e gli altri fissavano il tergicristallo che scricchiolava avanti e indietro, inutile come la loro attesa che si alzasse la coltre che teneva sospeso il senso della vita ai confini del suo immenso silenzio.
Ciascuno ne venne spinto a bizzarri pensieri. La Grande Giò si ricordò di un giorno che una tempesta di sabbia si era abbattuta su lei e Falco in una zona archeologica del deserto egiziano, facendo anche della sabbia una vaghèzia davanti alla quale avevano dovuto bloccare la jeep. Furono inabissati in un inferno di niente che però li soffocava, avvolgendoli in spirali che imitavano urli di mostri, animali feroci con le fauci spalancate. L’angoscia aveva stretto la Grande Giò e anche Falco era apparso turbato.
Poi, nella muraglia bianca, si era fatta largo una calotta di luce; avevano ripreso a volare, qua e là, strappi d’azzurro e il vento, rimbalzando ora con echi argentini, si era trasformato come in una gigantesca risata di fanciulli. Quando l’aria tornò limpida, lei esclamò sbalordita:
«Giocattoli!»
Lo erano. Dissepolte dalla tempesta e disseminate di fronte alla jeep, splendevano figurine di animali che rappresentavano, sì, mostri dalle fauci spalancate, ma ridotti alle dimensioni, piccole e un po’ buffe, con cui si esorcizzano appunto le paure dei bambini, facendogli acquistare familiarità, grazie al gioco, con le bestie feroci.
Nella spianata delle tombe, sollevando nelle mani i minuscoli felini tempestati di diamanti, la Grande Giò aveva provato un’intensa commozione. Lei che non aveva avuto figli, che avrebbe dato la vita per averne uno da Falco, era scoppiata a piangere al pensiero di quei fanciulli egizi le cui esistenze – dopo essersi rallegrate con le forme che andava accarezzando e ripulendo – si erano dissolte nei millenni come la coltre sabbiosa di poco prima.
Cosa avrebbe svelato, diradandosi, la vaghèzia di Contarina?
La Grande Giò lo sapeva. Gli altri se lo chiesero, con curiosità, non appena la nebbia prese a stracciarsi come a ciuffi di lana sfioccata. Prima videro apparire occhi attoniti, a decine, quindi criniere e pettorali lucenti.
«I cavalli del Poggi!» esclamò Zibì. «Chissà se è ancora vivo, il Poggi.»
«Lo è» rispose la Grande Giò. «I matti muoiono tardi. E anche questa terra morirà tardi, perché è una terra di matti.»
Il Poggi si metteva al pianoforte e suonava l’Eroica, tenendo le finestre aperte sul recinto dei cavalli, delimitato dai pali rossi e bianchi. Affermava che la musica avrebbe risvegliato lo spirito di battaglia dei suoi destrieri, che aveva ammaestrato con infinita pazienza. Essi, infatti, cominciavano a zoccolare all’“Allegro con brio”, a far cerchio alla “Marcia funebre”, animando una sorta di ballo allo “Scherzo” e all’“Allegro vivace”, col gran finale galoppato del “Presto”.
Pacifico proprietario terriero, il Poggi era impazzito per gli orrori di cui era stato testimone nella Campagna d’Africa. Una mattina, il suo sdegno di giovane ufficiale che detestava armi e battaglie, e aveva ripugnanza del sangue, gli aveva accecato la mente; i suoi uomini lo avevano visto correre nudo fuori dalla tenda, buttarsi nella buca dove i soldati si liberavano gli intestini. Ci sguazzò protestando che quel luogo immondo era più pulito della testa dei generali, e straziante fu il grido “Abbasso la guerra!” con cui scomparve nel mare delle feci.
Soltanto il suo cavallo ne ebbe compassione: lo raggiunse, lasciò ciondolare le briglie, finché la mano del Poggi non le agguantò alla cieca, allora l’animale trascinò lentamente il suo padrone. Quando si rimise in piedi, grondante di escrementi umani, il Poggi si accorse che la luce del mondo era cambiata, senza capire che il cervello gli aveva dato di volta, rovesciato come un guanto che non sarebbe mai più tornato per dritto.
Prese due decisioni seduta stante: si autoproclamò generale e annunciò che, d’ora in poi, non avrebbe amato che i cavalli.
Venne rimpatriato. Da quel momento, irruppe al galoppo nella piazza di Contarina, con il casco in testa, la sahariana e la spada sfoderata in alto, correndo tutt’intorno e avvertendo che un esercito terribile sarebbe arrivato presto a massacrare gli abissini di Po, e quell’esercito avrebbe trovato i suoi cavalli pronti alla carica vittoriosa.
«Ammiratemi!» incitava. «Come un giorno sarete costretti ad ammirare, in me, il dittatore che vi soggiogherà!»
Celebrava la festa della Liberazione, tenendo un discorso reazionario ai destrieri inquadrati. Concludeva:
«Non è tornata nessuna pace, mai. Essa è un inganno degli uomini, benché una ripugnante solidarietà disarmi gli animi e induca anche coloro che potrebbero essere guerrieri crudeli e imbattibili, ad abbracciarsi come fratelli.»
Desolato, lui si limitava ad abbracciarsi al collo dei suoi magnifici esemplari, che andava scegliendo di persona negli allevamenti sparsi per l’Italia, pagandoli a peso d’oro. Supplicava, guardando il cielo:
«Un giorno di guerra... Mi basta un giorno di guerra per massacrare il mondo intero.»
E a volte piangeva come un bambino.
Zibì sorrise:
«Ti ricordi, Grande Giò, quando da ragazzo entravo in quel recinto e rubavo i cavalli del Poggi? I miei primi passi da ladro...»
«È proprio perché me lo ricordo, che ti ho detto di fermare il macchinone in questo punto.»
«Il Poggi lo sapeva, che ero io. Ma quando si trattava di far denuncia, nella sua mattana si rifiutava di riconoscerlo. Battuto da un ragazzino? Mai. Ripeteva ai carabinieri: sono stati gli abissini di Ras Dasta... E tu mi venivi dietro, sotto la luna, e mi tiravi per la giacca, dicendomi: rubare non si deve, è peccato mortale, con quei cavalli stai già galoppando su una strada persa.»
«M’avessi dato retta...»
«Già.»
«Be’, sei sempre in tempo. Dammi retta ora.»
«In che senso?»
«Nel senso che la vita è curiosa, Zibì. E oggi ti dico esattamente il contrario: e...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La Grande Giò
  4. Capitolo primo
  5. Capitolo secondo
  6. Capitolo terzo
  7. Capitolo quarto
  8. Capitolo quinto
  9. Capitolo sesto
  10. Capitolo settimo
  11. Capitolo ottavo
  12. Epilogo
  13. Copyright